Viaggio in Iran: Sesta parte.

La mattina del 24 aprile ci svegliamo quando il cielo è ancora nero, e dopo aver ripreso i passaporti, ci accompagnano sotto una pioggia insistente fino al terminal bus di Shiraz per gli autobus che fanno le tratte più lunghe.
Sono le 5.30 di mattina quando arriviamo in Stazione, purtroppo dovremo attendere fino alle 6.30 prima di partire…con un ritardo di oltre mezz’ora ci inoltriamo nel Belucistan, sotto la pioggia sempre più fitta, diretti verso Kerman, la capitale di questa regione di frontiera che confina con il Pakistan ed è nota per i traffici (anche illeciti), per l’irrequietezza dei beluci nei confronti del potere centrale e per la grande varietà di dolci ai datteri e merci più varie.

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Pioggia e vento ci accompagnano per tutte le 7 ore del nostro viaggio più lungo fino ad ora, e alla fine scendiamo stanchi e indolenziti al terminal-bus alle porte di Kerman, prendiamo il primo taxi scalcinato (il conducente è un uomo di mezz’età con occhiali spessi come fondi di bottiglia, ciabatte ai piedi e un giubbotto sdrucito sulle spalle, che si ostina a guidare, telefonare con il cellulare, ruotare la manopola della radio in cerca di musica e cambiare le marce contemporaneamente…) che nonostante la guida spericolata ci lascia sani e salvi davanti all’Hakvan Hotel per una somma ridicola di appena 50.000 rials.
Entriamo in questo Hotel degli anni ’50 (Epoca degli Sha pre-Repubblica Islamica) in cui tutto ciò che ci circonda parla di un’altra epoca: i fratelli Hakvan ci accolgono cordialmente nell’atrio dotato di due banchi reception in marmo speculari. La struttura è un punto di riferimento nonostante le camere vetuste, l’assenza di ascensore e i bagni con vasca. Nel piano seminterrato si trova il ristorante dove consumeremo colazione e cena (ho accettato per e-mail la mezza pensione, dato che era compresa nel prezzo) e due notti con mezza pensione ci verranno a costare € 65 al giorno per due persone: forse una delle cifre più alte che pagheremo in questo viaggio, ma a Kerman non ci sono stati altri hotel che hanno risposto alle mie richieste di informazioni. Su un basso tavolino non mancano i 7 elementi simboli del Nowruz, il Capodanno Persiano, che si è celebrato in tutto l’Iran il 21 marzo e che un giorno spiegherò più dettagliatamente…

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Mentre effettuiamo il check-in, arriva il più giovane dei due fratelli e ci vengono proposti vari tour a Bam e in altri posti secondari nei dintorni. Dato che abbiamo prenotato per solo due giorni e visto che le distanze sono notevoli e la stazione degli autobus è molto fuori mano, decidiamo di accettare e affidarci ai loro autisti per vedere tutto ciò che c’è da vedere, compresa la fortezza di Bam, un pò distante, anche perchè i prezzi sono buoni.
Dopo qualche chiacchiera, ci viene consegnata la chiave della nostra camera e il facchino ci fa trovare i nostri bagagli in una stanza antiquata, al secondo piano, dotata di bagno antico con doccia fissa sopra la vasca in ceramica, porta del bagno che non si chiude, mobili “antichi”, specchio “appoggiato” su un mobile addossato ad un muro, ma dotato di ampia finestra e serramenti nuovi (gli infissi hanno ancora gli adesivi dell’imballo) affacciata sul cortile posteriore e televisione a schermo piatto con soli canali iraniani, appoggiata su un vecchio mobile frigo che contiene un frigobar samsung degli anni ’80 e l’immancabile bottiglia d’acqua offerta dall’albergo.

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L’Iran ormai ci ha abituati a questi stridenti contrasti, cosi dopo esserci rinfrescati e cambiati, usciamo per fare un giro di 4 km a piedi fino al Bazar: qui compriamo miele in favi di cera, i famosi biscotti di Kerman ripieni di datteri e diamo un’occhiata agli ori e gioielli esposti a profusione nei vicoli del Bazar, noti per la ricchezza e qualità, ma troppo cari per le nostre tasche…
Dribbliamo dei ragazzini un pò troppo insistenti che ci seguono tentando di venderci chewinIMG_20180423_173202.jpggum aromatizzati alla banana, e torniamo sui nostri passi verso l’hotel, evitando le pozzanghere e il fango sparsi per le strade e lasciati dal nubifragio del giorno prima.
Purtroppo alla rotonda “Imam Khomeini” molto grande e fitta di cantieri sbagliamo strada e non riuscendo a ritrovare l’hotel, alla fine ci affidiamo ad un taxi che ci riporta in 10 minuti all’albergo.

Luca Colantonio, Italia, Wall, Arg-e Bam, Iran.jpg

La sera, dopo una cena variegata nel seminterrato dell’Hakvan Hotel, servita da camerieri di mezza età che parlano un francese fluente con la comitiva di transalpini alle nostre spalle, ci ritiriamo in camera distrutti per il viaggio e la camminata.
Al nostro risveglio, dopo una colazione iraniana abbondante, ci siamo fatti trovare nella hall dell’albergo dove il nostro autista giornaliero ci aspettava per il tour che avevamo accettato di fare il giorno prima: una giornata al prezzo di € 45 in due che pago ad uno dei due fratelli Hakvan.
L’itinerario comprende la famosa Fortezza di Bam, a più di 200 km di distanza, che raggiungiamo ad alta velocità, grazie al nostro autista, che si rivela persona di poche parole, ma gentile e cordiale. Arriviamo all’Arg-e Bam (fortezza di Bam), verso le 10.30, sotto un sole torrido che si fa sempre più implacabile nonostante, cappelli e acqua.

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Visitiamo la cittadella famosa per il film di Valerio Zurlini “Il deserto dei tartari” tratto dall’omonimo libro di Dino Buzzati, trovando la città urbana che circonda la fortezza ancora semi-distrutta dal catastrofico terremoto del 2003 e ricostruita a pezzi, mentre la fortezza si presenta ricostruita al 90% con mattoni di fango realizzati sul posto e nuove tecniche costruttive antisismiche, con l’aggiunta di pali di sostegno delle strutture in terra cruda più “fragili” e un aspetto generale “nuovo” che quasi ci sconcerta. Oltre agli operai sui ponteggi o intenti a impastare fango e paglia per i mattoni necessari ai restauri, non vediamo molti turisti.

Luca Colantonio, Italia, Fortezza Bastiani, Arg-e Bam, Iran.jpg

La fortezza si staglia nella calura estiva in attesa del tramonto, quando verrà presa d’assalto da orde di turisti in autobus alla ricerca dei colori e suggestioni del giorno morente e di foto “memorabili” per la loro vacanza, anche noi scattiamo tantissime foto, come se temessimo di veder sparire nel deserto questa “città” di fango tanto famosa perle sue architetture, saliamo fino in cima, sul mastio restaurato e lasciato aperto, per poi scendere velocemente in cerca d’acqua prima di ripartire. Alcune botteghe e una sala da tè sono disposte lungo la via principale che attraversa la cittadella ai piedi della fortezza, compro un bicchiere di acqua micro-filtrata (sapore orribile ma dissetante) e poi con Pierpaolo raggiungiamo il nostro “tassista” che ci aspetta vicino all’auto sotto l’ombra di un albero.
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Ci dirigiamo verso i “Kalut”: una zona desertica di “torri” di sabbia modellate dal vento incessante che ha prodotto degli Yardang (castelli di sabbia) naturali alti anche 10 piani, per la cui formazione sono stati necessari millenni, grazie all’erosione delle pareti rocciose dell’altipiano che hanno portato a questo risultato. La leggenda locale invece narra che le “costruzioni” naturali siano le antiche vestigia di un popolo di lillipuziani denominati appunto Kalut…
Dopo qualche foto per immortalare tali strutture, raggiungiamo sempre ad alta velocità (in Iran vedrete esempi di “guida sportiva” anche in curva che vi faranno impallidire finché non ci farete l’abitudine) la cittadina di Rayen (9000 abitanti o poco più) adagiata nella vallata desertica, dove consumiamo in un ristorantino locale riso con kabab di pollo e verdure assieme al nostro autista e poi raggiungiamo in auto la cima della collina, per “scoprire” l’imponene e conservatissimo Arg-e Rayen (Fortezza di Rayen), più piccola e raccolta di quella di Bam, ma in uno stato di conservazione eccezionale.

