Viaggio in Iran: 5 parte.

Il nostro “tour” fino a Persepolis si rivela un’ottima cosa: raggiungiamo prima Pasagarde, una località archeologica nota principalmente per la tomba di Ciro il Grande, e sotto il sole cocente ci avviamo anche verso i resti che punteggiano la zona come una “torre” di epoca zohorastriana, di cui non si conosce bene la funzione e quel che resta del grandioso Palazzo di Ciro, oggi ridotto a qualche colonna spezzata e a marmi circondati da spazi aridi ma squadrati (testimonianza dei verdi giardini dell’Imperatore, oggi solo un lontano ricordo nella pianura pietrosa).

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Sono solo le 10.00 di mattina e il sole picchia, per fortuna abbiamo con noi acqua e frutta, Il nostro autista non si ferma un attimo e ci porta prima fino alle tombe scavate nella roccia di alcuni grandi imperatori del passato come Serse, Astatarse I e Dario, questi manufatti sono accompagnati da gradiosi bassorilievi che illustrano la potenza dell’Impero Persiano e alcune gesta, fra cui la sottomissione di vari monarchi al potente Impero Achemenide e a quello Persiano, ma dopo mezz’ora di foto siamo di nuovo inauto per giungere fino all’attrazione “Clou” che si trova a circa 6 km in linea d’aria e attira milioni di visitatori ogni anno: Persepolis.

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Le rovine dell’antica città sono circondate da una recinzione a maglie metalliche, su cui si affaccia una pineta usata dagli iraniani per picnic e banchetti, mentre un parcheggio copre un’altra zona. Si accede al sito archeologico dopo aver attraversato una specie di parco turistico fornito di negozi di souvenir dozzinali, chioschi di gelati e l’unica area ristoro che serve pizza iraniana e poche altre cibarie. Il caldo è opprimente e ci fermiamo all’ombra della zona ristoro per mangiare una pizza e dissetarci prima di entrare nel sito archeologico enorme.

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Compriamo altre bottiglie d’acqua per la visita e attraversiamo la zona assolata fino al controllo biglietti, inerpicandoci poi per la scalinata di pietra del palazzo di Serse.
Essendo venerdì di preghiera i dintorni al di fuori del sito e la pineta soprattutto sono pieni di iraniani che fanno picnic con tutta la famiglia, bevono tè o fanno passeggiate fra gli alberi. Attraversiamo la sala delle colonne fino al salone del trono e osserviamo da lontano il tesauro, chiuso al pubblico ma ben visibile, poi ci dirigiamo sotto la calura delle 12.00 fino alla tomba dell’Imperatore Astasarse II che domina il complesso, per poi fare una sosta, scendendo lungo la scarpata scoscesa, nel museo edificato recuperando i resti del palazzo, individuato come l’Arem di Serse. Questo edificio contiene una serie di reperti rinvenuti in loco e malgrado sia spartano e non molto grande, offre una gradevole ombra che è bene accetta date la temperatura torrida all’esterno. Dopo un’ampio giro nella sala del trono e su per la scalinata, facciamo un pò di foto al tesauro adagiato con le sue linee rigorose e asciutte un po discosto e ci avviamo verso l’uscita, sono ormai quasi le 13.00 e ci attendono ancora varie ore di viaggio.

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Il nostro autista ci recupera al volo e partiamo alla volta di Shiraz,dove giungiamo verso le quattro di pomeriggio: purtroppo alla reception del hotel che Alì aveva prenotato scopriamo che la nostra camera è occupata fino all’indomani e il giovane receptionist, invero molto educato e premuroso si affanna a chiederci chi ha fatto la prenotazione per noi e riesce anche a parlare con il nostro “tour-operator” spiegando di non aver ricevuto la prenotazione e chiedendo anche ai suoi superiori che si scusano si per il disguido…
Alla fine stanchi e accaldati veniamo accompagnati dal giovane in un altro hotel-ostello che ha dei posti liberi, dove resteremo per le 2 notti che avevamo preventivato a Shiraz. Purtroppo dei soldi che avevo dato ad Alì per la prenotazione dell’hotel rivedrò solo una parte…
L’ostello non è male: veniamo sistemati in una stanza da 8 posti letto con bagno in comune.  Dopo una doccia e un pò di riposo nel tranquillo cortile interno partiamo alla scoperta della città di Shiraz.

