Scandinavia. Da Oslo a Stoccolma e ritorno: Primavera 2013. Parte 2

Il nostro giro per Oslo prosegue per un altro giorno e dopo aver raggiunto via treno la Stazione Centrale, ci dirigiamo al Parco Vigeland dell’omonimo scultore e artista norvegese che grazie alla sua incredibile immaginazione ha disseminato quest’area di sculture fantasiose e di grande impatto visivo, in cui predomina il sogno e la situazione onirica che ha per protagonisti uomini e donne nudi e situazioni allegoriche e ricche di significati.
Rimaniamo estasiati, non conoscendo assolutamente l’autore, e ci perdiamo per le vie del parco, salendo scalinate o girando per i viali ancora coperti di una neve ormai cristallizzata in mucchi gelidi e scuriti dal tempo e dagli elementi.

https://it.dreamstime.com/fotografia-stock-statue-nel-parco-di-vigeland-oslo-norvegia-image50102405

Dopo esserci ripresi dalla visita prendiamo un autobus per raggiungere il Museo delle navi vichinghe, famoso per ciò che contiene: appunto 3 alcune navi vichinghe, che nonostante il prezzo salato del biglietto ci ripagano abbondantemente della visita, anche per via della ricca esposizione di oggetti lavorati, utensili, armi e perfino due carri in legno, antiche vestigia del passato vichingo della terra di Norvegia.
Il museo non è granché internamente come struttura, ma possiede una ricchezza espositiva che non ci aspettavamo. Mentre il sole si avvia al tramonto nella fredda giornata primaverile, torniamo infreddoliti fino alla fermata dell’autobus che ci riporta vicino al centro cittadino.
Non ci resta molto tempo da passare qui, abbiamo un giorno libero che passiamo l’indomani a Drammen, fermandoci a prendere il sole sulla riva del fiume, girando per la cittadina e preparando i bagagli per l’indomani.

https://travel.sygic.com/it/poi/museo-delle-navi-vichinghe-di-oslo-poi:2525

Il giorno dopo abbiamo in programma il primo grosso spostamento: l’intenzione è prendere un treno per Oslo, da li abbiamo intenzione di spostarci sempre in treno fino a Malmo. Purtroppo raggiungere la capitale della Skania dove intendiamo stare per qualche giorno (la contea più meridionale di tutta la Svezia), si rivelerà più arduo e complesso del previsto….
Per cominciare, una volta saliti sul treno ad alta frequentazione in teoria super-efficiente che ci dovrebbe portare in orario a Oslo, rimaniamo bloccati per 45 minuti a causa di un black-out improvviso sulla linea ferroviaria…
Arrivati ormai tardi in stazione per prendere la coincidenza già pagata per Malmo, vado ovviamente a richiedere il rimborso del biglietto perso e una corda alternativa (che non c’è, perchè continuano ad insistere grossi cali di tensione sulla linea ferroviaria che sconsigliano l’utilizzo del treno…), con meraviglia mi rispondono in inglese che non è contemplato il rimborso del biglietto, e dopo essersi scusati visibilmente imbarazzati mi consigliano di prendere l’autobus per Malmo nella locale stazione.
Il mito dell’efficienza e precisione scandinava crollano così di colpo e mentre impreco molteplici volte in italiano ci rassegniamo a raggiungere la stazione degli autobus e prendiamo un biglietto per Malmo, passando via Göteborg.

http://www.girandoilmondo.it/itinerari-di-viaggio/europa/svezia/scania/scania-skane-country-la-regione-piu-a-sud-della-svezia

Ovviamente l’autobus accumula ritardo e a Göteborg perdiamo un altra oretta in attesa della corsa successiva persa per un soffio mentre facevamo disperatamente i biglietti. La mia preoccupazione è di non arrivare in tempo a Malmo per prendere possesso dei due posti letto in Ostello, dato che il check-in è garantito fino alle 22.30 e ormai sono le sei di pomeriggio passate e il sole si avvia verso il tramonto.
Smaniando per tutto il percorso arriviamo finalmente a Malmo alle dieci di sera passate, stanchi e affamati. Sull’autobus che prendiamo per raggiungere la zona dell’Ostello, non accettano denaro contante, solo pagamenti con carte di debito o carte di credito…
Supplico l’autista di accettare le corone svedesi che abbiamo preso in stazione ad Oslo ma l’autista è irremovibile e ci concede di restare a bordo per qualche fermata prima che salga il controllore.
Alla fine scendiamo nella fredda notte di Malmo ad una fermata senza sapere dove ci ha lasciati il buon samaritano, inizia anche a nevischiare e non si vede nessuno in giro a cui chiedere informazioni per raggiungere l’ostello.

https://www.tripadvisor.it/LocationPhotoDirectLink-g190479-d206464-i277642128-Viking_Ship_Museum-Oslo_Eastern_Norway.html

Andiamo avanti un pò a tentativi seguendo le mappe di google maps che ho stampato, ma non sono il massimo della precisione e ormai sono le 22.30. Alla fine vedo una donna che sosta davanti ad un locale aperto e le chiedo la direzione, e lei ci indica la strada: una altra mezz’oretta di cammino e saremo a destinazione.
Ormai è tardi e disperati perchè troveremo l’ostello chiuso ci dirigiamo alla nostra meta, preparandoci a dormire fuori al vento e al gelo del nevischio che è aumentato, invece arriviamo proprio nel momento in cui il receptionist, un signore di mezza età molto professionale e preciso, sta lasciando la struttura.
E’ fatta: dopo averlo ringraziato ripetutamente in inglese scusandomi per il ritardo e spiegandogli brevemente i motivi, prendiamo posto nella camerata da 18 posti calda e silenziosa. Non ci interessa che ci sia puzza di piedi e il russare di qualcuno, il nostro “salvatore” ha preferito aspettarci, anche se avevo mandato una mail alla struttura per assicurare che saremmo arrivati entro le 22.30, invece sono le 23.00 passate e dopo esserci lavati i denti e aver messo sotto i denti qualche snack piombiamo in un sonno profondo.

Domani è un altro giorno….

https://norway.fandom.com/wiki/Vigelandsparken

Scandinavia. Da Oslo a Stoccolma e ritorno nella Primavera 2013.

Nel dicembre del 2012 decido, così di punto in bianco di prenotare un volo aereo per l’aeroporto di Oslo Torp da Pescara…
I costi sono contenuti e riesco ad ottenere due biglietti con un volo Ryanair andata verso la fine di marzo e ritorno ai primi di aprile comprensivi di bagaglio in stiva al modico prezzo totale di 230€…
Quando il giorno della partenza finalmente giunge, io non sto più nella pelle: torneremo finalmente in Scandinavia!