Luca Colantonio, Italia, Scorcio di terra, Arg-e Raien (Fortezza di Rayen), Iran.jpg

Nonostante il terremoto del 2003, infatti, Rayen non ha subito quasi nessun danno, essendo lontana dall’epicentro del sisma, situato a Bam, così che la cittadina e la relativa fortezza hanno goduto di una “rinascita” dovuta anche alla distruzione di Bam, che ha portato molti turisti e tour organizzati a preferire Rayen, almeno finchè l’altra fortezza non è stata quasi interamente restaurata. I lavori di “restauro” molto più blandi hanno più che altro portato nuova prosperità al complesso, dotato di un “palazzo del governatore suddiviso in 4 zone quadrate di egual misura e accessibile in tutte le sue stanze, senza contare il tetto su cui salire, circondato dalle mure di cinta, sempre in terra cruda e la cittadella in eccellente stato di conservazione tranne per qualche parte periferica in rovina.

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Dopo aver gironzolato per ogni angolo di questa meraviglia inaspettata, abbiamo fatto tappa nei giardini di Bagh-e Shahzde: una sorta di oasi nel deserto dotata di fontane, vasche d’acqua e ricchissima di piante e alberi, in contrasto con l’arida distesa circostante, ovviamente provvista di sala da te e ristorante in alcune ali un pò vetuste del complesso.
Infine il taxi ci ha lasciati davanti all’Aramgah-e Shah Ne’matollah Vali: un mausoleo molto importante per gli abitanti del luogo, dotato anche di un santuario Sufi e sormontato da una cupola in terra cruda, che abbiamo però preferito osservare solo dall’esterno, nel giardino ricco di botteghe di fronte all’ingresso a pagamento, un pò stanchi per tutto quel girare

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L’impressione comunque è stata che ne sia valsa la pena e verso le 17.30 siamo tornati nel nostro albergo a Kerman stanchi e accaldati. Dopo un pò di riposo abbiamo consumato una cena gustosa e ricca di piatti (dal kabab di pollo alle insalate, verdure marinate nell’aceto, omelette, la stessa zuppa di verdure della sera prima e ovviamente il nun, il classico pane persiano, senza contare lo stufato di montone e una bottiglia di birra analcolica per innaffiare il tutto, ma ormai eravamo satolli…), per poi ritirarci a dormire in attesa dell’indomani.
Avendo ottenuto di effettuare il check-in ritardato alle 14.00, in attesa di andare a prendere in stazione l’autobus che ci avrebbe riportato a Teheran, dopo un giro in centro, fino alla biblioteca di Kerman e all’Yakhchal Moayedi (una vecchia struttura conica in mattoni in passato usata come ghiacciaia) lasciati i bagagli in camera, abbiamo pranzato in hotel per poi spostarci nella hall dell’albergo con le nostre valigie, per ammazzare il tempo. La mia intenzione era prendere un VIP Bus per Teheran che ci riportasse durante la notte nella capitale, così ci siamo fatti lasciare al terminal bus verso il pomeriggio inoltrato e abbiamo fatto i biglietti per l’autobus delle 18.30.
Mentre attendevamo la partenza il tempo si è trasformato di colpo e in poco meno di mezz’ora abbiamo assistito prima ad una tempesta di sabbia che si è tramutata poi in una pioggia torrenziale e violentissima, da cui ci ha riparato la cupola del terminal bus. Alla fine sotto una pioggia battente, abbiamo mostrato i nostri biglietti, fatto caricare i bagagli e preso posto per la lunga traversata del deserto che ci riporterà a Teheran per gli ultimi giorni di permanenza in Iran, ma questa è un’altra storia e la concluderò nella prossima “puntata”….

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Cammino di Santiago: L’inizio.

Nel luglio del 2006 sono partito assieme ad un amico per San Jean Pied de Port: l’obiettivo era iniziare da li il cammino che ci avrebbe portati dai Pirenei Francesi prima in territorio spagnolo e poi fino a Santiago De Compostela.
Questa “avventura” era stata pianificata da parte nostra per circa un anno, a partire dall’inverno, quando avevamo cominciato ad informarci seriamente sulle tappe e su come attrezzarci per questa “cosa” che aveva un aura di romanticismo, avventura e sfida.
Così dopo qualche allenamento in montagna, camminate sulla spiaggia di Pescara in giugno, per rinforzare le piante dei piedi e una buona dose di informazioni, con i nostri 27 anni compiuti, raggiunta Roma Tiburtina in treno, da li partimmo in autobus scendendo dall’autobus definitivamente prima nella città francese di Tolosa, dopo 23 ore di noia, dormite sporadiche, soste e pasti in autogrill. A causa di un certo ritardo dell’autobus, accumulato passando per Marsiglia e per via di varie fermate intermedie, siamo giunti in città giusto in tempo per vedere partire il nostro treno regionale per San Jean Pied de Port, e ciò ci ha costretti a fermarci in città per la notte. Da Tolosa, dopo una notte di riposo in una “stamberga” umida e soffocante, abbiamo preso un treno regionale lentissimo in mattinata, che ha iniziato ad affollarsi di “pellegrini” come noi, man man mano che ci avvicinavamo alla meta. Vista la lentezza del treno, abbiamo avuto il tempo di conoscere alcune persone: dalla fermata di Bayonne abbiamo chiacchierato con un torinese, pellegrino, già “veterano” del Cammino, compreso quello del Nord (da tutti narrato come “difficilissimo” e arduo da completare data la mancanza di luoghi dove pernottare o rifocillarsi). Tutte le informazioni che avevamo sul “Cammino” le avevo raccolte principalmente dal sito  web http://www.pellegrinando.it/ di cui ringrazio ancora oggi l’autore, anche per l’aiuto ricevuto via web, in seguito ad eventi che narrerò e che mi hanno portato a fare una esperienza indimenticabile, anche se dura, che mi ha profondamente cambiato, insegnandomi a mettermi in discussione sempre, superare ostacoli, prendere rischi e adattarmi, oltre che “crescere” e misurarmi con me stesso in primis.

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Immagine tratta da http://libri.terre.it/libri/collana/0/libro/301/Guida-al-Cammino-di-Santiago-de-Compostela

Al nostro arrivo a San Jean Pied de Port, piccola cittadina medievale della regione Basca della Bassa Navarra, erano scoccate ormai le 16.00 e ci si è presentato subito il dilemma se “partire subito” rischiando di passare la notte sui Pirenei nel tentativo di raggiungere la “mitica” Roncisvalle, oppure passare un’altre notte in questo paesino ameno e molto “turistico” cresciuto tutto intorno al “business” del “Cammino di Santiago”.
Inutile dire che abbiamo deciso di tentare la sorte, partendo dopo aver ritirato la “Credencial”: un libretto su cui apporre i timbri dei vari “albergues” dove avremmo alloggiato (ma scoprimmo presto che anche negozi, attrazioni, chiese e alberghi privati disponevano di “sellos”: timbri che dispensavano generosamente a qualunque persona si presentasse a richiederlo con la Credencial.
La Credencial ovviamente era necessaria al fine di avere diritto alla “Compostela” che avrebbe attestato la conclusione del Cammino: si trattava di una pergamena che avremmo potuto ricevere solo una volta giunti nella città di Santiago De Compostela, a più di 800 km di distanza da dove ci trovavamo, presentando ovviamente la nostra “Credencial”.

