Spagna mon Amour: Da Salamanca al Portogallo.

Continuiamo la narrazione di questo viaggio “classico” nella Penisola Iberica: Parto letteralmente all’alba, lasciando il mio alloggio, ed esco come un “ladro” per le strade deserte, sperando di non fare troppo rumore.
Per fortuna posso approfittare dell’apertura anticipata, per vedere la Cattedrale e scattare qualche foto, poi devo correre fino alla stazione degli autobus per non perdere l’autobus diretto a Porto.

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Del viaggio fino alla frontiera non ho quasi ricordi, sprofondato in un sonno profondo, mi risveglio praticamente in terra lusitana e dopo un oretta sono a Porto: sbarco con il mio bagaglio leggero dall’autobus, e un pò spaesato provo ad orientarmi in una giornata bellissima, fatta di sole e cielo terso.
Dopo aver fatto un chilometro a piedi trovo qualcuno a cui chiedere informazioni, sperando che comprendano lo spagnolo, riesco a farmi indicare la via: sono sulla buona strada.
Continuo ad avanzare giungendo presto alla parte “storica” di Porto, fatta di vicoletti e salite ripide, quiete e silenzio e intorno case aggrappate l’una all’altra in un modo incredibile che tradisce la stratificazione storica di questa città.
Finalmente trovo l’ostello, la ragazza che mi accoglie è molto gentile e simpatica, mi lascia anche una mini guida di portoghese, poi mi mostra la camerata dove alloggerò per 3 giorni.

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Decisamente Porto mi affascina, mi perdo subito per i suoi vicoli e osservo dalla teleferica la zona delle “Bodegas” dove si produce il famoso vino dolce, peccato che quando chiedo informazioni per effettuare una visita (a pagamento ovviamente), mi dicono che è prevista solo per gruppi….un pò contrariato per questa limitazione mi dirigo di nuovo all’ostello.
La prima sera assisterò ad una rappresentazione di Fado, effettuata da una coppia di ragazzi veramente bravi: lui accompagna con la chitarra questa giovane che ha una voce profonda e piena, ma anche dolce e struggente. Mi rendo conto che i portoghesi sono molto romantici, introspettivi e riservati, diversi dagli spagnoli, ma ugualmente interessanti e che la saudade portoghese non è una “leggenda” ma pura realtà, a volte li vedi tristi e persi con la testa nelle profondità dell’animo umano, ma sono capaci di grandi slanci di buonumore e allegria.

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Faccio anche amicizia in ostello: non ricordo come accade, ma tutto parte da un signore di origini italiane che vive in Belgio e con cui scambio qualche parola in inglese, per poi passare allo spagnolo e infine “ma sei italiano anche tu?” discorrere un pò nella nostra lingua, nell’ostello ci sono anche due giovani francesi e due australiane, e dopo cena, noi “giovani” decidiamo di andare in discoteca…
La seconda serata scorre via in questa specie di Discoteca, attorniati da giovani portoghesi (alcuni veramente giovanissimi, come mi fanno notare spesso le mie accompagnatrici), che si lanciano in balli e acrobazie di ogni genere. Devo dire che è qualcosa di “inusuale” per me dato che non sono di norma un “discotecaro”, ma ascolto tutti i tipi di musica che mi “prendono”.  Alla fine anche per non stare addossato ad un angolo a guardare gli altri ballare, mi lancio in pista e mi lascio andare alla musica, che sia tecno, disco o qualche hit locale.
Balliamo per un oretta, senza pensare, senza bere nulla (abbiamo già bevuto qualche bicchiere di vino prima di uscire…). Non succede niente: si balla e ci si “sfoga” al ritmo delle più diverse canzoni e hit del momento. Poi tutti in spiaggia a vedere il mare, siamo stanchi e accaldati, qualcuno del gruppo vuole andare a bere, altri a fare il bagno addirittura…Per me è tempo di tornare in ostello; non abbiamo coprifuoco, ma ho paura di perdermi nelle strade che non conosco ancora bene di notte, comunque alla fine il gruppo si divide, è passata la mezzanotte da un pezzo e impieghiamo più di un ora io e le due australiane a ritrovare la strada per l’ostello.

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Inutile dire che mi sveglio tardi l’indomani, della colazione per gli ospiti rimane poco, così passo il resto della giornata a visitare la città e a comprare qualche cibaria, mi resta ancora una notte quì, ma l’indomani si parte: destinazione Lisbona. Saluto calorosamente i miei compagni di ostello e le nostre strade si dividono: chi torna a casa, chi va verso la Spagna, chi resta altri giorni, il mio viaggio invece continua.
In treno raggiungo finalmente Lisbona: la Capitale mi appare subito magnifica e rutilante, viva e piena di vita. Ho 5 giorni da vivere qui e poi dovrò tornare indietro: saranno 5 giorni molto intensi, persi fra l’Alfama, il quartiere antico della città con i suoi vicoli e i tram che si inerpicano per le viuzze lastricate, poi salgo fino al Castello di Sao George (Ingresso a pagamento) che domina la città, per poi arrivare sulla zona centrale, utilizzare l’elevador de Santa Justa.

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Alloggio in un ostello appena inaugurato, ex sede della Ambasciata Svizzera e trasformato in una struttura con ampi saloni/dormitori, un bar e un ristorante, oltre ad una cucina non ancora attrezzata all’ultimo piano. I lavori fervono ancora e si sente odore di smalti e legno, ma la struttura mi piace molto e i giovani che la gestiscono sono gentili e professionali, il prezzo poi è ottimo. Sono a due passi la la Placa Rossio con le sue fontane, da li a piedi si può arrivare alla spettacolare Praça do Comércio che si affaccia direttamente sul Fiume Tago.

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Le giornate scorrono fra lunghe camminate a cercare scorci, mangiate di baccalà in ristorantini caratteristici e non mancano i miei itinerari con i famosissimi tram gialli: ho fatto un abbonamento a tempo il primo giorno, e ne approfitto per muovermi da un punto all’altro della città, il terzo giorno, scaduto il pass, ho praticamente visto tutto quello che volevo, mi resta il Monastero Dos Jeronimos con l’annesso museo e poi il centro storico con lo spettacolare Convento Do Carmo, per capire di cosa sto parlando basta guardare le foto: quando si trova aperta la struttura, pagando il biglietto si accede ad una struttura basilicale di chiara impronta gotica-medioevale di cui in seguito al terremoto del 1755 del tetto non vi è più traccia.

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Gironzolo per il “cortile” interno osservando il contrasto fra cielo e pietra della chiesa, intorno lapidi e resti, scendo nei sepolcri e nella cripta, in luoghi molto suggestivi che non avrei immaginato di incontrare, dove sono conservati ancora corpi e ossami di epoche passate per poi riemergere alla luce del sole che mi rinfranca.

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L’ultimo giorno pranzo nel ristorante dell’ostello e bevo qualche bicchierino di Porto “rosso”, ce ne sono tante varietà e ho comprato una bottiglia, sperando di finirla prima di tornare a Barcellona e prendere l’aereo. Il viaggio infatti volge al termine: saluto con rimpianto Lisbona, i suoi tram, il Tago che la veglia e la sua storia, le persone cortesi e malinconiche e la sera successiva, salgo sul treno notturno che mi riporterà in Spagna.
L’intenzione è fare in notturna la strada fino a Madrid e poi muovermi verso Barcellona, dove fermarmi in ostello per una notte prima di riprendere l’aereo il giorno dopo.

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Alla frontiera sono profondamente assopito, ma incredibilmente ci sono controlli e mi svegliano chiedendomi un documento, mostro la mia carta d’identità e si scusano per l’interruzione, pochi minuti più tardi la polizia spagnola farà scendere dal treno un gruppetto di persone, presumibilmente clandestini proveniente dal sud-est asiatico che cercano di entrare in Spagna dal Portogallo, portando con loro alcune buste di plastica e qualche borsa. L’ultima immagine che mi resta impressa di questi sfortunati è quella delle loro sagome acquattate sulla banchina della stazione e circondate da uomini in divisa e in borghese che parlano alle ricetrasmittenti e verificano i documenti di alcuni di loro, mentre il treno si allontana sotto le luci crude della Stazione.

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La notte si stinge gradualmente in alba e posso ammirare i paesaggi dell Estremadura e poi della Spagna Centrale, fino a Madrid, dove cerco una coincidenza per Barcellona: l’unico treno disponibile è un “AVE” (alta velocità) via Saragozza, con cambio in quella città, che mi permetterebbe di arrivare in serata. Così pago il prezzo più alto e mi godo le 2 ore fino a Saragozza, mangiando poi un bocadillo nella stazione in attesa della coincidenza. Un altro paio d’ore mi permettono di giungere a Barcellona.

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La città è esattamente come l’ho lasciata: caotica e piena di turisti, così giro per la Rambla du Mar e osservo il porto, mangio qualcosa in una tapaseria, godendomi l’ultima serata prima della partenza. Provo a finirmi la bottiglia di porto liquoroso comprata a Lisbona, ma bere da soli non è lo stesso che bere in compagnia…così l’indomani dovrò vedere la bottiglia finire nel contenitore della “basura”, mentre spiego ai controllori di sicurezza le ragioni un pò romantiche per cui avevo con me quella bottiglia di così grande qualità.
L’imbarco è abbastanza lento, ma in due ore scarse atterro a Pescara, dove un autobus mi riporta a casa. Un altro viaggio è terminato ma vi sono ancora tante storie da raccontare….

