Iran: Da Teheran a Kashan, la città delle rose.

Dopo i primi giorni a Teheran, partiamo in direzione Kashan: una città a 3 ore e mezzo di autobus dalla capitale, situata nella provincia di Isfahan.
Il biglietto per l’autobus l’avevamo comprato il giorno prima ed era tutto in farsi, perciò ho chiesto delucidazioni a Fatima, la nostra receptionist preferita, che ci ha accolti in mattinata con un “Buongiorno, come stai?” e mi ha confermato che l’autobus parte oggi e che il biglietto vale per qualunque corsa durante tutta la giornata.
Con le valigie al seguito attraversiamo Teheran con la linea 1 della metro fino al Terminal sud degli autobus, denominato Terminal-e-Jonub, e appena usciti dalla stazione della metropolitana, varie persone ci chiedono dove siamo diretti, appena varchiamo i cancelli del Terminal Bus, finché un signore ci prende in custodia, portandoci fino al nostro autobus (qui funziona così), mostriamo il biglietto all’addetto, che carica i nostri bagagli e ci fa salire celermente a bordo, anche se passerà un altra mezz’oretta prima che lasciamo la stazione degli autobus: il mezzo super comodo è della categoria VIP e con un piccolo supplemento di 100.000 rials (intorno ai 2 euro), ci vengono assegnate due poltrone quasi completamente reclinabili, con schermo video incorporato nel sedile di fronte, succo e merendine distribuite dall’inserviente e acqua a volontà.
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Al nostro arrivo a Kashan notiamo che la città è vivace e ricca di università; città grande ma non inquinata o caotica come Teheran, anche grazie al suo bazar e ai suoi commerci ha una grande importanza lungo la via che porta a sud dell’Iran ed è famosa per l’acqua di rose.
L’autista ci fa scendere al volo e un anziano tassista si offre subito di portarci fino alla Nogli House: la nostra guest house che ci ospiterà per 3 notti qui a Kashan. L’autista fa un ampio giro cercando di offrirci qualche tour nel deserto, poi ci lascia nella piazza adiacente la guest house e dopo avermi chiesto 500.000 rials per la corsa si “pente” e me ne restituisce 300.000…L’Iran è anche questo, estrema ospitalità e rispetto da parte di tutti, anche da parte dei tassisti “furfanti” che cercano sempre di “arrotondare” con qualche rial in più e senza tassametro, quando si tratta di stranieri.
Una signora di passaggio ci chiede quale hotel cerchiamo e ci conduce fino alla Nogli House, dove dopo una rapida registrazione prendiamo possesso della nostra camera tripla,  e dopo una doccia veloce ci addentriamo nel centro storico di Kashan.
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La città è abituata ai turisti e vive di turismo, gruppi di stranieri si aggirano per il suo centro storico e raggiungiamo la vecchia MoscheaMasjed-e-Agha Bozorg: ormai in disuso, l’edificio è però ben conservato e riccamente decorato, mentre la scuola coranica situata vicino alla struttura è ancora in attività. Mentre torniamo verso la Nogli House un bambino mi saluta vivacemente e ricambio il saluto con gentilezza. Scopriamo che la nostra guest house ha anche varie “dependance” sparse nel centro storico, mentre quella che ci ospita ha un giardino persiano “classico” con fontanella e pozza per i pesci rossi, attorniata da aiuole rigogliose ornate di alberelli e roseti.
Dopo pranzo a base di zuppa di carne, fagioli e riso basmati al vapore,riposiamo brevemente e nel pomeriggio usciamo alla ricerca delle case tradizionali di Kashan di cui la città e ricca, orientandoci grazie ad una mappa che ci hanno dato in reception.
Le “case storiche” sono antiche residenze private oggi trasformate in musei all’aperto e ne visitiamo subito una: l’Abbasi House, che si presenta a noi ricca di decorazioni e con il suo giardino persiano curato e molto più grande di quello della casa dove alloggiamo.
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Per cena usufruiamo sempre del ristorante della guest house che tende a riempirsi velocemente e gustiamo di nuovo le “badmejan” (melanzane tritate con lenticchie e formaggio feta sciolto sopra) accompagnate da dug (il latte acido con acqua di rose, menta e sale ottimo per dissetarsi), oltre a verdure fermentate sotto aceto, pane persiano e ovviamente acqua.
L’indomani mattina dopo una abbondante colazione, ci serviamo più volte dal samovar comune di tè che allunghiamo con l’acqua bollente e  poi usciamo di nuovo alla volta del centro storico di Kashan e del suo bazar, oggi in parte chiuso in quando venerdì, giorno di preghiera per i musulmani. Acquistiamo una bottiglia di acqua di rose, del tè verde e zucchero cristallizzato “colorato” con curcuma o zafferano, inoltre trovo cartoline e francobolli da imbucare per spedirli in Italia, ma nonostante i miei sforzi non riuscirò a trovare cassette della posta o uffici postali dove imbucare le cartoline.
Nella zona del bazar compriamo anche della cannella in stecche, limoncini secchi e un succo di “crespino” salato (bacche rosse scambiate da noi per melograno) ma molto dissetante che diluiamo con acqua, per poi tornare sempre a piedi alla nostra guest house. La città non è grande e il centro storico ricco di edifici in terra cruda, hotel e guest house è facile da girare, l’indomani mattina intendiamo raggiungere in taxi il giardino persiano del Bag-e-Fin ma resterò fortemente deluso: dopo colazione andiamo in una delle tante piazze cittadine dove i tassisti sostano in attesa di clienti e contrattiamo un pò per un viaggio di andata e ritorno accordandoci per 300.000 rials andate e ritorno fino a Kashan. Dopo aver pagato l’ingresso, ci aggiriamo un pò nel giardino, designato Patrimonio dell” Unesco ma in realtà molto spoglio e privo di ricche aiuole, seguendo alal fine le spiegazioni di una giovane guida iraniana che si offre di illustrarci il luogo per circa 500.000 rials (alla fine della visita la giovane chiederà a noi di essere pagata in dollari, ma non avendoli e non sapendo l’esatto equivalente in euro di 20 dollari, accetta alla fine di essere pagata in rials.
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La città è piena di turisti iraniani per via della “Festa delle rose” e anche il bazar aperto in questo sabato si rivela in tutta la sua vita, così tornati in taxi a Kashan, ci facciamo lasciare nei pressi e attraversiamo tutto il mercato, indugiando fra banchi di spezie e samovar di tutte le dimensioni in esposizione, venditori di dolciumi e perfino il negozio di un “bazari” listata a lutto, dove ci offrono deliziosi datteri ripieni di noci per commemorare il defunto. Alla fine scegliamo una pasticceria e acquistiamo vari dolciumi (fra i quali i famosi torroni di kashan), mentre aspettiamo che ci impacchettino tutto, ci viene offerto un tè con miele, poi torniamo in guest house per lasciare il nostro “carico” di dolci e torniamo all’Abbasi House per provare il ristorante (abbastanza turistico ma accettabile), dove nonostante il pienone riusciamo a trovare un posto per mangiare il dizi (famoso stufato di carne di montone e legumi, che va schiacciato con un pestello, dopo averne sorbito il sugo di cottura, e poi raccolto con il pane persiano per mangiarlo), con il solito accompagnamento di riso bollito e dug per rinfrescarci dalal giornata assolata. Il conto è estremamente conveniente e mi sorge il sospetto che abbiano sbagliato a calcolare il totale.
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L’indomani ripartiremo, direzione Isfahan, nell’attesa preparo la valigia e faccio un ultimo giro fra gli edifici in terra cruda del centro storico, scattando fotografie. Come il giorno precedente cade una leggera pioggerella che ci rinfresca e da sollievo dalla calura.
Dopo una cena frugale, esco nel fresco della serata, aggirandomi ancora per i vicolie le strade della città, ricca di botteghe artigiane, caffetterie e negozi di dolci. Il caos di Teheran e il traffico sono lontani, confinati alle arterie principali di Kashan, oasi nel deserto, città carovaniera sonnecchiante ma ricca di commerci. Mi dispiace lasciare la Nogli house dove i giovani camerieri si danno da fare a pranzo e a cena per servirci le pietanze a base di vegetali e il riso al vapore guarnito con crespino e curcuma.
Domani dovremo attraversare l’Iran centrale e ci toccheranno almeno 5 ore di autobus, ma non vediamo l’ora di continuare il nostro viaggio lungo la via della seta che attraversa questo paese così ricco di storia e aspetti inusuali, che da occidentali poco conosciamo. Un paese che non smette di stupirci, nell’attesa di vedere le molteplici meraviglie che si celano a Isfahan, Yazd, Shiraz e fino al profondo Belucistan e alla sua capitale, Kerman, per poi tornare indietro lungo la stessa strada alla capitale Teheran adagiata davanti ai Monti Erbuzh, ma questa è un’altra storia che vi racconterò a breve…
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Scusate la “sparizione” ma ero in Iran…

