Iran: Da Teheran a Kashan, la città delle rose.

Dopo i primi giorni a Teheran, partiamo in direzione Kashan: una città a 3 ore e mezzo di autobus dalla capitale, situata nella provincia di Isfahan.
Il biglietto per l’autobus l’avevamo comprato il giorno prima ed era tutto in farsi, perciò ho chiesto delucidazioni a Fatima, la nostra receptionist preferita, che ci ha accolti in mattinata con un “Buongiorno, come stai?” e mi ha confermato che l’autobus parte oggi e che il biglietto vale per qualunque corsa durante tutta la giornata.
Con le valigie al seguito attraversiamo Teheran con la linea 1 della metro fino al Terminal sud degli autobus, denominato Terminal-e-Jonub, e appena usciti dalla stazione della metropolitana, varie persone ci chiedono dove siamo diretti, appena varchiamo i cancelli del Terminal Bus, finché un signore ci prende in custodia, portandoci fino al nostro autobus (qui funziona così), mostriamo il biglietto all’addetto, che carica i nostri bagagli e ci fa salire celermente a bordo, anche se passerà un altra mezz’oretta prima che lasciamo la stazione degli autobus: il mezzo super comodo è della categoria VIP e con un piccolo supplemento di 100.000 rials (intorno ai 2 euro), ci vengono assegnate due poltrone quasi completamente reclinabili, con schermo video incorporato nel sedile di fronte, succo e merendine distribuite dall’inserviente e acqua a volontà.
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Al nostro arrivo a Kashan notiamo che la città è vivace e ricca di università; città grande ma non inquinata o caotica come Teheran, anche grazie al suo bazar e ai suoi commerci ha una grande importanza lungo la via che porta a sud dell’Iran ed è famosa per l’acqua di rose.
L’autista ci fa scendere al volo e un anziano tassista si offre subito di portarci fino alla Nogli House: la nostra guest house che ci ospiterà per 3 notti qui a Kashan. L’autista fa un ampio giro cercando di offrirci qualche tour nel deserto, poi ci lascia nella piazza adiacente la guest house e dopo avermi chiesto 500.000 rials per la corsa si “pente” e me ne restituisce 300.000…L’Iran è anche questo, estrema ospitalità e rispetto da parte di tutti, anche da parte dei tassisti “furfanti” che cercano sempre di “arrotondare” con qualche rial in più e senza tassametro, quando si tratta di stranieri.
Una signora di passaggio ci chiede quale hotel cerchiamo e ci conduce fino alla Nogli House, dove dopo una rapida registrazione prendiamo possesso della nostra camera tripla,  e dopo una doccia veloce ci addentriamo nel centro storico di Kashan.
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La città è abituata ai turisti e vive di turismo, gruppi di stranieri si aggirano per il suo centro storico e raggiungiamo la vecchia MoscheaMasjed-e-Agha Bozorg: ormai in disuso, l’edificio è però ben conservato e riccamente decorato, mentre la scuola coranica situata vicino alla struttura è ancora in attività. Mentre torniamo verso la Nogli House un bambino mi saluta vivacemente e ricambio il saluto con gentilezza. Scopriamo che la nostra guest house ha anche varie “dependance” sparse nel centro storico, mentre quella che ci ospita ha un giardino persiano “classico” con fontanella e pozza per i pesci rossi, attorniata da aiuole rigogliose ornate di alberelli e roseti.
Dopo pranzo a base di zuppa di carne, fagioli e riso basmati al vapore,riposiamo brevemente e nel pomeriggio usciamo alla ricerca delle case tradizionali di Kashan di cui la città e ricca, orientandoci grazie ad una mappa che ci hanno dato in reception.
Le “case storiche” sono antiche residenze private oggi trasformate in musei all’aperto e ne visitiamo subito una: l’Abbasi House, che si presenta a noi ricca di decorazioni e con il suo giardino persiano curato e molto più grande di quello della casa dove alloggiamo.
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Per cena usufruiamo sempre del ristorante della guest house che tende a riempirsi velocemente e gustiamo di nuovo le “badmejan” (melanzane tritate con lenticchie e formaggio feta sciolto sopra) accompagnate da dug (il latte acido con acqua di rose, menta e sale ottimo per dissetarsi), oltre a verdure fermentate sotto aceto, pane persiano e ovviamente acqua.
L’indomani mattina dopo una abbondante colazione, ci serviamo più volte dal samovar comune di tè che allunghiamo con l’acqua bollente e  poi usciamo di nuovo alla volta del centro storico di Kashan e del suo bazar, oggi in parte chiuso in quando venerdì, giorno di preghiera per i musulmani. Acquistiamo una bottiglia di acqua di rose, del tè verde e zucchero cristallizzato “colorato” con curcuma o zafferano, inoltre trovo cartoline e francobolli da imbucare per spedirli in Italia, ma nonostante i miei sforzi non riuscirò a trovare cassette della posta o uffici postali dove imbucare le cartoline.
Nella zona del bazar compriamo anche della cannella in stecche, limoncini secchi e un succo di “crespino” salato (bacche rosse scambiate da noi per melograno) ma molto dissetante che diluiamo con acqua, per poi tornare sempre a piedi alla nostra guest house. La città non è grande e il centro storico ricco di edifici in terra cruda, hotel e guest house è facile da girare, l’indomani mattina intendiamo raggiungere in taxi il giardino persiano del Bag-e-Fin ma resterò fortemente deluso: dopo colazione andiamo in una delle tante piazze cittadine dove i tassisti sostano in attesa di clienti e contrattiamo un pò per un viaggio di andata e ritorno accordandoci per 300.000 rials andate e ritorno fino a Kashan. Dopo aver pagato l’ingresso, ci aggiriamo un pò nel giardino, designato Patrimonio dell” Unesco ma in realtà molto spoglio e privo di ricche aiuole, seguendo alal fine le spiegazioni di una giovane guida iraniana che si offre di illustrarci il luogo per circa 500.000 rials (alla fine della visita la giovane chiederà a noi di essere pagata in dollari, ma non avendoli e non sapendo l’esatto equivalente in euro di 20 dollari, accetta alla fine di essere pagata in rials.
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La città è piena di turisti iraniani per via della “Festa delle rose” e anche il bazar aperto in questo sabato si rivela in tutta la sua vita, così tornati in taxi a Kashan, ci facciamo lasciare nei pressi e attraversiamo tutto il mercato, indugiando fra banchi di spezie e samovar di tutte le dimensioni in esposizione, venditori di dolciumi e perfino il negozio di un “bazari” listata a lutto, dove ci offrono deliziosi datteri ripieni di noci per commemorare il defunto. Alla fine scegliamo una pasticceria e acquistiamo vari dolciumi (fra i quali i famosi torroni di kashan), mentre aspettiamo che ci impacchettino tutto, ci viene offerto un tè con miele, poi torniamo in guest house per lasciare il nostro “carico” di dolci e torniamo all’Abbasi House per provare il ristorante (abbastanza turistico ma accettabile), dove nonostante il pienone riusciamo a trovare un posto per mangiare il dizi (famoso stufato di carne di montone e legumi, che va schiacciato con un pestello, dopo averne sorbito il sugo di cottura, e poi raccolto con il pane persiano per mangiarlo), con il solito accompagnamento di riso bollito e dug per rinfrescarci dalal giornata assolata. Il conto è estremamente conveniente e mi sorge il sospetto che abbiano sbagliato a calcolare il totale.
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L’indomani ripartiremo, direzione Isfahan, nell’attesa preparo la valigia e faccio un ultimo giro fra gli edifici in terra cruda del centro storico, scattando fotografie. Come il giorno precedente cade una leggera pioggerella che ci rinfresca e da sollievo dalla calura.
Dopo una cena frugale, esco nel fresco della serata, aggirandomi ancora per i vicolie le strade della città, ricca di botteghe artigiane, caffetterie e negozi di dolci. Il caos di Teheran e il traffico sono lontani, confinati alle arterie principali di Kashan, oasi nel deserto, città carovaniera sonnecchiante ma ricca di commerci. Mi dispiace lasciare la Nogli house dove i giovani camerieri si danno da fare a pranzo e a cena per servirci le pietanze a base di vegetali e il riso al vapore guarnito con crespino e curcuma.
Domani dovremo attraversare l’Iran centrale e ci toccheranno almeno 5 ore di autobus, ma non vediamo l’ora di continuare il nostro viaggio lungo la via della seta che attraversa questo paese così ricco di storia e aspetti inusuali, che da occidentali poco conosciamo. Un paese che non smette di stupirci, nell’attesa di vedere le molteplici meraviglie che si celano a Isfahan, Yazd, Shiraz e fino al profondo Belucistan e alla sua capitale, Kerman, per poi tornare indietro lungo la stessa strada alla capitale Teheran adagiata davanti ai Monti Erbuzh, ma questa è un’altra storia che vi racconterò a breve…
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VIAGGIO IN IRAN: I primi giorni.