Un saluto sincero a tutte le persone conosciute in questo viaggio.

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Spagna mon amour…

Nel settembre 2011, dato che il mio “amore” per il continente iberico non mi lasciava da quando ero tornato dall’Erasmus, riuscii finalmente ad organizzarmi per un viaggio in Spagna: si trattava di fare un giro della Penisola Iberica sconfinando poi in Portogallo per poi tornare indietro…
Partito con un volo low cost dall’aeroporto di Pescara, sbarcai a Barcellona in mattinata: trovai una città più affollata, turistica e inquinata, forse più “brutta” di come me la ricordassi rispetto al 2000. Una città del “tutto e subito” in cui i catalani sopportavano in silenzio l’invadenza dei turisti stranieri e il traffico a tutte le ore del giorno (anche quelli italiani da cui mi separai con sollievo appena sceso dal bus navetta dell’aeroporto di Girona, una volta raggiunto il centro della città). Passammo accanto alla “Sagrada Familia” circondata da gru e cantieri ancora in opera, che la facevano sembrare una eterna “incompiuta”, e che non avrei visitato nemmeno questa volta.

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In una Barcellona frenetica e piena di vita, un pò caotica e molto rumorosa, raggiunsi l’ufficio informazioni per farmi dare indicazioni su come raggiungere il mio ostello, prenotato online in Italia; a piedi ci misi una mezz’oretta, le mie aspettative erano alte, con il mio spagnolo e la fiducia di essere in una terra “amica” l’accoglienza un pò “fredda” del ragazzo alla receptions mi riportò con i piedi per terra…
Nessun problema, ero qui per un paio di giorni, per vedere ciò che non avevo visto della città e poi ripartire. Dopo essermi sistemato nella camerata da 6 e aver salutato i miei compagni di stanza mi catapultai sulla rambla, e raggiunsi il porto, dove trovai la stessa atmosfera rilassata di 10 anni prima, i turisti a prendere il sole di fine estate, l’odore del mare, ma trovai anche un mega centro commerciale multipiano fornito di multisala cinematografica, costruito proprio di fianco alla Rambla du mar

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La “modernità” iper-consumista e commerciale era arrivata anche nella laboriosa e “seria” Barcellona…mi spostai nel Barrio Gotico, fra le viuzze dove Manuel Vasquez Montalban aveva fatto camminare il suo Pepe Carvalho e mi ritrovai seduto ad una “barra” nella zona del mercato a mangiar tapas, l’idomani arrivai fino al Parco Guel’ terminai i miei giri sempre sul mare, vivendo la città per la strada, ma il viaggio continuava…

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L’indomani mattina all’alba avevo già lasciato l’ostello, direzione Valencia: dopo una interminabile giornata passata attraversando la meseta spagnola, finalmente vidi la città di Valencia che non conoscevo minimamente, un pò di tempo per “orizzontarsi” e poi trovai l’ostello che mi aspettava nel centro storico, gestito da ragazzi allegri e gentili, vi avrei passato solo un altro paio di giorni, così mi lanciai subito alla scoperta della città, più “calda” ed “esotica” di Barcellona, fino a raggiungere il suo “simbolo”: L’oceanografico, composto dall’acquario e da una serie di musei e giardino zoologico.
L’impressione di vedere tutti quei pesci e squali negli acquari dopo un pò diventò opprimente; animali cresciuti in cattività che destavano la curiosità dei “visitatori” e si spostavano mestamente nelle vasche, alcuni più elusivi, altri ormai rassegnati alla folla di curiosi e turisti rumorosi, specialmente i bambini…tutto era spettacolo, anche i delfini costretti a fare il loro show: mi ero aspettato forse qualcosa di più “didattico” e “naturale” e mi trovavo invece in uno “zoo”, con le altre attrazioni come il cinema dell’oceanografico non andò meglio, in realtà la cosa migliore era l’insieme delle architetture che parevano emergere dall’acqua, la volta sferica della sala cinematografica in 3 D e gli edifici annessi bianchi e abbaglianti.

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Il giorno successivo lo passai a girare la città vecchia, con le sue chiese e piazzette decorate, con le sue vie e cervecerie piene di gente (eravamo nel fine settimana), una umanità allegra e variegata che come tutti sanno, in Spagna iniziava a darsi appuntamento per una birra e una tapas nel tardo pomeriggio, per poi proseguire fino a tarda sera, di locale in locale, gustando patatas a la “brava”, prosciutto, olive, tostadas (simili alle nostre bruschette) con tomato y pimientos e qualunque cosa fritta o cucinata, servita con un bicchiere di vino o una birra.
Dopo una cena veloce e una cerveza, visto che avevo trovato la cucina dell’ostello occupata, preparai lo zaino per l’indomani e andai a letto presto.

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La mattina mi accolse con grandi aspettative: attraversai le vie vuote della città diretto verso il Terminal Bus, dove avrei iniziato una traversata del sud della Spagna, passando per Saragozza senza fermarmi per poi giungere alla capitale: Madrid.
In 8 ore di autobus, cullato dalla monotonia del mezzo e dalla musica nelle cuffie, raggiunsi la città che tanti amavano e altri odiavano, in cui ero stato solo poche ore quando vi ero andato durante l’Erasmus.
Madrid aveva quel fascino da città moderna e sofisticata, un pò arrogante e altezzosa, ma con la consapevolezza di poterselo permettere perchè “centro” del Governo, metropoli ricca e “artificiale”, costruita proprio in mezzo al paese, nel nulla della prateri spagnola (la meseta), più per esigenze amministrative che per una necessità urbanistica.

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Se chiederete agli spagnoli che non siano della capitale, vi diranno che i “madrilegni” sono un pò arroganti e se la “tirano”, e soprattutto parlano un castigliano “perfetto” senza inflessioni o accento, tutto vero….ma a me la città non dispiacque.
Preso alloggio nell’ennesimo ostello dove trovai per la prima volta dei compagni di stanza espansivi, salutai i due francesi e l’israeliano con cui dividevo la camerata e poi mi lanciai per le vie del Centro, poco distante.
Il mio primo obiettivo era per l’indomani: Il famoso museo del Prado, che per uno come me appassionato di arte era impossibile da ignorare, così passai il pomeriggio a vedere il Parco della città e la zona “governativa” con il Palazzo delle Cortes chiuso per il fine settimana e una miriade di turisti che sciamavano per la città raggiunsi prima la “Plaza de espana” gremita di tavolini e locali affollata di avventori a qualunque ora (c’è n’è una in ogni città iberica) per poi proseguire verso la “Gran Via”, famosa arteria commerciale di Madrid, dove gli autobus turistici sbarcavano comitive e famiglie davanti agli alberghi del centro. Finii per “perdermi” la sera nel centro fatto di vie ortogonali tutte uguali. Tornare all’ostello fu arduo, ma alla fine, anche grazie a qualche indicazione stradale rimediata e ad un pò di memoria visiva, ritrovai la zona degli ostelli, giurando che l’indomani mi sarei mosso solo con la mappa della città.

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L’indomani mi aspettava “l’impresa” di vedere il Museo del Prado: dopo una fila non chilometrica, mi lasciai trasportare nelle sale piene di opere che spaziavano dal rinascimento, al classicismo, passando per Manierismo, età moderna, impressionisti, artisti spagnoli e francesi, italiani e molti autori fra i più famosi, senza dimenticare le avanguardie, Picasso e opere che neanche immaginavo fossero custodite in quel museo sterminato, così grande che dovetti pranzare all’interno (a prezzi non proprio popolari, ricordatevi sempre che i ristoranti e bar dei musei sono “cari”) con una bottiglietta d’acqua, una fetta di tortilla con patate (frittata spagnola) e un frutto più caffè alla modica cifra di 11 euro e passa…
Uscire però prima di aver visto quello spettacolo di colori, pennellate e opere fra le più conosciute durante l’università, non era per me umanamente possibile, così terminata la visita, guadagnai l’uscita nel sole del primo pomeriggio e mi rilassai un pò nel piccolo parco prospiciente il Museo del Prado.

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Dopo un pò di riposo in ostello, trovai un bar dove la varietà delle tapas era accettabile e consumai la cena alla “barra” (il bancone) ordinando quello che volevo e accompagnando il tutto con qualche birra, le strade rigurgitavano turisti e scolaresche in gita, e la Gran Via era un turbinio di auto e motori, clacson, autobus e persone che arrivavano, persone che partivano, per andare da qualche altra parte.
L’indomani sarei ripartito, questa volta in direzione di una località relativamente vicina: Salamanca con la sua famosissima (e antica) università, ma vi avrei alloggiato solo una notte…

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Al mattino, preso l’ennesimo autobus, raggiunsi Salamanca verso mezzogiorno: la città si presentò monumentale, adorna di chiese gotiche ed edifici storici, con un centro storico grandioso e punteggiato di Facoltà universitarie, ovunque studenti seduti nei locali, o intenti a studiare nei parchi, sulle panchine, sui muretti o sull’erba dei parchi.