IMG_20180420_141941.jpgLa città si presenta ai nostri occhi molto “rilassata” e turistica nella parte centrale, costituita da un corso pedonale in cui per fortuna non vediamo il traffico caotico tipico dell’Iran e un bazar estremamente diversificato e costituito da vari bazar più piccoli, pieno di oggetti, tappeti, spezie e tessuti vari, dove compro un cappello per proteggermi dal sole e gironzoliamo, curiosando fra i negozi che si affacciano sulla via pedonale e all’interno del bazar, per i futuri acquisti.

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A piedi arriviamo fino ad un palazzo che ospita ben 5 ristoranti per tutte le tasche, dove consumiamo un ottima cena sul solito baldacchino, in una sala enorme, allietata anche da musica dal vivo. Il locale è frequentatissimo sia da turisti che iraniani e l’indomani torneremo per pranzare nell’edificio, ma in un altro ristorante. entrambe le esperienze si riveleranno notevoli per il livello della cucina e del servizio, ovviamente un pò più costosi della media dei ristoranti che abbiamo frequentato fino ad ora, ma ne vale la pena: il dizi che ci servono quì è molto meglio di quello di Kashan (carne di montone bollita lentamente con patate, legumi, pomodori e spezie, molto gustosa e calorica, che ci ristora pienamente assieme a delle enormi insalate con noci, olio, limone, pistacchi e spezie che non riusciamo neanche a finire data la generosità della porzione) e dato che ovviamente non esistono alcolici, sorseggiamo dell’acqua di rose con miele, ghiaccio e cannella.

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Torniamo in ostello a tarda notte, percorrendo strade semi-deserte e poco illuminate ma tranquille e sicure, il rischio maggiore sono i canali di scolo che cingono i marciapiedi e che si possono attraversare solo tramite passerelle di cemento, un paio di volte rischio di finirci dentro perchè nel buio della notte poco illuminato, non riesco a scorgere in tempo le passerelle, rischiando di finire nei canali in cemento, ma per il resto non ci sono problemi.
L’indomani mattina dopo la classica colazione iraniana (formaggio feta, pane persiano e marmellata di carote, burro, cetrioli e pomodori freschi, accompagnato da tè bollente con latte) andiamo alla scoperta della fortezza di Shiraz, vista il giorno prima dall’esterno, poi facciamo un secondo giro nel bazar, e per pranzare scegliamo un ristorante tradizionale, molto ben descritto sulla guida e poco lontano, dove servono un ricco buffet, che si rivela in realtà un pò “caro” per gli standard iraniani, forse anche per l’extra dovuto ad una lattina di “malto” analcolico che scelgo di prendere per sorseggiare qualcosa di differente da acqua, succhi o tè, ma che in realtà si rivela semplicemente dolciastra. Per cena compriamo del nun (pane persiano), succo, pomodori e frutta fresca che consumiamo in ostello.

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La domenica dopo aver perso la mattinata a cercare la stazione degli autobus, dove fare i biglietti per la nostra ultima destinazione: Kerman. Per pranzo torniamo al ristorante multi-piano denominato Haft Khan, per mangiare al primo piano, dove ci serviamo abbondantemente al buffet molto curato e ricchissimo di specialità culinarie iraniane come pomodori al forno, agnello, riso con pistacchio, timballo di riso al forno, verdure crude e cotte ,dug fresco (bevanda a base di yogurt, acqua frizzante, menta e sale, molto dissetante) e una miriade di dolci. Consumiamo tutto questo dopo aver fatto un tour de force di varie ore che ci ha portato ad arrivare a piedi fino al Parco di Afez, il famosissimo e leggendario poeta originario di Shiraz, di cui si dice tutti gli iraniani conoscano almeno alcuni versi. Per conoscere un pò le poesie del famoso poeta, compro nel book shop del parco una sua vecchia traduzione del libro di versi denominato “Canzoniere” e lo sfoglio per un pò, leggendone alcune parti. Il testo si apre alla maniera persiana, sfogliandolo e leggendo da sinistra a destra e ha anche i versi stampati in parsi a fronte della traduzione italiana. Per entrare in tutti questi siti e giardini, ovviamente si paga un biglietto, così per risparmiare qualcosa, evitiamo un altro parco adiacente, sempre a pagamento, dove si trova la tomba di un poeta più recente di Afez e torniamo a cenare nell’ostello con quello che abbiamo comprato il giorno prima, rilassandoci nel cortile che mantiene distanti smog e traffico della città.