Salve a tutti, come va? Vi sono mancato?

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Mentre prendo l’autobus a Fiumicino per tornare a casa vi ragguaglio sulla mia assenza: sono stato in Iran assieme al mio fido fratello e li facebook è bloccato, così come Worpress e altre cose…ma è stato un viaggio bellissimo e cercherò di raccontarvi ciò che ho visto e vissuto al più presto.

Intanto un po di foto dell’Iran scattate dal sottoscritto 😉
Alla prossima…

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Mexico 2008…Prima parte.

Dopo una lunga pausa torno a parlare di viaggi: scusatemi….ma non avevo proprio voglia di scrivere…comunque ora vi racconterò un viaggio in un posto “fantastico” pieno di luci ed ombre:

Nel luglio del 2008 ho accompagnato mia madre in Messico: chi conosce il paese sa che è un coacervo di bellezza e disperazione, povertà e meraviglia.
Con il nostro volo IBERIA facciamo uno scalo notturno all’aeroporto di Madrid, poi all’alba proseguiamo per Città del Messico attraversando per la prima volta l’Atlantico: La tentacolare capitale dello Stato Nord-Americano che conta con la zona metropolitana quasi 20 milioni di persone ci si presenta all’alba immensa e frenetica già durante le fasi di atterraggio all’aeroporto.
Nell’enorme spazio degli arrivi troviamo ad attenderci gli amici insegnanti della RIDEF (ricordate il viaggio in Finlandia? Andate a rileggere o leggete ora se non sapete di cosa parlo…), che ci fanno sentire un calore e una umanità che fa bene al cuore. Quest’anno il Campo internazionale RIDEF si terrà a Metepech, nello Stato di Puebla, fra qualche giorno.
Dopo saluti e abbracci, i nostri “padroni di casa” ci guidano con sicurezza verso il desk dei taxi autorizzati, chiamano un taxi per noi, che ci porterà fino all’hotel e ci augurano tutto il bene del mondo. Saliti sul taxi la sensazione sulla città è che sia un pò “pericolosa”. Poi il nostro taxista si assicura che le portiere siano ben chiuse, come i finestrini, mette le sicure alle portiere e ci immergiamo in auto nel traffico sterminato della città.
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Dappertutto vediamo camionette e auto della polizia cariche di poliziotte (uomini e donne armati letteralmente fino ai denti), per le strade ci sono anche guardie private armate, agli ingressi di vari negozi, banche, hotel, ma la gente pare non farci caso:si tratta di una umanità variegata fatta si di poliziotti ad ogni incrocio, ma anche di persone intente a pulire pavimenti e marciapiedi davanti ai propri negozi, ragazze che camminano spedite, coppie di innamorati, sfaccendati, lustrascarpe pronti a servire i clienti di passaggio e persone, persone, persone.
Giunti in hotel, effetuato il check-in e disfatte le valigie, anche se non abbiamo dormito molto in aereo, ci concediamo una doccia veloce e poi facciamo il nostro primo giretto, che si trasforma in una camminata fino allo “Zòcalo” o Piazza della Costituzione: una delle più grandi piazze del mondo. Al centro si erge un’asta enorme da cui sventola una bandiera messicana. Ci dirigiamo alla Cattedrale Metropolitana della città, nonostante l’altitudine a cui si trova la capitale, oltre i 2000 metri su un altipiano di origine vulcanica, non avverto nessun disturbo e continuiamo a girare per il centro storico, dopo aver visto la Chiesa, che però non mi ha impressionato con il suo barocchismo esagerato e la sua mole. Proseguiamo il nostro giro, dopo un pranzo in un ristorante affacciato sulla piazza, camminando fino a sera, fermandoci in qualche panaderia o in vari negozi, e torniamo lentamente verso l’hotel, fermandoci a lungo davanti al “Palacio de las Bellas Artes”: un museo che sorge ai margini di un parco, dove i messicani passano le ore che precedono la notte, rilassandosi, chiacchierando, ridendo e mangiando semi di zucca o sorseggiando qualcosa.
Anche noi compriamo semi di zucca da una anziana india che ci ringrazia e restiamo seduti sul bordo di una aiuola guardando al gente che ci passa davanti, percorrendo l’Avenida Juarez, piena di traffico ad ogni ora del giorno.
Prima che scocchino le 9 della sera, insisto con mia madre per alzarci e tornare all’hotel per riposarci un pò nonostante il jet-lag, perciò passo la notte a prendere appunti di viaggio e a leggere “La polvere del Messico” di Pino Cacucci mentre mia madre russa….
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Quando ci alziamo verso le 8.00 è una domenica un pò uggiosa e dopo colazione vado in giro per la città in cerca di un adattatore per le prese di corrente elettriche nell’hotel, che mi permetta di ricaricare cellulari, fotocamera e videocamera. Passiamo la domenica visitando il Palazzo del Parlamento e del Governo Federale,  affacciato sullo Zòcalo, il Tempio Major, dove una volta sorgeva Tenochtitlan, l’attuale Città del Messico, un tempo  capitale dell’impero azteco. Concludiamo la nostra ennesima “passeggiata” visitando il Palazzo del Bellas Artes dove ci eravamo fermati il giorno predente per riposarci: essendo domenica scopriamo che tutte queste attrazioni sono “gratis” e non possiamo che apprezzare la fortuna che ci è capitata.
Date le distanze enormi finalmente decidiamo di prendere la metropolitana l’indomani, e lunedì mattina, partiamo sempre in metro alla volta del Parco di Chapultepec, che risulta chiuso, perchè è lunedì….
Il tempo è mutevole e variegato nell’arco di una giornata quì aCittà del Messico, dato che a volte sembra voglia piovere, poi si alza repentinamente il vento o esce un sole che ci riscalda un pò. La mattina l’aria è gelata, anche a causa dell’altitudine fino alle dieci.
Per passare la giornata, dopo un giretto nel caotico mercato rionale, alla ricerca di un ufficio postale, pranziamo in un caffè, per strada compriamo in un negozietto della frutta e poi degli orecchini da una bancarella, proseguendo poi a piedi per un breve tratto lungo il Paseo de la Reforma. Gli altri italiani del gruppo RIDEF scesi con noi all’aeroporto, hanno alloggiato in un altro albergo e sono partiti per fare un giro pre-RIDEF nella città di Puebla, noi li seguiremo fra qualche giorno.
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Passiamo gli ultimi due giorni a Città del Messico visitando il grandioso Museo di Antropologia del Parco di Capultepech, immenso da vedere, poi facciamo acquisti in alcune “tiendas d’artisaneria” comprando “calaveras” (scheletri vestiti nei modi più fantasiosi o teschi in ceramica colorati e decorati riccamente),per poi spostarci fino al famoso e interessante Museo di Frida Kalo e Diego Rivera, in pratica la casa dove ha vissuto la coppia di artisti. Non possiamo evitare una visita anche alla casa di Lev Trocij e poi ci dirigiamo fino al quartiere di Cojoacan: una zona residenziale “bene” di Città del Messico. L’unica “disavventura” che ci capita è di perderci l’ultimo giorno nel barrio di Xochimilco, a sud del centro cittadino. Privi di una mappa della periferia, ci  smarriamo inevitabilmente fra le stradine tutte uguali del quartiere, “salvandoci” grazie alle indicazioni di un cartolaio e ad un pò di intuito, riuscendo a trovare una stazione della metropolitana, per tornare in centro, ma l’escursione sui canali di Xochimilco è valsa la difficoltà di ritrovare la strada. Domani andremo ad incontrare gli insegnanti messicani che ci faranno da “ciceroni” fino a Metepec per iniziare il campo, ma questa è un’altra parte di storia che racconterò il prima possibile….
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Belgio e Olanda in treno.