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Diedi un’occhiata all’antica Biblioteca, e cercai di entrare nelle chiese, ma purtroppo erano chiuse, avrei dovuto trovare il tempo l’indomani prima della partenza, e dato che lo stomaco brontolava, scovai una cerveceria dove servivano delle tapas che definire incredibili sarebbe riduttivo: per cominciare servivano assaggi di baccalà preparato nei più diversi modi, che potevano variare dal “pastellato”e fritto, al cotto al sugo con verdure, oppure il classico baccalà con patate saltato in padella (senza pomodoro), oppure grigliato alla piastra con aglio, olio e odori, ma non mancava nemmeno il carpaccio di baccalà, l’insalata di baccalà arrosto con prezzemolo olio e aglio, o “piccante” con peperoncino, ecc….
Ormai ero strapieno, complici anche le birre, così mi ritirai in ostello per riposare un pò e uscire di nuovo la sera, per ammirare la città illuminata e fiabesca con le sue guglie gotiche, mura medievali, antichi edifici e strade lastricate di pietra su cui si udiva il rumore di passi e ogni tanto il motore di un’automobile. Decisamente Salamanca mi aveva “stregato”, così finii nello shop dell’università a cercare qualche “simbolo” da riportarmi, come una matita, una maglietta, un taccuino….

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Il viaggio però continuava e l’indomani mattina sarei ripartito molto presto, per vedere la Cattedrale aperta per la funzione e poi prendere il primo treno (autobus non ce n’erano) che mi avrebbe portato fino all’antica città di Porto, oltre il confine poco distante, in Portogallo insomma, dove iniziava la seconda parte del mio viaggio.
Ma dato che la storia è molto lunga, ve la racconterò in una seconda parte….Hasta luego.

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Viaggio in Irlanda 2010.

Dopo l’Erasmus, avrei voluto ritornare in Spagna e vedere tutto ciò che mi ero “perso” specialmente nel nord e centro della Penisola Iberica.
Non era possibile, causa mancanza “denari” per un giro così lungo, così optai per andare a vedere la tanto osannata e misteriosa terra di Irlanda….

IMG_3691.JPGLo so, in effetti si trattava di un cambio di meta a 180 gradi: da una terra bagnata dal sole ad una terra “inzuppata” (letteralmente…) dalla pioggia, da un’area geografica con idioma “castigliano” (lo spagnolo per intenderci, esportato in mezzo mondo…) ad un’area legata alla lingua inglese, nonostante le sue radici celtiche. E soprattutto da una penisola si passava in una isola. Ma il viaggio in Irlanda era ormai deciso: in quattro e quattr’otto optammo per un volo nell’isola di smeraldo durante il mese di settembre, ovviamente con la compagnia irlandese low-cost più famosa del mondo, di cui non farò il nome, e che come sempre per pochi euro (circa 134€ in due andata e ritorno da Roma Ciampino all’aeroporto di Dublino) ci avrebbe sbarcati nel paese, con il solito servizio scadente, i soliti sedili stretti e con poco spazio sulle gambe, fra turbolenze e prezzi esosi anche per una tazza di te nero…

IMG_3706.JPGDopo l’atterraggio, il 20 settembre, sbarcati dal nostro Airbus A310, effettuato un veloce recupero dei nostri zaini imbarcati, ci dirigemmo verso la zona “mezzi pubblici” dove una comoda navetta a due piani ci portò velocemente e in silenzio fino a Dublino: per la nostra permanenza di 3 notti, avevamo prenotato un ostello accogliente e con buon punteggio, situato in una ottima zona e non lontano dalle attrazioni maggiori.
La camerata da 6 posti si rivelo vuota, arredata con letti a castello, uno specchio e una sedia dorata e rivestita di velluto rosso, stile “Luigi XIII” (o era Luigi XVI???). I bagni in comune erano pochi ma su tutti i due piani dell’ostello, le docce pulite e moderne non lasciavano a desiderare e nel prezzo era compresa la colazione nella sala da pranzo comune, oltre alla possibilità di cucinarsi qualcosa nella cucina…

IMG_3721.JPGTempo di lasciare gli zaini in camera e siamo andati alla scoperta della città nel pomeriggio:  le strade del centro erano ingombre di persone frettolose, ma per il resto la zona urbana si è presentata tranquilla, anche se animata e “cosmopolita” in quanto metropoli urbana e “capitale” di questo paese molto differente da altri “anglosassoni”.Siamo passati davanti al Parlamento inglese e poi siamo andati a farci una pinta di guinnes in un Pub li vicino. Dopo una cena frugale a base di Fish and chips abbiamo percorso il lungo fiume fino all’Half Penny Bridge, detto Ha’penny Bridge, il percorso pedonale lungo il fiume Liffey ci ha permesso di ammirare il tramonto sulla città, mentre accanto ci passavano ciclisti, pedoni, turisti e semplici passanti in una processione incessante. A poca distanza si poteva notare la Custom House (Dogana di Dublino) e il Liberty Hall: l’edificio più alto della zona, costituito da un grattacielo di 59 piani, facilmente riconoscibile per la sua sagoma.

IMG_3747.JPGLa prima giornata a Dublino si è conclusa così in ostello, l’indomani avevamo intenzione di visitare il Museo Archeologico di Dublino che non ci ha affatto deluso (ho anche comprato una pipa artigianale fatta a mano) e dopo la visita, ci siamo diretti nella zona del Temple-bar, ricca di pub, locali di intrattenimento e ovviamente turisti: inutile dire che abbiamo cercato inutilmente un posto a sedere in un angolino di un pub, e dopo averlo trovato, non siamo riusciti a farci servire, forse a causa della musica assordante e dell folla di avventori presenti. Eravamo indecisi se visitare la fabbrica della Guinnes e quella del whisky Jameson, ma si trattava di attrazioni molto “turistiche” che abbiamo preferito evitare, anche per i costi: per farla breve, si spendevano quasi 50 euro complessivi per entrambe le visite….

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La giornata è così scivolata via fra un acquisto di birra irlandese in uno dei tanti negozi della città e la preparazione di una “cena irlandese” con bacon, salsicce al pepe, cetrioli e zuppa liofilizzata…le verdure scordatevele. Dublino si è rivelata fino ad ora “cara” essendo una grande città, in seguito avremmo scoperto anche che era “differente” dal resto d’Irlanda, molto più caratteristica e meno turistica della sua “capitale”. Così l’ultimo giorno prima di partire ci siamo dedicati a comprare cartoline e a fare un giro nel parco di Dublino, dare uno sguardo alla Cattedrale di San Patrizio e girando per il centro storico molto pulito e curato, per finire con la visita della National Gallery of Ireland.
Abbiamo invece declinato la visita del Trinitiy College, troppo cara e ridotta, anche se reclamizzata dappertutto, anche nell’info-point dove il primo giorno avevamo chiesto informazioni (in realtà la visita a pagamento del Trinity comprendeva solo la sala superiore della biblioteca del Trinity College, con rapido passaggio lungo la balaustra per ammirare gli scaffali allineati e la struttura solenne e silenziosa, fino all’uscita sull’altro lato della balaustra…), perciò mi sono soffermato nel book-shop dell’università, dove ho acquistato una maglietta prima di uscire nel traffico cittadino e lasciare il campus. L’indomani ci aspettava un viaggetto in autobus fino alla città costiera di Waterford, così siamo andati alla stazione degli autobus per acquistare i biglietti in anticipo, senza trovare ne caos ne difficoltà particolari e poi ci siamo gustati l’ultima cena a Dublino prima di rientrare in ostello. In camera avevamo avuto qualche compagno di stanza, ma solo per una notte, poi ci siamo ritrovati di nuovo soli. La notte “dublinese” ci ha avvolti nelle tenebre mentre il traffico cittadino ovattato ci ha trascinato nel sonno.

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La mattinata fresca e frizzante ci ha svegliati e abbiamo raccolto i nostri bagagli già pronti per raggiungere la stazione degli autobus dopo una colazione veloce in ostello. L’autobus partito in orario ci ha portati nel sud dell’Irlanda con inusitata lentezza e in pratica abbiamo passato 4 ore a bordo, per poi raggiungere Waterford verso l’ora di pranzo.
Ormai esperti, abbiamo subito chiesto all’ufficio informazioni quali erano gli alloggi con migliore rapporto qualità-prezzo per una notte e loro ci hanno dato gentilmente gli indirizzi di alcuni B&B e di un pensionato, alla fine abbiamo optato per un B&B Guest-house poco lontano, e dopo aver avvisato la struttura del nostro arrivo, abbiamo salutato l’addetto e ci siamo diretti con i nostri zaini fino all’edificio a due piani in cui una signora irlandese energica e cordiale ci ha mostrato le due camerette con bagno in comune site a due piani diversi di una casa con soffitti stuccati e pavimenti in legno scricchiolante. Prima di congedarsi da noi dopo essersi fatta pagare, la signora ci ha chiesto se volevamo per l’indomani la colazione “irlandese” o la colazione “vegetariana” e più internazionale, ovviamente abbiamo scelto la “Irish Breakfast” e non ce ne saremmo pentiti come avremmo constatato l’indomani…

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Per quanto riguarda le attrazioni Waterford non ne aveva di particolari e in fondo avevamo scelto di sostare qui, solo per “spezzare” il viaggio fino a Galway, sulla costa atlantica. Così dopo esserci aggirati per le vie sempre più buie e battute da una pioggerellina fine che ha iniziato a diventare insistente dopo il tramonto, abbiamo cercato un posto dove mettere qualcosa sotto i denti, optando ovviamente per un pub dove ci hanno servito sidro e due zuppe scelte sul menù molto ridotto del locale: una zuppa di verdure e una zuppa di pesce (salmone affumicato, verdure e forse alghe), con crostini di pane, che si sono rivelate assolutamente deliziose), dopo un secondo giro di sidro, scelto da Pierpaolo al posto della birra, siamo tornati per le strade buie fino al B&B Guest-house di cui avevamo la chiave, lasciataci dalla padrona, e siamo sprofondati in un sonno ristoratore, nella notte fredda e piovosa.