https://www.paesionline.it/norvegia/foto-immagini-oslo/17391_torp

Dopo un volo di poco più di un paio d’ore, il nostro aereo atterra sulla pista del piccolo aeroporto di Torp e da lì, dopo aver ritirato un pò di corone norvegesi ad un bancomat (Non ci sono uffici di cambio aperti all’ora del nostro arrivo) con un autobus raggiungiamo in un paio d’ore la cittadina di Drammen dove alloggeremo 5 notti, visto che Oslo è troppo cara per le nostre tasche. Mentre percorriamo la strada ci accorgiamo del fatto che quì l’inverno è ancora ben presente (ma in parte ce lo aspettavamo…): mucchi di neve sono sparsi ai lati della carreggiata ghiacciata e inizia perfino a nevicare, mentre il sole tramonta velocemente all’orizzonte. Fa freddo e nonostante i nostri giacconi e i berretti invernali ci preoccupa soprattutto la difficoltà di trascinare il nostro bagaglio sui marciapiedi coperti di neve fresca, quindi non vediamo l’ora che l’autobus ci scarichi a destinazione.
Purtroppo l’autista non supera mai gli 80 km orari, andando spesso ad appena 60 chilometri, dopo quasi due ore, inizio a dare segni di nervosismo e chiedo in inglese se siamo quasi arrivati alla località di Drammen. L’autista mi indica il display luminoso dell’autobus che indica le fermate e non mi resta che rimettermi a sedere e aspettare.
Appena viene annunciata la nostra destinazione, chiamiamo la fermata e ci fiondiamo in avanti per scendere dal pulman. Scaricate le valigie ci troviamo un pò spaesati e senza mappe in una strada alberata con i marciapiedi bordati di neve ma relativamente sgombri. Non sapendo dove andare chiedo ad un ragazzo che passa la direzione per il “Drammen Hotel” e lui ci indica di andare sempre diritto, chiederemo ad un altro paio di giovani che si consulteranno in norvegese prima di confermarci la direzione e alla fine l’Hotel si rivelerà a noi in tutto il suo “splendore” affacciato su una bella piazza illuminata ma deserta. Per raggiungere l’ingresso ci mettiamo altri 5 minuti e una volta fatto il check-in e ascoltate le istruzioni dell’addetto al desk, siamo visibilmente tranquillizzati e non ci resta che andare in camera.
Da Oslo distiamo solo 40 km, quindi l’intenzione è prendere un paio di volte il treno e andare a vedere Oslo, oltre a visitare i dintorni.
Ho trovato un paio di letti in questo Hotel di Drammen, che per la modica cifra di € 35 a notte offre pernotto con prima colazione: scopriamo che il prezzo è così “competitivo” perchè in un’ala dell’Hotel sono state ricavate delle stanzette con bagno e doccia in cui ci sono dai 4 ai 6 posti letto (in letti a castello). Così lasciati i nostri bagagli e ancora infreddoliti usciamo nella notte nordica per le strade coperte di neve della cittadina.

http://pickaplacegetlost.com/it/tag/norvegia-it/

Drammen è situata nel Drammenfjord presso l’estuario del fiume e ai nostri occhi non presenta nulla di molto interessante; si tratta di un centro industriale per la lavorazione di legname e metalli, vi sono alcuni cantieri navali ed è sviluppata la pesca del salmone. Lungo le sponde del fiume notiamo la presenza di capannoni e industrie varie, poi ci rifugiamo di nuovo in camera e conosciamo il nostro coinquilino: un imam di mezza età che ci saluta cortesemente e si ritira a pregare su un tappetino in un angolo della stanza, mentre noi ci laviamo e prepariamo per la notte.
In città abbiamo notato anche una forte presenza di migranti e anche di una ampia comunità musulmana e una moschea lungo una delle strade innevate. Il multiculturalismo in Norvegia è un dato di fatto, nonostante la strage di Utoya, perpetrata poco più di un anno e mezzo prima da Anders Behring Breivik, un trentaduenne norvegese simpatizzante di estrema destra.
In Norvegia noteremo, ovunque andremo, una forte tolleranza religiosa e culturale: neri e bianchi, musulmani e cristiani, protestanti, ebrei, ortodossi, gay, lesbiche, induisti ecc ecc…TUTTI convivono in apparente armonia, al massimo ci si ignora, ma le basi egalitarie e di parità della Norvegia sono molto differenti dalle nostre ad esempio riguardo uomo e donna e questo non può che farmi piacere

Nightshot of Grønland, Drammen, Norway. Union scene to right, then the local library and the Ybsilon bridge.
https://en.wikipedia.org/wiki/Drammen#/media/File:Union_brygge.jpg

Il giorno dopo, prendiamo un treno ad alta frequenza diretto alla Stazione Centrale di Oslo e in un oretta raggiungiamo la città nordica: Notiamo subito ciò che ho accennato sopra: le donne hanno la stessa “parità” con gli uomini in tutto. Detta così può sembrare un pò rozza e non so come esplicitare una cosa che per i norvegesi è acquisita da tempo: donne è uomini hanno gli stessi diritti e doveri nella società scandinava, stessa parità salariale, stesse mansioni (notiamo moltissime famiglie in cui sono i “maschi” a portare il passeggino e occuparsi della prole, mentre le compagne fanno shopping o passeggiano davanti), ci sono donne poliziotto, capotreno, e militari (l’unica nota stonata sono le pattuglie di soldati, uomini e donne che controllano discretamente i punti nevralgici della città), ovunque vi è calma e forse un pò di monotonia, fa molto freddo e ci muoviamo velocemente verso il centro.

https://unsplash.com/photos/Z_KAeGdW4So

Notiamo anche un’altra cosa: i prezzi pazzeschi di qualunque cosa: cibo, bevande, biglietti per i mezzi di trasporto, musei, attrazioni….
Per noi “poveri” italiani è un’impresa far quadrare i conti, così dopo un breve pasto con un carissimo “panino” (finiamo di mangiare anche quelli che abbiamo portato in aereo e ci dissetiamo da una fontanella), ci dirigiamo verso il Palazzo Reale (detto Slottet) situato in un bel parco denominato Slottparken: l’ambiente è ancora coperto dalla neve e assistiamo al cambio della guardia, poi ci dirigiamo verso il Museo dedicato ad Edward Munch, che troviamo in uno stato pietoso: è domenica e come si usa, i norvegesi hanno fatto “bagordi” alcoolici durante il weekend, per tutta la città, lasciandola in uno stato pietoso, perfino il museo che visitiamo, dove nei bagni troviamo strati di urina nei bagni al piano interrato e una generale sporcizia.

Per fortuna l’arte di Munch ci porta su dei livelli di interesse ed estasi artistica che ci fanno dimenticare per un pò la sporcizia dovuta al weekend scandinavo, torniamo verso la stazione prima che il sole tramonti, per evitare il freddo ghiacciato e fare un pò di spesa: ci riproponiamo di tornare ad Oslo almeno un altro paio di giorni vista la mole di cose da vedere e pazienza se spenderemo un pò di corone per il treno.
In serata mangiamo in un fast food e poi a nanna, dopo aver fatto un pò di spesa in una specie di Discount Supermarket dove Pierpaolo trova perfino una birra “economica” in bottiglia a circa 30-40 corone cadauna (all’epoca il cambio era oltre i 10 centesimi d’euro per una corona norvegese, quindi fate voi i conti…).

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Edvard_Munch_-_Vampire_(1895)_-_Google_Art_Project.jpg

Purtroppo non ritrovo più le foto del viaggio, e sono costretto a ricorrere a “foto d’archivio”, comunque il secondo giorno, dopo l’abbondante colazione norvegese consumata nella zona ristorante dell’Hotel, prendiamo di nuovo il treno per visitare con più attenzione Oslo.
Questa parte però ve la racconterò la prossima volta…

https://www.alamy.com/stock-photo-winter-view-of-oslo-city-hall-in-oslo-norway-designed-by-architect-34079683.html

Viaggio in Iran: Sesta parte.

La mattina del 24 aprile ci svegliamo quando il cielo è ancora nero, e dopo aver ripreso i passaporti, ci accompagnano sotto una pioggia insistente fino al terminal bus di Shiraz per gli autobus che fanno le tratte più lunghe.
Sono le 5.30 di mattina quando arriviamo in Stazione, purtroppo dovremo attendere fino alle 6.30 prima di partire…con un ritardo di oltre mezz’ora ci inoltriamo nel Belucistan, sotto la pioggia sempre più fitta, diretti verso Kerman, la capitale di questa regione di frontiera che confina con il Pakistan ed è nota per i traffici (anche illeciti), per l’irrequietezza dei beluci nei confronti del potere centrale e per la grande varietà di dolci ai datteri e merci più varie.