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Per cominciare, di fronte avevamo la salita che portava su per i Pirenei fino al Passo di Roncisvalle e al villaggio omonimo: 26 km quasi interamente in forte pendenza che hanno iniziato subito a farsi sentire sulle nostre gambe e sulle schiene cariche di zaini con più di 12 kg di “roba”. Aggiungendo il fatto che, partiti verso le 17.00, scioccamente abbiamo anche sbagliato strada proprio all’inizio della salita, una volta varcata la “Porta” del Cammino, perciò siamo riusciti a trascinarci su per le colline che annunciavano i contrafforti dei Pirenei poco prima del tramonto, incontrando solo un albergue “privato”, il cui proprietario ci ha detto in francese di essere al “completo”, e non ci è rimasto che arrangiarci in una radura circondata da felci, una volta tramontato il sole, che non permetteva di salire ulteriormente. Mentre ci preparavamo per la notte srotolando i sacchi a pelo e senza neanche un fuoco spiegherò, per chi non la conosce, la differenza fra “albergues privados”e “albergues publicos”: i primi sono strutture gestite appunto da privati, dove i pellegrini si possono fermare, anche per più notti, se lo richiedono, pagando una tariffa per il pernotto ed eventuali “extra” richiesti, come pasti, bevande, uso di internet ecc. In sostanza veri e propri “affittacamere” o B&B che vivono dei flussi di pellegrini lungo il cammino. Gli “albergues” pubblici invece sono in genere strutture di accoglienza aperte a tutti i pellegrini, gratuitamente, in cui si può lasciare un “donativo” che può variare da ciò che il pellegrino si sente di lasciare. In genere le strutture pubbliche in cui abbiamo pernottato noi erano fornite di dormitori affollati, bagni e docce comuni, cucine comuni più o meno attrezzate e ovviamente con un grado di pulizia variabile dal “accettabile” allo sporco, ma d’altronde si trattava di passare una notte in un letto a castello in dormitorio, per riposare e ripartire il giorno dopo e in genere se tutti gli albergue privati risultavano pieni si optava per queste ultime strutture.
Tornando a noi, passata la notte fra abbaiare di cani e un pò di gelo, ci siamo risvegliati alle prime luci dell’alba, coperti di umidità notturna, e dopo una colazione con quel che ci restava del giorno prima (biscotti comprati in un forno, acqua e qualche succo), abbiamo riempito gli zaini, raccolto i rifiuti, messo le scarpe da camminata ai piedi e verso le 7.30, con il sole che faceva capolino basso fra le cime dei monti, abbiamo ripreso l’ascensione verso il confine spagnolo.
La rugiada che impregnava ogni cosa ci ha costretto a coprirci con poncho impermeabili e k-way, ma ci ha mantenuti freschi permettendoci si superare le salite più ripide. Verso l’ora di pranzo abbiamo consumato un pasto veloce in una taverna di un villaggio lungo il Cammino, sporchi e sudati ma ancora riposati, abbiamo ripreso la marcia per Roncisvalle regolandoci con i segnali lungo la strada su quanto mancava: in sostanza il primo giorno, anche a causa della perdita di tempo, girando in tondo, avevamo percorso poco più di 8 km, e ce ne restavano circa 19 da percorrere.
Grazie ad una brezza presto diventata vento e alla nostra voglia di “arrivare” alla prima tappa del viaggio, abbiamo aumentato il passo, superando diversi pellegrini, e arrivati al confine francese, il mio compagno di viaggio Marzio, subdolamente ha tirato fuori dallo zaino una serie di fogli stampati raffiguranti “annunci mortuari” che davano notizia della dipartita delle Francia ai Mondiali di Calcio di Germania appena terminati (era il 2006 e tutti i francesi numerosissimi che avremmo incontrato non avrebbero mancato di ricordarci la vittoria dell’Italia,una volta conosciuta la nostra nazionalità, chiamandoci ripetutamente “Campioni del Mondo”,con facezie e battute che si sarebbero ripetute fino alla fine). Dopo questo “scherzo” architettato dal mio compagno di viaggio e che non riscuoteva da parte mia molto interesse o approvazione (visto il vento Marzio ha impiegato un buon quarto d’ora a mantenere al suolo i fogli con sassi e pietre, intorno al cippo che segnava il passaggio dal confine francese a quello spagnolo), precedendolo, ho guidato il mio compagno di viaggio lungo le prime discese, fermandoci ad una fonte per rifornirci d’acqua e riempire le borracce, fino a giungere ad un bivio, da cui si dipartivano due strade entrambe dirette fino a Roncisvalle.

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foto tratta da http://turistipercaso.it/cammino-di-santiago-de-compostela-altro/image/114017/

Un paesaggio bucolico, montagnoso ma ricco di prati, mucche e vitelli al pascolo ci ha accompagnato fino al monumento dedicato al Cavaliere Orlando, che preannunciava la Collegiata di Roncisvalle detta anche “Collegiata di Santa Maria: un edifico gotico che costeggiava la strada, che introduceva al villaggio di Roncisvalle.
Visto che era ancora presto per l’apertura, abbiamo atteso che il monastero aprisse prima di pranzo, per ottenere il “sello”, il timbro che testimoniasse il nostro passaggio e pernotto nel dormitorio gestito da alcuni “ospitalieri olandesi”. L’accoglienza dei volontari è stata molto cordiale, ci hanno illustrato i servizi disponibili in struttura (perfino alcune postazioni internet) e dopo aver pranzato e cenato negli unici due ristoranti del luogo, non rimaneva molto da fare, oltre a scambiare qualche parola o saluto con altri pellegrini, guardare le montagne, prendere appunti di viaggio o meditare su questa avventura appena cominciata. Roncisvalle era veramente piccola, perciò dopo aver scelto i letti nelle camerate, abbiamo lavato e messo ad asciugare calze e t-shirt sporche di sudore e ci siamo sdraiati sui materassi dotati di lenzuola e coperte nell’attesa dello spegnimento delle luci, che avveniva alle 22.00.
Le regole della struttura oltre ad un solo pernotto, imponevano per l’indomani che lasciassimo l’albergue pubblico entro le 8.00 di mattina, ma la prossima tappa ve la racconterò nel prossimo post.
Purtroppo di questo “Cammino di Santiago” non possiedo foto, ma solo varie ore di video girato con una videocamera portatile a mini-cassette digitali, dato che all’epoca mi ero fissato con l’idea di fare un “Documentario”. Dal girato di quelle settimane sul Cammino ho montato un DVD credo di dubbia qualità, a rivederlo oggi, specialmente per la mia voce narrante in sottofondo. Perciò nelle prossime tappe allegherò specialmente documenti, foto di oggetti e attestati che mi restano di quell’esperienza di oltre 10 anni fa, ma non si sa mai che riesca a recuperare qualcos’altro anche se il mio compagno di viaggio non aveva fatto foto e all’epoca non esistevano gli smartphone di oggi….

Sardegna on-the road 2005.

Nell’Agosto del 2005 sono partito alla volta della Sardegna: isola che conoscevo grazie alle storie raccontate dai miei coinquilini universitari e in cui ero stato solo pochi giorni alcuni anni prima. Appena laureato a luglio, l’intenzione era di prendere un traghetto e insieme al mio “fido” fratello, imbarcarci in auto e fare un giro totale dell’isola, pernottando in tenda ovviamente.
Con l’esperienza maturata on the road in Bretagna, abbiamo prenotato un passaggio andata e ritorno su una nave diretta a Olbia e ci siamo imbarcati.
Durante il tragitto in mare un “giovane” ha avuto l’idea di lanciare un “ordine di abbandonare la nave” con un megafono portatile…inutile dire che si è scatenato il pandemonio in poco meno di 5 minuti, con un fuggi fuggi e calca generale verso le scialuppe di salvataggio o verso le uscite dei ponti. Mentre cercavamo di capire il da farsi abbiamo notato il “buontempone” che sghignazzava assieme agli amici, tenendo il megafono in mano: se ne sono accorti anche gli altri passeggeri che si accalcavano alle uscite o sulle scialuppe e hanno iniziato a volare ingiurie pesanti all’indirizzo degli autori del gesto, fino all’arrivo di un paio di ufficiali della nave che hanno condotto via l’autore dello “scherzo” e i suoi amici, sequestrandogli il megafono e redigendo un verbale, presumibilmente di denuncia; come inizio non è stato niente male…
Sbarcati nel pomeriggio ad Olbia, ci siamo spostati subito verso la località di Palau piantando la tenda all’Acapulco Camping, poco distante dal mare, visitando i dintorni e le spiagge affollate di turisti per alcuni giorni, passando il tempo fra il mare e il campeggio senza affaticarci troppo.
Olbia non offriva granché, perciò ci siamo diretti verso Alghero, ma abbiamo passato appena un paio di notti (sempre in campeggio) in questa località turistica molto rinomata e “affollata”. Ci è stato possibile vedere con calma la famosa Grotta di Nettuno e sotto un cielo grigio abbiamo girato sulle mura spagnole della città vecchia, costellate di locali affollati, ristoranti e negozi di souvenir.

