Viaggio in Iran: ultima parte.

Come già spiegato nell’ultima parte, da Kerman, nel sud dell’Iran intendiamo tornare a Teheran via Autobus (durata del viaggio: 14 ore….) contando sulla comodità dei VIP Bus Iraniani che hanno alcuni confort in più rispetto a quelli standard, come sedili reclinabili quasi totalmente, poggia piedi, cuscino oltre a bevande e snack lungo il viaggio.
La tempesta di sabbia poi tramutatasi in pioggia violenta e vento ci segue con una pioggia costante mentre lasciamo il Belucistan e superiamo i vari posti di blocco che punteggiano il deserto: partiti alle 18.30 dopo una attesa di qualche ora nel terminal bus, ci addormentiamo nonostante la musica tradizionale iraniana molto deprimente e melensa che ci accompagna, faremo varie soste per andare al bagno nella stazioni di sosta lungo la strada, e più avanti in piena notte, la musica lascerà il posto a un film iraniana “terribile”: una sorta di soap-opera “comica” inguardabile per i nostri gusti “occidentali” anche perchè non capiamo una parola tranne le situazioni “comiche” che fanno sganasciare dalle risate delle signore sedute nei sedili davanti ai nostri.

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Ad un posto di blocco sale un giovanissimo soldato che chiede i documenti solo a noi e ci fa brevi domande su dove siamo diretti e dove alloggiamo, per il resto il viaggio procede senza problemi e arriviamo a Teheran senza problemi verso le 7.00 di mattina. Lo smog della città e il suo traffico tentacolare ci accolgono senza complimenti. Purtroppo l’autobus ci “molla” non al Terminal degli arrivi ma lungo la strada a scorrimento veloce, ad una fermata, per poi proseguire presumibilmente oltre. Non avendo idea di dove siamo, se non che ci troviamo nella zona nord di Teheran, facciamo un chilometro circa a piedi, seguendo il marciapiedi, prima di trovare un taxi scalcinato e dare all’autista l’indirizzo del nostro hotel. L’anziano tassista inforca gli occhiali e legge più volte l’indirizzo sul nostro foglio, chiedendo anche informazioni via cellulare a qualche collega, leggendo ogni tanto il nome della via scritto anche in farsi, fino a trovare la strada dell’albergo: il Sasan Hotel che si rivela una mezza “topaia” con una camera vecchia e polverosa ma poco costosa e ci permette di fare il check-in anticipato verso le 10.00 di mattina.

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Dopo un breve riposo, nonostante la stanchezza del viaggio di 14 ore, ci dirigiamo prima verso il Museo del Cinema Iraniano, prendendo un taxi che ci porta nella zona nord di Teheran molto glamour e ricca di negozi e centri commerciali. Il Museo si rivela una grande esposizione di tutto il Cinema Iraniano dagli albori della Settima Arte ai giorni nostri, anche se il nostro Regista preferito Jafar Panahi, è un pò nascosto alla fine della mostra, presumibilmente anche a causa delle sue vicissitudini “politiche-giudiziarie” (Panahi non può lasciare il paese ne lavorare e vive praticamente agli arresti domiciliari sottoposto a controlli e censura.

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Facciamo qualche foto e poi ci prendiamo una pausa nel caffè costoso all’esterno del museo: oggi è il nostro compleanno e paradossalmente ad un tavolo vicino al nostro due amiche festeggiano una ragazza coetanea con una torta e tante candeline: evidentemente anche lei è nata il 26 aprile.
Dopo aver mangiato un ottimo hamburger, ci inerpichiamo verso il complesso museale Sa’d Abad: l’antica residenza dei Pavlavi, oggi aperta al pubblico per mostrare le immense ricchezze e il lusso sfrenato in cui vivevano lo Sha e la sua famiglia prima della Rivoluzione del ’79.
Non è permesso fare foto all’interno degli edifici, ed essendo il complesso molto grande ma anche mal messo, preferiamo fare un biglietto parziale solo per alcuni degli edifici, dato che altrimenti spenderemmo un patrimonio. Rubo qualche foto di nascosto, come del resto fanno molte giovani iraniane. Ci colpiscono sicuramente gli arredi della sala da pranzo della residenza reale e la sontuosità delle camere da letto, ma all’esterno alcuni edifici sono molto rovinati o necessitano di restauri, perciò sono chiusi al pubblico, inoltre alle 18.00 chiudono tutto il complesso, perciò dobbiamo affrettarci, vedendo anche parte del parco enorme in cui si trovano i vari edifici, prima di raggiungere l’uscita a piedi, dato che le navette gratuite sono tutte piene.

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Per tornare in hotel prendiamo la metropolitana, per poi scendere ad una fermata abbastanza distante da Sariati Street, la via su al cui angolo si affaccia il nostro hotel, siamo praticamente “distrutti” dal troppo camminare e ci siamo anche persi un paio di volte, così usciamo solo per l’ora di cena, vagando lungo la lunghissima arteria in cerca di un ristorante e osservando i vari cinema lungo la strada (è in corso il Phars Internazional Festival), fino a scendere alcune rampe di scale sotto una insegna luminosa che indica un “Kabab Traditional Restaurant” dove nonostante la signora che ci serve e la sua famiglia che cucina, non capiscano una parola di inglese o il nostro cattivo farsi per indicarle le pietanze più comuni che dovrebbero avere sul menù scritto solo in persiano, riusciamo a consumare una cena semplice ma gustosa fatta di kebab di pollo, riso, verdure e insalata a buffet e l’immancabile dug da sorseggiare, assieme all’acqua ovviamente…Dopo 20 giorni ci inizia a mancare una bella birra alcolico di malto, ma ci accontentiamo dell’acqua e del dug. Dopo cena torniamo in hotel, ormai ci restano solo un paio di giorni prima della partenza quindi ho intenzione di massimizzare gli spostamenti per vedere tutto ciò che mi ero lasciato da vedere a Teheran, purtroppo non sarà possibile vedere tutto ma c’è sempre un’altra volta….

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La mattina del 27 aprile la passiamo, dopo colazione a fare una escursione fino a Ferdousy Street, per vedere il Museo Nazionale dell’Iran e il Museo dell’Islam: essendo venerdì di preghiera, le strade sono vuote ma i musei e luoghi e attrazioni pubbliche sono pieni di turisti e iraniani con famiglia al seguito che visitano questi posti, facendo scampagnate e accampandosi con tappeti, bevande, frutta fresca e cibarie in qualunque posto libero nei piccoli parchi di Teheran o negli spiazzi erbosi ombreggiati dagli alberi, nonostante il cielo nuvoloso che minaccia pioggia.
I due musei sono “notevoli” per degli stranieri come noi: inizio finalmente a comprendere quanto può essere profonda e stratificata la cultura persiana, influenzata da molteplici popoli e religioni, fino all’attuale religione islamica che ha portato anche una fioritura culturale paragonabile al nostro rinascimento, per ricchezza di stili, architetture e manufatti di tutti i generi, di cui i tappeti persiani sono solo uno dei molteplici aspetti. Nel Museo dell’Islam possiamo ammirare i vari periodi e stili, con manufatti pregiatissimi, libri (principalmente Corano con copertine intarsiate e tappetio arazzi), senza contare perfino parti architettoniche di moschee come il Mirhab: si tratta di una nicchia inserita nel muro della moschea orientato verso la qibla, che sarebbe’ la direzione della Mecca. Ma puo’ esistere anche fuori delle moschee, soprattutto nei luoghi sacri per far capire alla gente dove sarebbe la Mecca. Di solito in piccole dimensioni, il mihrab e’ sormontato da una semicupola decorata di piccole nicchiette. Esso forma la parte piu’ sacra della moschea da qui l’Imam conduce la preghiera.