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Pioggia e vento ci accompagnano per tutte le 7 ore del nostro viaggio più lungo fino ad ora, e alla fine scendiamo stanchi e indolenziti al terminal-bus alle porte di Kerman, prendiamo il primo taxi scalcinato (il conducente è un uomo di mezz’età con occhiali spessi come fondi di bottiglia, ciabatte ai piedi e un giubbotto sdrucito sulle spalle, che si ostina a guidare, telefonare con il cellulare, ruotare la manopola della radio in cerca di musica e cambiare le marce contemporaneamente…) che nonostante la guida spericolata ci lascia sani e salvi davanti all’Hakvan Hotel per una somma ridicola di appena 50.000 rials.
Entriamo in questo Hotel degli anni ’50 (Epoca degli Sha pre-Repubblica Islamica) in cui tutto ciò che ci circonda parla di un’altra epoca: i fratelli Hakvan ci accolgono cordialmente nell’atrio dotato di due banchi reception in marmo speculari. La struttura è un punto di riferimento nonostante le camere vetuste, l’assenza di ascensore e i bagni con vasca. Nel piano seminterrato si trova il ristorante dove consumeremo colazione e cena (ho accettato per e-mail la mezza pensione, dato che era compresa nel prezzo) e due notti con mezza pensione ci verranno a costare € 65 al giorno per due persone: forse una delle cifre più alte che pagheremo in questo viaggio, ma a Kerman non ci sono stati altri hotel che hanno risposto alle mie richieste di informazioni. Su un basso tavolino non mancano i 7 elementi simboli del Nowruz, il Capodanno Persiano, che si è celebrato in tutto l’Iran il 21 marzo e che un giorno spiegherò più dettagliatamente…

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Mentre effettuiamo il check-in, arriva il più giovane dei due fratelli e ci vengono proposti vari tour a Bam e in altri posti secondari nei dintorni. Dato che abbiamo prenotato per solo due giorni e visto che le distanze sono notevoli e la stazione degli autobus è molto fuori mano, decidiamo di accettare e affidarci ai loro autisti per vedere tutto ciò che c’è da vedere, compresa la fortezza di Bam, un pò distante, anche perchè i prezzi sono buoni.
Dopo qualche chiacchiera, ci viene consegnata la chiave della nostra camera e il facchino ci fa trovare i nostri bagagli in una stanza antiquata, al secondo piano, dotata di bagno antico con doccia fissa sopra la vasca in ceramica, porta del bagno che non si chiude, mobili “antichi”, specchio “appoggiato” su un mobile addossato ad un muro, ma dotato di ampia finestra e serramenti nuovi (gli infissi hanno ancora gli adesivi dell’imballo) affacciata sul cortile posteriore e televisione a schermo piatto con soli canali iraniani, appoggiata su un vecchio mobile frigo che contiene un frigobar samsung degli anni ’80 e l’immancabile bottiglia d’acqua offerta dall’albergo.

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L’Iran ormai ci ha abituati a questi stridenti contrasti, cosi dopo esserci rinfrescati e cambiati, usciamo per fare un giro di 4 km a piedi fino al Bazar: qui compriamo miele in favi di cera, i famosi biscotti di Kerman ripieni di datteri e diamo un’occhiata agli ori e gioielli esposti a profusione nei vicoli del Bazar, noti per la ricchezza e qualità, ma troppo cari per le nostre tasche…
Dribbliamo dei ragazzini un pò troppo insistenti che ci seguono tentando di venderci chewinIMG_20180423_173202.jpggum aromatizzati alla banana, e torniamo sui nostri passi verso l’hotel, evitando le pozzanghere e il fango sparsi per le strade e lasciati dal nubifragio del giorno prima.
Purtroppo alla rotonda “Imam Khomeini” molto grande e fitta di cantieri sbagliamo strada e non riuscendo a ritrovare l’hotel, alla fine ci affidiamo ad un taxi che ci riporta in 10 minuti all’albergo.

Luca Colantonio, Italia, Wall, Arg-e Bam, Iran.jpg

La sera, dopo una cena variegata nel seminterrato dell’Hakvan Hotel, servita da camerieri di mezza età che parlano un francese fluente con la comitiva di transalpini alle nostre spalle, ci ritiriamo in camera distrutti per il viaggio e la camminata.
Al nostro risveglio, dopo una colazione iraniana abbondante, ci siamo fatti trovare nella hall dell’albergo dove il nostro autista giornaliero ci aspettava per il tour che avevamo accettato di fare il giorno prima: una giornata al prezzo di € 45 in due che pago ad uno dei due fratelli Hakvan.
L’itinerario comprende la famosa Fortezza di Bam, a più di 200 km di distanza, che raggiungiamo ad alta velocità, grazie al nostro autista, che si rivela persona di poche parole, ma gentile e cordiale. Arriviamo all’Arg-e Bam (fortezza di Bam), verso le 10.30, sotto un sole torrido che si fa sempre più implacabile nonostante, cappelli e acqua.

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Visitiamo la cittadella famosa per il film di Valerio Zurlini “Il deserto dei tartari” tratto dall’omonimo libro di Dino Buzzati, trovando la città urbana che circonda la fortezza ancora semi-distrutta dal catastrofico terremoto del 2003 e ricostruita a pezzi, mentre la fortezza si presenta ricostruita al 90% con mattoni di fango realizzati sul posto e nuove tecniche costruttive antisismiche, con l’aggiunta di pali di sostegno delle strutture in terra cruda più “fragili” e un aspetto generale “nuovo” che quasi ci sconcerta. Oltre agli operai sui ponteggi o intenti a impastare fango e paglia per i mattoni necessari ai restauri, non vediamo molti turisti.

Luca Colantonio, Italia, Fortezza Bastiani, Arg-e Bam, Iran.jpg

La fortezza si staglia nella calura estiva in attesa del tramonto, quando verrà presa d’assalto da orde di turisti in autobus alla ricerca dei colori e suggestioni del giorno morente e di foto “memorabili” per la loro vacanza, anche noi scattiamo tantissime foto, come se temessimo di veder sparire nel deserto questa “città” di fango tanto famosa perle sue architetture, saliamo fino in cima, sul mastio restaurato e lasciato aperto, per poi scendere velocemente in cerca d’acqua prima di ripartire. Alcune botteghe e una sala da tè sono disposte lungo la via principale che attraversa la cittadella ai piedi della fortezza, compro un bicchiere di acqua micro-filtrata (sapore orribile ma dissetante) e poi con Pierpaolo raggiungiamo il nostro “tassista” che ci aspetta vicino all’auto sotto l’ombra di un albero.
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Ci dirigiamo verso i “Kalut”: una zona desertica di “torri” di sabbia modellate dal vento incessante che ha prodotto degli Yardang (castelli di sabbia) naturali alti anche 10 piani, per la cui formazione sono stati necessari millenni, grazie all’erosione delle pareti rocciose dell’altipiano che hanno portato a questo risultato. La leggenda locale invece narra che le “costruzioni” naturali siano le antiche vestigia di un popolo di lillipuziani denominati appunto Kalut…
Dopo qualche foto per immortalare tali strutture, raggiungiamo sempre ad alta velocità (in Iran vedrete esempi di “guida sportiva” anche in curva che vi faranno impallidire finché non ci farete l’abitudine) la cittadina di Rayen (9000 abitanti o poco più) adagiata nella vallata desertica, dove consumiamo in un ristorantino locale riso con kabab di pollo e verdure assieme al nostro autista e poi raggiungiamo in auto la cima della collina, per “scoprire” l’imponene e conservatissimo Arg-e Rayen (Fortezza di Rayen), più piccola e raccolta di quella di Bam, ma in uno stato di conservazione eccezionale.