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Il secondo giorno ha iniziato a piovere: una pioggia fine ma insistente che ha inzuppato il terreno e ci ha costretto a levare le tende al mattino per “fuggire” velocemente verso sud.
Qui abbiamo compreso come il turista tipico si limiti solo a vedere gli scorci più turistici e conosciuti dell’isola, trascurando le zone meno conosciute o l’interno.
Così ci siamo addentrati nell’entroterra, raggiungendo prima la cittadina di Luras, adagiata lungo una strada deserta che si snodava fra bassi monti coperti di vegetazione selvaggia. Lasciataci dietro la pioggia del nord della Sardegna, ci siamo fermati fra sugheraie imponenti, assaporando il silenzio interrotto solo dal vento e dal rumore del mare lungo la costa di Oristano. Soli sulla strada abbiamo proseguito lungo l’asfalto bollente battuto dal vento fino a raggiungere Cagliari…
Siamo così passati da un paesaggio selvaggio e privo di tracce umane, al di fuori della strada, alle ciminiere del petrolchimico avvistate sullo sfondo della laguna nella zona di Elmas, nella zona industriale prima della città.
Curiosamente lo “Stagno di Cagliari” era però pieno di fenicotteri rosa che qui nidificano ogni estate, e che ci hanno colpito con i loro colori rosati e i brevi voli in stormi colorati sulla zona palustre al tramonto. E’ stato facile osservarli mentre catturavano piccoli pesci, in attesa nell’acqua fra garzette e anatre.
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Il nostro viaggio ci ha portato fino a Capo Teulada, costeggiando il poligono militare raggiungendo l’isola di Sant’Antioco, oasi di pace e bellezza, dove le spiagge affollate di turisti si specchiano in un mare stupendo e cristallino. Siamo rimasti qui 5 giorni, ospiti di un amico sardo, conosciuto dai tempi dell’università, alloggiati in una casa nei pressi della necropoli del centro abitato di Sant’Antioco. Trattati come figli dalla famiglia di Michele Scanu, che ringrazio ancora per l’ospitalità ricevuta, abbiamo girato in lungo e in largo i dintorni, le spiagge, e l’isola fino a spingerci a Cagliari, senza contare le grandi cene o i pranzi a base di pesce cucinato dal padre, il mirto fatto in casa e la birra icnusa tracannata per combattere il caldo. Dal canto nostro avevamo portato con noi come doni un pò di prodotti locali abruzzesi (centerba, ratafia, salsicce di fegato, formaggi e ventricina) che sono stati apprezzati. Alla fine è venuto il giorno della partenza e degli addii, nella casa paterna a Villamassargia, e ci siamo congedati quasi come fossimo diventati “membri della famiglia”, adottati specialmente dalla mamma di Michele, persona veramente adorabile. Ho rinnovato l’invito di venirci a trovare in Abruzzo, fatto anche nei giorni precedenti e dopo un ultimo saluto siamo tornati sulla strada.
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Superata Cagliari dopo aver visitato un parco di ulivi millenari, poco distante da Villamassargia, abbiamo macinato chilometri su chilometri diretti di nuovo verso nord, passando per Dolianova e poi superando anche Nuoro, facendo soste solo per rifornirci di gasolio, acqua e andare in bagno. Siamo così arrivati in serata a Santa Teresa di Gallura, instancabili: obiettivo di tutta questa tirata dal sud della Sardegna al nord dell’isola era vedere all’alba, in una caletta riparata di fronte al mare, il grande concerto del compositore e pianista Michael Nyman: qualcosa di indimenticabile, solo chi ha assistito a tale evento, potrebbe comprendere che tipo di esperienza è stata, iniziata al buio, fino all’alba sulla spiaggia bianca lambita da onde leggere e silenziose, quasi immobili. Del concerto non credo esistano riprese di qualità, essendo stato chiesto gentilmente di spegnere videocamere e cellulari, ma a me resta un ricordo indimenticabile di note senza sosta, che hanno spaziato per tutta la sterminata produzione di Nyman, passando per le sue melodie o “pezzi” musicali più o meno conosciuti, alle sue colonne sonore filmiche che l’hanno fatto conoscere al grande pubblico internazionale.

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Stanchi ma felici, al mattino abbiamo trovato una spiaggia appartata dove poterci riposare e riprendere le forze dopo il concerto, senza montare la tenda. Dopo una pesca infruttuosa al calar della sera, ci siamo addormentati avvolti nei sacchi a pelo, per evitare i nugoli di zanzare notturne.
Il giorno dopo un po’ segnati dalla notte passata all’aperto siamo tornati fino ad Olbia e vista la stanchezza, abbiamo trovato una camera in un albergo della zona portuale per una notte. Ormai il viaggio era agli sgoccioli e l’indomani ci aspettava l’imbarco serale, così dopo una ricca colazione in Hotel, abbiamo preso la palla al balzo e siamo andati a fare un giretto fino a Porto cervo prima di sera: il luogo non ci ha lasciato nessuna grande impressione: oltre ad una alta concentrazione di VIP e presunte celebrità dello spettacolo (all’epoca impazzavano quelle di “Grande Fratello” e c’era anche Berlusconi con la famosa bandana…), così siamo tornati in serata verso l’imbarco e ci siamo disposti in fila in attesa di salire a bordo. Posteggiata la macchina nel ventre della nave ci aspettavano 10 ore di traversata notturna, fra gli schiamazzi notturni delle famiglie e la gente “accampata” come noi sul ponte coperto per passare la notte. All’alba ci avrebbe accolto la costa tirrenica con il porto di Civitavecchia da cui una volta sbarcati saremmo tornati in una giornata di fine estate alle montagne nebbiose dell’Abruzzo.
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Viaggio in Bretagna e Normandia.

Nell’estate del 2004, quando mi mancava un anno alla Laurea, siamo partiti in due: io e mio fratello, on the road alla volta della Bretagna francese.
Si trattava del primo viaggio in auto da soli, con il Doblò Fiat di mio fratello e ovviamente abbiamo incontrato imprevisti e fatto errori durante la nostra traversata di territori conosciuti solo su una cartina stradale.
Partiti il 28 giugno prima dell’alba, abbiamo impiegato ben un paio di giorni a raggiungere la nostra prima destinazione in Bretagna (Dinard), passando il confine italiano al Valico del San Bernardino, diretti verso Pontarlier, sul confine francese, perchè ci siamo un po “persi” per le strade svizzere, andando prima verso Zurigo e poi imbroccando la direzione giusta per Losanna e poi Vallorbe, riuscendo ovviamente a passare la prima notte sull’autostrada francese non lontano da Besancon. L’indomani mattina, ci siamo alzati dal nostro giaciglio approntato nel portabagagli dell’auto (non fatelo mai con un Doblò Fiat se siete alti più 1,60 perchè non riuscireste a sdraiarvi e di conseguenza non dormireste…) e abbiamo proseguito il viaggio verso la Bretagna, facendo rifornimento di gasolio (estremamente conveniente in Francia all’epoca), superando Digione, Chartres, Le Mans e Rennes fino a Dinard, dove ci siamo sistemati in un campeggio della cittadina turistica per 5 giorni.