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Nel museo troviamo mirhab riccamente decorati e perfino portali e archi a sesto acuto o porte in legno fittamente decorate con i più svariati materiali preziosi, ceramiche, pietre e manufatti in oro e pietre preziose.
Ci fermiamo per bere un caffè alla turca (ottimo) e una fetta di torta alle noci nel caffè del museo, per poi pranzare con qualcosa comprato alle bancarelle di “street-food” presenti nella via adiacente al museo. La folla è aumentata e la strada è piena di auto costrette ad andare a passo d’uomo per via dei pedoni che attraversano la strada.
Ci allontaniamo per tornare con la metro all’hotel e riposarci un pò in previsione di una uscita serale per Darband.

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Il Monte Darband è una sorta di località turistica e di intrattenimento per tutti gli iraniani di Teheran: si tratta di una serie di locali che si adagiano lungo la stradina che sale fino al monte. Per raggiungere la località, troviamo un passaggio su un “taxi condiviso” (presumibilmente abusivo) guidato da un giovane che appena gli chiediamo di andare a Darband ci fa accomodare, dopo aver fatto salire una coppia di giovani iraniani (facendo in modo ovviamente che il giovane fidanzato sia fra me e la ragazza, mentre Pierpaolo si accomoda al fianco dell’autista) e poi partiamo in salita per una dedalo di vicoli e stradine nella zona residenziale che ci porta a pochi chilometri da Darband, purtroppo la strada si riempie velocemente di auto cariche come la nostra, tutte dirette verso la nostra stessa mete e per fare 500 metri alla fine impieghiamo 20 minuti, andando avanti a strappi. Alla fine imitiamo i giovani che danno all’autista improvvisato 10.000 rials e scendono abbastanza contrariati.

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Camminando velocemente e facendo lo slalom fra le auto in fila in attesa di avanzare e i marciapiedi pieni di persone, localini illuminati, sedie e tavolini, giungiamo alla piazzetta principale, dove le auto si fermano, scaricano i loro passeggeri e tornano indietro, e ci inoltriamo lungo il sentiero scavato nella roccia verso il monte. Ai nostri lati sfilano una serie di sale sa tè, ristoranti di medio o alto livello, strutture simili a castelli, ville sfarzose e quant’altro, assieme ad una miriade di bancarelle che vendono, gelatine di frutta in fogli, noci in salamoia, bacche di gelso bianche e nere, dolciumi, olive verdi, patatine fritte e croccanti, frutta fresca, cocomeri tagliati a fette, bottigliette d’acqua, tè bollente in samovar enormi da cui fuoriesce vapore. A tutto ciò va aggiunto il selciato perennemente bagnato dagli inservienti dei ristoranti che richiamano i potenziali clienti, spruzzando acqua a volontà sulle pietre e le soglie dei locali,con il rischio di farti scivolare se non stai attento a camminare.

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L’umidità relativa è sempre più alta perchè la stradina illuminata e piena di locali è costeggiata da un torrente spumeggiante, alla fine ci fermiamo prima in una sal da tè con takht su cui sedersi a gambe incrociate e fumarci un narghile, bevendo un tè caldo iraniano. Siccome l’umidità saliva dal torrente e dal selciato bagnato, non abbiamo ordinato nulla da mangiare e dopo aver fumato per una mezz’oretta, finito il tè, abbiamo pagato (appena 220.000 rials) e ci siamo diretti a scegliere un posto dove mangiare tornando indietro: la scelta è caduta su un ristorante con la scritta all’ingresso che in spagnolo declamava “bienvenudos” e in altre lingue invitava ad entrare. Molto professionale, il personale del ristorante in ciabatte ci ha mostrato la carne pronta per essere arrostita sulla brace viva: non semplici kebab di carne tritata di vitello o agnello, ma vere e proprie costolette “scottadito” di agnello infilzate su degli enormi spiedi piatti, alternate a pezzi di peperone e pomodori, quello in foto è invece il “classico kabab” di vitello o agnello macinato.

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Dopo averci mostrato la carne il nostro giovane cameriere ci ha trovato un tavolo e in mezz’ora abbiamo gustato il “re dei kabab” con riso al vapore, pane persiano e fiumi di tè chai, versati da un piccolo samovar posto al nostro tavolo.
Sazi e satolli siamo scesi a piedi da Darband (inutile prendere un taxi collettivo, la strada in discesa era intasata) tentando di raggiungere la metropolitana, ma vista l’ora tarda e trovando la stazione della metro chiusa, abbiamo  preso un taxi che ci ha riportati all’albergo dopo le 23.30, sempre con la solita “guida sportiva” iraniana e le scorciatoie improvvisate per accorciare la strada.

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Il nostro viaggio si conclude il giorno successivo: dopo un giro al mattino per il Bazar di Teheran, dove in un paio di ore abbiamo acquistato varie spezie, tè chai con latte in polvere aggiunto e zucchero (scelta di Pierpaolo….), pistacchi freschi, bacche di cardamomo, curcuma intera, fiori di ibisco e altro tè con cardamomo in polvere, siamo tornati in hotel per riposare un pò e il pomeriggio l’ho passato a preparare la valigia.
L’ultima cena l’abbiamo consumata in camera con quello che avevamo comprato in un supermarket, poi ho fatto un ultimo giretto serale per comprare un pò di frutta e vedere per l’ultima volta la Teheran Nord che rispetto alla zona centrale e sud è sicuramente più vivibile e tranquilla, specie nella zona residenziale.

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La mattina, finita la preparazione dei bagagli dopo la colazione, siamo scesi verso le 11.00 per il check-out. Per raggiungere l’aeroporto internazionale avevamo pianificato di raggiungere la vicina stazione della metro e usarla per arrivare, cambiando linea lungo il tragitto, fino all’aeroporto che era segnalato come fermata finale, in pratica abbiamo scoperto che le ultime due fermate fino all’Imam Khomeini Airport non sono mai state completate…
Per risolvere la situazione, scesi alla fermata finale corrispondente al Mausoleo di Khomeini, abbiamo preso un taxi fino all’aeroporto, che si è rivelato distante un altra dozzina di chilometri, e verso le due di pomeriggio eravamo entrati nel Terminal.
Dopo il primo controllo di sicurezza molto superficiale, abbiamo dovuto aspettare un pò nella zona “duti free” invero molto ristretta, senza riuscire a cambiare i rials in euro, essendo l’unico sportello di cambio sprovvisto, così ho riportato con me ben sedici milioni di rials che attualmente dovrebbero equivalere a 322 euro circa. Avrei voluto comprare del caviale iraniano (costo di 250 grammi ben 6.000.000 di rials…), ma alla fine mi sono accontentato di acquistare marmellata di datteri per i miei zii, acqua di rose (non della stessa qualità di quella di Kashan…) e abbiamo mangiato qualcosa nell’unico fast food del terminal.