Luca Colantonio, Italia, Scorcio di terra, Arg-e Raien (Fortezza di Rayen), Iran.jpg

Nonostante il terremoto del 2003, infatti, Rayen non ha subito quasi nessun danno, essendo lontana dall’epicentro del sisma, situato a Bam, così che la cittadina e la relativa fortezza hanno goduto di una “rinascita” dovuta anche alla distruzione di Bam, che ha portato molti turisti e tour organizzati a preferire Rayen, almeno finchè l’altra fortezza non è stata quasi interamente restaurata. I lavori di “restauro” molto più blandi hanno più che altro portato nuova prosperità al complesso, dotato di un “palazzo del governatore suddiviso in 4 zone quadrate di egual misura e accessibile in tutte le sue stanze, senza contare il tetto su cui salire, circondato dalle mure di cinta, sempre in terra cruda e la cittadella in eccellente stato di conservazione tranne per qualche parte periferica in rovina.

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Dopo aver gironzolato per ogni angolo di questa meraviglia inaspettata, abbiamo fatto tappa nei giardini di Bagh-e Shahzde: una sorta di oasi nel deserto dotata di fontane, vasche d’acqua e ricchissima di piante e alberi, in contrasto con l’arida distesa circostante, ovviamente provvista di sala da te e ristorante in alcune ali un pò vetuste del complesso.
Infine il taxi ci ha lasciati davanti all’Aramgah-e Shah Ne’matollah Vali: un mausoleo molto importante per gli abitanti del luogo, dotato anche di un santuario Sufi e sormontato da una cupola in terra cruda, che abbiamo però preferito osservare solo dall’esterno, nel giardino ricco di botteghe di fronte all’ingresso a pagamento, un pò stanchi per tutto quel girare

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L’impressione comunque è stata che ne sia valsa la pena e verso le 17.30 siamo tornati nel nostro albergo a Kerman stanchi e accaldati. Dopo un pò di riposo abbiamo consumato una cena gustosa e ricca di piatti (dal kabab di pollo alle insalate, verdure marinate nell’aceto, omelette, la stessa zuppa di verdure della sera prima e ovviamente il nun, il classico pane persiano, senza contare lo stufato di montone e una bottiglia di birra analcolica per innaffiare il tutto, ma ormai eravamo satolli…), per poi ritirarci a dormire in attesa dell’indomani.
Avendo ottenuto di effettuare il check-in ritardato alle 14.00, in attesa di andare a prendere in stazione l’autobus che ci avrebbe riportato a Teheran, dopo un giro in centro, fino alla biblioteca di Kerman e all’Yakhchal Moayedi (una vecchia struttura conica in mattoni in passato usata come ghiacciaia) lasciati i bagagli in camera, abbiamo pranzato in hotel per poi spostarci nella hall dell’albergo con le nostre valigie, per ammazzare il tempo. La mia intenzione era prendere un VIP Bus per Teheran che ci riportasse durante la notte nella capitale, così ci siamo fatti lasciare al terminal bus verso il pomeriggio inoltrato e abbiamo fatto i biglietti per l’autobus delle 18.30.
Mentre attendevamo la partenza il tempo si è trasformato di colpo e in poco meno di mezz’ora abbiamo assistito prima ad una tempesta di sabbia che si è tramutata poi in una pioggia torrenziale e violentissima, da cui ci ha riparato la cupola del terminal bus. Alla fine sotto una pioggia battente, abbiamo mostrato i nostri biglietti, fatto caricare i bagagli e preso posto per la lunga traversata del deserto che ci riporterà a Teheran per gli ultimi giorni di permanenza in Iran, ma questa è un’altra storia e la concluderò nella prossima “puntata”….

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Cammino di Santiago: L’inizio.

Nel luglio del 2006 sono partito assieme ad un amico per San Jean Pied de Port: l’obiettivo era iniziare da li il cammino che ci avrebbe portati dai Pirenei Francesi prima in territorio spagnolo e poi fino a Santiago De Compostela.
Questa “avventura” era stata pianificata da parte nostra per circa un anno, a partire dall’inverno, quando avevamo cominciato ad informarci seriamente sulle tappe e su come attrezzarci per questa “cosa” che aveva un aura di romanticismo, avventura e sfida.
Così dopo qualche allenamento in montagna, camminate sulla spiaggia di Pescara in giugno, per rinforzare le piante dei piedi e una buona dose di informazioni, con i nostri 27 anni compiuti, raggiunta Roma Tiburtina in treno, da li partimmo in autobus scendendo dall’autobus definitivamente prima nella città francese di Tolosa, dopo 23 ore di noia, dormite sporadiche, soste e pasti in autogrill. A causa di un certo ritardo dell’autobus, accumulato passando per Marsiglia e per via di varie fermate intermedie, siamo giunti in città giusto in tempo per vedere partire il nostro treno regionale per San Jean Pied de Port, e ciò ci ha costretti a fermarci in città per la notte. Da Tolosa, dopo una notte di riposo in una “stamberga” umida e soffocante, abbiamo preso un treno regionale lentissimo in mattinata, che ha iniziato ad affollarsi di “pellegrini” come noi, man man mano che ci avvicinavamo alla meta. Vista la lentezza del treno, abbiamo avuto il tempo di conoscere alcune persone: dalla fermata di Bayonne abbiamo chiacchierato con un torinese, pellegrino, già “veterano” del Cammino, compreso quello del Nord (da tutti narrato come “difficilissimo” e arduo da completare data la mancanza di luoghi dove pernottare o rifocillarsi). Tutte le informazioni che avevamo sul “Cammino” le avevo raccolte principalmente dal sito  web http://www.pellegrinando.it/ di cui ringrazio ancora oggi l’autore, anche per l’aiuto ricevuto via web, in seguito ad eventi che narrerò e che mi hanno portato a fare una esperienza indimenticabile, anche se dura, che mi ha profondamente cambiato, insegnandomi a mettermi in discussione sempre, superare ostacoli, prendere rischi e adattarmi, oltre che “crescere” e misurarmi con me stesso in primis.

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Immagine tratta da http://libri.terre.it/libri/collana/0/libro/301/Guida-al-Cammino-di-Santiago-de-Compostela

Al nostro arrivo a San Jean Pied de Port, piccola cittadina medievale della regione Basca della Bassa Navarra, erano scoccate ormai le 16.00 e ci si è presentato subito il dilemma se “partire subito” rischiando di passare la notte sui Pirenei nel tentativo di raggiungere la “mitica” Roncisvalle, oppure passare un’altre notte in questo paesino ameno e molto “turistico” cresciuto tutto intorno al “business” del “Cammino di Santiago”.
Inutile dire che abbiamo deciso di tentare la sorte, partendo dopo aver ritirato la “Credencial”: un libretto su cui apporre i timbri dei vari “albergues” dove avremmo alloggiato (ma scoprimmo presto che anche negozi, attrazioni, chiese e alberghi privati disponevano di “sellos”: timbri che dispensavano generosamente a qualunque persona si presentasse a richiederlo con la Credencial.
La Credencial ovviamente era necessaria al fine di avere diritto alla “Compostela” che avrebbe attestato la conclusione del Cammino: si trattava di una pergamena che avremmo potuto ricevere solo una volta giunti nella città di Santiago De Compostela, a più di 800 km di distanza da dove ci trovavamo, presentando ovviamente la nostra “Credencial”.