Nel settembre 2007 approfitto di un volo da Pescara a Charleroi, per vedere un pò di Belgio e Paesi Bassi, comunemente detti Olanda. Per arrivare ci vogliono meno di tre ore, atterrati, prendiamo un autobus per Bruxelles, da dove un treno dalla stazione centrale, dopo un pò di incertezze (rischiamo di prendere il treno veloce per Londra, perchè non riusciamo a capire dove sia il treno per Amsterdam e sbagliamo banchina…) ci porta ad Amsterdam in un oretta e mezza.

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Abbiamo prenotato in un ostello a pochi passi dai Canali, in particolare dal Keizersgracht: uno dei tre canali scavati nella città durante il secolo d’oro olandese. Il Singelgracht è l’area che comprende i canali storici di Amsterdam ed è stato inserito nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell Unesco; d’appertutto sono posteggiate biciclette e la città ci si rivela subito “caotico” e multietnica: ricca di vita, anche se molto cara, oltre che strapiena di turisti.
L’ostello si rivela letteralmente una “bettola” fra l’altro anche a caro prezzo in camerata mista, ma d’altronde non potevamo trovare di meglio: Amsterdam come già detto è carissima per le nostre tasche, nonostante l’euro e ci troviamo costretti a fare la spesa per risparmiare qualcosa sui pasti.
La mobilità però è eccellente: il giorno successivo, troviamo un deposito/noleggio biciclette e lasciando un congruo deposito noleggiamo due bici per i tre giorni in cui pernotteremo in città, per muoverci agevolmente, ci spostiamo attraverso le piste ciclabili che servono ogni angolo del centro abitato.

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Dopo un giro in Piazza Dam e una visita a qualche coffè shop per curiosità, inforchiamo le bici e andiamo in direzione del Rijksmuseum Amsterdam, purtroppo scopriamo che è in ristrutturazione, perciò non visitabile, se non in minima parte e preferiamo cambiare destinazione raggiungendo uno dei musei a mio avviso più ricchi ed entusiasmanti che abbia mai visto in vita mia dedicati ad un singolo artista: il Van Gogh Museum che ci “rapisce” in tutto il suo splendore fino ad ora di pranzo, quando un acquazzone ci costringe a consumare uno snack nel caffè del museo (ovviamente molto costoso), in attesa che smetta di diluviare.
Per fare la spesa troviamo un supermarket aperto 24 ore su 24 alla Station Amsterdam Centraal, che si rivela abbastanza conveniente per i piatti da asporto che consumiamo in un ostello strapieno e privo di cucina comune.
Nel pomeriggio pur di non restare in ostello (manca anche l’acqua per farsi una doccia a causa di un un problema alle tubature almeno fino all’indomani), facciamo un giro, passando attraverso il “red district” o quartiere a luci rosse dove si affacciano le famose vetrine con signorine che attirano i clienti potenziali (la prostituzione nei Paesi Bassi è legale), e ci dirigiamo al Hash, Marihuana & Hemp Museum: si tratta, come è facile comprendere dal nome, di un museo dedicato alla cannabis e ai suoi svariati usi,  che offre ai visitatori informazioni riguardo all’utilizzo storico e moderno della cannabis per uso medico e perfino religioso e culturale. L’esposizione è incentrato anche su come la canapa possa essere usata nella produzione agricola e soprattutto industriale, ovviamente c’è anche un gift-shop di accessori, vestiario e prodotti cosmetici realizzati esclusivamente a partire dalla fibra di canapa.

