L’estate sta finendo…

Scrivo questo post dopo ormai un mese che non vi do nuove storie da leggere: è vero sono stato e sono ancora occupato con il lavoro, un pò stressato, e non trovo il tempo o la voglia per raccontarvi del viaggio in India, o della Baja California, oppure del viaggio in Giappone di 6 anni fa….
Così ho deciso di darvi allora qualche informazione per futuri viaggiatori riguardo il posto in cui lavoro e gestisco la piccola struttura ricettiva di proprietà del Comune di San Valentino in Abruzzo Citeriore: si tratta attualmente del Comune d’Italia con il nome più lungo, è situato in Provincia di Pescara, a 50 km dall’Adriatico e dalla “ridente” e “affollata” città balneare di Pescara.

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San Valentino invece ha meno di 2000 abitanti, si trova a poco meno di 200 metri sul livello del mare ed è ad un tiro di schioppo dal confine con il Parco Nazionale della Majella: qui si incontrano lupi, cervi, camosci e perfino qualche orso bruno marsicano he transita nei suoi spostamenti. L’estate che si avvia al termine (oggi ha piovuto pesantemente e l’aria si è rinfrescata) è la stagione migliore per visitare la Majella e il Gran Sasso distanti poco meno di 100 km l’uno dall’altro, queste terre sono aspre e gelide d’inverno, ma ospitali e gentili nella bella stagione, come quasi tutti gli abruzzesi.
A volte siamo un pò “chiusi” ma ciò dipende dall’isolamento millenario di questa regione, distante poco meno di 200 chilometri dalla Capitale, difficile da raggiungere per la presenza del Massiccio del Gran Sasso e dalla Majella che costituivano una barriera all’afflusso di merci e persone. Ancora oggi le zoneinterne sono le meno sviluppate ma anche le più belle e ospitali di questa terra posta fra Marche, Molise, Lazio e Umbria.

IMG_20150501_111304.jpgL’Abruzzo si ama o si odia, ad una costa fortemente antropizzata specie nella parte nord, si contrappone un’interno spopolato, costituito da piccoli borghi, spesso abitati solo da anziani, che si ravvivano esclusivamente in estate e durante le vacanze natalizie, come il Borgo di Roccacaramanico, a una ventina di chilometri da dove lavoro io, oppure il piccolo paese abbandonato e in rovina di Corvara, nell’aquilano.

DSCF4211.JPGQueste zone sono anche famose per gli eremi fondati da Pietro da Morrone e per la forte religiosità che li caratterizza. Costruiti in luoghi spesso inaccessibili o selvaggi, Santo Spirito a Majella, San Barolomeo in Legio o San Giovanni all’Orfento sono ogni anno meta di migliaia di turisti, pellegrini e curiosi.
Non mancano sapori e ricette squisite fatte di ingredienti semplici, alimenti poveri o simbolo di “festa”, basati su una economia agro-pastorale che a prezzo di grandi fatiche e sacrifici ha strappato alla madre terra pascoli e campi, frutteti e boschi.

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Tutto questo è l’Abruzzo è ancora di più, ma è tardi e mi limito a tratteggiarvi questi luoghi, sperando che un giorno passiate di quì e possiate ammirare la Majella o il Gran Sasso con il suo caratteristico profilo, gustare il miele di Tornareccio e il Pecorino di Farindola, assaggiare il Montepulciano d’Abruzzo o un Trebbiano aspro e sincero con un piatto di “brodetto” alla vastese o della pasta fatta in casa, assieme alle “pizzelle”, dolci ferratelle morbide o dure che le donne della nostra infanzia facevano in grandi quantità in occasione di festività e matrimoni, accompagnandole con Ratafia, un liquore di amarene e marmellata d’uva. E come non menzionare le “pallotte cace e’ ove” fatte di pane raffermo, uova, prezzemolo, aglio e pecorino romano oppure un povero “rigatino” che un tempo venivano fatte con gli avanzi di pane e fritte in olio d’oliva e poi “ricalate” in un sugo semplice con cipolla e peperone, costituivano un cibo semplice per alleviare la fame.

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In questi mesi si sono avvicendati tanti visitatori, ospiti e conoscenti nel vecchio carcere trasformato decenni fa in affittacamere. Da quì partivano alla volta della “porta della Majella”: la strada provinciale che sul lato occidentale porta fino a Caramanico e alla Riserva integrale della Valle dell’Orfento, e più su fino a Passo San Leonardo e alle cime della Majelletta e del Monte Amaro. Il Monte Morrone custodisce questi luoghi ed è oramai famoso per i devastanti incendi che ne hanno distrutto i versanti, così come sulle pendici del Gran Sasso si ricorda soprattutto la località di Rigopiano, fra maestose faggete e scorci incantevoli teatro del dramma del terremoto. La natura quì sa essere dura e non perdona, ma è anche capaci di slanci di generosità immensi, rigenerandosi ad ogni incendio o terremoto e rinnovando il ciclo della vita che tutti possiamo ammirare: all’inverno subentra la primavera, poi l’estate e quindi l’autunno, fino ai pochi mesi freddi che ci riportano nell’inverno della nostra esistenza fatto di freddo e neve ma anche di paesaggi meravigliosi e fiabeschi, per poi ricominciare e così via…

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Un saluto dal mio Abruzzo 🙂

Viaggio in Iran, quarta parte.