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Per cominciare, di fronte avevamo la salita che portava su per i Pirenei fino al Passo di Roncisvalle e al villaggio omonimo: 26 km quasi interamente in forte pendenza che hanno iniziato subito a farsi sentire sulle nostre gambe e sulle schiene cariche di zaini con più di 12 kg di “roba”. Aggiungendo il fatto che, partiti verso le 17.00, scioccamente abbiamo anche sbagliato strada proprio all’inizio della salita, una volta varcata la “Porta” del Cammino, perciò siamo riusciti a trascinarci su per le colline che annunciavano i contrafforti dei Pirenei poco prima del tramonto, incontrando solo un albergue “privato”, il cui proprietario ci ha detto in francese di essere al “completo”, e non ci è rimasto che arrangiarci in una radura circondata da felci, una volta tramontato il sole, che non permetteva di salire ulteriormente. Mentre ci preparavamo per la notte srotolando i sacchi a pelo e senza neanche un fuoco spiegherò, per chi non la conosce, la differenza fra “albergues privados”e “albergues publicos”: i primi sono strutture gestite appunto da privati, dove i pellegrini si possono fermare, anche per più notti, se lo richiedono, pagando una tariffa per il pernotto ed eventuali “extra” richiesti, come pasti, bevande, uso di internet ecc. In sostanza veri e propri “affittacamere” o B&B che vivono dei flussi di pellegrini lungo il cammino. Gli “albergues” pubblici invece sono in genere strutture di accoglienza aperte a tutti i pellegrini, gratuitamente, in cui si può lasciare un “donativo” che può variare da ciò che il pellegrino si sente di lasciare. In genere le strutture pubbliche in cui abbiamo pernottato noi erano fornite di dormitori affollati, bagni e docce comuni, cucine comuni più o meno attrezzate e ovviamente con un grado di pulizia variabile dal “accettabile” allo sporco, ma d’altronde si trattava di passare una notte in un letto a castello in dormitorio, per riposare e ripartire il giorno dopo e in genere se tutti gli albergue privati risultavano pieni si optava per queste ultime strutture.
Tornando a noi, passata la notte fra abbaiare di cani e un pò di gelo, ci siamo risvegliati alle prime luci dell’alba, coperti di umidità notturna, e dopo una colazione con quel che ci restava del giorno prima (biscotti comprati in un forno, acqua e qualche succo), abbiamo riempito gli zaini, raccolto i rifiuti, messo le scarpe da camminata ai piedi e verso le 7.30, con il sole che faceva capolino basso fra le cime dei monti, abbiamo ripreso l’ascensione verso il confine spagnolo.
La rugiada che impregnava ogni cosa ci ha costretto a coprirci con poncho impermeabili e k-way, ma ci ha mantenuti freschi permettendoci si superare le salite più ripide. Verso l’ora di pranzo abbiamo consumato un pasto veloce in una taverna di un villaggio lungo il Cammino, sporchi e sudati ma ancora riposati, abbiamo ripreso la marcia per Roncisvalle regolandoci con i segnali lungo la strada su quanto mancava: in sostanza il primo giorno, anche a causa della perdita di tempo, girando in tondo, avevamo percorso poco più di 8 km, e ce ne restavano circa 19 da percorrere.
Grazie ad una brezza presto diventata vento e alla nostra voglia di “arrivare” alla prima tappa del viaggio, abbiamo aumentato il passo, superando diversi pellegrini, e arrivati al confine francese, il mio compagno di viaggio Marzio, subdolamente ha tirato fuori dallo zaino una serie di fogli stampati raffiguranti “annunci mortuari” che davano notizia della dipartita delle Francia ai Mondiali di Calcio di Germania appena terminati (era il 2006 e tutti i francesi numerosissimi che avremmo incontrato non avrebbero mancato di ricordarci la vittoria dell’Italia,una volta conosciuta la nostra nazionalità, chiamandoci ripetutamente “Campioni del Mondo”,con facezie e battute che si sarebbero ripetute fino alla fine). Dopo questo “scherzo” architettato dal mio compagno di viaggio e che non riscuoteva da parte mia molto interesse o approvazione (visto il vento Marzio ha impiegato un buon quarto d’ora a mantenere al suolo i fogli con sassi e pietre, intorno al cippo che segnava il passaggio dal confine francese a quello spagnolo), precedendolo, ho guidato il mio compagno di viaggio lungo le prime discese, fermandoci ad una fonte per rifornirci d’acqua e riempire le borracce, fino a giungere ad un bivio, da cui si dipartivano due strade entrambe dirette fino a Roncisvalle.

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foto tratta da http://turistipercaso.it/cammino-di-santiago-de-compostela-altro/image/114017/

Un paesaggio bucolico, montagnoso ma ricco di prati, mucche e vitelli al pascolo ci ha accompagnato fino al monumento dedicato al Cavaliere Orlando, che preannunciava la Collegiata di Roncisvalle detta anche “Collegiata di Santa Maria: un edifico gotico che costeggiava la strada, che introduceva al villaggio di Roncisvalle.
Visto che era ancora presto per l’apertura, abbiamo atteso che il monastero aprisse prima di pranzo, per ottenere il “sello”, il timbro che testimoniasse il nostro passaggio e pernotto nel dormitorio gestito da alcuni “ospitalieri olandesi”. L’accoglienza dei volontari è stata molto cordiale, ci hanno illustrato i servizi disponibili in struttura (perfino alcune postazioni internet) e dopo aver pranzato e cenato negli unici due ristoranti del luogo, non rimaneva molto da fare, oltre a scambiare qualche parola o saluto con altri pellegrini, guardare le montagne, prendere appunti di viaggio o meditare su questa avventura appena cominciata. Roncisvalle era veramente piccola, perciò dopo aver scelto i letti nelle camerate, abbiamo lavato e messo ad asciugare calze e t-shirt sporche di sudore e ci siamo sdraiati sui materassi dotati di lenzuola e coperte nell’attesa dello spegnimento delle luci, che avveniva alle 22.00.
Le regole della struttura oltre ad un solo pernotto, imponevano per l’indomani che lasciassimo l’albergue pubblico entro le 8.00 di mattina, ma la prossima tappa ve la racconterò nel prossimo post.
Purtroppo di questo “Cammino di Santiago” non possiedo foto, ma solo varie ore di video girato con una videocamera portatile a mini-cassette digitali, dato che all’epoca mi ero fissato con l’idea di fare un “Documentario”. Dal girato di quelle settimane sul Cammino ho montato un DVD credo di dubbia qualità, a rivederlo oggi, specialmente per la mia voce narrante in sottofondo. Perciò nelle prossime tappe allegherò specialmente documenti, foto di oggetti e attestati che mi restano di quell’esperienza di oltre 10 anni fa, ma non si sa mai che riesca a recuperare qualcos’altro anche se il mio compagno di viaggio non aveva fatto foto e all’epoca non esistevano gli smartphone di oggi….

Sardegna on-the road 2005.