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La padrona ci ha servito gentilmente in una stanzetta da pranzo piccola ma ben arredata con tavolini, sedie e tovaglie di pizzo; la Irish-Breakfast si è rivelata un “pranzo” strepitoso (d’altronde qui non si pranza, ma si fanno colazioni sostanziose e dopo uno spuntino a metà giornata si cena pesantemente la sera…). In sostanza la nostra padrona di casa ci ha portato uova fritte con pancetta, pomodoro grigliato, fungo e salsiccia irlandese, oltre a Cornflakes, toast e burro con marmellate varie, te’ e latte, caffè e succo d’arancia.Ci siamo alzati a fatica e dopo un caloroso saluto e un ringraziamento per la colazione abbiamo raggiunto la piccola stazione degli autobus, destinazione Galway, dove intendiamo pernottare almeno 4 notti. In teoria avremmo voluto raggiungere Cork, ma la città si è rivelata mal collegata e cara da raggiungere, per un percorso di appena 120 miglia, e così abbiamo deciso di andare direttamente sull’altro lato dell’isola di smeraldo.
Una cosa da tenere in considerazione se si vuole andare in Irlanda è di prendere a noleggio un automobile, ovviamente se la guida a “sinistra” non vi spaventa…

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Galway si è rivelata “strapiena” di gente a causa del festival internazionale delle ostriche, per fortuna siamo riusciti a trovare due posti in 2 camerate diverse nell’ostello vicino alla stazione dei treni. Fra luci ed ombre ci siamo divertiti moltissimo perchè,al di là dei tour che abbiamo preferito evitare e un autobus perso per andare alle famosissime Cliffs of moher (vedi video degli U2 nell’album Unforgettable fire…), abbiamo fatto amicizia in ostello con un gruppo di “internazionali” molto vario eppure eterogeneo: due spagnoli, una italiana, un argentino e una tedesca. Dopo una giornata “persa” cercando di raggiungere a piedi e in autostop  la località di Mc Cullon dove si trovava uno dei tanti castelli d’Irlanda, con il rischio di farci investire sulla strada, priva di banchine pedonali e ciclabili, siamo tornati indietro letteralmente “morti” dopo un giro nella brughiera, con l’autobus del pomeriggio e a cena abbiamo socializzato casualmente con questo gruppo che ho descritto sopra, grazie ad un “assist” dell’unica italiana del gruppo: Giorgia (ragazza au-pair che alloggiava nella cittadina di Tullamore e passava il week-end a Galway per divertirsi un pò, data la noia di vivere ogni giorno nelle piccole cittadine irlandesi, come ci ha spiegato brevemente).

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La serata si è così srotolata fra bevute di birra e in seguito wisky irlandese, camminando per le umide e ventose vie di Galway, disseminate di ubriachi e ragazze in minigonna e sandali, nonostante il freddo di fine settembre, assieme ad i nostri nuovi “amici”.
Man mano che la serata proseguiva le strade si riempivano sempre più di persone ubriache (specie giovanissimi, gli irlandesi bevono in modo esagerato…) e siamo passati da un locale all’altro, mangiando in qualche take away e bevendo una pinta, fino alle 3 del mattino, quando ci siamo ritrovati nell’ Hostel City of Galway dove alloggiavamo e sprofondare nel sonno ristoratore. La domenica è passata nella quiete, e quando ci siamo ripresi dalla notte brava, abbiamo fatto un giro in città per gli ultimi acquisti e in serata siamo andati a vedere un film in inglese al cinema.
Ormai ci restava l’ultima notte da passare quì: i nostri compagni di serata avevano già lasciato l’ostello, così l’indomani mattina eravamo pronti per prendere l’autobus per la cittadina di Sligo, nostra ultima tappa.

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La cittadina famosa soprattutto per aver dato i natali allo scrittore   William Butler Yeats, di cui esiste un busto in pieno centro, non offriva particolari attrazioni oltre al palazzo del Municipio, i pub antichi e le sue vie tranquille e poco trafficate. La cittadina si trova nel Donegal e abbiamo soggiornato in un ostello-casa economicissimo ma con “russatori” in camerata che ci hanno fatto “soffrire” per le 2 notti in cui siamo stati li, per il resto oltre a cercare la tomba della “regina” nella Carrowmore Megalithic Cemetery in mezzo alla brughiera, dove ho trascinato mio fratello prima in autobus e poi a piedi, non abbiamo visto granchè.

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La visità alla tomba a tumulo si è interrotta perchè ha iniziato a piovere fortemente e si trattava di arrampicarsi su delle rocce, seguendo un percorso accidentato fino al tumulo, così dopo una breve sosta, abbiamo preferito tornare indietro fino alla fermata dell’autobus, godendoci però un panorama fantastico costituito dal laghetto adiacente e dalla brughiera sotto la pioggia, attraversata da muretti a secco, e qualche casa in rovina ogni tanto.

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Ormai il nostro viaggio volgeva al termine e non ci restava che prendere l’autobus per Dublino (i treni in Irlanda costavano tantissimo…),così la mattina presto, lasciato il nostro ostello-casa, abbiamo di nuovo attraversato l’isola seguendo strade attraverso la brughiera, fino alla capitale, dove ci siamo fermati per una notte nello stesso ostello e abbiamo fatto scorta di wiskhy e prodotti tipici irlandesi, il nostro aereo partiva all’alba dopo 2 giorni, così abbiamo preferito pernottare in aeroporto l’ultima notte, in attesa del volo per Roma Ciampino che partiva verso le 6.00, senza dimenticare di fare acquisti di vari wiskhy irlandesi che abbiamo trovato incredibilmente a prezzi scontati nel Duti Free-Shop dell’aeroporto di Dublino.
Un altro viaggio terminava, ma visto che era durato solo circa 11 giorni, ci siamo subito detti che torneremo sicuramente in futuro per approfondire la conoscenza di questa isola così misteriosa e affascinante e la promessa è ancora valida….

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Erasmus mon amour: Sevilla.

Scusate la lunga assenza, ma il estate si “lavora” e più o meno in base agli arrivi e devo “accogliere” ospiti e viaggiatori…Comunque, parlerò di qualcosa che tutti conosceranno e che ha a che fare con il viaggio e il cambiamento in generale oltre alla “scoperta” di nuovi orizzonti e prospettive di vite: quel “Progetto Erasmus” che ha fatto viaggiare e studiare, conoscendo un altro paese europeo milioni di studenti italiani e stranieri.

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Come “studente Erasmus” sono partito un pò “stagionato”, nel senso che a 29 anni, senza un lavoro, una prospettiva lavorativa futura, oltre a solo qualche collaborazione occasionale, mi ero iscritto di nuovo all’università per prendermi una seconda Laurea, dato il tanto tempo libero che mi trovavo a “gestire”. L’intenzione era specializzarsi in “Archeologia e cultura del Mondo Antico e Medioevale” dato che provenivo da una vecchia Laurea in Conservazione dei Beni Culturali: ovviamente si tratta di Lauree “umanistiche” che danno “miriadi di opportunità di lavoro in Italia”…direte voi, in effetti ci sono più archeologi disoccupati che ingegneri nel Bel Paese pieno di opere d’arte, beni culturali, parchi archeologici e rovine antiche, ma questa è un’altra storia…

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Comunque dopo un anno decisi di “tentare” L’Erasmus, destinazione ovviamente Spagna, e per la precisione Siviglia, in Andalusia; avendo una media voti “alta” e un buon numero di esami superati, feci domanda e nonostante i posti disponibili fossero solo 4, immaginando che ci sarebbe stata “folla” e sarei stato superato in graduatoria da qualcuno più meritevole, mi ritrovai pochi giorni dopo con la comunicazione di accettazione della mia domanda in mano. Andai così a seguire il corso di orientamento e lingua spagnola in mezzo a ragazzini di 20-22 anni in previsione della mia permanenza in Spagna. Per farla breve la preparazione mi prese tutta l’estate del 2009 poi partii a settembre, senza sapere lo spagnolo, un pò inquieto ma con grande interesse per quello che avrei trovato in quella città che è Siviglia.

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Le prime impressioni furono molto positive: chi conosce Siviglia, saprà bene che è una città del sud della Spagna, molto calda e turistica, ma anche caratteristica e ricca di vita e cultura. Dopo un paio di giorni in hotel, riuscii a trovare un appartamento “compartito” con altre 3 ragazze lavoratrici: una peruviana, una guatemalteca e una rumena.
In un certo senso, per la mia conoscenza dello spagnolo, ciò fu la mia salvezza: a differenza di TUTTI gli altri studenti italiani che frequentai e incontrai nella mia permanenza di 6 mesi, i quali tendevano a prendere casa assieme, finendo per parlare italiano in casa, e fare i “turisti” per la città, io praticai subito la lingua in modo diretto e continuativo con le mie companeras de piso, anche per molte ore al giorno, specialmente uscivo con una di loro, la ragazza guatemalteca, che mi aiutava ad approfondire l’idioma e mi fu di grande aiuto. Heidi sarebbe rimasta una mia grandissima amica e in seguito l’ho rivista quando ho fatto di nuovo un “giro” in Andalusia. A lei sono legato da una profonda amicizia, e anche quando lei cambio casa per il costo della pigione, continuai a frequentarla di tanto in tanto.