menhirs-a-carnac_large_rwdfoto tratta da http://www.bretagna-vacanze.com/conoscere-la-bretagna/la-sua-storia/la-preistoria

La pioggia tipica della Bretagna ci ha accompagnati in pratica per due giorni su tre, permettendoci però di ammirare in tutta la loro bellezza le coste bretoni e la natura incontaminata, fare passeggiate e gustare il pesce le ostriche freschissime del posto (vendute praticamente dappertutto, dai ristoranti alle pescherie o mercati locali). Peccato che nel campeggio ci fossero soprattutto anziani e famiglie con cui non siamo riusciti a socializzare.
Dalla nostra “base” in Bretagna ci siamo spinti nei dintorni fino a Carnac, nota per le sue file di menhir e rocce megalitiche, arrivando poi in Normandia il 3° giorno, spingendoci fino alla cittadina di Bajeux, dove abbiamo ammirato il famoso arazzo esposto in una sala espositiva in tutta la sua unicità e complessità, poi abbiamo fatto anche un salto al “Memoriale di Bayeux” che ricorda le vittime dello Sbarco in Normandia nel 1944, e ovviamente non potevamo non raggiungere la spiaggia di Omaha Beach, con le fortificazioni e bunker tedeschi ancora visibili.


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Foto tratta da http://www.decorarconarte.com/Arazzo-di-Bayeux-Navigio-177x80cm

La sera siamo tornati a Dinard stanchi per la sfacchinata ma contenti di questa “gita” fuori porta. Durante i nostri giretti nei dintorni non poteva mancare una puntata al Mont Saint Michel, approfittando della bassa marea, anche se si è rivelato una meta “iperturistica” in cui vendevano di tutto e di più ma oltre a qualche bella vista o scorcio non vi era ragione di starci di più, così prima del ritorno dell’alta marea siamo tornati sulla terraferma.
La mattina del quinto giorno smontata la tenda ci siamo diretti verso Lorient a sud-ovest, sull’altra costa bretone (quella che si affaccia sul Golfo di Biscaglia) e abbiamo raggiunto un ostello della gioventù che avevamo contattato in precedenza tramite internet.
La struttura in pratica era un casermone di cemento armato, gestito da un giovane tuttofare sovrappeso, ma abbastanza simpatico, che ci ha garantito una camera condivisa al riparo dalla pioggia a sprazzi, nostra quasi eterna compagna per tutta la permanenza in Bretagna.
L’ultima notte prima di ripartire in verità si è anche allagata la camera in cui pernottavamo assieme ad un altro paio di giovani (un belga e un francese), ma questo è solo un particolare che ha allietato il nostro soggiorno e in nonostante i nostri sforzi non siamo riusciti a scoprire da dove arrivasse l’acqua che ricopriva il pavimento della camera….
Allagamenti a parte, nel periodo della nostra permanenza abbiamo raggiunto anche Pont-Aven: una delle località preferite dal pittore Paul Gaugain, che vi soggiornò per un certo periodo, assieme ad una folta comunità di artisti dell’epoca.
Qui abbiamo anche avuto l’occasione di capire appieno l’asprezza della Bretagna, ammirare i suoi paesaggi selvaggi e inospitali, le sue coste rocciose a picco sul mare, la sua natura forte e indomabile, le maree che ne scandiscono la vita: una terra fatta di profondi silenzi, pioggia, sole in estate e costiere spazzate dal vento, fredda e dura per il resto dell’anno, una terra solitaria, poco popolata, che sembra quasi abitata solo da anziani uomini e donne. Durante il nostro viaggio infatti abbiamo visto pochissimi ragazzi e ragazze del posto, lavoro in genere non c’è ne tantissimo, così chi può si trasferisce per lavoro verso metropoli e località più turistiche della Francia.
Abbiamo anche passato una serata nella sala comune dell’ostello a bere Idromele (che qui è diciamo la bevanda locale) dolce e alcolico, guardando la finale europea fra Portogallo e Grecia, ma i soldi stavano finendo, perciò l’8 luglio saremmo ripartiti per tornare questa volta a casa. L’ultimo giorno in Bretagna abbiamo caricato qualche cartone di Idromele, sidro e prodotti tipici locali, preparandoci alla partenza per tornare a casa.
Sempre sotto la pioggia abbiamo intrapreso il viaggio di ritorno, direzione Italia, passando velocemente per Nantes e Lione, con l’intenzione di fermarci a Torino dove avrei voluto visitare il Museo del Cinema, purtroppo passato il confine francese verso mezzanotte a Bardonecchia, ci siamo dovuti fermare in un’area di sosta per riposare un po e recuperare le forze, per poi proseguire fino a Torino dove il traffico caotico della città ci ha scoraggiato dall’addentrarci nella città  dopo un riposo di qualche ora abbiamo proseguito al mattino verso casa concludendo il nostro viaggio “on the road” il 9 luglio sera.
Complessivamente è stato un viaggio perennemente sulla strada, con pregi e difetti (le distanze e il clima non sempre agevole) che ci ha insegnato a non dare nulla per scontato, a organizzarci e fare una tappa alla volta, ovviando ad imprevisti e problematiche. Da questo itinerario posso dire che ho spiccato il volo per il futuro di ciò  che avrei visto successivamente, in auto, aereo a piedi o in autobus.

Viaggio in Spagna

Nel 2002 dopo quasi un decennio partii con mia madre e mio padre alla volta della Spagna in automobile. In realtà vi era stato un altro viaggio all’estero anni prima (il mio primo viaggio da solo ad appena 14 anni, ma ne parlerò un’altra volta in una sezione apposita….).
L’intenzione in questo ennesimo “on the road” era di arrivare a Barcellona, passando per la Francia, poi salire verso il nord, via Saragozza, raggiungendo i Paesi Baschi e il Mar Cantabrico, per poi tornare indietro.
Dato che la nostra vecchia Tempra SW era ormai defunta da qualche anno, prendemmo in prestito l’automobile di un mio zio: si trattava di una Marea station wagon diesel, color petrolio. Necessitando di almeno due guidatori per la lunga distanza e trattandosi di una macchina a gasolio, che mia madre non si sentiva di guidare, mio padre mi chiese di accompagnarli nel periodo di pausa fra le vacanze estive e il nuovo anno accademico dell’Università, ovviamente accettai senza se e senza ma…
Partimmo così negli ultimi giorni di agosto, diretti verso la frontiera di Ventimiglia, che attraversammo velocemente, senza più necessità di controlli doganali, con l’avvento del Trattato di schengen, inoltre anche il problema del cambio di denaro era superato con l’adozione dell’euro come “moneta comune” in paesi come la Francia o la Spagna.

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foto tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Avignone

Dopo aver superato velocemente Nizza, fermandoci solo per fare rifornimento, ci lasciammo alle spalle la “glamour” Cannes e la “popolare” Marsiglia e passammo la prima notte di viaggio in una pensione nella zona della Camargue francese, vicino ad Arles, per poi spostarci verso Avignone dove avremmo pernottato 3 notti in un campeggio appena fuori dal centro cittadino. Il primo giorno visitammo il Palazzo dei Papi, noto per aver ospitato i pontefici durante la “cattività avignonese”, poi ci spostammo per il centro storico e il giorno successivo visitammo Nimes, città dell’Occitania francese, poco distante, chiamata anche “Roma francese” per la presenza di vari monumenti del suo passato romano fra cui visitammo l’anfiteatro romano,  la Maison Carrée e il Ponte del Gard: un ponte romano a tre livelli che era parte dell’acquedotto romano omonimo, famoso per la sua “grandiosità”.