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“Rubo” una foto della zona di produzione e usciamo senza perdere tempo dirigendoci verso il  Vondelpark nel centro della città, dove ci rilassiamo un pò prima che cali il sole.
L’ultimo giorno lo passiamo fra L’Amstelpark situato fuori dal centro e L’Orto botanico di Amsterdam: uno dei giardini botanici più antichi del mondo, che data la stagione è ancora ricco di specie botaniche e perfino farfalle nelle serre chiuse. Le ninfee che vediamo poi sono uno spettacolo per gli occhi.
L’amstelpark è meno affollato rispetto al Vondelpark nel centrocittà, dove torniamo in mattinata, sempre sfruttando le nostre biciclette (qualche inconveniente con i sensi di marcia mi rimedia un “cazziatone” da una giovane olandese) e ci muoviamo velocemente, trovando riparo in qualche locale o sotto una pensilina quando arriva uno scroscio di pioggia.

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Il viaggio continua però e l’indomani mattina lasciamo con sollievo il nostro ostello e ci dirigiamo in treno verso Rotterdam: città commerciale e moderna di cui mi interessano soprattutto i musei. Appena scesi dal treno ci dirigiamo verso l’ostello che abbiamo prenotato, e notiamo subito l’assenza di caos o sovrappopolazione, tangibili invece per le strade di Amsterdam. Rotterdam si rivela una città piacevole e tranquilla, l’ostello è pulito e spazioso; passiamo il primo giorno a vedere il Museum Boijmans Van Beuningen che ricordo dai tempi dell’università e il pomeriggio girovaghiamo per il centro storico in verità completamente ricostruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, perciò riesco a convincere Pierpaolo a fare un salto a l’Aja l’indomani: la città sede del parlamento e del governo dello Stato, pur non essendone la capitale, che è Amsterdam, è sempre la terza città per grandezza dei Paesi Bassi, e dal 1831 è anche residenza della casa reale dei Paesi Bassi.
La mattina successiva prendiamo un treno regionale e giungiamo all’Aja in un oretta, purtroppo scrosci di pioggia continui rovinano la nostra “gita” e dopo un giretto nel centro della città, fuggiamo verso la stazione per tornare il prima possibile a Rotterdam: quì faccio una passeggiata con Pierpaolo per cercare di raggiungere le Kubuswoningen conosciute comunemente come “Case cubiche di Piet Blom”, situate in prossimità del vecchio porto. Purtroppo anche in questo caso una forte pioggia ci costringe a desistere e ci “salviamo” rifugiandoci nella KunstHal: un museo d’arte contemporaneo famoso soprattutto per la sua struttura, in cui è vietato fare foto ovviamente…

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Dopo aver visto le collezioni permanenti e temporanee, oltre ad una mostra fotografica di cui riesco a prendere uno scorcio, torniamo in ostello: la pioggia ha lasciato dietro di se solo ampie pozze d’acqua e prepariamo i bagagli per l’indomani.
Il nostro treno ci riporta questa volta verso il Belgio, con una tappa di qualche giorno ad Anversa: città commerciale famosa per i diamanti, multietnica e pacifica, visitiamo il quartiere ebraico o quartiere dei diamanti, senza dimenticare il Grote Markt, detto comunemente piazza del mercato e la Rubenshuis: la casa seicentesca del famoso pittore, diventata un museo con diverse opere del Maestro e le sue collezioni.
Questi giri ci portano via ben due giorni, al termine dei quali ci aspetta l’ultima giornata ad Anversa, che passiamo cercando souvenir e facendo una visita della Cattedrale e ripassando per il “quartiere dei diamanti” pensando di acquistare qualcosa per mia madre, ma i prezzi proibitivi ci frenano…
Anche Anversa ha dei canali, ma obiettivamente non sono quelli di Amsterdam, tutti parlano il fiammingo ed evitano il francese, riusciamo comunque a farci comprendere e l’indomani mattina lasciamo l’ostello diretti verso Bruxelles, sempre in treno ovviamente.
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Man mano che ci avviciniamo alla capitale belga, abbiamo l’impressione che la tolleranza e ricchezza di queste terre di “mercanti” lascino il posto a povertà e tristezza, testimoniate da senzatetto e povera gente presente alla Stazione ferroviaria di Anversa (assenti invece ad Amsterdam e Rotterdam o all’Aja),  troviamo anche molti clocard rifugiati in caffetterie e tavole calde, dove passiamo il tempo nell’attesa di raggiungere l’aeroporto di Charleroi.
Verso sera andiamo a ritirare il bagaglio alla stazione di Bruxelles, dove, complice anche il tempo clemente, incrociamo una umanità variegata e multietnica. Saliamo su uno degli ultimi autobus per l’aeroporto e giungiamo verso mezzanotte al terminal in attesa del volo che l’indomani ci riporterà a Pescara verso mezzogiorno. Un altro viaggio volge al termine.
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Praga a Capodanno.

Dopo alcuni giorni di pausa in questo caldo anticipo di primavera racconterò il mio primo Capodanno all’estero: per l’occasione il 28 dicembre 2006 siamo partiti come gruppo di amici alla volta della famosissima città di Praga. Nel 2000 avevo già visto la neo-capitale della Repubblica Ceca durante una manifestazione, ma all’epoca la città era ancora poco turistica, questa volta invece tutto era cambiato…

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Atterrati all’aeroporto di Praga-Ruzyně in modo abbastanza “brusco” a causa della presenza di neve e ghiaccio sulla pista (un paio di miei amici hanno “pregato” durante l’atterraggio….), ci siamo diretti con lo shuttle-bus in centro obiettivo un ostello non lontano dal centro città prenotato su hostelworld.
Dopo aver lasciato i bagagli nella camerata da 8 che dividevamo con altri 3 inglesi, siamo partiti alla volta della città notturna, ghiaccio e neve ai lati della strada non ci hanno scoraggiati, anche se i miei amici hanno gusti abbastanza standard e invece di fermarci alla tavola calda sotto l’ostello (in corso di apertura, stavano ancora montando l’insegna…), siamo finiti in un KFC….dove una ragazza locale ha anche tentato di “sottrarre” la borsa al nostro amico Manuel; io e mio fratello ci siamo accorti in breve degli strani atteggiamenti della giovane (avvicinarsi al nostro tavolo con fare circospetto e sedersi proprio alle spalle di Manuel, nonostante tutti gli altri tavoli intorno vuoti, coprendosi parzialmente il volto e senza ordinare nulla, lanciando continui sguardi intorno e alla borsa di Manuel poggiata ai suoi piedi non era molto “normale”), così avvisato, lui si è prontamente messo la borsa a tracolla aprendola e fingendo di frugarvi dentro, la giovane ragazza si è subito alzata di colpo e ha lasciato il locale prima senza dire una parola.Dopo questa breve parentesi siamo tornati in ostello, la visita della città si era fermata a poche strade e uno scorcio del Castello di Praga adagiato su una delle alture che sovrastano la città, l’indomani avevamo intenzione di vedere il centro, non saremmo rimasti delusi.