L’Iran è un paese che mi ha sempre affascinato per la sua storia e cultura: un passato millenario fatto di Imperi che si sono succeduti, popoli e culture che hanno coesistito per secoli, fino all’odierna Persia.
Fino agli anni ’70 infatti il paese era conosciuto come Persia, e i suoi abitanti, i persiani ne hanno occupato l’attuale territorio per più tempo che qualsiasi altro popolo sulla terra.

 

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Siamo sbarcati all’Aeroporto Imam Khomeini intorno alle 4.00 di mattina, da un volo Emirates proveniente da Dubai, dove avevamo fatto un breve scalo notturno, dopo la partenza da Fiumicino. L’aeroporto si trova a circa 35 km a sud ovest di Teheran e dopo i tranquilli controlli dei passaporti e del visto, abbiamo indugiato nell’area arrivi.
Miofratello ha cambiato un pò di euro nell’unica banca presente (cambiate sempre lo stretto necessario per il taxi e qualche spesa nei primi giorni, ci sono posti migliori per il cambio a Teheran, in Ferdosi Street), poi abbiamo consumato qualcosa nella caffetteria dell’aeroporto, per ammazzare il tempo, e abbiamo perso un altra ora a chiacchierare con i tassisti abusivi che cercavano clienti da portare in città.
Il fuso orario è di 3 ore e mezzo rispetto all’UTC (Tempo Coordinato Universale) del Meridiano di Greenwich, quindi ci troviamo due ore avanti rispetto all’Italia.
Usciti dal Terminal, i tassisti iraniani si fanno subito sotto per offrire i loro servigi: scegliamo un tassista anziano che ci porta alla sua vecchia auto verde “VIP Service” (in Iran in generale non vi aspettate di trovare auto nuove fiammanti, a causa dell’embargo, molti tassisti guidano ancora delle vecchie Peima, piccole e male in arnese (solitamente bianche), ma vi porteranno ovunque vogliate.
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Raggiungiamo Teheran in una mezzora: la città è ancora addormentata e dopo avergli dato l’indirizzo del Markazi Hotel un paio di volte, il tassista ci deposita davanti all’ingresso che pare ancora chiuso. Per la corsa paghiamo 1.000.000 di rials, che corrispondono attualmente a poco meno di 20 €…
In Iran tutti però usano dire i prezzi in toman,una valuta che non esiste e all’inizio sembra difficile, ma basta aggiungere uno zero e tutti i conti tornano. Il tassista ci da il prezzo in rials, ma avrebbe potuto dire “500.000 tomans” e in tal caso bastava aggiungere uno zero.
L’accoglienza in hotel è inaspettata per gli standard “occidentali”: innanzitutto, dopo averci registrato e scherzato con noi, Fatima la premurosa “capa” dell’hotel ci invita a fare colazione in sala, anche se in teoria avremmo diritto alla colazione in struttura dal giorno dopo. Il receptionist effettua per noi il check-in molto anticipato, senza problemi (teoricamente potevamo entrare in stanza dalle 14.00, ma in Iran se la camera è pronta te la danno subito) e ci chiede da dove veniamo, alla notizia che siamo italiani ci sorride allegramente e ci ricorda di scendere per approfittare della colazione prima delle 10.00. Così dopo esserci rinfrescati un pò, per le 8.00 scendiamo e facciamo una abbondante colazione iraniana a base di succo di arancia, burro, dolci, tè, pane iraniano (Nun), marmellata di carote, formaggio feta e qualche fetta di cetriolo e pomodoro. Ringraziamo per la colazione e andiamo riposare (in effetti caschiamo dal sonno), crollando in un sonno profondo nei letti fino a mezzogiorno.
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La città nel frattempo si risveglia e quando usciamo per fare un giro, stentiamo a riconoscere la strada: un tripudio di luci, negozi di materiale elettrico (scopriamo di trovarci nella “electric street” di Teheran), e cerchiamo di orizzontarci in una metropoli di più di otto milioni di abitanti. Alla fine  andiamo piedi fino alla zona del Bazar, verso sud, sbagliando più volte strada. Se girate per Teheran a piedi, stampatevi un pò di mappe o utilizzate il gps con il cellulare per orientarvi. Noi alla fine raggiungiamo Piazza Imam Khomeini e troviamo la metropolitana, dove prendiamo la linea 1 (in metro si va con un biglietto singolo, perchè non riusciamo a fare l’abbonamento e le macchinette automatiche sono tutte rotte), per tornare indietro e in un paio di fermate raggiungiamo Enghelab Street, che interseca Ferdosi: quest’ultima è la via dei cambiavalute di Teheran. Dopo una mezza giornata “vagando” senza mappa alla ricerca di Ferdosi Street, ci fermiamo in un chiosco a mangiare dei deliziosi kabab di fegato, con cipolla cruda, peperoncini freschi e pomodori tagliati accompagnati da un pò di pane persiano (ne esistono quattro varianti, ma questo lo racconterò un altra volta…).
Scopriamo di aver sbagliato direzione quando siamo usciti dalla metro, non avendo punti di riferimento, così torniamo indietro a piedi e raggiunta Ferdosi street, trovo un cambiavalute aperto (sono quasi le quattro di pomeriggio ormai) e cambio i miei 1000 euro ad un cambio vantaggioso di 1€ a 60.000 rials.
Cerco di suddividere le mazzette da 500.000 rials e farle entrare nei vari portafogli che ho con me, poi torniamo in metro fino alla fermata nei pressi dell’hotel e ci riposiamo fino a sera.