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foto tratta da http://www.10cose.it/nimes/cosa-vedere-nimes

Il terzo giorno dopo aver visto il Pont Saint-Bénezet e aver fatto un ultimo giro nel centro storico passammo il pomeriggio sulle rive del Rodano. Settembre si avvicendava con Agosto e nella quiete della sera ci siamo preparati per la partenza dell’indomani che è stata sul presto. Appena aperto l’ufficio del campeggio, abbiamo riconsegnato le chiavi del cancello e siamo andati in direzione di Montpellier e poi di Perpignan, costeggiando il Mediterraneo, fino al confine spagnolo, giungendo a Barcellona nel pomeriggio.
A Barcellona avremmo alloggiato per 5 notti in un alberghetto affacciato su una via piena di traffico e smog, ma a noi interessava vedere una delle città più viste e amate del mondo, perciò dopo un pò di riposo, uscimmo nell’aria della sera diretti verso la Rambla. La città mi parve bellissima e affascinante, ricca di vitae storia, mai ferma o silente. Smarriti per le sue vie, fermandoci spesso in qualche bar a gustare una tapa con una birra, perdemmo un pò di tempo visitando il Parco Güell, il Palau de la Música Catalana e il Barrio Gotico famoso per le sue viuzze contorte, corrispondente in parte alla città vecchia. Non visitammo l’interno della Sagrada Famìlia, perchè erano in corso vari lavori di ristrutturazione o completamento, perciò osservammo solo la parte esterna, per poi perderci fra mercati stracolmi di frutta esposta, pesce e mercanzie varie, parchi, la Rambla del mare verso il porto e i tanti locali sempre aperti in una città che ancora oggi non dorme mai. Per parlare di Barcellona occorrerebbero pagine e pagine ma preferisco ricordare solo la vista di Plaza Catalunia dove mi fermai sul bordo della fontana postmoderna al centro dell’aiuola spartitraffico e il Museo di Arte Contemporanea Catalana dove passammo un intero pomeriggio…
A Barcellona sarei tornato altre volte ma mi piace molto il ricordo che mi reste della prima visita, forse perchè non era ancora sommersa dal turismo selvaggio, dalla sporcizia e cafonaggine degli anni successivi oltre che metà prediletta di migliaia di tour organizzati per turisti annoiati e superficiali che si fanno servire la Paella Valenciana per “Paella Catalana” o altre amenità da turisti senza sapere neanche cosa stanno vedendo….
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foto tratta da https://siviaggia.it/viaggi/europa/weekend-barcellona/1091/
Dopo le 5 notti passate in città, partimmo una mattina per l’ultima tappa del nostro viaggio: Bilbao che distava più di 6 ore di automobile. Diretti verso Tarragona e poi su fino a Saragozza dove ci fermammo solo qualche ora per ammirare la Cattedrale del Salvatore e la Basilica di Nostra Signora del Pilar, proseguimmo verso Logrono e poi Vitoria Gasteiz dove incontrammo una tempesta d’acqua.
Mio padre e mia madre vista l’acqua che scendeva a secchiate volevano quasi fermarsi e tornare indietro verso Madrid, ma io tenni duro (guidavo io in quel momento) e proseguimmo lentamente, incolonnati dietro camion e automobili fino a Bilbao: la città ci accolse in una pausa della tempesta, e mentre cercavamo una “pension” dove passare la notte, la pioggia cessò del tutto lasciando le strade bagnate e luccicanti di pioggia sotto i lampioni serali. Alloggiammo in una camera tripla della Pension munita anche di lavandino e vasca per tre notti (in pratica si trattava di un appartamento dove i proprietari affittavano ai turisti alcune camere della propria casa), mangiando in ristorantini tipici il pesce del Mare Cantabrico e visitando il famoso Guggenheim Museum Bilbao (uno dei vari musei della Fondazione Solomon R. Guggenheim), forse il museo del mondo più famoso per la sua forma che per il suo contenuto. All’interno in realtà trovammo una serie di opere d’arte contemporanea variegate e di forte impatto visivo, inoltre ci colpì soprattutto il rivestimento in titanio della struttura e gli ambienti esterni ove erano esposte altre opere d’arte permanenti .
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foto tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Bilbao
Di questo museo conservo ancora un poster comprato nel bookshop e non c’è molto altro da dire, dato che la visita ci rubò più di mezza giornata, costringendoci a mangiare all’interno del museo. Per il resto dopo aver vagato un pò per le vie di Bilbao, passammo la seconda giornata a Santander, passando anche per la tristemente famosa città di Guernica (una laboriosa e trafficata città manifatturiera dedita alla lavorazione del pesce completamente ricostruita), bombardatain passato dai nazisti durante la Guerra civile spagnola, come “esperimento” per testare l’effetto dei bombardamenti a tappeto sulla popolazione civile, in previsione dei futuri bombardamenti di massa perpetrati durante la seconda Guerra Mondiale.
Il nostro viaggio poteva dirsi concluso e dopo una cena a base di merluzzo e frutti di mare abbiamo passato l’ultima notte a Bilbao.
Del viaggio di ritorno non vi è molto da dire: attraversammo rapidamente la Spagna, fermandoci a dormire solo una notte a Barcellona, nello stesso albergo dell’andata, per poi proseguire verso il confine francese e facendo una “tirata” fino in Provenza, dove pernottammo nella zona della Camargue francese. L’ndomani di buon mattino, lasciammo il b&Bnei pressi di “Ague Mort” e ci dirigemmo verso Nizza e Ventimiglia, attraversando il confine prima di mezzogiorno, si palesò solo un piccolo “contrattempo finanziario” che ci portò ad accellerare ancora di più la marcia di ritorno, perchè in Francia ci ritrovammo senza contanti per una svista di mia madre che, provando a ritirare del denaro con la sua carta Bancoposta da uno sportello bancario si vide “risucchiata” dallo sportello automatico la scheda dopo 3 tentativi. Per fortuna avevo qualche soldo sulla mia carta bancoposta, così raggiungemmo velocemente il confine italiano e con l’auto in riserva raggiungemmo Sanremo, dove trovammo uno sportello automatico bancoposta funzionante (era domenica…) e riuscimmo a prelevare contanti sufficienti per fare il pieno di gasolio e pagare l’autostrada fino a casa.
Da quella volta mia madre ha imparato a non “infilare” mai carte bancoposta in fessure di sportelli automatici che non esibiscono il logo del circuito maestro o VISA per quanto riguarda la postepay….

Ridef in Finlandia: 1990.