Dopo una lunga pausa dettata da motivi di lavoro e altro torno a scrivere di Iran: nella parte precedente avevo parlato della partenza da Isfahan, con il solito autobus siamo arrivati il 19 aprile a Yazd e abbiamo alloggiato in una camera del Silk Road Hotels (una istituzione qui a Yazd); il sole batte impietoso sul nostro capo mentre trasportiamo le nostre valigie fino ad una dependance del Silk Road, aperto un pesante portone in legno e metallo con un chiavistello brunito, ci viene assegnata una camera con bagno per le prossime due notti, affacciata sul solito cortile persiano (privo di fontana) silenzioso e assolato.
Il nostro Host (lo chiameremo Alì Reza…nome molto comune in Iran) ci invita a passare nel cortile coperto del Silk Road Hotel, dove è ubicato il ristorante, per darci un pò di informazioni e mi chiede subito se voglio partecipare ad un tour (In Iran tutti vi chiederanno se volete partecipare ad un tour, dipende sempre dal prezzo e dalla qualità, di norma quelli organizzati dalle  agenzie accreditate sono i migliori anche se un po costosi). Dopo una iniziale titubanza decidiamo di dargli una risposta per l’indomani e andiamo a fare un giro per la città.

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Yazd si rivela molto turistica, troppo….il centro storico è strapieno di caffetterie, agenzie, hotel e case tradizionali, le scritte in inglese qui la fanno da padrone e soprattutto è tutto lindo e pulito, nuovo, troppo nuovo, il Bazar è una successione di vetrine con merci e artigianato esposto a prezzi due o tre volte più alti che negli altri bazar che ho visto fino ad ora, e i prezzi sono perfino in euro, sembra di stare in un posto “finto” non in Iran, per fortuna che lasciando il centro e allontanandosi un pò si torna a sentire il traffico, lo smog e le cartacce per terra, al limite della zona “turistica” trovo perfino appoggiati contro un muro alcuni contenitori colorati per la raccolta differenziata, e che dire della Moschea e-Jame (la moschea della congregazione corrispondente grosso modo alle nostre cattedrali, ve n’è una in ogni città iraniana grande o piccola)? L’esterno è riccamente decorato e di notte viene illuminata da una serie di luci blu molto suggestive, ma l’ingresso è a pagamento, perciò evitiamo…

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Lasciamo l’asetticità della zona turistica di Yazd e verso sera ci immergiamo nella polvere della strada, nei richiami dei commercianti lungo l’arteria principale della città, negli odori di spezie e dolci, kabab, pane persiano, fumi di scarico e frutta troppo matura utilizzata per i più disparati centrifugati che servono dappertutto per combattere la calura, come i numerosi chioschi di gelato o granite appollaiati lungo il marciapiede ingombro di famiglie che passeggiano, coppie o ragazze sole, turisti e militari in licenza, bambini urlanti con fratellini o sorelline: questo è l’Iran e quasi mi rinfranca, lasciandomi alle spalle il brutto “sogno” della zona commerciale per turisti poco distante dal nostro albergo.
Ci fermiamo in un negozietto scalcinato e compriamo alcune spezie, tè verde e ennè (quest’ultimo per mia cugina che lo ha chiesto insistentemente), poi torniamo al Silk Road Hotel dove consumiamo una cena frugale e poi andiamo a nanna.

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L’indomani mattina abbiamo appuntamento con la nostra “guida” per un tour nei dintorni della città che ci costerà appena 20 euro a testa: a bordo della classica vecchia sepa bianca, il nostro autista ci  conduce in circa 5 ore fino al villaggio di mattoni in fango di Kharanagh che ci “rapisce” con le sue architetture turrite e la campagna circostante, visitiamo anche il vicino caravanserraglio, dove turisti francesi appassionati di pittura a cavalletto, alloggiano in camere spartane senza bagno affacciate sul cortile interno ristrutturato in mattoni. Proseguiamo fino ad un tempio zorastriano in cima ad un monte roccioso che si rivela una mezza delusione: ispirato ad una leggenda della principessa Nikbanuh che avrebbe fatto scaturire l’acqua da una roccia, quando era ormai allo stremo dopo essere fuggita dai propri nemici, di tale mito resta solo una saletta pavimentata al cui centro si erge un braciere con incenso e candele che ardono e da una parete di roccia l’acqua della storia sgocciola sul pavimento allagando l’ambiente…