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L’imbarco era previsto per le 19.10 e una volta saliti sull’aereo, abbiamo potuto berci la tanto agognata birra durante la cena serale. Le mie impressioni sull’Iran sono ambivalenti ma prevalentemente positive: il paese è sicuramente caotico e c’è un traffico “pazzesco” per gli standard occidentali, la popolazione è in linea generale gentile e curiosa allo stesso tempo, specialmente nelle zone rurali e meno turistiche; la sicurezza è altissima e i furti sono praticamente inesistenti, la gente spesso ti aiuta, e molti iraniani sono ottimi meccanici e hanno una passione smodata per tutto ciò che concerne le automobili e la meccanica, senza contare che hanno una capacità innata nel commercio.
I prezzi si stanno alzando, complice anche l’inflazione e ci sono problemi per approvigionarsi di contante locale, c’è anche molta disorganizzazione e molto spesso gli uomini iraniani non sono molto “utili”,mentre le donne sono più organizzate e preparate, oltre che più istruite, rivelandosi la vera “forza” del paese. Peccato per l’inquinamento atmosferico in città come Teheran, inoltre l’invadenza del clero religioso all’interno della società alla lunga si rivela soffocante, specialmente per le donne, assoggettate a regole di comportamento e di abbigliamento veramente restrittive.
Ho avvertito, nonostante ciò una certa perdita di potere da parte del clero, specie nelle grandi città e i Bajii (la milizia preposta al controllo della morale islamica, composta in prevalenza da giovanissimi disoccupati provenienti dagli strati più arretrati della popolazione) è praticamente assente per le strade. Inoltre ho notato a Darband sempre più giovani coppie “occidentalizzate” che sfoggiano vestiti lussuosi, anche molto vistosi, come gli hijab delle giovani iraniane, spesso non costituiti da un semplice panno nero, ma riccamente decorati e portati con negligenza, come un capo di abbigliamento qualsiasi. Permane una grossa solidarietà sociale che noi ci possiamo scordare nel nostro mondo: ad esempio il rispetto per gli anziani, ma le stesse donne possono girare tranquillamente, anche da sole senza essere disturbate o figurarsi “aggredite”, anche nel cuore della notte. C’è sicuramente una criminalità organizzata, ma non è visibile nelle strade e soprattutto anche se ci sono zone più depresse di altre nell’Iran attuale, la gente ha una grande dignità e anche nella povertà vive in modo fiero, certo la violazione dell’accordo per la fine dell’embargo da parte USA non aiuta molto un paese con un forte tasso di disoccupazione e molto dipendente dall’esportazione di gas e petrolio, inoltre se gli investimenti occidentali nel paese dovessero essere annullati in seguito alla prosecuzione delle sanzioni, la vedo dura per un paese di oltre settantacinque milioni di abitanti che ha grandi aspettative specialmente nei confronti dell’Europa e in realtà è molto più occidentale e aperto di quando immaginiamo. Le minacce israeliane e saudite e la guerra in Yemen e Siria non aiutano, eppure il paese dimostra di saper tessere alleanze sempre più strette e sfaccettate (in primis con i russi che infatti sono molto ben visti, spesso infatti siamo stati scambiati per turisti russi),unite alle capacità diplomatiche dei persiani ne fanno un attore della regione sempre più influente e forte, che porteranno anche dei cambiamenti in politica interna e nell’establisment religioso, arricchitosi enormemente con commerci e traffici vari, rispetto al resto della popolazione, che costringerà di certo l’Iran futuro a trovare altri equilibri sviluppandosi verso direzioni sempre diverse che osserverò con attenzione per il futuro.
Comunque tornerò quanto prima. anche da solo per scoprire ancora questo paese così diverso e mutevole, eppure aperto e che non finisce di stupire.

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Viaggio in Iran: Sesta parte.

La mattina del 24 aprile ci svegliamo quando il cielo è ancora nero, e dopo aver ripreso i passaporti, ci accompagnano sotto una pioggia insistente fino al terminal bus di Shiraz per gli autobus che fanno le tratte più lunghe.
Sono le 5.30 di mattina quando arriviamo in Stazione, purtroppo dovremo attendere fino alle 6.30 prima di partire…con un ritardo di oltre mezz’ora ci inoltriamo nel Belucistan, sotto la pioggia sempre più fitta, diretti verso Kerman, la capitale di questa regione di frontiera che confina con il Pakistan ed è nota per i traffici (anche illeciti), per l’irrequietezza dei beluci nei confronti del potere centrale e per la grande varietà di dolci ai datteri e merci più varie.

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Pioggia e vento ci accompagnano per tutte le 7 ore del nostro viaggio più lungo fino ad ora, e alla fine scendiamo stanchi e indolenziti al terminal-bus alle porte di Kerman, prendiamo il primo taxi scalcinato (il conducente è un uomo di mezz’età con occhiali spessi come fondi di bottiglia, ciabatte ai piedi e un giubbotto sdrucito sulle spalle, che si ostina a guidare, telefonare con il cellulare, ruotare la manopola della radio in cerca di musica e cambiare le marce contemporaneamente…) che nonostante la guida spericolata ci lascia sani e salvi davanti all’Hakvan Hotel per una somma ridicola di appena 50.000 rials.
Entriamo in questo Hotel degli anni ’50 (Epoca degli Sha pre-Repubblica Islamica) in cui tutto ciò che ci circonda parla di un’altra epoca: i fratelli Hakvan ci accolgono cordialmente nell’atrio dotato di due banchi reception in marmo speculari. La struttura è un punto di riferimento nonostante le camere vetuste, l’assenza di ascensore e i bagni con vasca. Nel piano seminterrato si trova il ristorante dove consumeremo colazione e cena (ho accettato per e-mail la mezza pensione, dato che era compresa nel prezzo) e due notti con mezza pensione ci verranno a costare € 65 al giorno per due persone: forse una delle cifre più alte che pagheremo in questo viaggio, ma a Kerman non ci sono stati altri hotel che hanno risposto alle mie richieste di informazioni. Su un basso tavolino non mancano i 7 elementi simboli del Nowruz, il Capodanno Persiano, che si è celebrato in tutto l’Iran il 21 marzo e che un giorno spiegherò più dettagliatamente…

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Mentre effettuiamo il check-in, arriva il più giovane dei due fratelli e ci vengono proposti vari tour a Bam e in altri posti secondari nei dintorni. Dato che abbiamo prenotato per solo due giorni e visto che le distanze sono notevoli e la stazione degli autobus è molto fuori mano, decidiamo di accettare e affidarci ai loro autisti per vedere tutto ciò che c’è da vedere, compresa la fortezza di Bam, un pò distante, anche perchè i prezzi sono buoni.
Dopo qualche chiacchiera, ci viene consegnata la chiave della nostra camera e il facchino ci fa trovare i nostri bagagli in una stanza antiquata, al secondo piano, dotata di bagno antico con doccia fissa sopra la vasca in ceramica, porta del bagno che non si chiude, mobili “antichi”, specchio “appoggiato” su un mobile addossato ad un muro, ma dotato di ampia finestra e serramenti nuovi (gli infissi hanno ancora gli adesivi dell’imballo) affacciata sul cortile posteriore e televisione a schermo piatto con soli canali iraniani, appoggiata su un vecchio mobile frigo che contiene un frigobar samsung degli anni ’80 e l’immancabile bottiglia d’acqua offerta dall’albergo.