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La città in autunno era stupenda:  girai Siviglia in lungo e in largo, perdendomi fra i “barrios” del centro storico o passeggiando per il lungo-fiume, inoltre andavo a “Clases de espanol” e ai corsi universitari nella Sede Centrale della Universidad de Sevilla spostandomi in autobus e attraversando tutto il centro urbano, dato che vi erano varie facoltà sparse per la città, mentre la sede centrale de la “Universidad de Sevilla” si trovava all’interno di un maestoso edificio: si trattava di una antica fabbrica monumentale di tabacco, posta proprio nel Centro Storico, a due passi dall’Avenida de La Costitution e dalla Cattedrale dove sono state poste le spoglie di quel Cristoforo Colombo che fece “grande” Siviglia con i commerci aperti dalle sue spedizioni nel Nuovo Mondo. Feci amicizia anche con qualche ragazzo spagnolo dei corsi che seguivo, nel frattempo il mio idioma migliorava sempre di più e continuavo a girare instancabilmente la città in bicicletta (finchè non me la rubarono davanti al Centro Commerciale di Nervion Plaza…) e poi a piedi e in autobus…

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Nell’appartamento ci furono “cambiamenti”, una delle coinquiline, la rumena, era “scappata” via nei primi giorni della mia permanenza, una notte, senza pagare l’affitto arretrato al padrone di casa, pochi giorni dopo il mio arrivo, prima di novembre, andò via anche la mia amica guatemalteca Heidi e rimasi con con Maribel, la signora peruviana e un nuovo coinquilino trovato dal “duegno” dell’appartamento: si trattava di un giovane “sevillano” doc un pò sbruffone e infantile su cui sorvolerò perchè non c’è molto da dire sul suo conto…
Arrivo dicembre e strano a credersi arrivo anche una ventata di freddo gelido, inusuale per una città come Siviglia, anche perchè dovete sapere che nelle case non ci sono termosifoni e i sivigliani  e gli andalusi in generale usano stufette portatili ad aria calda e termosifoni elettrici a ruote. Io avevo solo una ventolina elettrica e nessun vestito pesante, dopo qualche giorno di “sofferenza” comprai in un grande magazzino un giaccone sintetico per proteggermi dal freddo, mi procurai anche qualche pantalone jeans pesantee in seguito scarponi invernali. In dicembre sulla città cadde perfino della neve, passai la vigilia di Natale con la mia amica guatemalteca e le sue coinquiline nel loro appartamentino in un barrio in periferia, fra musica latino-americana e balli, oltre a cibo tipico dei loro paesi d’origine.

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Il giorno di Natale sotto una pioggia battente lo passai a casa della figlia di un amico di famiglia, che era finita a Siviglia da un annetto in cerca di lavoro e faceva la “carpintera”, il Capodanno invece lo passai con i miei genitori, che erano venuti a trovarmi, in piazza, dietro l’Aiutamento della città (L’edificio del Municipio), per poi tornare a casa a piedi come al solito, dato che gli autobus erano tutti fermi per la festività.

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Durante i miei vagabondaggi per la città, in autunno, avevo già visto quasi tutti i musei, il Real Alcazar (antica residenza reale dei Reali di Spagna usata ancora in estate da Re e famiglia reale…) e la “Galeria des Bellas Artes”, avevo partecipato a qualche “boteillon” (il riunirsi fra giovani per strada, in un luogo designato e bere quello che ci si porta da casa, chiacchierando), poi con l’arrivo delle piogge, in una regione di solito arida e secca, mi trovai a dover passare il tempo in posti chiusi, fra cinema e bar, dove si servono tapas “povere” e “cerveza” andalusa chiamata “Cruz Campo” che gli andalusi non mancano mai di lodare, anche se in realtà è una birra leggera e con poco corpo, molto dissetante che tende però a gonfiare lo stomaco e a fare troppa schiuma…

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L’anno che arrivo, il 2010, mi porto 3 mesi in cui il tempo tornò ad essere mite e mi permise di girare la regione, senza trascurare i corsi universitari e la “Clases de espanol”, io e Goffredo, un’altro giovane italiano originario della Liguria eravamo probabilmente i migliori allievi della nostra “Profesora” di spagnolo, così in Gennaio, dopo l’esame di 1° livello superato brillantemente, ci iscrivemmo entrambi al secondo livello di lingua, anche se sapevo che avrei potuto frequentare il corso al massimo fino alla fine di marzo, quando scaduto il mio periodo Erasmus di 6 mesi non sarei rimasto ulteriormente, curiosamente in Italia si prospettava la possibilità di entrare in una società dove lavorare in ambito “turistico-ricettivo” nella gestione di un ostello assieme a mio padre perchè una socia intendeva andarsene e altrimenti si sarebbe dovuta chiudere l’attività…

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Continuai nei miei vagabondaggi, da solo o assieme ad alcuni studenti italiani Erasmus come me, a volte un ragazzo tedesco in Erasmus, Benjamin, mi accompagnava in queste “gite” come ad esempio durante il Carnevale di Cadice: porto di mare famoso proprio per questa festività in cui il caos della ricorrenza si mischiò anche in quella occasione con fiumi di birra, costumi colorati e variegati (io mi ero vestito da “platano canario…immaginate un pò voi…). A Cadice però ero già stato in settembre per fare il bagno, buscandomi una bronchite per via dell’acqua fredda e dell’aria condizionata in treno.
Poi andai da solo a Jerez de la Frontera, cittadina famosa per il suo sherry apprezzato come aperitivo soprattutto dagli inglesi ed esportato dagli spagnoli in tutto il mondo, oltre al il vino bianco “secco” che si vende in gran quantità e si consuma nelle notti afose e calde. Non mancai di visitare assieme ad un gruppo di giovani studenti italiani anche Cordoba e la sua famosa “Mesquita” araba trasformata poi in chiesa cristiana con la “Reconquista”.

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Il mio periodo di permanenza volgeva al termine: superai brillantemente i due esami universitari con voti altissimi che non mi sarei aspettato, e ormai parlavo uno spagnolo fluente e conoscevo qualche parola gergale di andaluso, ma restavano solo pochi giorni, poi avrei dovuto lasciare l’appartamento, mentre la primavera e la “feria de april” si approssimavano in città.
Feci un ultimo “viaggio” fino a Madrid, via Autobus, con l’intenzione di vedere il Museo del Prado e tornare la sera, ma la distanza era tanta alla fine visitai solo genericamente la Capitale trovando i madrilegni molto diversi dagli andalusi: più sofisticati e aristocratici, anche se con una ottima “dizione” nella loro lingua spagnola. Mi feci strada far le strade di Madrid e il suo Parco, salendo le sue vie dritte che si inerpicavano su per la collina fino al Parlamento Spagnolo e in nottata tornai a Siviglia distrutto per il lungo viaggio.
Pochi giorni dopo salivo sull’aereo che mi avrebbe riportato in Italia dopo 6 mesi e poco più: in questa città andalusa caotica e un pò “ladrona” popolata da gitani, stranieri, andalusi, spagnoli, turisti e una miriade di studenti, una città caotica ma popolare e conveniente: in questo posto lasciavo un pugno di amici che avrei rivisto ancora in seguito, nei miei ricordi rimanevano un sacco di posti visitati come l’Alameda des Ercules o la Colonia Romana di Italica con il suo anfiteatro e soprattutto, colori, sensazioni, gusti e sapori di tapas e vino andaluso, cerveza e profumi di fiori dei giardini curatissimi nei patii della città, un giorno, alcuni anni dopo, sarei tornato per rivedere i luoghi che avevo lasciato, ma questa è un’altra storia….

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Viaggio in Iran: Sesta parte.

La mattina del 24 aprile ci svegliamo quando il cielo è ancora nero, e dopo aver ripreso i passaporti, ci accompagnano sotto una pioggia insistente fino al terminal bus di Shiraz per gli autobus che fanno le tratte più lunghe.
Sono le 5.30 di mattina quando arriviamo in Stazione, purtroppo dovremo attendere fino alle 6.30 prima di partire…con un ritardo di oltre mezz’ora ci inoltriamo nel Belucistan, sotto la pioggia sempre più fitta, diretti verso Kerman, la capitale di questa regione di frontiera che confina con il Pakistan ed è nota per i traffici (anche illeciti), per l’irrequietezza dei beluci nei confronti del potere centrale e per la grande varietà di dolci ai datteri e merci più varie.