Come prima giornata non c’è male: ci siamo persi ben due volte, ma abbiamo imparato ad usare la metropolitana e usiamo la Guida Lonely Planet che abbiamo portato con noi per trovare un ristorante “tradizionale” iraniano dove cenare: la scelta cade sul Khayam Traditional Restaurant, nei pressi del Bazar e della fermata omonima della Metropolitana. Si mangia seduti su dei letti rialzati detti “tahkts”, levandosi ovviamente le scarpe e incrociando le gambe sui tappeti e cuscini che li ricoprono.
Noi ordiniamo ovviamente del kabab di montone e vitello con una montagna di riso colorato in cima dalla curcuma, un piccolo panetto di burro per insaporirlo e una insalata con salsa come contorno. Ovviamente gli alcolici scordateveli in Iran, così ordiniamo due bicchieroni di succo d’arancia fresco appena spremuto e bottigliette d’acqua. il pranzo è luculliano, perchè ci portano il riso più tardi, quando ci siamo già rimpinzati di pane persiano insalata e carne. Per noi è una impresa finire tutto. Ci chiedono se vogliamo fumare un qalyan con tabacco profumato (narghile iraniano), ma decliniamo, sarà per un altra volta, abbiamo bisogno di fare una camminata per smaltire il cibo, così ci aggiriamo per i dintorni del bazar chiuso, dove si ammucchiano rifiuti e resti di cibo. Gli spazzini non sono ancora passati, ma l’indomani sarà tutto pulito, come se tutti questi rifiuti non fossero mai esistiti.

DSCF2508.JPGL’Iran è ultra sicuro e ne ho la riprova questa sera, di notte non c’è molta gente in giro e forse l’illuminazione è un pò ridotta rispetto a quella delle nostre città, ma non c’è nulla da temere. Nessuno fa caso a chi cammina di notte per la strada, certo non aspettatevi party per la strada o folle di giovani che bevono e fumano: tutte le persone di sesso femminile (anche le bambine a seconda che la famiglia di appartenenza sia molto conservatrice o meno) portano l’ijab, che è un foulard drappeggiato intorno alla testa, in modo da non mostrare i capelli, ma l’hijab tende a “scivolare” indietro quindi si possono vedere ciocche di capelli e intere capigliature, senza che nessuno si scandalizzi per questo (inoltre molte donne indossano hijab colorati e ampiamente decorati, di seta o broccato, che sono uno spettacolo per gli occhi, senza contare tailleur di colore chiaro e pantaloni dello stesso colore).
Il chador invece è un velo nero, spesso sintetico che copre la testa e che ci si può drappeggiare intorno al corpo, per dissimulare ciò che si indossa sotto. Molte donne indossano una giacca (preferibilmente scura e di poliestere o panno pesante) e pantaloni, ma non disdegnano i tacchi, gioielli, e trucco, senza dimenticare le unghie lunghe e laccate, oltre che curatissime. Le giovani ovviamente sono vestite più alla “moda” e aggirano i dettami della morale islamica con inventiva e audacia: il giorno successivo noto una ragazza con i jeans strappati che cela sotto un chador nero, quando le passano accanto degli estranei, non deve far altro che avvolgersi nel chador.
Di Basij (l’odiata milizia deputata in passato a controllare il rispetto dell’ hijab e della morale islamica da parte della popolazione) non ne vedremo in giro, tranne che qualcuno di quelli addetti al traffico, sempre a cavallo di moto e con una divisa militare.
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Il giorno successivo andiamo al Palazzo Golestan che ci impressiona in parte (alcune parti sono in restauro e ci sono molti gruppi guidati che imperversano dappertutto), ci fermiamo a sorseggiare un tè nella locale sala da tè e poi andiamo a mangiare un boccone in Ferdosi Street (trippa di pecora bollita con zampette, spruzzata di limone e sale), e cerchiamo riparo dallo smog, spostandoci in metropolitana fino alla Azadi Tower, per acquistare in anticipo due biglietti d’autobus per la cittadina di Kashan al Terminal locale, dove andremo fra un paio di giorni. Dopo essere riuscito a farmi capire nel caos del Terminal Bus El-Jonub (scritte per le destinazioni tutte in farsi ovviamente) e a trovare lo sportello giusto dove acquistare i biglietti, prendiamo la metropolitana ritornando in centro, e cerchiamo riparo dal traffico e smog (i veri problemi dell’Iran, altro che terrorismo) in hotel.
La guida degli iraniani è molto “sportiva” e non rispettano assolutamente il codice della strada, anche quando attraversiamo sulle strisce e con il rosso, perciò tendiamo sempre a fare lo slalom nel traffico, anticipando automobili e moto che si infilano dappertutto, all’inizio sembra una situazione infernale, ma dopo un giorno ci abbiamo già fatto l’abitudine. Una assicurazione sanitaria comunque è obbligatoria per entrare nel paese, e se verrete investiti, potrete usufruire delle migliori cure in un ospedale o clinica privata.
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Il terzo e ultimo giorno a Teheran, lo passiamo nella Teheran nord: la zona “bene” della capitale, dove si concentrano gallerie d’arte e alcuni musei, fra cui il Reza Abbasi Museum che ci impressiona notevolmente con la sua collezione di reperti antichi e moderni delle varie dinastie che si sono avvicendate in Iran. Facciamo una breve tappa davanti all’ex ambasciata USA per fotografare i suoi murales, ormai occupata permanentemente da una base dei Guardiani della Rivoluzione e chiusa al pubblico tranne che in un breve periodo a febbraio. Proseguiamo in metro fino a Piazza Imam Komeini e da li raggiungiamo l’Ervan Museum che si rivela un “pugno” allo stomaco per noi: la prigione politica della SAVAC, la polizia segreta della Sha Reza Pavlavi è illustrata con manichini in cera e ricostruzioni delle torture comminate a uomini e donne, giovani e ragazzi, durante gli anni del suo regno, fino alla propria fuga nel 1979. Ci addentriamo nel complesso scortati da una guida che in un inglese scolastico ci illustra le efferatezze dei torturatori al servizio dello Sha, testimonianze video di alcune delle vittime completano il quadro, assieme alle celle, dove a soggiornato anche l’attuale Imam Khamenei e molti attuali politici iraniani.
L’esperienza per me è particolarmente profonda (una ragazza che era nel nostro gruppetto verso la fine non riesce a trattenere le lacrime), e alla fine ci danno un succo di frutta e un biscotto ringraziandoci per la visita. Usciamo da quell’edificio lugubre in cui furono incarcerati più di 70.000 iraniani (e ne sono morti fra indicibili torture più di 7000…sia uomini che donne) e torniamo lungo il corridoio d’ingresso costellato di targhette con i nomi dei “martiri” fino all’uscita liberatoria che ci accoglie.
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Dopo la visita nel lager, torniamo in hotel per preparare le valigie e chiedere delucidazioni sul biglietto che ho acquistato per Kashan. Fatima ci conferma che è tutto a posto. Facciamo un ultimo giretto in serata nella zona delle ambasciate, per mangiare qualcosa e ci prepariamo a lasciare Teheran, ma torneremo quì fra un paio di settimane, prima del nostro volo per l’Italia, per approfondire meglio la conoscenza con la città
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Scusate la “sparizione” ma ero in Iran…

Salve a tutti, come va? Vi sono mancato?