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L’Iran ormai ci ha abituati a questi stridenti contrasti, cosi dopo esserci rinfrescati e cambiati, usciamo per fare un giro di 4 km a piedi fino al Bazar: qui compriamo miele in favi di cera, i famosi biscotti di Kerman ripieni di datteri e diamo un’occhiata agli ori e gioielli esposti a profusione nei vicoli del Bazar, noti per la ricchezza e qualità, ma troppo cari per le nostre tasche…
Dribbliamo dei ragazzini un pò troppo insistenti che ci seguono tentando di venderci chewinIMG_20180423_173202.jpggum aromatizzati alla banana, e torniamo sui nostri passi verso l’hotel, evitando le pozzanghere e il fango sparsi per le strade e lasciati dal nubifragio del giorno prima.
Purtroppo alla rotonda “Imam Khomeini” molto grande e fitta di cantieri sbagliamo strada e non riuscendo a ritrovare l’hotel, alla fine ci affidiamo ad un taxi che ci riporta in 10 minuti all’albergo.

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La sera, dopo una cena variegata nel seminterrato dell’Hakvan Hotel, servita da camerieri di mezza età che parlano un francese fluente con la comitiva di transalpini alle nostre spalle, ci ritiriamo in camera distrutti per il viaggio e la camminata.
Al nostro risveglio, dopo una colazione iraniana abbondante, ci siamo fatti trovare nella hall dell’albergo dove il nostro autista giornaliero ci aspettava per il tour che avevamo accettato di fare il giorno prima: una giornata al prezzo di € 45 in due che pago ad uno dei due fratelli Hakvan.
L’itinerario comprende la famosa Fortezza di Bam, a più di 200 km di distanza, che raggiungiamo ad alta velocità, grazie al nostro autista, che si rivela persona di poche parole, ma gentile e cordiale. Arriviamo all’Arg-e Bam (fortezza di Bam), verso le 10.30, sotto un sole torrido che si fa sempre più implacabile nonostante, cappelli e acqua.

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Visitiamo la cittadella famosa per il film di Valerio Zurlini “Il deserto dei tartari” tratto dall’omonimo libro di Dino Buzzati, trovando la città urbana che circonda la fortezza ancora semi-distrutta dal catastrofico terremoto del 2003 e ricostruita a pezzi, mentre la fortezza si presenta ricostruita al 90% con mattoni di fango realizzati sul posto e nuove tecniche costruttive antisismiche, con l’aggiunta di pali di sostegno delle strutture in terra cruda più “fragili” e un aspetto generale “nuovo” che quasi ci sconcerta. Oltre agli operai sui ponteggi o intenti a impastare fango e paglia per i mattoni necessari ai restauri, non vediamo molti turisti.

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La fortezza si staglia nella calura estiva in attesa del tramonto, quando verrà presa d’assalto da orde di turisti in autobus alla ricerca dei colori e suggestioni del giorno morente e di foto “memorabili” per la loro vacanza, anche noi scattiamo tantissime foto, come se temessimo di veder sparire nel deserto questa “città” di fango tanto famosa perle sue architetture, saliamo fino in cima, sul mastio restaurato e lasciato aperto, per poi scendere velocemente in cerca d’acqua prima di ripartire. Alcune botteghe e una sala da tè sono disposte lungo la via principale che attraversa la cittadella ai piedi della fortezza, compro un bicchiere di acqua micro-filtrata (sapore orribile ma dissetante) e poi con Pierpaolo raggiungiamo il nostro “tassista” che ci aspetta vicino all’auto sotto l’ombra di un albero.
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Ci dirigiamo verso i “Kalut”: una zona desertica di “torri” di sabbia modellate dal vento incessante che ha prodotto degli Yardang (castelli di sabbia) naturali alti anche 10 piani, per la cui formazione sono stati necessari millenni, grazie all’erosione delle pareti rocciose dell’altipiano che hanno portato a questo risultato. La leggenda locale invece narra che le “costruzioni” naturali siano le antiche vestigia di un popolo di lillipuziani denominati appunto Kalut…
Dopo qualche foto per immortalare tali strutture, raggiungiamo sempre ad alta velocità (in Iran vedrete esempi di “guida sportiva” anche in curva che vi faranno impallidire finché non ci farete l’abitudine) la cittadina di Rayen (9000 abitanti o poco più) adagiata nella vallata desertica, dove consumiamo in un ristorantino locale riso con kabab di pollo e verdure assieme al nostro autista e poi raggiungiamo in auto la cima della collina, per “scoprire” l’imponene e conservatissimo Arg-e Rayen (Fortezza di Rayen), più piccola e raccolta di quella di Bam, ma in uno stato di conservazione eccezionale.

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Nonostante il terremoto del 2003, infatti, Rayen non ha subito quasi nessun danno, essendo lontana dall’epicentro del sisma, situato a Bam, così che la cittadina e la relativa fortezza hanno goduto di una “rinascita” dovuta anche alla distruzione di Bam, che ha portato molti turisti e tour organizzati a preferire Rayen, almeno finchè l’altra fortezza non è stata quasi interamente restaurata. I lavori di “restauro” molto più blandi hanno più che altro portato nuova prosperità al complesso, dotato di un “palazzo del governatore suddiviso in 4 zone quadrate di egual misura e accessibile in tutte le sue stanze, senza contare il tetto su cui salire, circondato dalle mure di cinta, sempre in terra cruda e la cittadella in eccellente stato di conservazione tranne per qualche parte periferica in rovina.

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Dopo aver gironzolato per ogni angolo di questa meraviglia inaspettata, abbiamo fatto tappa nei giardini di Bagh-e Shahzde: una sorta di oasi nel deserto dotata di fontane, vasche d’acqua e ricchissima di piante e alberi, in contrasto con l’arida distesa circostante, ovviamente provvista di sala da te e ristorante in alcune ali un pò vetuste del complesso.
Infine il taxi ci ha lasciati davanti all’Aramgah-e Shah Ne’matollah Vali: un mausoleo molto importante per gli abitanti del luogo, dotato anche di un santuario Sufi e sormontato da una cupola in terra cruda, che abbiamo però preferito osservare solo dall’esterno, nel giardino ricco di botteghe di fronte all’ingresso a pagamento, un pò stanchi per tutto quel girare

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L’impressione comunque è stata che ne sia valsa la pena e verso le 17.30 siamo tornati nel nostro albergo a Kerman stanchi e accaldati. Dopo un pò di riposo abbiamo consumato una cena gustosa e ricca di piatti (dal kabab di pollo alle insalate, verdure marinate nell’aceto, omelette, la stessa zuppa di verdure della sera prima e ovviamente il nun, il classico pane persiano, senza contare lo stufato di montone e una bottiglia di birra analcolica per innaffiare il tutto, ma ormai eravamo satolli…), per poi ritirarci a dormire in attesa dell’indomani.
Avendo ottenuto di effettuare il check-in ritardato alle 14.00, in attesa di andare a prendere in stazione l’autobus che ci avrebbe riportato a Teheran, dopo un giro in centro, fino alla biblioteca di Kerman e all’Yakhchal Moayedi (una vecchia struttura conica in mattoni in passato usata come ghiacciaia) lasciati i bagagli in camera, abbiamo pranzato in hotel per poi spostarci nella hall dell’albergo con le nostre valigie, per ammazzare il tempo. La mia intenzione era prendere un VIP Bus per Teheran che ci riportasse durante la notte nella capitale, così ci siamo fatti lasciare al terminal bus verso il pomeriggio inoltrato e abbiamo fatto i biglietti per l’autobus delle 18.30.
Mentre attendevamo la partenza il tempo si è trasformato di colpo e in poco meno di mezz’ora abbiamo assistito prima ad una tempesta di sabbia che si è tramutata poi in una pioggia torrenziale e violentissima, da cui ci ha riparato la cupola del terminal bus. Alla fine sotto una pioggia battente, abbiamo mostrato i nostri biglietti, fatto caricare i bagagli e preso posto per la lunga traversata del deserto che ci riporterà a Teheran per gli ultimi giorni di permanenza in Iran, ma questa è un’altra storia e la concluderò nella prossima “puntata”….