A 11 anni andai in Finlandia per 2 settimane nella località Pohja-Kisakeskus al seguito dei miei genitori, grazie a mia madre, maestra di scuola elementare, che ci iscrisse tutti e 4 a quest’evento riservato a insegnanti e loro familiari.
Ogni 2 anni nella località di “mondo” scelta, viene organizzato un “ evento” preparato da insegnanti del paese ospitante, a cui partecipano i docenti d
ei più svariati paesi del mondo, assieme ai loro familiari. Quell’anno In questa località fu organizzato il XVIII Incontro RIDEF-FREINET: un movimento incentrato sulla “pedagogia popolare” creata dal maestro francese Célestin Freinet (1896-1966). Si discute e ci si confronta su un tema caratterizzante il campo, legato al sistema pedagogico “freinet”. Durante il campo si svolgono molteplici laboratori, aperti anche ai familiari degli insegnanti partecipanti. In definitiva ci si confronta con altre culture e sistemi didattici, modi di pensare e visioni all’interno di questo movimento, scambiando esperienze, opinioni, pensieri, facendo amicizia e creando legami umani che possono durare anche tutta una vita.
Partimmo da Roma Fiumicino per Helsinki a bordo di un aereo, per la prima volta nella mia vita, ovviamente ero emozionatissimo e rimasi per tutto il viaggio incollato al finestrino. Il volo della Compagnia di bandiera SAS che utilizzammo, era costato una cifra considerevole per l’epoca, non si trattava di un volo low cost come quelli di oggi, senza fronzoli, ma risultò essere comodo e tranquillo, ricordo ad esempio i giocattoli regalatici dalla hostess, per farci passare il tempo, oltre alle bevande senza limiti.
Atterrati all’aeroporto di Helsinki, partimmo subito in autobus alla volta di Pohja-Kisakeskus, il centro sportivo attrezzato in cui avremmo alloggiato in tenda (a causa degli alti prezzi e della poca disponibilità di casette e stanze nella struttura) per circa due settimane. Al nostro arrivo, dopo un breve e caloroso benvenuto, mi ricordo che montammo le due tende “Ferrino” nuove fiammanti sul prato di un campetto di calcio del centro. La temperatura mite durante il giorno, tendeva a scendere nella notte, ma il problema maggiore era l’umidità notturna che inzuppava le tende e i vestiti stesi ad asciugare al sole nordico.
Per noi bambini però tutto era una novità ed una avventura, e i primi giorni, scorrazzammo liberi e felici per tutta l’area del centro, assieme ad un altro paio di ragazzini italiani con cui avevamo fatto amicizia. Partecipammo
 alla nostra prima sauna (rigorosamente nudi, e in una sauna “mista” perché i finlandesi non danno importanza a queste cose, dimostrando una apertura mentale e sessuale che noi nel ’90 non immaginavamo….), pratichammo tutti i più vari tipi di sport, dal calcio, all’hockey su pavimento, pallavolo, tiro con l’arco e anche traversate del laghetto in barca (fino a “sottrarre” una barca e andare da soli per il lago assieme ai nostri amici…).
Così mentre gli “adulti” prendevano parte a noiose riunioni, convegni e votazioni per documenti programmatici su pedagogia e insegnamento, noi ci divertiamo e al massimo prendemmo parte a qualche laboratorio, come quello sulla ceramica giapponese RAKU (il campo aveva una folta delegazione di partecipanti giapponesi, ma ricordo anche austriaci, tedeschi, canadesi, danesi, francesi, belgi, svizzeri, russo-sovietici, qualche inglese, senegalesi, e partecipanti di altri paesi africani o europei, provenienti rigorosamente da paesi dove il metodo freinet veniva applicato, gli USA ad esempio erano esclusi…). Alla fine del campo, l‘ultimo giorno, dopo la riunione conclusiva e la votazione delle cariche sociali del movimento FREINET, si è tenuta una cena “internazionale” con cibarie e alimenti portati o preparati da tutti gli ospiti. Noi ce la siamo cavata con aglio, pane casereccio, parmigiano e olio extravergine di oliva (da cui chiaramente mio padre aveva ricavato nei giorni precedenti anche un ottimo piatto di spaghetti “aglio, olio e peperoncino” a cui alcuni finlandesi avevano poi aggiunto il “classico” ketchup….eresia comune all’estero). Dopo una serata di saluti e commozione, l’indomani mattina abbiamo smontato le nostre tende e ci siamo sistemati su un autobus per raggiungere il nord, per la precisione la città di Rovaniemi, posizionata proprio sul Circolo polare artico oltre cui il sole in estate non tramonta mai. 
Il viaggio è durato una decine di ore, giunti in serata nella città dei ”Sami” Rovaniemi (gli abitanti lapponi di questa regione chiamata comunemente Lapponia), abbiamo pernottato in una deliziosa casetta in legno dipinta di rosso. Il nostro obiettivo era raggiungere Capo Nord, proseguendo in autobus da Rovaniemi dopo un paio di giorni di pausa.
Preso il biglietto
per Lakselv, in Norvegia, da cui intendevamo imbarcarci per arrivare a vedere Capo Nord, abbiamo passato il tempo rimanente per vedere l’accogliente città di Rovaniemi e la famosa “Casa di Babbo Natale” situata nel villaggio omonimo: più simile ad un parco divertimenti, preso d’assalto da famiglie con torme di bambini al seguito, in cui pagando un biglietto di ingresso, ci si può aggirare ancora oggi per negozi di souvenir, ristoranti e boutique, fino alla casetta di Santa Claus, dove un uomo con la barba vestito di rosso si fa fotografare assieme ai pargoli assatanati….a pagamento ovviamente….
Passati i due giorni siamo ripartiti alla volta di Lakselv, dopo un viaggio di varie ore, abbiamo attraversato il confine in autobus entrando in Norvegia. All’arrivo nella città di Lakselv (in realtà un semplicissimo piccolo villaggio di pescatori), abbiamo scoperto che il traghetto per Capo Nord partiva solo l’indomani mattina ed era ormai tardi per prenderlo, siamo rimasti quindi al freddo, nonostante fosse agosto, in attesa dell’autobus per tornare giù fino a Rovaniemi, non avendo dove pernottare.
Seduti a un tavolo di legno in un area picnic, aggrediti da centinaia di zanzare fino alle ore più fredde e coperti dalle giacche a vento e lozione antizanzare, abbiamo visto il lento percorso del sole, nel suo viaggio giornaliero, scendere fino alla linea dell’orizzonte, per poi proseguire durante la notte il suo viaggio senza tramonto, illuminandoci in una giornata che è durata ben 48 ore. 
All’arrivo dell’autobus per il ritorno ci siamo buttati sui sedili, dove il sonno ci ha presi fino ad un imprevisto: un guasto ad un freno che si è surriscaldato e ci ha costretti ad una sosta forzata in una area di servizio. Mentre gli autisti tentavano di far riparare alla meno peggio il guasto nella stazione di servizio, i passeggeri (in maggioranza stranieri come noi, c’erano anche alcuni italiani e francesi provenienti dal campo RIDEF), si sono sparpagliati per tutta la stazione di servizio o nel ristorante/autogrill. Ricordo di aver comprato qui un coltellino con manico d’osso è un sacchetto di pelle di renna da un venditore “Sami”, che aveva la sua bancarella proprio all’uscita della stazione di sosta. Dopo varie ore abbiamo finalmente ripreso il viaggio a bassa velocità, con il freno “rattoppato” alla meno peggio e il secondo autista che non la finiva di scusarsi in inglese, attraversando il paesaggio nordico della Finlandia, pianeggiante o al massimo leggermente ondulato, punteggiato di betulle e cespugli, imbattendoci spesso in piccoli branchi di renne al pascolo, un alce e perfino qualche lupo che ci ha attraversato la strada a distanza di sicurezza.
Verso sera, sempre con il sole di mezzanotte onnipresente all’orizzonte sopra il circolo polare artico, siamo giunti a Rovaniemi.
Qui, abbastanza spossati, i miei genitori hanno optato per un viaggio notturno fino ad Helsinki in treno, prenotando uno scompartimento con 4 cuccette per la notte. 
Scendendo in treno fino alla capitale della Finlandia abbiamo potuto beneficiare dopo alcuni giorni di alcune ore in cui il sole è sparito all’orizzonte, lasciandosi dietro un chiarore persistente, che non diventava mai notte piena ma che ci ha permesso di riposare fino all’alba.
Per i finlandesi questi giorni estivi praticamene infiniti erano e sono ancora oggi molto importanti, perché permettono loro di recuperare il tempo “perduto” durante l’inverno, quando la notte è perenne e il freddo glaciale non permette di uscire dalle proprie case. Così in quei giorni d’estate ci è capitato di vedere ragazzini andare a giocare a baseball all’alba o praticare infinite partite di calcio fino a mezzanotte con l’ultimo chiarore del sole. Tutti facevano del loro meglio per utilizzare al massimo le 24 ore di luce quasi continua di cui disponevano, riservando al sonno giusto le ore più tarde o al massimo qualcosa per un sonnellino pomeridiano. Per noi mediterranei ovviamente il problema anche in agosto era la temperatura (temperata e calda per i locali, appena sufficiente a stare fuori con una felpa sopra la t-shirt nelle ore del pomeriggio inoltrato o al mattino), e se c’era vento o umidità, ci affrettavamo al coperto, mentre i finlandesi si tuffavano nel lago di Poja indifferentemente al mattino presto o al tramonto. Un’altra cosa che ci ha colpito come bambini è stata la forte tendenza al bere dei finlandesi: praticamente erano capaci di ingollare qualunque tipo di alcool, che fosse birra, vino, grappa o distillato, in quantità abnormi, anche per le donne, al confronto del quale per esempio gli adulti “stranieri” non erano proprio in grado di reggere, se non diventando degli alcolisti anonimi….
Giunti ad Helsinki abbiamo le ultime tre notti in un Hotel, spendendo
gli ultimi marchi finlandesi per vitto, alloggio, trasporti e qualche museo di cui non ricordo però niente.
Ricordo gli spostamenti in tram di superficie per le strade assolate di Helsinki, ricca di
Jugendstil tedesco, che all’epoca non conoscevo minimamente, i laghi e i parchi affollati e un caldo quasi “torrido” del pomeriggio.
Alla fine arrivato il giorno della partenza, in autobus, raggiungemmo l’aeroporto di Helsinki-Vantaa, per imbarcarci sul volo pomeridiano che ci avrebbe riportati in Italia, di quel breve volo ricordo soprattutto l’ansia per l’invasione del Ku
wait, era avvenuta pochi giorni prima il 3 agosto e di cui non si conoscevamo ancora le conseguenze. Tutti sull’aereo leggevano i giornali disponibili in italiano o in altre lingue e noi bambini restammo liberi di giocare e far impazzire le hostess fino all’atterraggio un po’ “rumoroso” a Fiumicino.
In sostanza questo viaggio ci accompagnò a lungo con i suoi ricordi e sensazioni, lasciandoci soprattutto un grande interesse per la Scandinavia, in cui saremmo tornati ancora, attratti dalla sua diversità rispetto all’Italia, dalla qualità della vita e dal benessere molto alto, nonostante le difficoltà di adattarsi ad un clima rigido e certamente non “mediterraneo” anche in estate, oltre che la diversità di una cucina molto più grassa e basata sul pesce o carne e condimenti animali, senza contare la difficoltà della lingua finnica a cui ovviammo con un po’ di francese da parte di mia madre e qualche parola di inglese imparata su un dizionario tascabile da parte nostra. Per noi fu un viaggio grandioso, perché i finlandesi hanno sempre dato molta importanza e attenzione ai bambini, senza essere ossessivi o controllarne pedissequamente lo sviluppo intellettivo. In realtà trovammo più “libertà” di fare esperienze o giocare e muoverci liberamente che nel nostro paese, e anche l’estrema libertà e apertura del metodo didattico nelle scuole si rifletteva nel campo RIDEF.
In sostanza la Finlandia e il suo popolo, che fossero finlandesi o lapponi, ci apparvero molto ospitali, fu certamente una esperienza costosa per le tasche dei miei genitori, ma diversa ed eccitante come una saga nordica, oltre che ricca di biodiversità e natura (non dimenticherò le escursioni fra i laghetti di Po
hja-Kisakeskus costellati di abeti, muschi e licheni, le renne al pascolo, gli avvistamenti di alci o lupi e ovviamente i nugoli di zanzare mattutini e le interminabili giornate in cui se si dormiva 6 ore su 24 era già tanto. Nella breve estate finlandese c’era sempre qualcosa di nuovo o eccitante da fare per tutti, e sprecare il tempo dormendo pareva quasi un “crimine”.
Agli occhi dei finlandesi noi dovevamo apparire esotici ed un po’ divertenti, specialmente per la nostra abitudine di coprirci con strati di felpe e maglioni, mentre loro giravano tranquillamente in maglietta e pantaloncini, o il parlare ad alta voce in pubblico. Tutto questo ci ha lasciato un segno profondo nell’animo, che ci ha portato a partecipare nel tempo, almeno per alcuni di noi, ad un altro campo RIDEF e a tornare in Scandinavia altre volte nel tempo, privilegiando itinerari differenti e ancora più “avventurosi”, ma questa è un’altra storia e ve la racconterò un’altra volta….