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Dopo quest’erta salita e il pagamento del biglietto, la discesa ci accoglie premurosa fino all’auto in attesa; il nostro autista Moammed ci porta fino al Castello di Meybod (detto Castello di Narin), una antichissima costruzione in fango, che pare sia la più antica costruzione in mattoni di fango oggi esistente. La struttura è imponente e domina la periferia di Yazd, poco distante visitiamo una ghiacciaia e un caravanserraglio perfettamente restaurati, trovo addirittura dei bagni alla “occidentale” perfettamente funzionati e puliti che il custode mi apre premurosamente. Torniamo al Silk Road Hotel stanchi e affamati ma appagati: il nostro tour operator ci offre il pranzo (chelo bollito, comunemente detto da noi basmati al vapore, badmejan o melanzane fritte in padella e cotte in sugo con aggiunta di formaggio, manzo in salsa e olive per aperitivo, completano tutto alcune fette di cocomero fresco e l’immancabile tè di cui ci serviamo a profusione dalle varie teiere poste sopra alcuni samovar cilindrici disposti su un tavolo all’ingresso del cortile coperto.

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Alì ci convince a fare un tour domani fino a Persepoli, che ci permetterà di raggiungere Shiraz, dove prenota per noi telefonicamente un altro hotel, ci fidiamo e ringraziamo e nel pomeriggio, dopo un pò di riposo facciamo un ultimo giretto per il centro “turistico” di Yazd. Nel pomeriggio inoltrato prendiamo un tè con la nostra guida nell’ Alì Baba Hotel (l’originario Silk Road Hotel, che poi si è ingrandito, inglobando varie strutture ricettive poco lontane, compresa quella dove alloggiamo), definendo gli ultimi dettagli e concordando il pagamento dell’hotel e del tour fino a Persepolis, che ci porterà attraverso Pasagarde e altre località fino all’antica città, (si dice, distrutta da Alessandro Magno che sarebbe stato invidioso della sua grandezza) al modico costo di € 50 a testa, mentre l’hotel per tre notti viene fissato a 135 € totali.

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La camera in cui alloggiamo ha avuto un “problema” al wc che si è intasato, nonostante non avessimo buttato carta igienica nel water, e siamo riusciti a risolvere l’occlusione solo nel pomeriggio, utilizzando nel frattempo i bagni comuni che si trovano adiacenti al nostro cortile. In Iran ho notato che i servizi igienici si possono intasare facilmente, forse a causa dei tubi di scarico più stretti dei nostri o perché vi è poca pressione, perciò vi do un consiglio semiserio: non buttate mai carta igienica o altro nei wc e procuratevi del disgorgante se lo trovate (noi abbiamo provato tutto quello che c’era a portata di mano, dal detersivo al sapone liquido, all’acqua bollente), per il resto la serata procede serena e tranquilla nell’afa della città sonnolenta adagiata in mezzo al deserto.
Siccome il menù del Silk Road non comprende una grande varietà di piatti e abbiamo praticamente assaggiato tutto, la sera per cena, ordiniamo gli “spaghetti con ragù” che non sono di semola di grano duro ma vengono fatti con uova e farina rendendoli molto simili alla nostra pasta all’uovo, diciamo che il risultato e passabile e dopo cena possiamo ritirarci per la notte
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Purtroppo al nostro arrivo a Shiraz avremo una “amara sorpresa” che non sono ancora riuscito a chiarire del tutto, ma questa è un’altra storia e non ci resta che andare a dormire in attesa di partire l’indomani in auto direzione Shiraz.
Per ora ci resta da sognare e fantasticare sulle meraviglie del deserto che abbiamo visto e sulle antiche rovine, caravanserragli lungo le strade polverose e montagne rocciose e così aride che punteggiano il paesaggio dell’Iran Centrale: zone caratteristiche di questo paese, vestigia e leggende di un antico passato che si snoda fra l’Impero Achemenide, quello Sasanide e il più conosciuto Impero Persiano, conquistato da Alessandro Magno, fino al suo declino, passando per il dominio dei Parti, fieri avversari dell’Impero Romano al tramonto, per poi perdersi fra la conquista araba e in seguito fra le varie dinastie moderne, da quella Quajara al breve “dominio” dei Pavlavi in questo paese da “mille e una notte”, pieno di contrasti e sfumature, in cui anche una disavventura si trasformerà in un’avventura inaspettata.

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Il viaggio ragione di vita (prima parte).