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Viaggio in Iran: 5 parte.

Il nostro “tour” fino a Persepolis si rivela un’ottima cosa: raggiungiamo prima Pasagarde, una località archeologica nota principalmente per la tomba di Ciro il Grande, e sotto il sole cocente ci avviamo anche verso i resti che punteggiano la zona come una “torre” di epoca zohorastriana, di cui non si conosce bene la funzione e quel che resta del grandioso Palazzo di Ciro, oggi ridotto a qualche colonna spezzata e a marmi circondati da spazi aridi ma squadrati (testimonianza dei verdi giardini dell’Imperatore, oggi solo un lontano ricordo nella pianura pietrosa).

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Sono solo le 10.00 di mattina e il sole picchia, per fortuna abbiamo con noi acqua e frutta, Il nostro autista non si ferma un attimo e ci porta prima fino alle tombe scavate nella roccia di alcuni grandi imperatori del passato come Serse, Astatarse I e Dario, questi manufatti sono accompagnati da gradiosi bassorilievi che illustrano la potenza dell’Impero Persiano e alcune gesta, fra cui la sottomissione di vari monarchi al potente Impero Achemenide e a quello Persiano, ma dopo mezz’ora di foto siamo di nuovo inauto per giungere fino all’attrazione “Clou” che si trova a circa 6 km in linea d’aria e attira milioni di visitatori ogni anno: Persepolis.

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Le rovine dell’antica città sono circondate da una recinzione a maglie metalliche, su cui si affaccia una pineta usata dagli iraniani per picnic e banchetti, mentre un parcheggio copre un’altra zona. Si accede al sito archeologico dopo aver attraversato una specie di parco turistico fornito di negozi di souvenir dozzinali, chioschi di gelati e l’unica area ristoro che serve pizza iraniana e poche altre cibarie. Il caldo è opprimente e ci fermiamo all’ombra della zona ristoro per mangiare una pizza e dissetarci prima di entrare nel sito archeologico enorme.

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Compriamo altre bottiglie d’acqua per la visita e attraversiamo la zona assolata fino al controllo biglietti, inerpicandoci poi per la scalinata di pietra del palazzo di Serse.
Essendo venerdì di preghiera i dintorni al di fuori del sito e la pineta soprattutto sono pieni di iraniani che fanno picnic con tutta la famiglia, bevono tè o fanno passeggiate fra gli alberi. Attraversiamo la sala delle colonne fino al salone del trono e osserviamo da lontano il tesauro, chiuso al pubblico ma ben visibile, poi ci dirigiamo sotto la calura delle 12.00 fino alla tomba dell’Imperatore Astasarse II che domina il complesso, per poi fare una sosta, scendendo lungo la scarpata scoscesa, nel museo edificato recuperando i resti del palazzo, individuato come l’Arem di Serse. Questo edificio contiene una serie di reperti rinvenuti in loco e malgrado sia spartano e non molto grande, offre una gradevole ombra che è bene accetta date la temperatura torrida all’esterno. Dopo un’ampio giro nella sala del trono e su per la scalinata, facciamo un pò di foto al tesauro adagiato con le sue linee rigorose e asciutte un po discosto e ci avviamo verso l’uscita, sono ormai quasi le 13.00 e ci attendono ancora varie ore di viaggio.

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Il nostro autista ci recupera al volo e partiamo alla volta di Shiraz,dove giungiamo verso le quattro di pomeriggio: purtroppo alla reception del hotel che Alì aveva prenotato scopriamo che la nostra camera è occupata fino all’indomani e il giovane receptionist, invero molto educato e premuroso si affanna a chiederci chi ha fatto la prenotazione per noi e riesce anche a parlare con il nostro “tour-operator” spiegando di non aver ricevuto la prenotazione e chiedendo anche ai suoi superiori che si scusano si per il disguido…
Alla fine stanchi e accaldati veniamo accompagnati dal giovane in un altro hotel-ostello che ha dei posti liberi, dove resteremo per le 2 notti che avevamo preventivato a Shiraz. Purtroppo dei soldi che avevo dato ad Alì per la prenotazione dell’hotel rivedrò solo una parte…
L’ostello non è male: veniamo sistemati in una stanza da 8 posti letto con bagno in comune.  Dopo una doccia e un pò di riposo nel tranquillo cortile interno partiamo alla scoperta della città di Shiraz.

IMG_20180420_141941.jpgLa città si presenta ai nostri occhi molto “rilassata” e turistica nella parte centrale, costituita da un corso pedonale in cui per fortuna non vediamo il traffico caotico tipico dell’Iran e un bazar estremamente diversificato e costituito da vari bazar più piccoli, pieno di oggetti, tappeti, spezie e tessuti vari, dove compro un cappello per proteggermi dal sole e gironzoliamo, curiosando fra i negozi che si affacciano sulla via pedonale e all’interno del bazar, per i futuri acquisti.

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A piedi arriviamo fino ad un palazzo che ospita ben 5 ristoranti per tutte le tasche, dove consumiamo un ottima cena sul solito baldacchino, in una sala enorme, allietata anche da musica dal vivo. Il locale è frequentatissimo sia da turisti che iraniani e l’indomani torneremo per pranzare nell’edificio, ma in un altro ristorante. entrambe le esperienze si riveleranno notevoli per il livello della cucina e del servizio, ovviamente un pò più costosi della media dei ristoranti che abbiamo frequentato fino ad ora, ma ne vale la pena: il dizi che ci servono quì è molto meglio di quello di Kashan (carne di montone bollita lentamente con patate, legumi, pomodori e spezie, molto gustosa e calorica, che ci ristora pienamente assieme a delle enormi insalate con noci, olio, limone, pistacchi e spezie che non riusciamo neanche a finire data la generosità della porzione) e dato che ovviamente non esistono alcolici, sorseggiamo dell’acqua di rose con miele, ghiaccio e cannella.

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Torniamo in ostello a tarda notte, percorrendo strade semi-deserte e poco illuminate ma tranquille e sicure, il rischio maggiore sono i canali di scolo che cingono i marciapiedi e che si possono attraversare solo tramite passerelle di cemento, un paio di volte rischio di finirci dentro perchè nel buio della notte poco illuminato, non riesco a scorgere in tempo le passerelle, rischiando di finire nei canali in cemento, ma per il resto non ci sono problemi.
L’indomani mattina dopo la classica colazione iraniana (formaggio feta, pane persiano e marmellata di carote, burro, cetrioli e pomodori freschi, accompagnato da tè bollente con latte) andiamo alla scoperta della fortezza di Shiraz, vista il giorno prima dall’esterno, poi facciamo un secondo giro nel bazar, e per pranzare scegliamo un ristorante tradizionale, molto ben descritto sulla guida e poco lontano, dove servono un ricco buffet, che si rivela in realtà un pò “caro” per gli standard iraniani, forse anche per l’extra dovuto ad una lattina di “malto” analcolico che scelgo di prendere per sorseggiare qualcosa di differente da acqua, succhi o tè, ma che in realtà si rivela semplicemente dolciastra. Per cena compriamo del nun (pane persiano), succo, pomodori e frutta fresca che consumiamo in ostello.