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Mentre prendo l’autobus a Fiumicino per tornare a casa vi ragguaglio sulla mia assenza: sono stato in Iran assieme al mio fido fratello e li facebook è bloccato, così come Worpress e altre cose…ma è stato un viaggio bellissimo e cercherò di raccontarvi ciò che ho visto e vissuto al più presto.

Intanto un po di foto dell’Iran scattate dal sottoscritto 😉
Alla prossima…

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Mexico 2008…Prima parte.

Dopo una lunga pausa torno a parlare di viaggi: scusatemi….ma non avevo proprio voglia di scrivere…comunque ora vi racconterò un viaggio in un posto “fantastico” pieno di luci ed ombre:

Nel luglio del 2008 ho accompagnato mia madre in Messico: chi conosce il paese sa che è un coacervo di bellezza e disperazione, povertà e meraviglia.
Con il nostro volo IBERIA facciamo uno scalo notturno all’aeroporto di Madrid, poi all’alba proseguiamo per Città del Messico attraversando per la prima volta l’Atlantico: La tentacolare capitale dello Stato Nord-Americano che conta con la zona metropolitana quasi 20 milioni di persone ci si presenta all’alba immensa e frenetica già durante le fasi di atterraggio all’aeroporto.
Nell’enorme spazio degli arrivi troviamo ad attenderci gli amici insegnanti della RIDEF (ricordate il viaggio in Finlandia? Andate a rileggere o leggete ora se non sapete di cosa parlo…), che ci fanno sentire un calore e una umanità che fa bene al cuore. Quest’anno il Campo internazionale RIDEF si terrà a Metepech, nello Stato di Puebla, fra qualche giorno.
Dopo saluti e abbracci, i nostri “padroni di casa” ci guidano con sicurezza verso il desk dei taxi autorizzati, chiamano un taxi per noi, che ci porterà fino all’hotel e ci augurano tutto il bene del mondo. Saliti sul taxi la sensazione sulla città è che sia un pò “pericolosa”. Poi il nostro taxista si assicura che le portiere siano ben chiuse, come i finestrini, mette le sicure alle portiere e ci immergiamo in auto nel traffico sterminato della città.
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Dappertutto vediamo camionette e auto della polizia cariche di poliziotte (uomini e donne armati letteralmente fino ai denti), per le strade ci sono anche guardie private armate, agli ingressi di vari negozi, banche, hotel, ma la gente pare non farci caso:si tratta di una umanità variegata fatta si di poliziotti ad ogni incrocio, ma anche di persone intente a pulire pavimenti e marciapiedi davanti ai propri negozi, ragazze che camminano spedite, coppie di innamorati, sfaccendati, lustrascarpe pronti a servire i clienti di passaggio e persone, persone, persone.
Giunti in hotel, effetuato il check-in e disfatte le valigie, anche se non abbiamo dormito molto in aereo, ci concediamo una doccia veloce e poi facciamo il nostro primo giretto, che si trasforma in una camminata fino allo “Zòcalo” o Piazza della Costituzione: una delle più grandi piazze del mondo. Al centro si erge un’asta enorme da cui sventola una bandiera messicana. Ci dirigiamo alla Cattedrale Metropolitana della città, nonostante l’altitudine a cui si trova la capitale, oltre i 2000 metri su un altipiano di origine vulcanica, non avverto nessun disturbo e continuiamo a girare per il centro storico, dopo aver visto la Chiesa, che però non mi ha impressionato con il suo barocchismo esagerato e la sua mole. Proseguiamo il nostro giro, dopo un pranzo in un ristorante affacciato sulla piazza, camminando fino a sera, fermandoci in qualche panaderia o in vari negozi, e torniamo lentamente verso l’hotel, fermandoci a lungo davanti al “Palacio de las Bellas Artes”: un museo che sorge ai margini di un parco, dove i messicani passano le ore che precedono la notte, rilassandosi, chiacchierando, ridendo e mangiando semi di zucca o sorseggiando qualcosa.
Anche noi compriamo semi di zucca da una anziana india che ci ringrazia e restiamo seduti sul bordo di una aiuola guardando al gente che ci passa davanti, percorrendo l’Avenida Juarez, piena di traffico ad ogni ora del giorno.
Prima che scocchino le 9 della sera, insisto con mia madre per alzarci e tornare all’hotel per riposarci un pò nonostante il jet-lag, perciò passo la notte a prendere appunti di viaggio e a leggere “La polvere del Messico” di Pino Cacucci mentre mia madre russa….
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Quando ci alziamo verso le 8.00 è una domenica un pò uggiosa e dopo colazione vado in giro per la città in cerca di un adattatore per le prese di corrente elettriche nell’hotel, che mi permetta di ricaricare cellulari, fotocamera e videocamera. Passiamo la domenica visitando il Palazzo del Parlamento e del Governo Federale,  affacciato sullo Zòcalo, il Tempio Major, dove una volta sorgeva Tenochtitlan, l’attuale Città del Messico, un tempo  capitale dell’impero azteco. Concludiamo la nostra ennesima “passeggiata” visitando il Palazzo del Bellas Artes dove ci eravamo fermati il giorno predente per riposarci: essendo domenica scopriamo che tutte queste attrazioni sono “gratis” e non possiamo che apprezzare la fortuna che ci è capitata.
Date le distanze enormi finalmente decidiamo di prendere la metropolitana l’indomani, e lunedì mattina, partiamo sempre in metro alla volta del Parco di Chapultepec, che risulta chiuso, perchè è lunedì….
Il tempo è mutevole e variegato nell’arco di una giornata quì aCittà del Messico, dato che a volte sembra voglia piovere, poi si alza repentinamente il vento o esce un sole che ci riscalda un pò. La mattina l’aria è gelata, anche a causa dell’altitudine fino alle dieci.
Per passare la giornata, dopo un giretto nel caotico mercato rionale, alla ricerca di un ufficio postale, pranziamo in un caffè, per strada compriamo in un negozietto della frutta e poi degli orecchini da una bancarella, proseguendo poi a piedi per un breve tratto lungo il Paseo de la Reforma. Gli altri italiani del gruppo RIDEF scesi con noi all’aeroporto, hanno alloggiato in un altro albergo e sono partiti per fare un giro pre-RIDEF nella città di Puebla, noi li seguiremo fra qualche giorno.
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Passiamo gli ultimi due giorni a Città del Messico visitando il grandioso Museo di Antropologia del Parco di Capultepech, immenso da vedere, poi facciamo acquisti in alcune “tiendas d’artisaneria” comprando “calaveras” (scheletri vestiti nei modi più fantasiosi o teschi in ceramica colorati e decorati riccamente),per poi spostarci fino al famoso e interessante Museo di Frida Kalo e Diego Rivera, in pratica la casa dove ha vissuto la coppia di artisti. Non possiamo evitare una visita anche alla casa di Lev Trocij e poi ci dirigiamo fino al quartiere di Cojoacan: una zona residenziale “bene” di Città del Messico. L’unica “disavventura” che ci capita è di perderci l’ultimo giorno nel barrio di Xochimilco, a sud del centro cittadino. Privi di una mappa della periferia, ci  smarriamo inevitabilmente fra le stradine tutte uguali del quartiere, “salvandoci” grazie alle indicazioni di un cartolaio e ad un pò di intuito, riuscendo a trovare una stazione della metropolitana, per tornare in centro, ma l’escursione sui canali di Xochimilco è valsa la difficoltà di ritrovare la strada. Domani andremo ad incontrare gli insegnanti messicani che ci faranno da “ciceroni” fino a Metepec per iniziare il campo, ma questa è un’altra parte di storia che racconterò il prima possibile….
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Belgio e Olanda in treno.