Praha_staromestske_namesti_2003https://it.wikipedia.org/wiki/Piazza_della_Città_Vecchia

In mattinata, dopo una colazione a base di gulash, yogurt e caffè o tè nella tavola calda sotto l’ostello, abbiamo raggiunto a piedi la piazza di San Venceslao (Václavské náměstí, famosa per la morte di  Jan Palach, studente universitario che si diede fuoco in segno di protesta contro l’occupazione sovietica del ’68.
Da lì abbiamo raggiunto sempre a piedi la Piazza della Città Vecchia detta anche  Staroměstské náměstí. Famosa per il suo orologio astronomico e per la chiesa di Santa Maria di Tìn, ricca di edifici gotici e romanici, la cosa notevole ai nostri occhi è stata vedere Il meccanismo  composto da tre elementi principali in azione: il quadrante astronomico, sul quale, oltre all’ora, sono rappresentate le posizioni in cielo del Sole e della Luna, insieme ad altre informazioni astronomiche e il “Corteo degli Apostoli” (un meccanismo che, allo scoccare di ogni ora, metteva in movimento delle figure rappresentanti appunto i 12 Apostoli; e un quadrante inferiore composto da 12 medaglioni raffiguranti i mesi dell’anno). Nell’attesa che il meccanismo si attivasse abbiamo consumato una pilsner a “caro prezzo” seduti ai tavolini di una delle tante birrerie di fronte all’edificio.
Nonostante i prezzi in corone ceche, abbiamo subito notato il fatto che avremmo dovuto “stare attenti” al cambio con l’euro, in quanto molti importi erano “gonfiati” (trattandosi anche di un periodo di alta stagione era piuttosto ovvio, perciò non ci siamo lamentati più di tanto proseguendo il nostro giro fino al  quartiere storico di Malá Strana, per poi dirigerci fino al vecchio cimitero ebraico di Praga, dove ho fatto le mie solite riprese, fra lapidi e tombe, perdendomi nei meandri della storia così stratificata in un luogo di norma dedicato alla morte ma che ci ha colpito profondamente per la sua bellezza.

birre-Pilsner.jpghttp://www.guidabirreartigianali.it/birre-pilsner.html

Tornati all’ostello in serata, purtroppo ho iniziato ad accusare i sintomi di una febbre dovuta al freddo preso prima di partire, così la mattina successiva, nonostante una doccia calda e un te con miele, sono rimasto a letto mentre gli altri facevano un giretto turistico di poca rilevanza (andare al Rock Cafè di Praga a prendersi una birra a mio avviso non era il massimo…). Rimanendo a letto in attesa dell’indomani 31 dicembre le mie condizioni sono migliorate anche grazie al sonno ristoratore da cui mi hanno risvegliato i giovani inglesi con cui condividevamo la camerata, entrati in camera nel pomeriggio. La mattina successiva, anche se non avevo fame, ho mangiato qualche dolciume e un pò di cioccolato, poi intabarrato in giaccone, colbacco, guanti e sciarpa, ho seguito dopo pranzo in silenzio (mal di gola e raucedine erano sopraggiunti nella notte al posto della febbre che mi aveva per fortuna lasciato) il resto del gruppetto. Abbiamo passato il tempo in Piazza della città vecchia, fra la pista di pattinaggio, bancarelle e mercatini che affollavano la piazza, nell’attesa che arrivasse la sera, ascoltando le band musicali che si avvicendavano in piazza. L’intenzione era poi di andare ad attendere il Capodanno sul Ponte Carlo che attraversa la Moldava, fra un gelo siberiano dovuto anche all’umidità del fiume e persone che si accalcavano fino a saturare totalmente il passaggio prima di mezzanotte in attesa dei fuochi d’artificio, sparati dal Castello sull’altura alla nostra destra. Allo scoccare del nuovo anno un tripudio di fuochi sparati dal ponte e intorno a noi, si è unito a quelli del Castello: petardi, razzi, bombe carta e qualunque tipo di oggetto pirotecnico sono stati lanciati in aria, alcuni esplodendo perfino sopra le nostre teste nel panico generale.
Siamo rimasti sul ponte per un pò, un pò scossi dai botti, per poi riavviarci verso l’ostello con molta calma, fermandoci sulla strada e bere qualcosa in un piccolo locale lungo la strada, fra i fumi dell’alcool dei miei amici, io che ovviamente non ho toccato un goccio ho proseguito con loro fra cumuli di fuochi d’artificio e rifiuti di ogni genere abbandonati per strada e nelle piazze della città. Verso le 4.00 di mattina abbiamo rincasato nella nostra camerata (inglesi assenti) e siamo piombati in un sonno profondo fino a mezzogiorno. Il resto del 1° Gennaio 2007 lo abbiamo passato in camerata e solo la sera, affamati, siamo riusciti a trovare una pizzeria da asporto aperta per mangiare qualcosa.
Il nostro aereo partiva il giorno successivo nel pomeriggio, così dopo un veloce giro in cerca di “souvenir” nel centro della città e una visita della Galleria Nazionale di Praga per ammirarne le collezioni, abbiamo fatto i bagagli e siamo tornati in bus fino all’aeroporto: qui abbiamo comprato nei duty del terminal partenze qualche bottiglia di becherovka chiamata anche Třináctý pramen (ossia Tredicesima fonte), ovviamente un liquore prodotto n Repubblica Ceca, che avevamo avuto modo di assaggiare varie volte in queste giornate di fine d’anno, per poi imbarcarci velocemente sul nostro volo low cost per Roma Ciampino. Un altro ritorno a casa, stanchi e un pò spossati, mentre io ero ormai in via di guarigione e non vedevo l’ora di “creare”una “video-story” di quelle giornate a Praga, ma questa è un’altra storia e chissà se verrà raccontata prima o poi…
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Cammino di Santiago: da Leon a O’Cebreiro, la “Porta” della Galizia.