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La domenica dopo aver perso la mattinata a cercare la stazione degli autobus, dove fare i biglietti per la nostra ultima destinazione: Kerman. Per pranzo torniamo al ristorante multi-piano denominato Haft Khan, per mangiare al primo piano, dove ci serviamo abbondantemente al buffet molto curato e ricchissimo di specialità culinarie iraniane come pomodori al forno, agnello, riso con pistacchio, timballo di riso al forno, verdure crude e cotte ,dug fresco (bevanda a base di yogurt, acqua frizzante, menta e sale, molto dissetante) e una miriade di dolci. Consumiamo tutto questo dopo aver fatto un tour de force di varie ore che ci ha portato ad arrivare a piedi fino al Parco di Afez, il famosissimo e leggendario poeta originario di Shiraz, di cui si dice tutti gli iraniani conoscano almeno alcuni versi. Per conoscere un pò le poesie del famoso poeta, compro nel book shop del parco una sua vecchia traduzione del libro di versi denominato “Canzoniere” e lo sfoglio per un pò, leggendone alcune parti. Il testo si apre alla maniera persiana, sfogliandolo e leggendo da sinistra a destra e ha anche i versi stampati in parsi a fronte della traduzione italiana. Per entrare in tutti questi siti e giardini, ovviamente si paga un biglietto, così per risparmiare qualcosa, evitiamo un altro parco adiacente, sempre a pagamento, dove si trova la tomba di un poeta più recente di Afez e torniamo a cenare nell’ostello con quello che abbiamo comprato il giorno prima, rilassandoci nel cortile che mantiene distanti smog e traffico della città.

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Prima della sera torniamo verso il centro è  facciamo un ultimo giro in cerca di spezie e tè da acquistare. Per l’occasione Pierpaolo compra anche dell’ibisco da infusione e petali di rose, senza dimenticare arancini essiccati per infusione e cannella in stecche, poi torniamo in ostello per passarci l’ultima notte.
Per domani dobbiamo prendere un autobus verso le 5.30. Lasceremo Shiraz per l’ultima destinazione del nostro viaggio, ma questa è un’altra storia e la racconterò nella prossima parte…

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Iran, terza parte: Esfahan e il centro del paese.

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Isfahan ci si presenta un tutta la sua magnificenza: città cosmopolita e ricca (il suo bazar complesso ed esteso per 5 km ne è un esempio), commerciale e artistica, mi conquista subito. Mi conquista la sua lunga piazza rettangolare denominata Naqsh-e Jahan Imam Square, famosa per le sue fontane a piscina e per la vista impareggiabile sulle cupole della Maje-e Imam (la moschea del Imam, attualmente in restauro) che non perdiamo l’occasione di visitare la mattina dopo il nostro arrivo in città.
Alloggiamo per 3 notti in un apart-hotel sobrio ma ampio e funzionale, non molto distante dal centro della città. La sera facciamo il nostro primo giro della piazza e ammiriamo il tramonto e i giochi d’acqua delle fontane. Nel Gran Bazar si trova di tutto, anche ristoranti e pranziamo in uno di questi, che diventerà il nostro preferito: il Parsh Restaurant. Il proprietario parla un pò di inglese e tenta di spiegarci il menù che è scritto solo in persiano.
Gentilezza e curiosità ci circondano, anche quando andiamo in cerca di un ufficio di cambio e scopriamo che nessuno di quelli “ufficiali” effettua il cambio di euro, così dopo un pò decidiamo di evitare i cambiavalute clandestini che cercano di abbordarci per strada e andiamo alla Bank Melly of Iran, dove dopo varie peripezie per farci comprendere, riusciamo a trovare lo sportello giusto per gli stranieri e a cambiare 500 euro in rials: al cambio attuale mio fratello riceve circa 26.000.000 di rials più spiccioli, poi torniamo a fare un giro per la piazza, ammirando la vista impareggiabile sulle cupole della Majed-e Imam e sulla Porta di Qeysarjeh, oltre che sulla cupola dorata della Masjed e-Sheikh Lotfollah, che aimè non visiteremo.

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Proseguiamo il nostro giro per il Bazar in cerca di qualcosa da comprare: alla fine optiamo per 2 pietre dure turchesi che vediamo nella vetrina di una piccola bottega seminascosta fra le strade del Bazar e i vari negozi che si alternano, in corrispondenza della parte centrale della Imam Square.
I bazari, i commercianti del Bazar, sono persone di poche parole, e non “assalgono” i clienti per vendere loro qualcosa, anche nella parte più turistica del Bazar si limitano ad osservare i potenziali clienti che passano e al massimo a far declamare le loro merci da qualche giovane aiutante. Senza trattare alla fine ci accordiamo per il prezzo dell’anziano artigiano, che non parla una parola di inglese e ci ringrazia in farsi, dopo averci mostrato la cifra in toman che io prontamente converto in Rials aggiungendo uno zero ai 480.000 sulla calcolatrice…Fate un pò i conti e capirete quanto abbiamo speso….

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Torniamo in hotel perchè rischia di piovere e usciamo solo per imbucare le cartoline in una cassetta per la posta di fronte all’ufficio postale centrale, che troviamo casualmente, quindi raggiungiamo il Palazzo Chehel Sotun (il palazzo del Sultano Abbas I che spostò la capitale a Isfahan nel XVI secolo.
Non ci facciamo mancare neanche la visita nello sfarzoso Palazzo Alì Qapu, con la sua terrazza sorretta da sottili colonne, affacciata sulla piazza e le sale riccamente decorate che lo adornano.
Con i nostri giri intorno alla zona centrale di Isfahan, finiamo per arrivare all’ora di cena affamati e assetati, così optiamo per un Fast-food “iraniano” che serve amburgher di pecora, manzo o kebab e wurstel di pollo e pecora, verdure e “pizza iraniana” (che preferiamo evitare…).
Quando siamo giunti all’Hotel, il primo giorno, i gestori gentilissimi, mi hanno chiesto in un ottimo inglese le ragioni del nostro viaggio in Iran e cosa ne pensavano i miei amici di questa scelta: ho risposto loro che i miei amici non sapevano del viaggio e che non l’avrebbero compreso, troppo imbevuti di luoghi comuni e superficialità. In definitiva a loro non interessava vedere un paese come l’Iran, una cultura e in sostanza una cultura così diversa eppure piena di similitudini con il nostro mondo “occidentale”. Ovviamente mentre ci facevano queste domande e discorrevamo, ci hanno offerto un buon tè caldo e fatto accomodare. In Iran vi offriranno sempre un tè quando si intrattengono con voi per un pò, prima di darvi le chiavi della camera oppure prima di farvi pagare il conto o discutere di affari, fa parte dei doveri dell’ospitalità persiana.
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Il giorno successivo facciamo l’ennesimo giro per la piazza e mi capita un divertente episodio: mentre ci riposiamo su una panchina, un bambino mi si avvicina e, dimentico di madre e fratellini, mi offre il suo “bastani”: gelato (ovviamente al pistacchio), ai miei ripetuti rifiuti, sale sulla panchina per farmelo assaggiare, avvicinandolo al mio viso e quasi impiastricciandomi la faccia, per fortuna la madre si è accorta di aver “perso” uno dei figlioletti e torna rapida indietro a recuperarlo, prendendolo in braccio e scusandosi per il disturbo.
Purtroppo il giorno successivo piove a dirotto così ci dirigiamo sotto la pioggia verso i ponti di Isfahan, attraversando il fiume in secca per poi dirigerci a La Jolfa: il quartiere armeno piccolo e ben tenuto. Durante il tragitto ci fermiamo a visitare un museo privato di strumenti musicali (il museo più caro e più piccolo che visiteremo), per poi raggiungere a tentoni La Jolfa e la Cattedrale della Comunità cristiana (che preferiamo evitare essendo a pagamento…), ma restiamo comunque nel piccolo quartiere armeno, dove pranziamo in un ottimo ristorante, per poi fare ritorno mestamente a piedi fino all’apart-hotel.