Breve definizione della parola viaggio presa da un dizionario: Il viaggio è lo spostamento che si compie da un luogo di partenza a un altro distante dal primo. Il viaggio può essere locale, regionale, nazionale o internazionale.
Questa è la definizione “generica” del viaggio, ma se approfondiamo il termine ci rendiamo conto che, per chi non riesce mai a stare fermo troppo tempo nello stesso posto, o luogo che il viaggio ha valenze e significati molteplici e diversi.

Il Viaggio inteso come “cambiamento”, come scoperta e avventura fa parte di alcuni dei temi più comuni e ricorrenti per i viaggiatori del passato o quelli attuali.
Viaggiare a mio avviso è diverso dalla “vacanza” ma potrei sbagliarmi, perciò darò solo una definizione “personale” di ciò. Fino a qualche anno fa, cercavo di evitare il termine “on holiday” e preferivo sempre specificare di essere un traveler, quando sbarcavo dall’aereo o mi chiedevano perché mi trovavo in quel paese. Poi negli ultimi anni, ad esempio in Messico o alle Canarie mi sono rassegnato ad essere etichettato come “turista in vacanza” anche se per me il viaggio era ed è rimasto qualcosa di più, certamente non un modo per riposarmi. Qui di seguito cercherò di spiegare alcune delle differenze che ho sempre ravvisato:

  1. Il turista di norma vuole rilassarsi e non avere troppi pensieri su dove andare e cosa vedere, meglio se in una vacanza organizzata, restandosene spaparanzato al bordo piscina di un resort, il viaggiatore invece tende a spostarsi e vedere molteplici luoghi,  facendo una tabella di viaggio molto precisa o andando a zonzo senza meta, pernottando poche notti nello stesso posto e visitando più o meno superficialmente più luoghi possibili nel tempo che ha. Per fare un esempio personale, quando siamo stati in Giappone, io e mio fratello, abbiamo visto Tokyo per 5 lunghi giorni….ma Tokyo non si può definire la “quintessenza” del Giappone, perciò ci siamo spostati anche per centinaia di km verso altre destinazioni, immergendoci qualche giorno nella provincia giapponese nei pressi del Fuji e poi cambiando proprio zona. Credo che tali spostamenti ci abbiano dato una reale idea di come “vivono” i giapponesi che non risiedono o lavorano a Tokyo….
  2. Il “traveler” senza nessuna offesa per i “turisti” di norma ha più fame e spirito d’avventura nella scelta degli itinerari fuori dai normali circuiti e pacchetti “turistici” appunto. Capisco che una crociera tutto compreso nei fiordi della Scandinavia possa creare molte aspettative per le attrattive del paesaggio selvaggio e la comodità degli spostamenti (confesso di averci pensato anche io molto spesso, per curiosità e interesse, ma credo che attenderò qualche decennio prima di “provare” una vacanza in crociera all inclusive), perciò la vacanza tutto compreso non è certamente un crimine, è solo un altro modo di spostarsi/vedere cose al di fuori del proprio contesto di appartenenza, ove viviamo tutti i giorni.
    Il problema/pregio dei “pacchetti” turistici è che vendono una esperienza ben organizzata e distribuita in un lasso di tempo delimitato (una settimana, 10 giorni o più), che permette di attraccare anche ogni giorno in un porto diverso e avere una giornata per visitare il luogo, costringendoci però a imbarcarci puntualmente per andare “avanti” senza permettere di “approfondire” l’esperienza.
    Il viaggiatore invece “approfondisce” o tenta di farlo, e se utilizzerà un circuito turistico classico sarà solo dovuto a degli innegabili vantaggi che questo gli offre.
    Esempio personale: in Irlanda volevo assolutamente vedere le Cliffs of Moehr (famose scogliere sulla costa occidentale della Repubblica d’Irlanda in cui gli U2 suonarono uno dei pezzi più famosi di Unforgettable fire, album del 1984 e bla bla bla…queste cose credo le sappiate già…), purtroppo l’unico modo per raggiungerle, era all’epoca spendere molti soldi per l’affitto di un auto e destreggiarsi nella guida a sinistra in terra d’Irlanda, oppure comprare per poche decine di euro un posto su uno degli autobus giornalieri organizzati da tour operator specializzati in tali spedizioni  fino alle scogliere (panino incluso). Alla fine non abbiamo fatto in tempo (motivo per tornare a vedere le Cliff s of Moehr e l’Irlanda in generale….), ma questo è un esempio di quando un tour organizzato è più conveniente del fai da te….
    Spero di non essermi perso troppo nel discorso e di non avervi tediato…. ci sarebbe ancora da dire molto sulla differenza fra viaggiatore e turista ma concluderò questo articolo nella seconda parte.Intanto buon weekend a tutti.

    cliffs-of-moher-strip-one.jpgfoto tratta dal sito http://www.ireland.com/it-it/posti-spettacolari/cliffs-of-moher/