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La foto è tratta dal sito http://www.eticamente.net/31783/auto-addio-helsinki.html

Significato del viaggio (seconda parte).

 

 

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VIAGGIO “Azione del muoversi per andare da un luogo ad un altro. Giro più o meno lungo, attraverso luoghi o paesi diversi dal proprio, con soste e permanenza di varia durata, per vedere, conoscere, imparare, sviluppare particolari rapporti e attività o, semplicemente per divertirsi”. Ecco appunto: divertirsi, senza dubbio per molti il viaggio è qualcosa di divertente e imprescindibile dalla propria esistenza.
Citando Bruce Chatwin a memoria per quello che ho sentito su di lui alla radio in una trasmissione interessante mi trovo d’accordo con l’affermazione che “l’uomo è innegabilmente un essere nomade non legato a nessun luogo per cui la felicità può solo consistere nel viaggiare”.

Per altre persone invece il viaggio non è che una “tortura costellata di imprevisti e fatiche varie, che non ha nulla di divertente o eccitante, ma costituisce solo un peso per lo sventurato viaggiatore costretto a spostarsi.
Comprendo che per molti è più semplice rimanere nello stesso posto per lungo tempo o tutta la vita, senza imprevisti, pericoli e cambiamenti, senza doversi mettere in discussione e “rischiare”, ma non riuscirò mai ad accettarlo….
Essere viaggiatore implica gli elementi che sono in antitesi con chi non viaggia: cambiare, uscire dal proprio confortevole rifugio, rischiare e mettersi anche in “pericolo”, in sostanza cambiare la propria visione del mondo e di ciò che non conosciamo, fino ad arrivare al vero e proprio shock culturale. Eppure ciò che ci può dare uno “spostamento” anche di poche centinaia di km è incommensurabile e ha a che fare anche con l’aspettativa e la curiosità dell’essere umano: vedere luoghi sconosciuti, fare esperienza indimenticabili e tornare in sostanza “cambiati”, perchè ogni viaggio piccolo o grande ci modifica nel profondo con esperienze, storie ed emozioni.
Queste in sostanza sono le cose che a mio avviso differenziano coloro che si spostano alla scoperta del mondo da coloro che stanno bene solo dove stanno…

Ricordo un mio cugino (un ragazzo più giovane di me con una mente matematica brillante e portato per l’informatica che credo alla fine sia diventato ricercatore in un paese straniero…), ebbene da una conversazione con lui scoprii che “odiava” viaggiare, perchè si chiedeva che senso aveva andare in un posto, o addirittura tornarci dopo averlo visto una volta,senza contare, obiettava, la fatica del viaggio, la fila in aeroporto, la noia sull’aereo o sul treno/autobus, per raggiungere un posto sconosciuto e perfino pericoloso….
Credo di aver sintetizzato sopra le qualità che ha un viaggiatore e i pregi del viaggiare, per chi non ha questa voglia e ne vede solo gli aspetti negativi posso solo rispondere che “in tutte le cose che si fanno bisogna avere passione e curiosità” altrimenti non le fare, è questo che spinge alcuni di noi a muoversi verso le destinazioni più disparate, che siano Cheese a Bra’ in Piemonte, o la Baja California in Messico.
Senza i viaggiatori ed esploratori poi non avremmo mappe e riferimenti geografici in questa Terra su cui viviamo, non avremmo la conoscenza di altri popoli, culture, modi di vivere diverso dal nostro e potremmo vivere nell’ignoranza e paura dell’ignoto, pensando che la Terra sia piatta, mentre oggi, nella nostra epoca c’è chi sta perfino pensando di organizzare viaggi sulla luna e altri pianeti del sistema solare….
Grazie alla scoperta e alla conoscenza del viaggio si è arrivati alla comprensione reciproca, agli “scambi culturali” fra popoli (penso al Programma Erasmus ad esempio), e a in definitiva alla conoscenza di ciò che è ignoto in sostanza per ” arrivare laggiù dove nessuno è mai giunto prima” e andare lontano sempre più lontano, superando i confini geografici e politici messi dalla natura o dall’uomo sul nostro cammino.
Con questa ultima citazione spero di aver dato una visione di ciò che significa per me la parola viaggio. Alla prossima.

p.s. Nella foto mio padre che attraversa a piedi il Golden Gate Bridge…verso l’ignoto della Bay Area per “scoprire” cosa c’era dall’altra parte…