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Pioggia e vento ci accompagnano per tutte le 7 ore del nostro viaggio più lungo fino ad ora, e alla fine scendiamo stanchi e indolenziti al terminal-bus alle porte di Kerman, prendiamo il primo taxi scalcinato (il conducente è un uomo di mezz’età con occhiali spessi come fondi di bottiglia, ciabatte ai piedi e un giubbotto sdrucito sulle spalle, che si ostina a guidare, telefonare con il cellulare, ruotare la manopola della radio in cerca di musica e cambiare le marce contemporaneamente…) che nonostante la guida spericolata ci lascia sani e salvi davanti all’Hakvan Hotel per una somma ridicola di appena 50.000 rials.
Entriamo in questo Hotel degli anni ’50 (Epoca degli Sha pre-Repubblica Islamica) in cui tutto ciò che ci circonda parla di un’altra epoca: i fratelli Hakvan ci accolgono cordialmente nell’atrio dotato di due banchi reception in marmo speculari. La struttura è un punto di riferimento nonostante le camere vetuste, l’assenza di ascensore e i bagni con vasca. Nel piano seminterrato si trova il ristorante dove consumeremo colazione e cena (ho accettato per e-mail la mezza pensione, dato che era compresa nel prezzo) e due notti con mezza pensione ci verranno a costare € 65 al giorno per due persone: forse una delle cifre più alte che pagheremo in questo viaggio, ma a Kerman non ci sono stati altri hotel che hanno risposto alle mie richieste di informazioni. Su un basso tavolino non mancano i 7 elementi simboli del Nowruz, il Capodanno Persiano, che si è celebrato in tutto l’Iran il 21 marzo e che un giorno spiegherò più dettagliatamente…

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Mentre effettuiamo il check-in, arriva il più giovane dei due fratelli e ci vengono proposti vari tour a Bam e in altri posti secondari nei dintorni. Dato che abbiamo prenotato per solo due giorni e visto che le distanze sono notevoli e la stazione degli autobus è molto fuori mano, decidiamo di accettare e affidarci ai loro autisti per vedere tutto ciò che c’è da vedere, compresa la fortezza di Bam, un pò distante, anche perchè i prezzi sono buoni.
Dopo qualche chiacchiera, ci viene consegnata la chiave della nostra camera e il facchino ci fa trovare i nostri bagagli in una stanza antiquata, al secondo piano, dotata di bagno antico con doccia fissa sopra la vasca in ceramica, porta del bagno che non si chiude, mobili “antichi”, specchio “appoggiato” su un mobile addossato ad un muro, ma dotato di ampia finestra e serramenti nuovi (gli infissi hanno ancora gli adesivi dell’imballo) affacciata sul cortile posteriore e televisione a schermo piatto con soli canali iraniani, appoggiata su un vecchio mobile frigo che contiene un frigobar samsung degli anni ’80 e l’immancabile bottiglia d’acqua offerta dall’albergo.

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L’Iran ormai ci ha abituati a questi stridenti contrasti, cosi dopo esserci rinfrescati e cambiati, usciamo per fare un giro di 4 km a piedi fino al Bazar: qui compriamo miele in favi di cera, i famosi biscotti di Kerman ripieni di datteri e diamo un’occhiata agli ori e gioielli esposti a profusione nei vicoli del Bazar, noti per la ricchezza e qualità, ma troppo cari per le nostre tasche…
Dribbliamo dei ragazzini un pò troppo insistenti che ci seguono tentando di venderci chewinIMG_20180423_173202.jpggum aromatizzati alla banana, e torniamo sui nostri passi verso l’hotel, evitando le pozzanghere e il fango sparsi per le strade e lasciati dal nubifragio del giorno prima.
Purtroppo alla rotonda “Imam Khomeini” molto grande e fitta di cantieri sbagliamo strada e non riuscendo a ritrovare l’hotel, alla fine ci affidiamo ad un taxi che ci riporta in 10 minuti all’albergo.

Luca Colantonio, Italia, Wall, Arg-e Bam, Iran.jpg

La sera, dopo una cena variegata nel seminterrato dell’Hakvan Hotel, servita da camerieri di mezza età che parlano un francese fluente con la comitiva di transalpini alle nostre spalle, ci ritiriamo in camera distrutti per il viaggio e la camminata.
Al nostro risveglio, dopo una colazione iraniana abbondante, ci siamo fatti trovare nella hall dell’albergo dove il nostro autista giornaliero ci aspettava per il tour che avevamo accettato di fare il giorno prima: una giornata al prezzo di € 45 in due che pago ad uno dei due fratelli Hakvan.
L’itinerario comprende la famosa Fortezza di Bam, a più di 200 km di distanza, che raggiungiamo ad alta velocità, grazie al nostro autista, che si rivela persona di poche parole, ma gentile e cordiale. Arriviamo all’Arg-e Bam (fortezza di Bam), verso le 10.30, sotto un sole torrido che si fa sempre più implacabile nonostante, cappelli e acqua.

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Visitiamo la cittadella famosa per il film di Valerio Zurlini “Il deserto dei tartari” tratto dall’omonimo libro di Dino Buzzati, trovando la città urbana che circonda la fortezza ancora semi-distrutta dal catastrofico terremoto del 2003 e ricostruita a pezzi, mentre la fortezza si presenta ricostruita al 90% con mattoni di fango realizzati sul posto e nuove tecniche costruttive antisismiche, con l’aggiunta di pali di sostegno delle strutture in terra cruda più “fragili” e un aspetto generale “nuovo” che quasi ci sconcerta. Oltre agli operai sui ponteggi o intenti a impastare fango e paglia per i mattoni necessari ai restauri, non vediamo molti turisti.

Luca Colantonio, Italia, Fortezza Bastiani, Arg-e Bam, Iran.jpg

La fortezza si staglia nella calura estiva in attesa del tramonto, quando verrà presa d’assalto da orde di turisti in autobus alla ricerca dei colori e suggestioni del giorno morente e di foto “memorabili” per la loro vacanza, anche noi scattiamo tantissime foto, come se temessimo di veder sparire nel deserto questa “città” di fango tanto famosa perle sue architetture, saliamo fino in cima, sul mastio restaurato e lasciato aperto, per poi scendere velocemente in cerca d’acqua prima di ripartire. Alcune botteghe e una sala da tè sono disposte lungo la via principale che attraversa la cittadella ai piedi della fortezza, compro un bicchiere di acqua micro-filtrata (sapore orribile ma dissetante) e poi con Pierpaolo raggiungiamo il nostro “tassista” che ci aspetta vicino all’auto sotto l’ombra di un albero.
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Ci dirigiamo verso i “Kalut”: una zona desertica di “torri” di sabbia modellate dal vento incessante che ha prodotto degli Yardang (castelli di sabbia) naturali alti anche 10 piani, per la cui formazione sono stati necessari millenni, grazie all’erosione delle pareti rocciose dell’altipiano che hanno portato a questo risultato. La leggenda locale invece narra che le “costruzioni” naturali siano le antiche vestigia di un popolo di lillipuziani denominati appunto Kalut…
Dopo qualche foto per immortalare tali strutture, raggiungiamo sempre ad alta velocità (in Iran vedrete esempi di “guida sportiva” anche in curva che vi faranno impallidire finché non ci farete l’abitudine) la cittadina di Rayen (9000 abitanti o poco più) adagiata nella vallata desertica, dove consumiamo in un ristorantino locale riso con kabab di pollo e verdure assieme al nostro autista e poi raggiungiamo in auto la cima della collina, per “scoprire” l’imponene e conservatissimo Arg-e Rayen (Fortezza di Rayen), più piccola e raccolta di quella di Bam, ma in uno stato di conservazione eccezionale.

Luca Colantonio, Italia, Scorcio di terra, Arg-e Raien (Fortezza di Rayen), Iran.jpg

Nonostante il terremoto del 2003, infatti, Rayen non ha subito quasi nessun danno, essendo lontana dall’epicentro del sisma, situato a Bam, così che la cittadina e la relativa fortezza hanno goduto di una “rinascita” dovuta anche alla distruzione di Bam, che ha portato molti turisti e tour organizzati a preferire Rayen, almeno finchè l’altra fortezza non è stata quasi interamente restaurata. I lavori di “restauro” molto più blandi hanno più che altro portato nuova prosperità al complesso, dotato di un “palazzo del governatore suddiviso in 4 zone quadrate di egual misura e accessibile in tutte le sue stanze, senza contare il tetto su cui salire, circondato dalle mure di cinta, sempre in terra cruda e la cittadella in eccellente stato di conservazione tranne per qualche parte periferica in rovina.

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Dopo aver gironzolato per ogni angolo di questa meraviglia inaspettata, abbiamo fatto tappa nei giardini di Bagh-e Shahzde: una sorta di oasi nel deserto dotata di fontane, vasche d’acqua e ricchissima di piante e alberi, in contrasto con l’arida distesa circostante, ovviamente provvista di sala da te e ristorante in alcune ali un pò vetuste del complesso.
Infine il taxi ci ha lasciati davanti all’Aramgah-e Shah Ne’matollah Vali: un mausoleo molto importante per gli abitanti del luogo, dotato anche di un santuario Sufi e sormontato da una cupola in terra cruda, che abbiamo però preferito osservare solo dall’esterno, nel giardino ricco di botteghe di fronte all’ingresso a pagamento, un pò stanchi per tutto quel girare

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L’impressione comunque è stata che ne sia valsa la pena e verso le 17.30 siamo tornati nel nostro albergo a Kerman stanchi e accaldati. Dopo un pò di riposo abbiamo consumato una cena gustosa e ricca di piatti (dal kabab di pollo alle insalate, verdure marinate nell’aceto, omelette, la stessa zuppa di verdure della sera prima e ovviamente il nun, il classico pane persiano, senza contare lo stufato di montone e una bottiglia di birra analcolica per innaffiare il tutto, ma ormai eravamo satolli…), per poi ritirarci a dormire in attesa dell’indomani.
Avendo ottenuto di effettuare il check-in ritardato alle 14.00, in attesa di andare a prendere in stazione l’autobus che ci avrebbe riportato a Teheran, dopo un giro in centro, fino alla biblioteca di Kerman e all’Yakhchal Moayedi (una vecchia struttura conica in mattoni in passato usata come ghiacciaia) lasciati i bagagli in camera, abbiamo pranzato in hotel per poi spostarci nella hall dell’albergo con le nostre valigie, per ammazzare il tempo. La mia intenzione era prendere un VIP Bus per Teheran che ci riportasse durante la notte nella capitale, così ci siamo fatti lasciare al terminal bus verso il pomeriggio inoltrato e abbiamo fatto i biglietti per l’autobus delle 18.30.
Mentre attendevamo la partenza il tempo si è trasformato di colpo e in poco meno di mezz’ora abbiamo assistito prima ad una tempesta di sabbia che si è tramutata poi in una pioggia torrenziale e violentissima, da cui ci ha riparato la cupola del terminal bus. Alla fine sotto una pioggia battente, abbiamo mostrato i nostri biglietti, fatto caricare i bagagli e preso posto per la lunga traversata del deserto che ci riporterà a Teheran per gli ultimi giorni di permanenza in Iran, ma questa è un’altra storia e la concluderò nella prossima “puntata”….