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Purtroppo l’indomani partiremo per Yazd, oasi poco distante adagiata nel deserto, ma se non fosse per la pioggia dell’ultimo giorno Isfahan ci è rimasta nel cuore, con la sua moltitudine di persone affaccendate nel bazar, piena di turisti ma non così turistica, ricca di moschee (la più famosa la Jame-e Mosque, moschea della congregazione che in sostanza corrisponde alle nostre cattedrali, dato che ve n’è una in ogni centro abitato, non riuscirò a vederla, nonostante la mia uscita pomeridiana per cercare di raggiungerla nonostante chiuda l’ingresso al pubblico alle 18.00), piena di vita e di traffico ma soleggiata e ventosa, con i suoi viali alberati e il fiume Zayande senza contare il Gran Bazar…e i palazzi storici dello Shah Abbas il Grande e le altre dinastie che si sono avvicendate in questa bellissima città d’arte e commerci. Dopo una cena “italiana” a base di spaghetti comprati in un alimentari assieme ad aglio e olio, yogurt, uova e verdure varie, andiamo a nanna. Domani ci aspetta una nuova tappa nel nostro viaggio primaverile.

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VIAGGIO IN IRAN: I primi giorni.

L’Iran è un paese che mi ha sempre affascinato per la sua storia e cultura: un passato millenario fatto di Imperi che si sono succeduti, popoli e culture che hanno coesistito per secoli, fino all’odierna Persia.
Fino agli anni ’70 infatti il paese era conosciuto come Persia, e i suoi abitanti, i persiani ne hanno occupato l’attuale territorio per più tempo che qualsiasi altro popolo sulla terra.

 

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http://www.operationworld.org/country/iran/owtext.html

Siamo sbarcati all’Aeroporto Imam Khomeini intorno alle 4.00 di mattina, da un volo Emirates proveniente da Dubai, dove avevamo fatto un breve scalo notturno, dopo la partenza da Fiumicino. L’aeroporto si trova a circa 35 km a sud ovest di Teheran e dopo i tranquilli controlli dei passaporti e del visto, abbiamo indugiato nell’area arrivi.
Miofratello ha cambiato un pò di euro nell’unica banca presente (cambiate sempre lo stretto necessario per il taxi e qualche spesa nei primi giorni, ci sono posti migliori per il cambio a Teheran, in Ferdosi Street), poi abbiamo consumato qualcosa nella caffetteria dell’aeroporto, per ammazzare il tempo, e abbiamo perso un altra ora a chiacchierare con i tassisti abusivi che cercavano clienti da portare in città.
Il fuso orario è di 3 ore e mezzo rispetto all’UTC (Tempo Coordinato Universale) del Meridiano di Greenwich, quindi ci troviamo due ore avanti rispetto all’Italia.
Usciti dal Terminal, i tassisti iraniani si fanno subito sotto per offrire i loro servigi: scegliamo un tassista anziano che ci porta alla sua vecchia auto verde “VIP Service” (in Iran in generale non vi aspettate di trovare auto nuove fiammanti, a causa dell’embargo, molti tassisti guidano ancora delle vecchie Peima, piccole e male in arnese (solitamente bianche), ma vi porteranno ovunque vogliate.
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Raggiungiamo Teheran in una mezzora: la città è ancora addormentata e dopo avergli dato l’indirizzo del Markazi Hotel un paio di volte, il tassista ci deposita davanti all’ingresso che pare ancora chiuso. Per la corsa paghiamo 1.000.000 di rials, che corrispondono attualmente a poco meno di 20 €…
In Iran tutti però usano dire i prezzi in toman,una valuta che non esiste e all’inizio sembra difficile, ma basta aggiungere uno zero e tutti i conti tornano. Il tassista ci da il prezzo in rials, ma avrebbe potuto dire “500.000 tomans” e in tal caso bastava aggiungere uno zero.
L’accoglienza in hotel è inaspettata per gli standard “occidentali”: innanzitutto, dopo averci registrato e scherzato con noi, Fatima la premurosa “capa” dell’hotel ci invita a fare colazione in sala, anche se in teoria avremmo diritto alla colazione in struttura dal giorno dopo. Il receptionist effettua per noi il check-in molto anticipato, senza problemi (teoricamente potevamo entrare in stanza dalle 14.00, ma in Iran se la camera è pronta te la danno subito) e ci chiede da dove veniamo, alla notizia che siamo italiani ci sorride allegramente e ci ricorda di scendere per approfittare della colazione prima delle 10.00. Così dopo esserci rinfrescati un pò, per le 8.00 scendiamo e facciamo una abbondante colazione iraniana a base di succo di arancia, burro, dolci, tè, pane iraniano (Nun), marmellata di carote, formaggio feta e qualche fetta di cetriolo e pomodoro. Ringraziamo per la colazione e andiamo riposare (in effetti caschiamo dal sonno), crollando in un sonno profondo nei letti fino a mezzogiorno.
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La città nel frattempo si risveglia e quando usciamo per fare un giro, stentiamo a riconoscere la strada: un tripudio di luci, negozi di materiale elettrico (scopriamo di trovarci nella “electric street” di Teheran), e cerchiamo di orizzontarci in una metropoli di più di otto milioni di abitanti. Alla fine  andiamo piedi fino alla zona del Bazar, verso sud, sbagliando più volte strada. Se girate per Teheran a piedi, stampatevi un pò di mappe o utilizzate il gps con il cellulare per orientarvi. Noi alla fine raggiungiamo Piazza Imam Khomeini e troviamo la metropolitana, dove prendiamo la linea 1 (in metro si va con un biglietto singolo, perchè non riusciamo a fare l’abbonamento e le macchinette automatiche sono tutte rotte), per tornare indietro e in un paio di fermate raggiungiamo Enghelab Street, che interseca Ferdosi: quest’ultima è la via dei cambiavalute di Teheran. Dopo una mezza giornata “vagando” senza mappa alla ricerca di Ferdosi Street, ci fermiamo in un chiosco a mangiare dei deliziosi kabab di fegato, con cipolla cruda, peperoncini freschi e pomodori tagliati accompagnati da un pò di pane persiano (ne esistono quattro varianti, ma questo lo racconterò un altra volta…).
Scopriamo di aver sbagliato direzione quando siamo usciti dalla metro, non avendo punti di riferimento, così torniamo indietro a piedi e raggiunta Ferdosi street, trovo un cambiavalute aperto (sono quasi le quattro di pomeriggio ormai) e cambio i miei 1000 euro ad un cambio vantaggioso di 1€ a 60.000 rials.
Cerco di suddividere le mazzette da 500.000 rials e farle entrare nei vari portafogli che ho con me, poi torniamo in metro fino alla fermata nei pressi dell’hotel e ci riposiamo fino a sera.