Nel settembre 2007 approfitto di un volo da Pescara a Charleroi, per vedere un pò di Belgio e Paesi Bassi, comunemente detti Olanda. Per arrivare ci vogliono meno di tre ore, atterrati, prendiamo un autobus per Bruxelles, da dove un treno dalla stazione centrale, dopo un pò di incertezze (rischiamo di prendere il treno veloce per Londra, perchè non riusciamo a capire dove sia il treno per Amsterdam e sbagliamo banchina…) ci porta ad Amsterdam in un oretta e mezza.

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Abbiamo prenotato in un ostello a pochi passi dai Canali, in particolare dal Keizersgracht: uno dei tre canali scavati nella città durante il secolo d’oro olandese. Il Singelgracht è l’area che comprende i canali storici di Amsterdam ed è stato inserito nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell Unesco; d’appertutto sono posteggiate biciclette e la città ci si rivela subito “caotico” e multietnica: ricca di vita, anche se molto cara, oltre che strapiena di turisti.
L’ostello si rivela letteralmente una “bettola” fra l’altro anche a caro prezzo in camerata mista, ma d’altronde non potevamo trovare di meglio: Amsterdam come già detto è carissima per le nostre tasche, nonostante l’euro e ci troviamo costretti a fare la spesa per risparmiare qualcosa sui pasti.
La mobilità però è eccellente: il giorno successivo, troviamo un deposito/noleggio biciclette e lasciando un congruo deposito noleggiamo due bici per i tre giorni in cui pernotteremo in città, per muoverci agevolmente, ci spostiamo attraverso le piste ciclabili che servono ogni angolo del centro abitato.

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Dopo un giro in Piazza Dam e una visita a qualche coffè shop per curiosità, inforchiamo le bici e andiamo in direzione del Rijksmuseum Amsterdam, purtroppo scopriamo che è in ristrutturazione, perciò non visitabile, se non in minima parte e preferiamo cambiare destinazione raggiungendo uno dei musei a mio avviso più ricchi ed entusiasmanti che abbia mai visto in vita mia dedicati ad un singolo artista: il Van Gogh Museum che ci “rapisce” in tutto il suo splendore fino ad ora di pranzo, quando un acquazzone ci costringe a consumare uno snack nel caffè del museo (ovviamente molto costoso), in attesa che smetta di diluviare.
Per fare la spesa troviamo un supermarket aperto 24 ore su 24 alla Station Amsterdam Centraal, che si rivela abbastanza conveniente per i piatti da asporto che consumiamo in un ostello strapieno e privo di cucina comune.
Nel pomeriggio pur di non restare in ostello (manca anche l’acqua per farsi una doccia a causa di un un problema alle tubature almeno fino all’indomani), facciamo un giro, passando attraverso il “red district” o quartiere a luci rosse dove si affacciano le famose vetrine con signorine che attirano i clienti potenziali (la prostituzione nei Paesi Bassi è legale), e ci dirigiamo al Hash, Marihuana & Hemp Museum: si tratta, come è facile comprendere dal nome, di un museo dedicato alla cannabis e ai suoi svariati usi,  che offre ai visitatori informazioni riguardo all’utilizzo storico e moderno della cannabis per uso medico e perfino religioso e culturale. L’esposizione è incentrato anche su come la canapa possa essere usata nella produzione agricola e soprattutto industriale, ovviamente c’è anche un gift-shop di accessori, vestiario e prodotti cosmetici realizzati esclusivamente a partire dalla fibra di canapa.

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“Rubo” una foto della zona di produzione e usciamo senza perdere tempo dirigendoci verso il  Vondelpark nel centro della città, dove ci rilassiamo un pò prima che cali il sole.
L’ultimo giorno lo passiamo fra L’Amstelpark situato fuori dal centro e L’Orto botanico di Amsterdam: uno dei giardini botanici più antichi del mondo, che data la stagione è ancora ricco di specie botaniche e perfino farfalle nelle serre chiuse. Le ninfee che vediamo poi sono uno spettacolo per gli occhi.
L’amstelpark è meno affollato rispetto al Vondelpark nel centrocittà, dove torniamo in mattinata, sempre sfruttando le nostre biciclette (qualche inconveniente con i sensi di marcia mi rimedia un “cazziatone” da una giovane olandese) e ci muoviamo velocemente, trovando riparo in qualche locale o sotto una pensilina quando arriva uno scroscio di pioggia.

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Il viaggio continua però e l’indomani mattina lasciamo con sollievo il nostro ostello e ci dirigiamo in treno verso Rotterdam: città commerciale e moderna di cui mi interessano soprattutto i musei. Appena scesi dal treno ci dirigiamo verso l’ostello che abbiamo prenotato, e notiamo subito l’assenza di caos o sovrappopolazione, tangibili invece per le strade di Amsterdam. Rotterdam si rivela una città piacevole e tranquilla, l’ostello è pulito e spazioso; passiamo il primo giorno a vedere il Museum Boijmans Van Beuningen che ricordo dai tempi dell’università e il pomeriggio girovaghiamo per il centro storico in verità completamente ricostruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, perciò riesco a convincere Pierpaolo a fare un salto a l’Aja l’indomani: la città sede del parlamento e del governo dello Stato, pur non essendone la capitale, che è Amsterdam, è sempre la terza città per grandezza dei Paesi Bassi, e dal 1831 è anche residenza della casa reale dei Paesi Bassi.
La mattina successiva prendiamo un treno regionale e giungiamo all’Aja in un oretta, purtroppo scrosci di pioggia continui rovinano la nostra “gita” e dopo un giretto nel centro della città, fuggiamo verso la stazione per tornare il prima possibile a Rotterdam: quì faccio una passeggiata con Pierpaolo per cercare di raggiungere le Kubuswoningen conosciute comunemente come “Case cubiche di Piet Blom”, situate in prossimità del vecchio porto. Purtroppo anche in questo caso una forte pioggia ci costringe a desistere e ci “salviamo” rifugiandoci nella KunstHal: un museo d’arte contemporaneo famoso soprattutto per la sua struttura, in cui è vietato fare foto ovviamente…