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Viaggio in Iran: 5 parte.

Il nostro “tour” fino a Persepolis si rivela un’ottima cosa: raggiungiamo prima Pasagarde, una località archeologica nota principalmente per la tomba di Ciro il Grande, e sotto il sole cocente ci avviamo anche verso i resti che punteggiano la zona come una “torre” di epoca zohorastriana, di cui non si conosce bene la funzione e quel che resta del grandioso Palazzo di Ciro, oggi ridotto a qualche colonna spezzata e a marmi circondati da spazi aridi ma squadrati (testimonianza dei verdi giardini dell’Imperatore, oggi solo un lontano ricordo nella pianura pietrosa).

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Sono solo le 10.00 di mattina e il sole picchia, per fortuna abbiamo con noi acqua e frutta, Il nostro autista non si ferma un attimo e ci porta prima fino alle tombe scavate nella roccia di alcuni grandi imperatori del passato come Serse, Astatarse I e Dario, questi manufatti sono accompagnati da gradiosi bassorilievi che illustrano la potenza dell’Impero Persiano e alcune gesta, fra cui la sottomissione di vari monarchi al potente Impero Achemenide e a quello Persiano, ma dopo mezz’ora di foto siamo di nuovo inauto per giungere fino all’attrazione “Clou” che si trova a circa 6 km in linea d’aria e attira milioni di visitatori ogni anno: Persepolis.

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Le rovine dell’antica città sono circondate da una recinzione a maglie metalliche, su cui si affaccia una pineta usata dagli iraniani per picnic e banchetti, mentre un parcheggio copre un’altra zona. Si accede al sito archeologico dopo aver attraversato una specie di parco turistico fornito di negozi di souvenir dozzinali, chioschi di gelati e l’unica area ristoro che serve pizza iraniana e poche altre cibarie. Il caldo è opprimente e ci fermiamo all’ombra della zona ristoro per mangiare una pizza e dissetarci prima di entrare nel sito archeologico enorme.

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Compriamo altre bottiglie d’acqua per la visita e attraversiamo la zona assolata fino al controllo biglietti, inerpicandoci poi per la scalinata di pietra del palazzo di Serse.
Essendo venerdì di preghiera i dintorni al di fuori del sito e la pineta soprattutto sono pieni di iraniani che fanno picnic con tutta la famiglia, bevono tè o fanno passeggiate fra gli alberi. Attraversiamo la sala delle colonne fino al salone del trono e osserviamo da lontano il tesauro, chiuso al pubblico ma ben visibile, poi ci dirigiamo sotto la calura delle 12.00 fino alla tomba dell’Imperatore Astasarse II che domina il complesso, per poi fare una sosta, scendendo lungo la scarpata scoscesa, nel museo edificato recuperando i resti del palazzo, individuato come l’Arem di Serse. Questo edificio contiene una serie di reperti rinvenuti in loco e malgrado sia spartano e non molto grande, offre una gradevole ombra che è bene accetta date la temperatura torrida all’esterno. Dopo un’ampio giro nella sala del trono e su per la scalinata, facciamo un pò di foto al tesauro adagiato con le sue linee rigorose e asciutte un po discosto e ci avviamo verso l’uscita, sono ormai quasi le 13.00 e ci attendono ancora varie ore di viaggio.

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Il nostro autista ci recupera al volo e partiamo alla volta di Shiraz,dove giungiamo verso le quattro di pomeriggio: purtroppo alla reception del hotel che Alì aveva prenotato scopriamo che la nostra camera è occupata fino all’indomani e il giovane receptionist, invero molto educato e premuroso si affanna a chiederci chi ha fatto la prenotazione per noi e riesce anche a parlare con il nostro “tour-operator” spiegando di non aver ricevuto la prenotazione e chiedendo anche ai suoi superiori che si scusano si per il disguido…
Alla fine stanchi e accaldati veniamo accompagnati dal giovane in un altro hotel-ostello che ha dei posti liberi, dove resteremo per le 2 notti che avevamo preventivato a Shiraz. Purtroppo dei soldi che avevo dato ad Alì per la prenotazione dell’hotel rivedrò solo una parte…
L’ostello non è male: veniamo sistemati in una stanza da 8 posti letto con bagno in comune.  Dopo una doccia e un pò di riposo nel tranquillo cortile interno partiamo alla scoperta della città di Shiraz.

IMG_20180420_141941.jpgLa città si presenta ai nostri occhi molto “rilassata” e turistica nella parte centrale, costituita da un corso pedonale in cui per fortuna non vediamo il traffico caotico tipico dell’Iran e un bazar estremamente diversificato e costituito da vari bazar più piccoli, pieno di oggetti, tappeti, spezie e tessuti vari, dove compro un cappello per proteggermi dal sole e gironzoliamo, curiosando fra i negozi che si affacciano sulla via pedonale e all’interno del bazar, per i futuri acquisti.

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A piedi arriviamo fino ad un palazzo che ospita ben 5 ristoranti per tutte le tasche, dove consumiamo un ottima cena sul solito baldacchino, in una sala enorme, allietata anche da musica dal vivo. Il locale è frequentatissimo sia da turisti che iraniani e l’indomani torneremo per pranzare nell’edificio, ma in un altro ristorante. entrambe le esperienze si riveleranno notevoli per il livello della cucina e del servizio, ovviamente un pò più costosi della media dei ristoranti che abbiamo frequentato fino ad ora, ma ne vale la pena: il dizi che ci servono quì è molto meglio di quello di Kashan (carne di montone bollita lentamente con patate, legumi, pomodori e spezie, molto gustosa e calorica, che ci ristora pienamente assieme a delle enormi insalate con noci, olio, limone, pistacchi e spezie che non riusciamo neanche a finire data la generosità della porzione) e dato che ovviamente non esistono alcolici, sorseggiamo dell’acqua di rose con miele, ghiaccio e cannella.

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Torniamo in ostello a tarda notte, percorrendo strade semi-deserte e poco illuminate ma tranquille e sicure, il rischio maggiore sono i canali di scolo che cingono i marciapiedi e che si possono attraversare solo tramite passerelle di cemento, un paio di volte rischio di finirci dentro perchè nel buio della notte poco illuminato, non riesco a scorgere in tempo le passerelle, rischiando di finire nei canali in cemento, ma per il resto non ci sono problemi.
L’indomani mattina dopo la classica colazione iraniana (formaggio feta, pane persiano e marmellata di carote, burro, cetrioli e pomodori freschi, accompagnato da tè bollente con latte) andiamo alla scoperta della fortezza di Shiraz, vista il giorno prima dall’esterno, poi facciamo un secondo giro nel bazar, e per pranzare scegliamo un ristorante tradizionale, molto ben descritto sulla guida e poco lontano, dove servono un ricco buffet, che si rivela in realtà un pò “caro” per gli standard iraniani, forse anche per l’extra dovuto ad una lattina di “malto” analcolico che scelgo di prendere per sorseggiare qualcosa di differente da acqua, succhi o tè, ma che in realtà si rivela semplicemente dolciastra. Per cena compriamo del nun (pane persiano), succo, pomodori e frutta fresca che consumiamo in ostello.

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La domenica dopo aver perso la mattinata a cercare la stazione degli autobus, dove fare i biglietti per la nostra ultima destinazione: Kerman. Per pranzo torniamo al ristorante multi-piano denominato Haft Khan, per mangiare al primo piano, dove ci serviamo abbondantemente al buffet molto curato e ricchissimo di specialità culinarie iraniane come pomodori al forno, agnello, riso con pistacchio, timballo di riso al forno, verdure crude e cotte ,dug fresco (bevanda a base di yogurt, acqua frizzante, menta e sale, molto dissetante) e una miriade di dolci. Consumiamo tutto questo dopo aver fatto un tour de force di varie ore che ci ha portato ad arrivare a piedi fino al Parco di Afez, il famosissimo e leggendario poeta originario di Shiraz, di cui si dice tutti gli iraniani conoscano almeno alcuni versi. Per conoscere un pò le poesie del famoso poeta, compro nel book shop del parco una sua vecchia traduzione del libro di versi denominato “Canzoniere” e lo sfoglio per un pò, leggendone alcune parti. Il testo si apre alla maniera persiana, sfogliandolo e leggendo da sinistra a destra e ha anche i versi stampati in parsi a fronte della traduzione italiana. Per entrare in tutti questi siti e giardini, ovviamente si paga un biglietto, così per risparmiare qualcosa, evitiamo un altro parco adiacente, sempre a pagamento, dove si trova la tomba di un poeta più recente di Afez e torniamo a cenare nell’ostello con quello che abbiamo comprato il giorno prima, rilassandoci nel cortile che mantiene distanti smog e traffico della città.