Nell’Agosto del 2005 sono partito alla volta della Sardegna: isola che conoscevo grazie alle storie raccontate dai miei coinquilini universitari e in cui ero stato solo pochi giorni alcuni anni prima. Appena laureato a luglio, l’intenzione era di prendere un traghetto e insieme al mio “fido” fratello, imbarcarci in auto e fare un giro totale dell’isola, pernottando in tenda ovviamente.
Con l’esperienza maturata on the road in Bretagna, abbiamo prenotato un passaggio andata e ritorno su una nave diretta a Olbia e ci siamo imbarcati.
Durante il tragitto in mare un “giovane” ha avuto l’idea di lanciare un “ordine di abbandonare la nave” con un megafono portatile…inutile dire che si è scatenato il pandemonio in poco meno di 5 minuti, con un fuggi fuggi e calca generale verso le scialuppe di salvataggio o verso le uscite dei ponti. Mentre cercavamo di capire il da farsi abbiamo notato il “buontempone” che sghignazzava assieme agli amici, tenendo il megafono in mano: se ne sono accorti anche gli altri passeggeri che si accalcavano alle uscite o sulle scialuppe e hanno iniziato a volare ingiurie pesanti all’indirizzo degli autori del gesto, fino all’arrivo di un paio di ufficiali della nave che hanno condotto via l’autore dello “scherzo” e i suoi amici, sequestrandogli il megafono e redigendo un verbale, presumibilmente di denuncia; come inizio non è stato niente male…
Sbarcati nel pomeriggio ad Olbia, ci siamo spostati subito verso la località di Palau piantando la tenda all’Acapulco Camping, poco distante dal mare, visitando i dintorni e le spiagge affollate di turisti per alcuni giorni, passando il tempo fra il mare e il campeggio senza affaticarci troppo.
Olbia non offriva granché, perciò ci siamo diretti verso Alghero, ma abbiamo passato appena un paio di notti (sempre in campeggio) in questa località turistica molto rinomata e “affollata”. Ci è stato possibile vedere con calma la famosa Grotta di Nettuno e sotto un cielo grigio abbiamo girato sulle mura spagnole della città vecchia, costellate di locali affollati, ristoranti e negozi di souvenir.

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Il secondo giorno ha iniziato a piovere: una pioggia fine ma insistente che ha inzuppato il terreno e ci ha costretto a levare le tende al mattino per “fuggire” velocemente verso sud.
Qui abbiamo compreso come il turista tipico si limiti solo a vedere gli scorci più turistici e conosciuti dell’isola, trascurando le zone meno conosciute o l’interno.
Così ci siamo addentrati nell’entroterra, raggiungendo prima la cittadina di Luras, adagiata lungo una strada deserta che si snodava fra bassi monti coperti di vegetazione selvaggia. Lasciataci dietro la pioggia del nord della Sardegna, ci siamo fermati fra sugheraie imponenti, assaporando il silenzio interrotto solo dal vento e dal rumore del mare lungo la costa di Oristano. Soli sulla strada abbiamo proseguito lungo l’asfalto bollente battuto dal vento fino a raggiungere Cagliari…
Siamo così passati da un paesaggio selvaggio e privo di tracce umane, al di fuori della strada, alle ciminiere del petrolchimico avvistate sullo sfondo della laguna nella zona di Elmas, nella zona industriale prima della città.
Curiosamente lo “Stagno di Cagliari” era però pieno di fenicotteri rosa che qui nidificano ogni estate, e che ci hanno colpito con i loro colori rosati e i brevi voli in stormi colorati sulla zona palustre al tramonto. E’ stato facile osservarli mentre catturavano piccoli pesci, in attesa nell’acqua fra garzette e anatre.
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Il nostro viaggio ci ha portato fino a Capo Teulada, costeggiando il poligono militare raggiungendo l’isola di Sant’Antioco, oasi di pace e bellezza, dove le spiagge affollate di turisti si specchiano in un mare stupendo e cristallino. Siamo rimasti qui 5 giorni, ospiti di un amico sardo, conosciuto dai tempi dell’università, alloggiati in una casa nei pressi della necropoli del centro abitato di Sant’Antioco. Trattati come figli dalla famiglia di Michele Scanu, che ringrazio ancora per l’ospitalità ricevuta, abbiamo girato in lungo e in largo i dintorni, le spiagge, e l’isola fino a spingerci a Cagliari, senza contare le grandi cene o i pranzi a base di pesce cucinato dal padre, il mirto fatto in casa e la birra icnusa tracannata per combattere il caldo. Dal canto nostro avevamo portato con noi come doni un pò di prodotti locali abruzzesi (centerba, ratafia, salsicce di fegato, formaggi e ventricina) che sono stati apprezzati. Alla fine è venuto il giorno della partenza e degli addii, nella casa paterna a Villamassargia, e ci siamo congedati quasi come fossimo diventati “membri della famiglia”, adottati specialmente dalla mamma di Michele, persona veramente adorabile. Ho rinnovato l’invito di venirci a trovare in Abruzzo, fatto anche nei giorni precedenti e dopo un ultimo saluto siamo tornati sulla strada.
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Superata Cagliari dopo aver visitato un parco di ulivi millenari, poco distante da Villamassargia, abbiamo macinato chilometri su chilometri diretti di nuovo verso nord, passando per Dolianova e poi superando anche Nuoro, facendo soste solo per rifornirci di gasolio, acqua e andare in bagno. Siamo così arrivati in serata a Santa Teresa di Gallura, instancabili: obiettivo di tutta questa tirata dal sud della Sardegna al nord dell’isola era vedere all’alba, in una caletta riparata di fronte al mare, il grande concerto del compositore e pianista Michael Nyman: qualcosa di indimenticabile, solo chi ha assistito a tale evento, potrebbe comprendere che tipo di esperienza è stata, iniziata al buio, fino all’alba sulla spiaggia bianca lambita da onde leggere e silenziose, quasi immobili. Del concerto non credo esistano riprese di qualità, essendo stato chiesto gentilmente di spegnere videocamere e cellulari, ma a me resta un ricordo indimenticabile di note senza sosta, che hanno spaziato per tutta la sterminata produzione di Nyman, passando per le sue melodie o “pezzi” musicali più o meno conosciuti, alle sue colonne sonore filmiche che l’hanno fatto conoscere al grande pubblico internazionale.

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Stanchi ma felici, al mattino abbiamo trovato una spiaggia appartata dove poterci riposare e riprendere le forze dopo il concerto, senza montare la tenda. Dopo una pesca infruttuosa al calar della sera, ci siamo addormentati avvolti nei sacchi a pelo, per evitare i nugoli di zanzare notturne.
Il giorno dopo un po’ segnati dalla notte passata all’aperto siamo tornati fino ad Olbia e vista la stanchezza, abbiamo trovato una camera in un albergo della zona portuale per una notte. Ormai il viaggio era agli sgoccioli e l’indomani ci aspettava l’imbarco serale, così dopo una ricca colazione in Hotel, abbiamo preso la palla al balzo e siamo andati a fare un giretto fino a Porto cervo prima di sera: il luogo non ci ha lasciato nessuna grande impressione: oltre ad una alta concentrazione di VIP e presunte celebrità dello spettacolo (all’epoca impazzavano quelle di “Grande Fratello” e c’era anche Berlusconi con la famosa bandana…), così siamo tornati in serata verso l’imbarco e ci siamo disposti in fila in attesa di salire a bordo. Posteggiata la macchina nel ventre della nave ci aspettavano 10 ore di traversata notturna, fra gli schiamazzi notturni delle famiglie e la gente “accampata” come noi sul ponte coperto per passare la notte. All’alba ci avrebbe accolto la costa tirrenica con il porto di Civitavecchia da cui una volta sbarcati saremmo tornati in una giornata di fine estate alle montagne nebbiose dell’Abruzzo.
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Viaggio in Bretagna e Normandia.