Dopo i bagordi della notte ci alziamo “tardi” per i nostri “ritmi” sul Cammino, non prima delle 7.30. Riposati e soddisfatti perchè oggi non dovremo marciare, giriamo la città di Leon, mangiando paste e dolciumi, passeggiando lentamente, leggendo un giornale dopo settimane. In realtà man mano che il giorno di pausa si avvia alla fine, la quiete apparente lascia spazio ad una frenesia strisciante che cresce lentamente fino a sera.
Durante la sosta ritroviamo letteralmente un sacco di persone conosciute durante le nostre tappe separate: per me i ragazzi toscani, l’altro gruppo di fiorentini di mezza età. un tedesco incrociato sulla strada…
Rivediamo la Cattedrale di Leon prima di pranzo, facciamo la spesa per l’indomani e torniamo al calar delle tenebre nell’ostello dove ci siamo fermati un giorno in più come “turisti”.
La struttura dispone di vari “confort” che avevo dimenticato o non utilizzato da settimane: televisione in comune, giochi di società, videocassette, cucina con forno a microonde…
La stanchezza ci prende a fine giornata, sdraiati sui letti, dopo aver chiacchierato con una umanità varia e mutevole: ragazzi al loro primo giorno sul Cammino (c’è l’abitudine per molti che non hanno un mese di tempo disponibile di “dividere” il percorso in due tronconi: il primo da San Jean Pied de Port a Burgos o Leon, il secondo troncone fino a Santiago De Compostela), e di conseguenza molti impiegano due anni per portare al termine il Cammino….tornando sulla strada l’anno successivo durante le vacanze estive o le ferie, riprendendo da dove avevano interrotto la marcia.
Abbiamo passato il tempo anche a “raccogliere” timbri per la Credencial: un passatempo che non condivido molto, perchè lo considero una mera esibizione, ma che il mio compagno di viaggio ha portato avanti lungo tutto il Cammino, riempiendo la propria Credencial soprattutto con i “sellos” di tutte le chiese incontrate lungo il percorso, e che dovrà presto richiederne un secondo per potervi continuare ad apporre timbri….
L’indomani mattina 11 agosto 2008 la sveglia di Marzio non suona e ci alziamo “tardi” verso le 7.00, affrettandoci a prendere gli zaini già pronti dalla sera prima. I primi chilometri sono un monotono attraversamento di tutti i centri abitati intorno a Leon. Il Cammino costeggia spesso le carretera urbane, per poi inoltrarsi qualche volta nella campagna circostante.
Nonostante il riposo Marzio zoppica vistosamente e rimane indietro. Effettuiamo 3 soste per permettergli di raggiungermi e riposarci un pò, percorrendo alla fine 36 km fino ad Hospital de Orbigo: una tappa ritenuta da molti esageratamente lunga, ma che grazie al riposo, effettuiamo in poco meno di 8 ore, giungendo accaldati ed assetati verso le 15.00. La mia sacca dell’acqua per la prima volta è totalmente vuota e abbiamo dovuto dividerci i succhi comprati il giorno prima e l’acqua di Marzio, che in effetti beve molto meno di me.

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Per la notte alloggiamo in un antico e accogliente monastero, dove ci uniamo di nuovo al gruppo di toscani per la cena a base di pasta al sugo, carne e insalata per ritemprare le nostre forze. Giusto un bicchiere di vino per il sottoscritto, perché ho ripreso l’anti-infiammatorio per la tendinite sempre latente. Un signora vorrebbe insegnarci il tai-chi, ma noi vogliamo solo riposare, domani ci aspetta una tappa di 38 km e inizieranno le prime salite.
La mattina di marcia ci porta da Hospital de Orbrigo a Rabanal del Camino: abbiamo proceduto speditamente nonostante la mancanza d’acqua, dato che abbiamo trovato solo fontane “asciutte”. Purtroppo a Rabanal abbiamo trovato l’albergue  pubblico gestito da una associazione inglese totalmente occupato… così abbiamo ripiegato su un albergue privato da 75 posti letto, in camerate non troppo affollate, dove abbiamo consumato una cena a base di pasta con porzioni che dire abbondanti sarebbe riduttivo: mezzo chilo di pasta cucinata per due persone. “Mancata” l’esibizione di canti gregoriani in chiesa, a cui erano stati invitati tutti i pellegrini, non ci è rimasto che ritirarci in camerata e andare a letto presto.
Dopo l’ennesima sveglia all’alba, ci incamminiamo senza far colazione (gli albergue privati spesso non la prevedono, o iniziano il servizio di bar solo molto “tardi” per gli standard di chi vuol camminare con il fresco della mattina presto), con noi avevamo solo del pane e dell’acqua, ingoiamo entrambi e via perla salita che conduce a la “Cruz de hierro”. Giungiamo davanti al cumulo di sassi su cui svetta la croce metallica verso le 6.00, dopo un’ascesa di un paio d’ore, il sole nascente mi riscalda un po: la salita si è rivelata agevole, unico problema il freddo pungente dovuto all’altitudine. In precedenza avevamo fatto una sosta a Foncebadon per consumare una sostanziosa colazionein un bar aperto. Giunti alla Croce, abbiamo scattato qualche foto con il cellulare di Marzioe guardato i sassi depositati ai piedi della Croce: ogni sasso in teoria è stato portato fin li lungo il Cammino da un pellegrino, formando un cumulo di diversi metri su cui si erge per vari metri questo palo di legno con in cima la croce metallica. Intorno i più disparati oggetti lasciati li dai viaggiatori: borracce, bussole,bandiere, buste, foglicon messaggi, dediche sulla pietra….

800px-Cruz_de_Ferrohttps://it.wikipedia.org/wiki/Cruz_de_Hierro

Dopo un pò iniziamo la lunga discesa di 18 km che mette alla prova le mie ginocchia,per evitare problemi fisici, effettuiamo varie soste brevi, uso queste soste frequenti per fare varie riprese, mentre Marzio riposa la caviglia gonfia. Nonostante tutto il mio compagno di viaggio rimane indietro e mi fermo ad aspettarlo, per risparmiare un pò ilt endine del ginocchio dolorante. Arrivo a Ponferrada dolorante, finito il denaro contante, siamo costretti a cercare un bancomat, per fare un prelievo, e consumare un pranzo decente in attesa dell’apertura dell’albergue municipal: la struttura pubblica dei templari in cui riusciamo a trovare due posti prima che si riempia, ha ben 180 letti. Dopo aver preso possesso dei nostri giacigli in camerate da 8 posti, andiamo a vedere la Cattedrale di Ponferrada, e otteniamo dopo l’ennesimo sello sulla credencial alla fine della messa. Evito i timbri di bar e alimentari e mi accontento solo di quelli di Chiese, qualche convento lungo la strada e gli albergue dove ho pernottato, a mio avviso non è importante il “collezionismo” di timbri, quasi fosse una commercializzazione del Cammino, per mostrare che si è passati per un posto e fargli pubblicità, l’importante è  arrivarci in quel posto e continuare il proprio cammino…

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L’albergue si riempi di colpo e alcuni pellegrini vengono alloggiati nel cortile interno, esposti alla pioggia che flagella la struttura tutta la notte, l’indomani partiamo presto diretti verso Villafranca del Bierzo: luogo di villeggiatura molto turistico, ricco di chiese e salite. Alloggiamo nell’albergue municipal dopo una tappa breve di soli 20 km, l’unico inconveniente è la dissenteria che mi colpisce in mattinata, costringendomi a ricorrere a qualche medicinale. A causa di ciò arrivo spossato dalla fame, stanco di mangiare al ristorante, ho voglia di cucinare qualcosa e faccio una spesa abbondante per preparare pranzo, cena e colazione al sacco per due. A sera aggreghiamo anche Andreas: un argentino della Patagonia, conosciuto in precedenza da Marzio durante una tappa.
Andreas dimostra di apprezzare molto le penne all’arrabbiata, le bistecche al sangue che dividiamo fra noi e il contorno che riesco a preparare nella cucina comune abbastanza spartana dell’albergue municipal. In serata gusto il tramonto sulla vallata sottostante, bevendo un te seduto davanti all’ingresso dell’albergue. Gli ospiti della struttura chiacchierano spensierati, ridono e scherzano prima di andare a dormire. Molte di queste persone le abbiamo incontrate sul Cammino. C’è perfino un gruppo di pellegrini con un ragazzo paralitico in sedia a rotelle: a turno tutti si danno il cambio per spingere la carrozzina lungo la strada accidentato. Marzio consiglia loro di alleggerire gli zaini, anche se lui porta ancora più 10 kg sulla schiena contro i miei 6 chilogrammi scarsi….