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Prima della sera torniamo verso il centro è  facciamo un ultimo giro in cerca di spezie e tè da acquistare. Per l’occasione Pierpaolo compra anche dell’ibisco da infusione e petali di rose, senza dimenticare arancini essiccati per infusione e cannella in stecche, poi torniamo in ostello per passarci l’ultima notte.
Per domani dobbiamo prendere un autobus verso le 5.30. Lasceremo Shiraz per l’ultima destinazione del nostro viaggio, ma questa è un’altra storia e la racconterò nella prossima parte…

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Viaggio in Iran, quarta parte.

Dopo una lunga pausa dettata da motivi di lavoro e altro torno a scrivere di Iran: nella parte precedente avevo parlato della partenza da Isfahan, con il solito autobus siamo arrivati il 19 aprile a Yazd e abbiamo alloggiato in una camera del Silk Road Hotels (una istituzione qui a Yazd); il sole batte impietoso sul nostro capo mentre trasportiamo le nostre valigie fino ad una dependance del Silk Road, aperto un pesante portone in legno e metallo con un chiavistello brunito, ci viene assegnata una camera con bagno per le prossime due notti, affacciata sul solito cortile persiano (privo di fontana) silenzioso e assolato.
Il nostro Host (lo chiameremo Alì Reza…nome molto comune in Iran) ci invita a passare nel cortile coperto del Silk Road Hotel, dove è ubicato il ristorante, per darci un pò di informazioni e mi chiede subito se voglio partecipare ad un tour (In Iran tutti vi chiederanno se volete partecipare ad un tour, dipende sempre dal prezzo e dalla qualità, di norma quelli organizzati dalle  agenzie accreditate sono i migliori anche se un po costosi). Dopo una iniziale titubanza decidiamo di dargli una risposta per l’indomani e andiamo a fare un giro per la città.

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Yazd si rivela molto turistica, troppo….il centro storico è strapieno di caffetterie, agenzie, hotel e case tradizionali, le scritte in inglese qui la fanno da padrone e soprattutto è tutto lindo e pulito, nuovo, troppo nuovo, il Bazar è una successione di vetrine con merci e artigianato esposto a prezzi due o tre volte più alti che negli altri bazar che ho visto fino ad ora, e i prezzi sono perfino in euro, sembra di stare in un posto “finto” non in Iran, per fortuna che lasciando il centro e allontanandosi un pò si torna a sentire il traffico, lo smog e le cartacce per terra, al limite della zona “turistica” trovo perfino appoggiati contro un muro alcuni contenitori colorati per la raccolta differenziata, e che dire della Moschea e-Jame (la moschea della congregazione corrispondente grosso modo alle nostre cattedrali, ve n’è una in ogni città iraniana grande o piccola)? L’esterno è riccamente decorato e di notte viene illuminata da una serie di luci blu molto suggestive, ma l’ingresso è a pagamento, perciò evitiamo…

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Lasciamo l’asetticità della zona turistica di Yazd e verso sera ci immergiamo nella polvere della strada, nei richiami dei commercianti lungo l’arteria principale della città, negli odori di spezie e dolci, kabab, pane persiano, fumi di scarico e frutta troppo matura utilizzata per i più disparati centrifugati che servono dappertutto per combattere la calura, come i numerosi chioschi di gelato o granite appollaiati lungo il marciapiede ingombro di famiglie che passeggiano, coppie o ragazze sole, turisti e militari in licenza, bambini urlanti con fratellini o sorelline: questo è l’Iran e quasi mi rinfranca, lasciandomi alle spalle il brutto “sogno” della zona commerciale per turisti poco distante dal nostro albergo.
Ci fermiamo in un negozietto scalcinato e compriamo alcune spezie, tè verde e ennè (quest’ultimo per mia cugina che lo ha chiesto insistentemente), poi torniamo al Silk Road Hotel dove consumiamo una cena frugale e poi andiamo a nanna.

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L’indomani mattina abbiamo appuntamento con la nostra “guida” per un tour nei dintorni della città che ci costerà appena 20 euro a testa: a bordo della classica vecchia sepa bianca, il nostro autista ci  conduce in circa 5 ore fino al villaggio di mattoni in fango di Kharanagh che ci “rapisce” con le sue architetture turrite e la campagna circostante, visitiamo anche il vicino caravanserraglio, dove turisti francesi appassionati di pittura a cavalletto, alloggiano in camere spartane senza bagno affacciate sul cortile interno ristrutturato in mattoni. Proseguiamo fino ad un tempio zorastriano in cima ad un monte roccioso che si rivela una mezza delusione: ispirato ad una leggenda della principessa Nikbanuh che avrebbe fatto scaturire l’acqua da una roccia, quando era ormai allo stremo dopo essere fuggita dai propri nemici, di tale mito resta solo una saletta pavimentata al cui centro si erge un braciere con incenso e candele che ardono e da una parete di roccia l’acqua della storia sgocciola sul pavimento allagando l’ambiente…

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Dopo quest’erta salita e il pagamento del biglietto, la discesa ci accoglie premurosa fino all’auto in attesa; il nostro autista Moammed ci porta fino al Castello di Meybod (detto Castello di Narin), una antichissima costruzione in fango, che pare sia la più antica costruzione in mattoni di fango oggi esistente. La struttura è imponente e domina la periferia di Yazd, poco distante visitiamo una ghiacciaia e un caravanserraglio perfettamente restaurati, trovo addirittura dei bagni alla “occidentale” perfettamente funzionati e puliti che il custode mi apre premurosamente. Torniamo al Silk Road Hotel stanchi e affamati ma appagati: il nostro tour operator ci offre il pranzo (chelo bollito, comunemente detto da noi basmati al vapore, badmejan o melanzane fritte in padella e cotte in sugo con aggiunta di formaggio, manzo in salsa e olive per aperitivo, completano tutto alcune fette di cocomero fresco e l’immancabile tè di cui ci serviamo a profusione dalle varie teiere poste sopra alcuni samovar cilindrici disposti su un tavolo all’ingresso del cortile coperto.

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Alì ci convince a fare un tour domani fino a Persepoli, che ci permetterà di raggiungere Shiraz, dove prenota per noi telefonicamente un altro hotel, ci fidiamo e ringraziamo e nel pomeriggio, dopo un pò di riposo facciamo un ultimo giretto per il centro “turistico” di Yazd. Nel pomeriggio inoltrato prendiamo un tè con la nostra guida nell’ Alì Baba Hotel (l’originario Silk Road Hotel, che poi si è ingrandito, inglobando varie strutture ricettive poco lontane, compresa quella dove alloggiamo), definendo gli ultimi dettagli e concordando il pagamento dell’hotel e del tour fino a Persepolis, che ci porterà attraverso Pasagarde e altre località fino all’antica città, (si dice, distrutta da Alessandro Magno che sarebbe stato invidioso della sua grandezza) al modico costo di € 50 a testa, mentre l’hotel per tre notti viene fissato a 135 € totali.

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La camera in cui alloggiamo ha avuto un “problema” al wc che si è intasato, nonostante non avessimo buttato carta igienica nel water, e siamo riusciti a risolvere l’occlusione solo nel pomeriggio, utilizzando nel frattempo i bagni comuni che si trovano adiacenti al nostro cortile. In Iran ho notato che i servizi igienici si possono intasare facilmente, forse a causa dei tubi di scarico più stretti dei nostri o perché vi è poca pressione, perciò vi do un consiglio semiserio: non buttate mai carta igienica o altro nei wc e procuratevi del disgorgante se lo trovate (noi abbiamo provato tutto quello che c’era a portata di mano, dal detersivo al sapone liquido, all’acqua bollente), per il resto la serata procede serena e tranquilla nell’afa della città sonnolenta adagiata in mezzo al deserto.
Siccome il menù del Silk Road non comprende una grande varietà di piatti e abbiamo praticamente assaggiato tutto, la sera per cena, ordiniamo gli “spaghetti con ragù” che non sono di semola di grano duro ma vengono fatti con uova e farina rendendoli molto simili alla nostra pasta all’uovo, diciamo che il risultato e passabile e dopo cena possiamo ritirarci per la notte
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Purtroppo al nostro arrivo a Shiraz avremo una “amara sorpresa” che non sono ancora riuscito a chiarire del tutto, ma questa è un’altra storia e non ci resta che andare a dormire in attesa di partire l’indomani in auto direzione Shiraz.
Per ora ci resta da sognare e fantasticare sulle meraviglie del deserto che abbiamo visto e sulle antiche rovine, caravanserragli lungo le strade polverose e montagne rocciose e così aride che punteggiano il paesaggio dell’Iran Centrale: zone caratteristiche di questo paese, vestigia e leggende di un antico passato che si snoda fra l’Impero Achemenide, quello Sasanide e il più conosciuto Impero Persiano, conquistato da Alessandro Magno, fino al suo declino, passando per il dominio dei Parti, fieri avversari dell’Impero Romano al tramonto, per poi perdersi fra la conquista araba e in seguito fra le varie dinastie moderne, da quella Quajara al breve “dominio” dei Pavlavi in questo paese da “mille e una notte”, pieno di contrasti e sfumature, in cui anche una disavventura si trasformerà in un’avventura inaspettata.

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