Nell’estate del 2004, quando mi mancava un anno alla Laurea, siamo partiti in due: io e mio fratello, on the road alla volta della Bretagna francese.
Si trattava del primo viaggio in auto da soli, con il Doblò Fiat di mio fratello e ovviamente abbiamo incontrato imprevisti e fatto errori durante la nostra traversata di territori conosciuti solo su una cartina stradale.
Partiti il 28 giugno prima dell’alba, abbiamo impiegato ben un paio di giorni a raggiungere la nostra prima destinazione in Bretagna (Dinard), passando il confine italiano al Valico del San Bernardino, diretti verso Pontarlier, sul confine francese, perchè ci siamo un po “persi” per le strade svizzere, andando prima verso Zurigo e poi imbroccando la direzione giusta per Losanna e poi Vallorbe, riuscendo ovviamente a passare la prima notte sull’autostrada francese non lontano da Besancon. L’indomani mattina, ci siamo alzati dal nostro giaciglio approntato nel portabagagli dell’auto (non fatelo mai con un Doblò Fiat se siete alti più 1,60 perchè non riuscireste a sdraiarvi e di conseguenza non dormireste…) e abbiamo proseguito il viaggio verso la Bretagna, facendo rifornimento di gasolio (estremamente conveniente in Francia all’epoca), superando Digione, Chartres, Le Mans e Rennes fino a Dinard, dove ci siamo sistemati in un campeggio della cittadina turistica per 5 giorni.

menhirs-a-carnac_large_rwdfoto tratta da http://www.bretagna-vacanze.com/conoscere-la-bretagna/la-sua-storia/la-preistoria

La pioggia tipica della Bretagna ci ha accompagnati in pratica per due giorni su tre, permettendoci però di ammirare in tutta la loro bellezza le coste bretoni e la natura incontaminata, fare passeggiate e gustare il pesce le ostriche freschissime del posto (vendute praticamente dappertutto, dai ristoranti alle pescherie o mercati locali). Peccato che nel campeggio ci fossero soprattutto anziani e famiglie con cui non siamo riusciti a socializzare.
Dalla nostra “base” in Bretagna ci siamo spinti nei dintorni fino a Carnac, nota per le sue file di menhir e rocce megalitiche, arrivando poi in Normandia il 3° giorno, spingendoci fino alla cittadina di Bajeux, dove abbiamo ammirato il famoso arazzo esposto in una sala espositiva in tutta la sua unicità e complessità, poi abbiamo fatto anche un salto al “Memoriale di Bayeux” che ricorda le vittime dello Sbarco in Normandia nel 1944, e ovviamente non potevamo non raggiungere la spiaggia di Omaha Beach, con le fortificazioni e bunker tedeschi ancora visibili.


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Foto tratta da http://www.decorarconarte.com/Arazzo-di-Bayeux-Navigio-177x80cm

La sera siamo tornati a Dinard stanchi per la sfacchinata ma contenti di questa “gita” fuori porta. Durante i nostri giretti nei dintorni non poteva mancare una puntata al Mont Saint Michel, approfittando della bassa marea, anche se si è rivelato una meta “iperturistica” in cui vendevano di tutto e di più ma oltre a qualche bella vista o scorcio non vi era ragione di starci di più, così prima del ritorno dell’alta marea siamo tornati sulla terraferma.
La mattina del quinto giorno smontata la tenda ci siamo diretti verso Lorient a sud-ovest, sull’altra costa bretone (quella che si affaccia sul Golfo di Biscaglia) e abbiamo raggiunto un ostello della gioventù che avevamo contattato in precedenza tramite internet.
La struttura in pratica era un casermone di cemento armato, gestito da un giovane tuttofare sovrappeso, ma abbastanza simpatico, che ci ha garantito una camera condivisa al riparo dalla pioggia a sprazzi, nostra quasi eterna compagna per tutta la permanenza in Bretagna.
L’ultima notte prima di ripartire in verità si è anche allagata la camera in cui pernottavamo assieme ad un altro paio di giovani (un belga e un francese), ma questo è solo un particolare che ha allietato il nostro soggiorno e in nonostante i nostri sforzi non siamo riusciti a scoprire da dove arrivasse l’acqua che ricopriva il pavimento della camera….
Allagamenti a parte, nel periodo della nostra permanenza abbiamo raggiunto anche Pont-Aven: una delle località preferite dal pittore Paul Gaugain, che vi soggiornò per un certo periodo, assieme ad una folta comunità di artisti dell’epoca.
Qui abbiamo anche avuto l’occasione di capire appieno l’asprezza della Bretagna, ammirare i suoi paesaggi selvaggi e inospitali, le sue coste rocciose a picco sul mare, la sua natura forte e indomabile, le maree che ne scandiscono la vita: una terra fatta di profondi silenzi, pioggia, sole in estate e costiere spazzate dal vento, fredda e dura per il resto dell’anno, una terra solitaria, poco popolata, che sembra quasi abitata solo da anziani uomini e donne. Durante il nostro viaggio infatti abbiamo visto pochissimi ragazzi e ragazze del posto, lavoro in genere non c’è ne tantissimo, così chi può si trasferisce per lavoro verso metropoli e località più turistiche della Francia.
Abbiamo anche passato una serata nella sala comune dell’ostello a bere Idromele (che qui è diciamo la bevanda locale) dolce e alcolico, guardando la finale europea fra Portogallo e Grecia, ma i soldi stavano finendo, perciò l’8 luglio saremmo ripartiti per tornare questa volta a casa. L’ultimo giorno in Bretagna abbiamo caricato qualche cartone di Idromele, sidro e prodotti tipici locali, preparandoci alla partenza per tornare a casa.
Sempre sotto la pioggia abbiamo intrapreso il viaggio di ritorno, direzione Italia, passando velocemente per Nantes e Lione, con l’intenzione di fermarci a Torino dove avrei voluto visitare il Museo del Cinema, purtroppo passato il confine francese verso mezzanotte a Bardonecchia, ci siamo dovuti fermare in un’area di sosta per riposare un po e recuperare le forze, per poi proseguire fino a Torino dove il traffico caotico della città ci ha scoraggiato dall’addentrarci nella città  dopo un riposo di qualche ora abbiamo proseguito al mattino verso casa concludendo il nostro viaggio “on the road” il 9 luglio sera.
Complessivamente è stato un viaggio perennemente sulla strada, con pregi e difetti (le distanze e il clima non sempre agevole) che ci ha insegnato a non dare nulla per scontato, a organizzarci e fare una tappa alla volta, ovviando ad imprevisti e problematiche. Da questo itinerario posso dire che ho spiccato il volo per il futuro di ciò  che avrei visto successivamente, in auto, aereo a piedi o in autobus.

Viaggio in Spagna

Nel 2002 dopo quasi un decennio partii con mia madre e mio padre alla volta della Spagna in automobile. In realtà vi era stato un altro viaggio all’estero anni prima (il mio primo viaggio da solo ad appena 14 anni, ma ne parlerò un’altra volta in una sezione apposita….).
L’intenzione in questo ennesimo “on the road” era di arrivare a Barcellona, passando per la Francia, poi salire verso il nord, via Saragozza, raggiungendo i Paesi Baschi e il Mar Cantabrico, per poi tornare indietro.
Dato che la nostra vecchia Tempra SW era ormai defunta da qualche anno, prendemmo in prestito l’automobile di un mio zio: si trattava di una Marea station wagon diesel, color petrolio. Necessitando di almeno due guidatori per la lunga distanza e trattandosi di una macchina a gasolio, che mia madre non si sentiva di guidare, mio padre mi chiese di accompagnarli nel periodo di pausa fra le vacanze estive e il nuovo anno accademico dell’Università, ovviamente accettai senza se e senza ma…
Partimmo così negli ultimi giorni di agosto, diretti verso la frontiera di Ventimiglia, che attraversammo velocemente, senza più necessità di controlli doganali, con l’avvento del Trattato di schengen, inoltre anche il problema del cambio di denaro era superato con l’adozione dell’euro come “moneta comune” in paesi come la Francia o la Spagna.