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http://www.spainisculture.com/en/destinos/o_cebreiro.html

Con il nuovo giorno, ci alziamo verso le 5.00 per affrontare il Paso de O’Cebreiro. La pioggia ci ha lasciato in pace dal giorno precedente, ma ci tocca una camminata di circa 23 km, partendo alle 6.00, dopo una colazione abbondante e il morale alto.
Ci fermiamo più volte per riprendere fiato durante la salita e fare qualche ripresa panoramica. Per passare il tempo ci mettiamo ad ascoltare un pò di musica assieme dal lettore MP3 di Marzio e questa “distrazione” ci porta a salire con leggerezza, senza tanti problemi fisici, attraversando 3 piccoli villaggi montani, prima di “attaccare” la salita finale.
Ben presto Marzio mi distanzia mentre lo seguo più lentamente, fermandomi spesso per fare delle riprese panoramiche dell’incredibile paesaggio che ci circonda. Alla fine, quasi inaspettatamente, arriviamo al confine con la Galizia, segnato da un cippo lungo la strada, non manca ormai tanto a Santiago e ci pare quasi incredibile essere arrivati fin quassù.
Giungiamo finalmente al villaggio di O’Cebreiro verso le 14.00: il Refugio Municipal è ampio e molto spartano, la cucina spaziosa ma vuota e triste. Grazie ai sellos raccolti lungo la strada ho bisogno di procurarmi una nuova credencial, come il mio compagno di viaggio che da tempo ha iniziato la sua seconda, per il resto beviamo una cerveza  e qualche tapas ad uno dei bar del villaggio ed evitiamo accuratamente i negozi per turisti e pellegrini di cui pullula la località, che sembra viva solo di questo. Verso il pomeriggio inoltrato il tempo peggiora e inizia a fare freddo, anche a causa dell’altitudine a cui ci troviamo. Per stare al caldo sono costretto ad indossare tutto quello che ho con me, compreso il k-way, poi dopo una cena da pellegrini preparata nella cucina male equipaggiata dell’albergue (non ci sono supermercati o alimentari qui, solo ristoranti più o meno turistici), incrociamo per caso alcuni suonatori di cornamusa galiziana, che si esibiscono per i turisti all’interno di un ristorante con somma soddisfazione di tutti i presenti seduti ai tavoli.
Beviamo giusto un bicchierino di “yerbas”, liquore locale non molto forte e dopo qualche applauso ai suonatori ci ritiriamo nell’albergue, domani ci attende ancora una lunga strada….
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Il Cammino di Santiago: Seconda tappa e cambiamenti.

Dopo una notte di sonno inframezzata da sveglie continue dovute ad un nutrito gruppo di “russatori”, siamo partiti verso le 6.00 di mattina, dopo una levata con il cielo ancora nero e poca luce per vedere la segnaletica del percorso: la famosa conchiglia gialla su sfondo azzurro, frecce gialle (colore di Santiago da Compostela a quanto ci era stato detto), oltre a due strisce, una rossa e una bianca tipiche della segnaletica dei sentieri, che conosciamo anche in Italia.
Assieme ad uno sparuto gruppo di camminatori mattinieri come noi, abbiamo attraversato vari centri rurali ancora immersi nel sonno; dopo un’oretta e mezza e un errore di percorso, abbiamo consumato la nostra prima colazione da pellegrini in uno dei tanti bar che punteggiano il Cammino.
La nostra tappa in teoria si snodava per 22 km circa fino al villaggio di Zubiri,  intervallata da salite stancanti, discese ripide e altrettanto impegnative, ombreggiate da vasti boschi che almeno ci concedevano un pò di frescura.
Per farla breve in poco più di 6 ore siamo entrati nel paesino, forzando il passo specialmente in discesa (quasi correndo in certi punti), così dopo un pasto veloce e un rapido consulto con il mio compagno di viaggio, abbiamo deciso di proseguire almeno verso il villaggio di Larra, distante altri 6 km di saliscendi, quì abbiamo timbrato la credencial nell’albergue municipale e ci siamo disposti a trascorrere la notte nella piccola camerata.
Mentre aspettavamo il tramonto, dopo una doccia e una cena sostanziosa, abbiamo studiato il percorso per l’indomani, che ci avrebbe portati fino a Pamplona, la prima grande città che avremmo incontrato, famosa in tutto il mondo per la Festa di San Firmino, era nostra intenzione lasciarcela alle spalle per evitare la “folla” di pellegrini delle prime tappe, e fermarci dopo Cizur Menor: un piccolo villaggio agricolo appena fuori della città, la cose non sarebbero andate proprio così….

cammino-di-santiago2http://www.alesteadventour.it/tours/cammino-santiago-mountain-bike-2018/