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Dopo aver visto le collezioni permanenti e temporanee, oltre ad una mostra fotografica di cui riesco a prendere uno scorcio, torniamo in ostello: la pioggia ha lasciato dietro di se solo ampie pozze d’acqua e prepariamo i bagagli per l’indomani.
Il nostro treno ci riporta questa volta verso il Belgio, con una tappa di qualche giorno ad Anversa: città commerciale famosa per i diamanti, multietnica e pacifica, visitiamo il quartiere ebraico o quartiere dei diamanti, senza dimenticare il Grote Markt, detto comunemente piazza del mercato e la Rubenshuis: la casa seicentesca del famoso pittore, diventata un museo con diverse opere del Maestro e le sue collezioni.
Questi giri ci portano via ben due giorni, al termine dei quali ci aspetta l’ultima giornata ad Anversa, che passiamo cercando souvenir e facendo una visita della Cattedrale e ripassando per il “quartiere dei diamanti” pensando di acquistare qualcosa per mia madre, ma i prezzi proibitivi ci frenano…
Anche Anversa ha dei canali, ma obiettivamente non sono quelli di Amsterdam, tutti parlano il fiammingo ed evitano il francese, riusciamo comunque a farci comprendere e l’indomani mattina lasciamo l’ostello diretti verso Bruxelles, sempre in treno ovviamente.
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Man mano che ci avviciniamo alla capitale belga, abbiamo l’impressione che la tolleranza e ricchezza di queste terre di “mercanti” lascino il posto a povertà e tristezza, testimoniate da senzatetto e povera gente presente alla Stazione ferroviaria di Anversa (assenti invece ad Amsterdam e Rotterdam o all’Aja),  troviamo anche molti clocard rifugiati in caffetterie e tavole calde, dove passiamo il tempo nell’attesa di raggiungere l’aeroporto di Charleroi.
Verso sera andiamo a ritirare il bagaglio alla stazione di Bruxelles, dove, complice anche il tempo clemente, incrociamo una umanità variegata e multietnica. Saliamo su uno degli ultimi autobus per l’aeroporto e giungiamo verso mezzanotte al terminal in attesa del volo che l’indomani ci riporterà a Pescara verso mezzogiorno. Un altro viaggio volge al termine.
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Praga a Capodanno.

Dopo alcuni giorni di pausa in questo caldo anticipo di primavera racconterò il mio primo Capodanno all’estero: per l’occasione il 28 dicembre 2006 siamo partiti come gruppo di amici alla volta della famosissima città di Praga. Nel 2000 avevo già visto la neo-capitale della Repubblica Ceca durante una manifestazione, ma all’epoca la città era ancora poco turistica, questa volta invece tutto era cambiato…

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Atterrati all’aeroporto di Praga-Ruzyně in modo abbastanza “brusco” a causa della presenza di neve e ghiaccio sulla pista (un paio di miei amici hanno “pregato” durante l’atterraggio….), ci siamo diretti con lo shuttle-bus in centro obiettivo un ostello non lontano dal centro città prenotato su hostelworld.
Dopo aver lasciato i bagagli nella camerata da 8 che dividevamo con altri 3 inglesi, siamo partiti alla volta della città notturna, ghiaccio e neve ai lati della strada non ci hanno scoraggiati, anche se i miei amici hanno gusti abbastanza standard e invece di fermarci alla tavola calda sotto l’ostello (in corso di apertura, stavano ancora montando l’insegna…), siamo finiti in un KFC….dove una ragazza locale ha anche tentato di “sottrarre” la borsa al nostro amico Manuel; io e mio fratello ci siamo accorti in breve degli strani atteggiamenti della giovane (avvicinarsi al nostro tavolo con fare circospetto e sedersi proprio alle spalle di Manuel, nonostante tutti gli altri tavoli intorno vuoti, coprendosi parzialmente il volto e senza ordinare nulla, lanciando continui sguardi intorno e alla borsa di Manuel poggiata ai suoi piedi non era molto “normale”), così avvisato, lui si è prontamente messo la borsa a tracolla aprendola e fingendo di frugarvi dentro, la giovane ragazza si è subito alzata di colpo e ha lasciato il locale prima senza dire una parola.Dopo questa breve parentesi siamo tornati in ostello, la visita della città si era fermata a poche strade e uno scorcio del Castello di Praga adagiato su una delle alture che sovrastano la città, l’indomani avevamo intenzione di vedere il centro, non saremmo rimasti delusi.

Praha_staromestske_namesti_2003https://it.wikipedia.org/wiki/Piazza_della_Città_Vecchia

In mattinata, dopo una colazione a base di gulash, yogurt e caffè o tè nella tavola calda sotto l’ostello, abbiamo raggiunto a piedi la piazza di San Venceslao (Václavské náměstí, famosa per la morte di  Jan Palach, studente universitario che si diede fuoco in segno di protesta contro l’occupazione sovietica del ’68.
Da lì abbiamo raggiunto sempre a piedi la Piazza della Città Vecchia detta anche  Staroměstské náměstí. Famosa per il suo orologio astronomico e per la chiesa di Santa Maria di Tìn, ricca di edifici gotici e romanici, la cosa notevole ai nostri occhi è stata vedere Il meccanismo  composto da tre elementi principali in azione: il quadrante astronomico, sul quale, oltre all’ora, sono rappresentate le posizioni in cielo del Sole e della Luna, insieme ad altre informazioni astronomiche e il “Corteo degli Apostoli” (un meccanismo che, allo scoccare di ogni ora, metteva in movimento delle figure rappresentanti appunto i 12 Apostoli; e un quadrante inferiore composto da 12 medaglioni raffiguranti i mesi dell’anno). Nell’attesa che il meccanismo si attivasse abbiamo consumato una pilsner a “caro prezzo” seduti ai tavolini di una delle tante birrerie di fronte all’edificio.
Nonostante i prezzi in corone ceche, abbiamo subito notato il fatto che avremmo dovuto “stare attenti” al cambio con l’euro, in quanto molti importi erano “gonfiati” (trattandosi anche di un periodo di alta stagione era piuttosto ovvio, perciò non ci siamo lamentati più di tanto proseguendo il nostro giro fino al  quartiere storico di Malá Strana, per poi dirigerci fino al vecchio cimitero ebraico di Praga, dove ho fatto le mie solite riprese, fra lapidi e tombe, perdendomi nei meandri della storia così stratificata in un luogo di norma dedicato alla morte ma che ci ha colpito profondamente per la sua bellezza.