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foto tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Avignone

Dopo aver superato velocemente Nizza, fermandoci solo per fare rifornimento, ci lasciammo alle spalle la “glamour” Cannes e la “popolare” Marsiglia e passammo la prima notte di viaggio in una pensione nella zona della Camargue francese, vicino ad Arles, per poi spostarci verso Avignone dove avremmo pernottato 3 notti in un campeggio appena fuori dal centro cittadino. Il primo giorno visitammo il Palazzo dei Papi, noto per aver ospitato i pontefici durante la “cattività avignonese”, poi ci spostammo per il centro storico e il giorno successivo visitammo Nimes, città dell’Occitania francese, poco distante, chiamata anche “Roma francese” per la presenza di vari monumenti del suo passato romano fra cui visitammo l’anfiteatro romano,  la Maison Carrée e il Ponte del Gard: un ponte romano a tre livelli che era parte dell’acquedotto romano omonimo, famoso per la sua “grandiosità”.

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foto tratta da http://www.10cose.it/nimes/cosa-vedere-nimes

Il terzo giorno dopo aver visto il Pont Saint-Bénezet e aver fatto un ultimo giro nel centro storico passammo il pomeriggio sulle rive del Rodano. Settembre si avvicendava con Agosto e nella quiete della sera ci siamo preparati per la partenza dell’indomani che è stata sul presto. Appena aperto l’ufficio del campeggio, abbiamo riconsegnato le chiavi del cancello e siamo andati in direzione di Montpellier e poi di Perpignan, costeggiando il Mediterraneo, fino al confine spagnolo, giungendo a Barcellona nel pomeriggio.
A Barcellona avremmo alloggiato per 5 notti in un alberghetto affacciato su una via piena di traffico e smog, ma a noi interessava vedere una delle città più viste e amate del mondo, perciò dopo un pò di riposo, uscimmo nell’aria della sera diretti verso la Rambla. La città mi parve bellissima e affascinante, ricca di vitae storia, mai ferma o silente. Smarriti per le sue vie, fermandoci spesso in qualche bar a gustare una tapa con una birra, perdemmo un pò di tempo visitando il Parco Güell, il Palau de la Música Catalana e il Barrio Gotico famoso per le sue viuzze contorte, corrispondente in parte alla città vecchia. Non visitammo l’interno della Sagrada Famìlia, perchè erano in corso vari lavori di ristrutturazione o completamento, perciò osservammo solo la parte esterna, per poi perderci fra mercati stracolmi di frutta esposta, pesce e mercanzie varie, parchi, la Rambla del mare verso il porto e i tanti locali sempre aperti in una città che ancora oggi non dorme mai. Per parlare di Barcellona occorrerebbero pagine e pagine ma preferisco ricordare solo la vista di Plaza Catalunia dove mi fermai sul bordo della fontana postmoderna al centro dell’aiuola spartitraffico e il Museo di Arte Contemporanea Catalana dove passammo un intero pomeriggio…
A Barcellona sarei tornato altre volte ma mi piace molto il ricordo che mi reste della prima visita, forse perchè non era ancora sommersa dal turismo selvaggio, dalla sporcizia e cafonaggine degli anni successivi oltre che metà prediletta di migliaia di tour organizzati per turisti annoiati e superficiali che si fanno servire la Paella Valenciana per “Paella Catalana” o altre amenità da turisti senza sapere neanche cosa stanno vedendo….
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foto tratta da https://siviaggia.it/viaggi/europa/weekend-barcellona/1091/
Dopo le 5 notti passate in città, partimmo una mattina per l’ultima tappa del nostro viaggio: Bilbao che distava più di 6 ore di automobile. Diretti verso Tarragona e poi su fino a Saragozza dove ci fermammo solo qualche ora per ammirare la Cattedrale del Salvatore e la Basilica di Nostra Signora del Pilar, proseguimmo verso Logrono e poi Vitoria Gasteiz dove incontrammo una tempesta d’acqua.
Mio padre e mia madre vista l’acqua che scendeva a secchiate volevano quasi fermarsi e tornare indietro verso Madrid, ma io tenni duro (guidavo io in quel momento) e proseguimmo lentamente, incolonnati dietro camion e automobili fino a Bilbao: la città ci accolse in una pausa della tempesta, e mentre cercavamo una “pension” dove passare la notte, la pioggia cessò del tutto lasciando le strade bagnate e luccicanti di pioggia sotto i lampioni serali. Alloggiammo in una camera tripla della Pension munita anche di lavandino e vasca per tre notti (in pratica si trattava di un appartamento dove i proprietari affittavano ai turisti alcune camere della propria casa), mangiando in ristorantini tipici il pesce del Mare Cantabrico e visitando il famoso Guggenheim Museum Bilbao (uno dei vari musei della Fondazione Solomon R. Guggenheim), forse il museo del mondo più famoso per la sua forma che per il suo contenuto. All’interno in realtà trovammo una serie di opere d’arte contemporanea variegate e di forte impatto visivo, inoltre ci colpì soprattutto il rivestimento in titanio della struttura e gli ambienti esterni ove erano esposte altre opere d’arte permanenti .
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foto tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Bilbao
Di questo museo conservo ancora un poster comprato nel bookshop e non c’è molto altro da dire, dato che la visita ci rubò più di mezza giornata, costringendoci a mangiare all’interno del museo. Per il resto dopo aver vagato un pò per le vie di Bilbao, passammo la seconda giornata a Santander, passando anche per la tristemente famosa città di Guernica (una laboriosa e trafficata città manifatturiera dedita alla lavorazione del pesce completamente ricostruita), bombardatain passato dai nazisti durante la Guerra civile spagnola, come “esperimento” per testare l’effetto dei bombardamenti a tappeto sulla popolazione civile, in previsione dei futuri bombardamenti di massa perpetrati durante la seconda Guerra Mondiale.
Il nostro viaggio poteva dirsi concluso e dopo una cena a base di merluzzo e frutti di mare abbiamo passato l’ultima notte a Bilbao.
Del viaggio di ritorno non vi è molto da dire: attraversammo rapidamente la Spagna, fermandoci a dormire solo una notte a Barcellona, nello stesso albergo dell’andata, per poi proseguire verso il confine francese e facendo una “tirata” fino in Provenza, dove pernottammo nella zona della Camargue francese. L’ndomani di buon mattino, lasciammo il b&Bnei pressi di “Ague Mort” e ci dirigemmo verso Nizza e Ventimiglia, attraversando il confine prima di mezzogiorno, si palesò solo un piccolo “contrattempo finanziario” che ci portò ad accellerare ancora di più la marcia di ritorno, perchè in Francia ci ritrovammo senza contanti per una svista di mia madre che, provando a ritirare del denaro con la sua carta Bancoposta da uno sportello bancario si vide “risucchiata” dallo sportello automatico la scheda dopo 3 tentativi. Per fortuna avevo qualche soldo sulla mia carta bancoposta, così raggiungemmo velocemente il confine italiano e con l’auto in riserva raggiungemmo Sanremo, dove trovammo uno sportello automatico bancoposta funzionante (era domenica…) e riuscimmo a prelevare contanti sufficienti per fare il pieno di gasolio e pagare l’autostrada fino a casa.
Da quella volta mia madre ha imparato a non “infilare” mai carte bancoposta in fessure di sportelli automatici che non esibiscono il logo del circuito maestro o VISA per quanto riguarda la postepay….