Come prima giornata non c’è male: ci siamo persi ben due volte, ma abbiamo imparato ad usare la metropolitana e usiamo la Guida Lonely Planet che abbiamo portato con noi per trovare un ristorante “tradizionale” iraniano dove cenare: la scelta cade sul Khayam Traditional Restaurant, nei pressi del Bazar e della fermata omonima della Metropolitana. Si mangia seduti su dei letti rialzati detti “tahkts”, levandosi ovviamente le scarpe e incrociando le gambe sui tappeti e cuscini che li ricoprono.
Noi ordiniamo ovviamente del kabab di montone e vitello con una montagna di riso colorato in cima dalla curcuma, un piccolo panetto di burro per insaporirlo e una insalata con salsa come contorno. Ovviamente gli alcolici scordateveli in Iran, così ordiniamo due bicchieroni di succo d’arancia fresco appena spremuto e bottigliette d’acqua. il pranzo è luculliano, perchè ci portano il riso più tardi, quando ci siamo già rimpinzati di pane persiano insalata e carne. Per noi è una impresa finire tutto. Ci chiedono se vogliamo fumare un qalyan con tabacco profumato (narghile iraniano), ma decliniamo, sarà per un altra volta, abbiamo bisogno di fare una camminata per smaltire il cibo, così ci aggiriamo per i dintorni del bazar chiuso, dove si ammucchiano rifiuti e resti di cibo. Gli spazzini non sono ancora passati, ma l’indomani sarà tutto pulito, come se tutti questi rifiuti non fossero mai esistiti.

DSCF2508.JPGL’Iran è ultra sicuro e ne ho la riprova questa sera, di notte non c’è molta gente in giro e forse l’illuminazione è un pò ridotta rispetto a quella delle nostre città, ma non c’è nulla da temere. Nessuno fa caso a chi cammina di notte per la strada, certo non aspettatevi party per la strada o folle di giovani che bevono e fumano: tutte le persone di sesso femminile (anche le bambine a seconda che la famiglia di appartenenza sia molto conservatrice o meno) portano l’ijab, che è un foulard drappeggiato intorno alla testa, in modo da non mostrare i capelli, ma l’hijab tende a “scivolare” indietro quindi si possono vedere ciocche di capelli e intere capigliature, senza che nessuno si scandalizzi per questo (inoltre molte donne indossano hijab colorati e ampiamente decorati, di seta o broccato, che sono uno spettacolo per gli occhi, senza contare tailleur di colore chiaro e pantaloni dello stesso colore).
Il chador invece è un velo nero, spesso sintetico che copre la testa e che ci si può drappeggiare intorno al corpo, per dissimulare ciò che si indossa sotto. Molte donne indossano una giacca (preferibilmente scura e di poliestere o panno pesante) e pantaloni, ma non disdegnano i tacchi, gioielli, e trucco, senza dimenticare le unghie lunghe e laccate, oltre che curatissime. Le giovani ovviamente sono vestite più alla “moda” e aggirano i dettami della morale islamica con inventiva e audacia: il giorno successivo noto una ragazza con i jeans strappati che cela sotto un chador nero, quando le passano accanto degli estranei, non deve far altro che avvolgersi nel chador.
Di Basij (l’odiata milizia deputata in passato a controllare il rispetto dell’ hijab e della morale islamica da parte della popolazione) non ne vedremo in giro, tranne che qualcuno di quelli addetti al traffico, sempre a cavallo di moto e con una divisa militare.
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Il giorno successivo andiamo al Palazzo Golestan che ci impressiona in parte (alcune parti sono in restauro e ci sono molti gruppi guidati che imperversano dappertutto), ci fermiamo a sorseggiare un tè nella locale sala da tè e poi andiamo a mangiare un boccone in Ferdosi Street (trippa di pecora bollita con zampette, spruzzata di limone e sale), e cerchiamo riparo dallo smog, spostandoci in metropolitana fino alla Azadi Tower, per acquistare in anticipo due biglietti d’autobus per la cittadina di Kashan al Terminal locale, dove andremo fra un paio di giorni. Dopo essere riuscito a farmi capire nel caos del Terminal Bus El-Jonub (scritte per le destinazioni tutte in farsi ovviamente) e a trovare lo sportello giusto dove acquistare i biglietti, prendiamo la metropolitana ritornando in centro, e cerchiamo riparo dal traffico e smog (i veri problemi dell’Iran, altro che terrorismo) in hotel.
La guida degli iraniani è molto “sportiva” e non rispettano assolutamente il codice della strada, anche quando attraversiamo sulle strisce e con il rosso, perciò tendiamo sempre a fare lo slalom nel traffico, anticipando automobili e moto che si infilano dappertutto, all’inizio sembra una situazione infernale, ma dopo un giorno ci abbiamo già fatto l’abitudine. Una assicurazione sanitaria comunque è obbligatoria per entrare nel paese, e se verrete investiti, potrete usufruire delle migliori cure in un ospedale o clinica privata.
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Il terzo e ultimo giorno a Teheran, lo passiamo nella Teheran nord: la zona “bene” della capitale, dove si concentrano gallerie d’arte e alcuni musei, fra cui il Reza Abbasi Museum che ci impressiona notevolmente con la sua collezione di reperti antichi e moderni delle varie dinastie che si sono avvicendate in Iran. Facciamo una breve tappa davanti all’ex ambasciata USA per fotografare i suoi murales, ormai occupata permanentemente da una base dei Guardiani della Rivoluzione e chiusa al pubblico tranne che in un breve periodo a febbraio. Proseguiamo in metro fino a Piazza Imam Komeini e da li raggiungiamo l’Ervan Museum che si rivela un “pugno” allo stomaco per noi: la prigione politica della SAVAC, la polizia segreta della Sha Reza Pavlavi è illustrata con manichini in cera e ricostruzioni delle torture comminate a uomini e donne, giovani e ragazzi, durante gli anni del suo regno, fino alla propria fuga nel 1979. Ci addentriamo nel complesso scortati da una guida che in un inglese scolastico ci illustra le efferatezze dei torturatori al servizio dello Sha, testimonianze video di alcune delle vittime completano il quadro, assieme alle celle, dove a soggiornato anche l’attuale Imam Khamenei e molti attuali politici iraniani.
L’esperienza per me è particolarmente profonda (una ragazza che era nel nostro gruppetto verso la fine non riesce a trattenere le lacrime), e alla fine ci danno un succo di frutta e un biscotto ringraziandoci per la visita. Usciamo da quell’edificio lugubre in cui furono incarcerati più di 70.000 iraniani (e ne sono morti fra indicibili torture più di 7000…sia uomini che donne) e torniamo lungo il corridoio d’ingresso costellato di targhette con i nomi dei “martiri” fino all’uscita liberatoria che ci accoglie.
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Dopo la visita nel lager, torniamo in hotel per preparare le valigie e chiedere delucidazioni sul biglietto che ho acquistato per Kashan. Fatima ci conferma che è tutto a posto. Facciamo un ultimo giretto in serata nella zona delle ambasciate, per mangiare qualcosa e ci prepariamo a lasciare Teheran, ma torneremo quì fra un paio di settimane, prima del nostro volo per l’Italia, per approfondire meglio la conoscenza con la città
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