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Tornati all’ostello in serata, purtroppo ho iniziato ad accusare i sintomi di una febbre dovuta al freddo preso prima di partire, così la mattina successiva, nonostante una doccia calda e un te con miele, sono rimasto a letto mentre gli altri facevano un giretto turistico di poca rilevanza (andare al Rock Cafè di Praga a prendersi una birra a mio avviso non era il massimo…). Rimanendo a letto in attesa dell’indomani 31 dicembre le mie condizioni sono migliorate anche grazie al sonno ristoratore da cui mi hanno risvegliato i giovani inglesi con cui condividevamo la camerata, entrati in camera nel pomeriggio. La mattina successiva, anche se non avevo fame, ho mangiato qualche dolciume e un pò di cioccolato, poi intabarrato in giaccone, colbacco, guanti e sciarpa, ho seguito dopo pranzo in silenzio (mal di gola e raucedine erano sopraggiunti nella notte al posto della febbre che mi aveva per fortuna lasciato) il resto del gruppetto. Abbiamo passato il tempo in Piazza della città vecchia, fra la pista di pattinaggio, bancarelle e mercatini che affollavano la piazza, nell’attesa che arrivasse la sera, ascoltando le band musicali che si avvicendavano in piazza. L’intenzione era poi di andare ad attendere il Capodanno sul Ponte Carlo che attraversa la Moldava, fra un gelo siberiano dovuto anche all’umidità del fiume e persone che si accalcavano fino a saturare totalmente il passaggio prima di mezzanotte in attesa dei fuochi d’artificio, sparati dal Castello sull’altura alla nostra destra. Allo scoccare del nuovo anno un tripudio di fuochi sparati dal ponte e intorno a noi, si è unito a quelli del Castello: petardi, razzi, bombe carta e qualunque tipo di oggetto pirotecnico sono stati lanciati in aria, alcuni esplodendo perfino sopra le nostre teste nel panico generale.
Siamo rimasti sul ponte per un pò, un pò scossi dai botti, per poi riavviarci verso l’ostello con molta calma, fermandoci sulla strada e bere qualcosa in un piccolo locale lungo la strada, fra i fumi dell’alcool dei miei amici, io che ovviamente non ho toccato un goccio ho proseguito con loro fra cumuli di fuochi d’artificio e rifiuti di ogni genere abbandonati per strada e nelle piazze della città. Verso le 4.00 di mattina abbiamo rincasato nella nostra camerata (inglesi assenti) e siamo piombati in un sonno profondo fino a mezzogiorno. Il resto del 1° Gennaio 2007 lo abbiamo passato in camerata e solo la sera, affamati, siamo riusciti a trovare una pizzeria da asporto aperta per mangiare qualcosa.
Il nostro aereo partiva il giorno successivo nel pomeriggio, così dopo un veloce giro in cerca di “souvenir” nel centro della città e una visita della Galleria Nazionale di Praga per ammirarne le collezioni, abbiamo fatto i bagagli e siamo tornati in bus fino all’aeroporto: qui abbiamo comprato nei duty del terminal partenze qualche bottiglia di becherovka chiamata anche Třináctý pramen (ossia Tredicesima fonte), ovviamente un liquore prodotto n Repubblica Ceca, che avevamo avuto modo di assaggiare varie volte in queste giornate di fine d’anno, per poi imbarcarci velocemente sul nostro volo low cost per Roma Ciampino. Un altro ritorno a casa, stanchi e un pò spossati, mentre io ero ormai in via di guarigione e non vedevo l’ora di “creare”una “video-story” di quelle giornate a Praga, ma questa è un’altra storia e chissà se verrà raccontata prima o poi…
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Cammino di Santiago: gli ultimi 150 km.

Da O’ Cebreiro, prima di ripartire calcoliamo le tappe che ci restano per giungere a Santiago de Compostela: ci aspettano ancora circa 152 km e forse il Finisterre se vorremo proseguire fino all’Oceano Atlantico, dopo qualche giorno di riposo.
Nonostante ci sentiamo stanchi fisicamente, il morale è alto, mentre ci prepariamo per la notte, incrociamo nel rifugio ACAG un gruppo di italiani che si stanno registrando, facendo apporre il primo timbro sulla Credencial, partendo da quì per il loro Cammino.
Essendo un pò perplessi, alle nostre domande il gruppo si giustifica, affermando di avere a disposizione pochi giorni di ferie, per affrontare il Cammino di Santiago, d’altronde veniamo a sapere che chiunque percorra almeno gli ultimi 100-150 km presentando la propria Credencial, ha diritto alla Compostela una volta giunto alla fine di quel breve percorso…
La cosa che ci disturba un pò è l’immagine da turisti che presenta questa comitiva chiassosa, pulita e riposata, che pare stia partendo per una scampagnata (di 150 km però), che con tutta probabilità prenderanno un autobus per saltare un pò di chilometri, senza dirlo a nessuno, mentre noi siamo stanchi, sporchi e silenziosi, dopo 700 chilometri, oltre che “consapevoli”, abbiamo barbe lunghe di quasi un mese come le esperienze maturate sulla strada che non potranno mai “condensarsi” in una settimana scarsa…
Da alcuni numeri che abbiamo trovato riguardo al Cammino, ormai siamo consapevoli che esso sia diventato un grande “business” oltre che fenomeno di massa anche molto superficiale a seconda dell’approccio dei “pellegrini” che partono senza zaino, portato comodamente direttamente all’albergue di destinazione in automobile da un comodo servizio di “trasporto mocilla”, altri fanno qualche tappa a piedi, per poi spostarsi con auto a noleggio o autobus, si può pernottare in hotel a 5 stelle, e addirittura per i più facoltosi farsi le tappe in taxi, poi ci sono i pellegrini “ciclisti” che macinano anche un centinaio di km a tappa e possono essere “pericolosi” per i pellegrini a piedi, data l’alta velocità e le strade non sempre larghe o ben livellate: nel 1987 i pellegrini censiti sul Cammino erano stati circa 3000, nel 2003, 3 anni fa, sono stati censiti sul Cammino di Santiago ben 300.000 pellegrini e i numeri continuano a crescere, vi lascio immaginare cosa possa essere diventato soprattutto il tragitto degli ultimi 100 km, di cui avremo riprova nella nostra marcia.
L’indomani 16 agosto partiamo sotto la pioggia che ci flagella per tutto il percorso: percorriamo ben 47 km fra pioggia e vento, sfiga e nebbia che ci fa sbagliare qualche pezzo di strada. Ci fermiamo al riparo delle chiese lungo il percorso per avere un pò di tregua dalla pioggia battente, e il giro “panoramico” che facciamo ci porta ad arrivare nel pomeriggio all’albergue privato che avevamo prenotato per telefono.
Mentre Marzio rallenta per alcuni acciacchi che lo tormentano, io vado avanti e riesco ad arrivare nella cittadina di Sarria, dove ci attende l’albergue, Marzio arriva un pò più tardi mentre sono intento a far asciugare i panni letteralmente zuppi, dopo una doccia, finiamo in una camera mista, assieme a due giovani ragazze spagnole e una tedesca, ma siamo troppo provati fisicamente per “socializzare” al di la di qualche saluto e frasi di circostanza, sdraiati nei letti per riprenderci, consumiamo una cena veloce verso sera, mentre fuori continua a diluviare e poi sprofondiamo nel sonno.