Partiti all’alba come al solito, ci sentivamo freschi e riposati, nonostante la mancanza di una colazione adeguata (giusto qualche dolciume comprato in un supermercato e un pò di succo), purtroppo dopo pochi chilometri ho iniziato a zoppicare, accusando un dolore crescente al ginocchio destro, giunti a Pamplona camminando lentamente, mi sono dovuto fermare sempre più spesso, a nulla sono valse le soste prolungate, l’idratazione e una colazione abbondante, alla fine, siccome eravamo d’accordo che in caso di problemi fisici o altri impedimenti, che avessero rallentato uno di noi due, l’altro avrebbe potuto continuare e ci saremmo riuniti più avanti, per evitare di intralciare l’altro, così, passata Pamplona, nel caldo assolato che andava crescendo, ho salutato Marzio, affranto per il dolore e il fallimento, sicuro che il mio cammino finiva qui. Marzio mi ha lasciato molta acqua e una fascia elastica per il ginocchio, poi ha proseguito in direzione di Uterga, più di 12 km avanti (io invece mi sono trascinato penosamente fino a Cizur Menor, appoggiandomi ad un bastone di fortuna, e percorrendo con esasperante lentezza i pochi chilometri che mi separavano dall’albergue), completamente distrutto mi sono trovato davanti la strada che saliva in aperta campagna, avevo anche esaurito l’acqua rimasta, all’ombra di pochi arbusti in mezzo alla “meseta” spagnola, Marzio si era fermato anche lui, perchè il caldo stava aumentando di colpo, ed erano solo le 11.00. Dopo avermi consigliato di tornare indietro fino a Pamplona ed evitare la salita, Marzio si è avviato verso il poggio che dominava la vallata, lasciandomi un pò d’acqua.
Nelle condizioni in cui mi trovavo, per me sarebbe stato impossibile affrontare quel giorno gli 800 metri di dislivello che portavano all “Alto del Perdon”, così ho fatto dietro front è ho raggiunto il villaggio di Cizur Menor che mi ero lasciato alle spalle per poco più di 1 km: l’albergue dell’Ordine di Malta era quasi al completo, ci ho impiegato oltre un ora per raggiungere il villaggio e poi l’albergue un pò appartato, poi ho atteso le 15.00 per l’apertura. L’atmosfera nella struttura mi ha rinfrancato un pò: la signora italiana che faceva la volontaria li, mi ha timbrato la credencial con la croce simbolo dei Cavalieri di Malta e poi si è informata sulle mie condizioni di salute, visto che zoppicavo vistosamente, la mia faccia avvilita valeva più di mille parole, ma dopo essersi informata sui dolori che avevo accusato, mi ha accompagnato gentilmente fino alla farmacia del villaggio, dove sono stato visitato, mi è stata data una ginocchiera e anti infiammatori, oltre all’ordine tassativo di fermarmi e riposarmi almeno per un giorno intero, a causa di una probabile infiammazione dei legamenti e del tendine del ginocchio destro.
Tornato in struttura mi è stato caldamente consigliato di “alleggerire” lo zaino, troppo pesante che superava i 12 kg, anche perchè ci eravamo sciaguratamente caricati di scatolame, bevande e frutta comprati al supermarket di Pamplona, dove ci eravamo fermati in mattinata. Ovviamente il peso eccessivo, gravando sulle gambe aveva prodotto un “trauma”, le continue salite e discese del giorno prima e la nostra leggerezza dovuta alla poca esperienza del Cammino, avevano fatto il resto….

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Così mi sono issato sul posto superiore del letto a castello che mi era toccato e ho passato il resto della giornata sdraiato. L’albergue si è riempito gradualmente di decine e decine di pellegrini di varie nazionalità, arrivati alla spicciolata nel pomeriggio, fino a sera, quando ci siamo trovati al completo. La notte in Navarra è scesa su questo piccolo borgo poco distante da Pamplona, per passare il tempo ho partecipato alla messa bilingue nella chiesa locale, poi dopo una cena frugale in uno dei due ristoranti del villaggio, sono tornato strascicando il piede fino all’albergue e mi sono abbandonato al sonno, sperando che l’indomani avrebbe portato novità migliori.
Il giorno successivo, mi sono alzato tardi, l’albergue era vuoto e la mia padrona di casa Loredana mi ha permesso di rimanere un altro giorno e una notte, per permettermi di riprendermi, senza farmi pagare la tariffa per un altra notte. Visto che ero l’unico occupante dell’albergue ho destato qualche curiosità nei pellegrini che sono arrivati anche questo giorno alla spicciolata, e ho fatto amicizia con una ragazza coreana che mi ha chiesto cosa mi era accaduto.
Per riuscire a ripartire il giorno dopo ho dovuto prima di tutto “alleggerirmi” drasticamente dello zaino e del 90% di ciò che conteneva, ho preso solo due cambi di calze, mutande, 2 magliette, due pantaloncini, la borraccia, un telo da bagno, videocamera, cappello, k-way e ho messo tutto nella sacca della biancheria, oltre al marsupio con portafoglio, credencial, documenti, cellulare e denaro, non avevo altro che le scarpe ai piedi e un paio di infradito, ho lasciato perfino i pantaloni lunghi, scendendo a 5 kg scarsi di “peso”, con me avevo la mia fida sacca per l’acqua e basta. Il resto l’ho messo in un pacco e l’ho spedito all’ufficio postale di Santiago de Compostela. Poi ho spedito mediante un servizio di “taxi mocilla” lo zaino con quasi tutte le cose che mi rimanevano fino al villaggio di Puente la Reina, dove lo avrei recuperato nell’albergue muncipal locale, decidendo da li se proseguire o meno, dato che distava 16 km….
Così l’indomani mattina, ho lasciato tutte le cibarie che avevo con me come “offerta” per la cucina comune dell’albergue e mi sono avviato ancora con il buoi, zoppicando e appoggiandomi a due bastoni lungo il sentiero polveroso, con me avevo solo la borraccia a tracolla e la sacca degli indumenti con documenti, denaro e credencial, appesa al bastone, come usavano fare un tempo i pellegrini del medioevo.
Immaginatevi una lenta avanzata zoppicante che nonostante tutto mi ha permesso di valicare il “Passo del Perdon” in qualche ora, nonostante il dislivello, poi ho affrontato la discesa ardua che non mi aspettavo così ripida, ma senza sforzare la gamba, con il ginocchio sostenuto dalla fascia elastica e facendo forza sull’altro arto, sono riuscito a raggiungere Puente de la Reina verso le 11.00, dopo più di 5 ore di avanzata lentissima.
Quì ho dovuta attendere l’apertura dell’ albergue de “los reparadores”, e recuperato lo zaino semi-vuoto, con poco più di 5 kg di “roba” recuperata in totale, sono riuscito ad andare avanti per altri 8 km, aiutato anche da un leggero acquazzone che mi ha rinfrescato, evitandomi il caldo dei giorni passati.
Mantenendo la gamba rigida e fermandomi spesso, sono riuscito ad arrivare fino a Cirauqui, 8 km più avanti, dove ho alloggiato nel mio primo albergue privato, pulito e molto accogliente. Data la mia velocità da “lumaca” sono arrivato dopo le 14.30, e ho pagato anche perla cena, che servivano in serata, il giorno prima avevo sentito per telefono Marzio che risultava a Estella, un villaggio 17 km più avanti, perciò non avrei potuto presumibilmente raggiungerlo nei giorni a venire. Così in attesa di ripartire il giorno dopo, ho fatto una doccia e ho cenato assieme ad altri pellegrini presenti in struttura, in una atmosfera cordiale e molto allegra, accompagnando la pasta e le polpette che ci sono state servite con un vari bicchieri di vino rosso, impaziente di ripartire l’indomani mattina per continuare il Cammino.
Non sapevo se sarei riuscito ad arrivare alla fine, ma finchè potevo camminare, sarei andato avanti, quello di cui avrei avuto bisogno l’avrei acquistato lungo il percorso e scoprendo una determinazione che non mi conoscevo, non vedevo l’ora che arrivasse il prossimo giorno, per vedere cosa mi riservava la strada.
Ma questa è un’altra tappa e ve la racconterò nel prossimo capitolo.