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Il mattino seguente, ripartiamo dopo una abbondante colazione, alle spalle della ragazza tedesca, che ha lasciato un libro nell’albergue, passeremo tutto il giorno a cercare di raggiungerla sul Cammino per restituirgli il volume in tedesco. Nell’albergue di Sarria ho avuto una piccola disavventura mentre asciugavo una felpa e le calze su una corda sintetica, stesa sulle piastre elettriche della cucina. Purtroppo mentre ero sdraiato nel letto a riposarmi un pò, la fune di nylon si è staccata per il peso e la felpa si è bucata a causa di una bruciatura rimediata sulle piastre elettriche regolate al massimo per far asciugare i panni. L’urlo della tedesca mi ha risvegliato e insieme a Marzio abbiamo evitato il peggio, spegnendo subito le piastre elettriche, ma d’altronde non avevamo che un cambio di vestiti per  questo giorno e qualcosa bisognava pur farlo asciugare in qualche modo, per quando saremmo arrivati a Portomarin, distante solo 24 km. Abbiamo così portato a termine questa tappa breve, mentre attraversavamo sotto la pioggia un paesaggio galiziano verdissimo e ricco di corsi d’acqua e ruscelli. All’arrivo in città siamo stati felici di rivedere un pallido sole e ci siamo sistemati nell’albergue municipal di Portomarin, strapieno di persone, sporco e privo di tutto, anche di coperte o lenzuola pulite, nella cucina comune mancava perfino il frigo ed era arduo cucinare con la dotazione di pentole e stoviglie disponibili. Verso le 19.00 purtroppo a ripreso a piovere e abbiamo dovuto recuperare precipitosamente i panni stesi ad asciugare…
Il giorno seguente nel buio più totale abbiamo lasciato la cittadina di Portomarin in coda ad un gruppo nutrito di pellegrini, fra i quali si distinguevano 4 frati polacchi avvolti nel proprio saio e con i cappucci calati sulla testa che li facevano assomigliare a personaggi del Signore degli anelli…
L’atmosfera ovattata e l’attraversamento del bosco, illuminato solo dalle stelle e poi dal chiarore dell’alba ci ha portati in un mondo quasi fiabesco e surreale, alimentato dalle nostre fantasticherie, abbiamo proseguito guidati solo dall’uomo che apriva la fila con la sua torcia elettrica, che si è fermato però più volte per controllare la direzione giusta, finché non abbiamo lasciato indietro il gruppo e ci siamo lanciati in avanti.
Poco dopo la pioggia ha ricominciato a cadere, e abbiamo accellerato la marcia: obiettivo la località di Leboreiro.
Dopo un paio di soste in altrettante chiese, dove abbiamo fatto timbrare la Credencial per poi proseguire fino alla località di “Mato Casanova” dove abbiamo preferito fermarci perchè, la pioggia era sempre più fitta e la strada si era allagata…
Praticamente in mezzo alla campagna, abbiamo trovato posto in un albergue municipal da 20 posti, proprio lungo la strada, fra alberi e campi coltivati.
Marzio avrebbe voluto proseguire, perchè avevamo fatto una tappa un pò troppo corta, mai il rifugio aveva acqua caldissima per le docce, letti comodi e offerta a donativo per passare la notte, perciò si è fermato anche lui.
L’unico problema era la cucina totalmente sfornita di alimenti e la mancanza di qualsiasi negozio di alimenti, taverna o ristorante, perciò dopo una chiacchierata con due italiane di Verona, mentre facevamo lavare i panni in lavatrice assieme ad un’altra giovane, un ragazzo del suo gruppo mi ha offerto con gentilezza una salsiccia e del pane uscite dal nulla e gli ho subito chiesto dove si era procurato quelle cibarie, dopo aver divorato tutto.
In pratica poco più avanti, in una casa di campagna, c’era un contadino che vendeva a chi poteva, pane, salsicce di sua produzione, uova, formaggio e perfino frutti di bosco, così prima che facesse notte, io e Marzio siamo andati a fare compere, sperando di non essere respinti. Abbiamo preso pane, formaggio e salsiccia (le uova erano finite) oltre ad un pò di lamponi gialli e rossi, e sono tornato di corsa nell’albergue di Casanova, dove abbiamo spazzolato quasi tutto, lasciandoci solo del pane da consumare domani a colazione con un tè, poi siamo andati a dormire mentre la pioggia continuava a cadere senza sosta dal cielo….

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Per recuperare la tappa fatta a metà, abbiamo dovuto percorrere ben 42 km, seguiti dalla pioggia a sprazzi, guadando pozze d’acqua fangosa lungo il sentiero sterrato, diretti verso il “Monte do Gozo” da cui si può vedere all’orizzonte per la prima volta la cittàdi Santiago de Compostela. Secondo la tradizione del Cammino ogni pellegrino dovrebbe fermarsi sul monte a pernottare, ma noi abbiamo deciso di fermarci 15 km prima ed evitare il caos e l’affollamento negli albergue sul monte, data la vicinanza alla meta.
Così giunti nella località di Melide, poco dopo Leboreiro, abbiamo raggiunto l’albergue municipal per farci timbrare la Credencial, trovando una sgradevole sorpresa: la notte precedente qualche “pellegrino” ospite dell’albergue, aveva inondato i corridoi dell’edificio con gli estintori anti-incendio, e la responsabile della struttura ci ha congedato bruscamente, lamentandosi degli ospiti dell’albergue, e urlando che quella sera la struttura sarebbe rimasta chiusa dopo la “bravata”, mentre si dava da fare per ripulire tutto, così abbiamo proseguito oltre sotto la pioggia fino alla località di Santa Irene, dove siamo giunti sotto un sole leggero che ci ha rinfrancato un pò.
Fatto il nostro ingresso nel piccolo albergue municipal, abbiamo scoperto che era al completo e per la prima volta ci siamo dovuti arrangiare a dormire per terra, come era accaduto ad un signore italiano due giorni prima. L’affollamento sempre più crescente di tutte le strutture, e le strade piene di pellegrini ci indicavano che ormai eravamo vicini alla meta, così, dopo esserci sistemati alternativamente sul pavimento e su due divanetti in pelle accostati, ottimi per distruggerci la schiena, abbiamo scherzato un pò e ci siamo addormentati in attesa dell’indomani.

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Finalmente siamo partiti al mattino per l’ultima tappa di 45 km, fino a Santiago, superato velocemente il Monte du Gozo in mezzo alla bruma del nuovo giorno, abbiamo costeggiato la pista dell’aeroporto di Santiago, totalmente recintata, in una atmosfera di attesa un pò surreale, fermandoci solo in una “casa rural” per consumare un pasto adeguato dopo la cena frugale in un ristorantino della sera precedente e la colazione minima per metterci in cammino quella mattina.
Con il tempo il sole ha bucato la nebbia, spazzandola via e riscaldandoci velocemente, mentre scendevamo quasi di corsa verso la città, ormai Santiago De Compostela era a portata di mano e abbiamo fatto ingresso seguendole indicazioni di una mappa ottenuta lungo la strada, per raggiungere la “Porta do Camino” verso la Cattedrale, dove volevamo assistere alla messa celebrata solo di domenica verso le 12.00. Esaltati dall’impresa appena compiuta, siamo entrati nella chiesa affollatissima, trovando un posto lungo la navata centrale e alla fine della messa abbiamo potuto assistere al “rituale” del lancio del “botafumeiro”: un incensiere acceso lanciato per tutta la lunghezza del transetto, mediante corde manovrate da membri della confraternita di Santiago in un tripudio di musiche d’organo, foto e mormorii di approvazione dalla enorme massa di persone raccolte nella navata.
Dopo un “abbraccio” rituale alla colonna dove era posta una statua di Santiago, eludendo la “sorveglianza” delle custodi della Cattedrale che impedivano l’avvicinamento anche ai pellegrini, ci siamo avviati stanchi ed affamati ma appagati verso il “Seminario Menor de Santiago de Compostela” dove avremmo potuto passare la notte e riprenderci, ma la struttura apriva alle 16.00, così ci siamo messi ad aspettare, mentre progettavamo un paio di giorni massimo di riposo e poi intendevamo effettuare il “Cammino del Finisterre” fino all’Oceano Atlantico, la dove le terre conosciute dall’uomo nell’antichità terminavano davanti alla vastità del mare sconosciuto, ma questa è un’altra storia e la narrerò nel prossimo e conclusivo capitolo di questo cammino.

exterior2http://www.alberguesdelcamino.com/it/santiago/albergue-seminario-menor