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Prima della sera torniamo verso il centro è  facciamo un ultimo giro in cerca di spezie e tè da acquistare. Per l’occasione Pierpaolo compra anche dell’ibisco da infusione e petali di rose, senza dimenticare arancini essiccati per infusione e cannella in stecche, poi torniamo in ostello per passarci l’ultima notte.
Per domani dobbiamo prendere un autobus verso le 5.30. Lasceremo Shiraz per l’ultima destinazione del nostro viaggio, ma questa è un’altra storia e la racconterò nella prossima parte…

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Scusate la “sparizione” ma ero in Iran…

Salve a tutti, come va? Vi sono mancato?

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Mentre prendo l’autobus a Fiumicino per tornare a casa vi ragguaglio sulla mia assenza: sono stato in Iran assieme al mio fido fratello e li facebook è bloccato, così come Worpress e altre cose…ma è stato un viaggio bellissimo e cercherò di raccontarvi ciò che ho visto e vissuto al più presto.

Intanto un po di foto dell’Iran scattate dal sottoscritto 😉
Alla prossima…

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Mexico 2008…Prima parte.

Dopo una lunga pausa torno a parlare di viaggi: scusatemi….ma non avevo proprio voglia di scrivere…comunque ora vi racconterò un viaggio in un posto “fantastico” pieno di luci ed ombre:

Nel luglio del 2008 ho accompagnato mia madre in Messico: chi conosce il paese sa che è un coacervo di bellezza e disperazione, povertà e meraviglia.
Con il nostro volo IBERIA facciamo uno scalo notturno all’aeroporto di Madrid, poi all’alba proseguiamo per Città del Messico attraversando per la prima volta l’Atlantico: La tentacolare capitale dello Stato Nord-Americano che conta con la zona metropolitana quasi 20 milioni di persone ci si presenta all’alba immensa e frenetica già durante le fasi di atterraggio all’aeroporto.
Nell’enorme spazio degli arrivi troviamo ad attenderci gli amici insegnanti della RIDEF (ricordate il viaggio in Finlandia? Andate a rileggere o leggete ora se non sapete di cosa parlo…), che ci fanno sentire un calore e una umanità che fa bene al cuore. Quest’anno il Campo internazionale RIDEF si terrà a Metepech, nello Stato di Puebla, fra qualche giorno.
Dopo saluti e abbracci, i nostri “padroni di casa” ci guidano con sicurezza verso il desk dei taxi autorizzati, chiamano un taxi per noi, che ci porterà fino all’hotel e ci augurano tutto il bene del mondo. Saliti sul taxi la sensazione sulla città è che sia un pò “pericolosa”. Poi il nostro taxista si assicura che le portiere siano ben chiuse, come i finestrini, mette le sicure alle portiere e ci immergiamo in auto nel traffico sterminato della città.
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Dappertutto vediamo camionette e auto della polizia cariche di poliziotte (uomini e donne armati letteralmente fino ai denti), per le strade ci sono anche guardie private armate, agli ingressi di vari negozi, banche, hotel, ma la gente pare non farci caso:si tratta di una umanità variegata fatta si di poliziotti ad ogni incrocio, ma anche di persone intente a pulire pavimenti e marciapiedi davanti ai propri negozi, ragazze che camminano spedite, coppie di innamorati, sfaccendati, lustrascarpe pronti a servire i clienti di passaggio e persone, persone, persone.
Giunti in hotel, effetuato il check-in e disfatte le valigie, anche se non abbiamo dormito molto in aereo, ci concediamo una doccia veloce e poi facciamo il nostro primo giretto, che si trasforma in una camminata fino allo “Zòcalo” o Piazza della Costituzione: una delle più grandi piazze del mondo. Al centro si erge un’asta enorme da cui sventola una bandiera messicana. Ci dirigiamo alla Cattedrale Metropolitana della città, nonostante l’altitudine a cui si trova la capitale, oltre i 2000 metri su un altipiano di origine vulcanica, non avverto nessun disturbo e continuiamo a girare per il centro storico, dopo aver visto la Chiesa, che però non mi ha impressionato con il suo barocchismo esagerato e la sua mole. Proseguiamo il nostro giro, dopo un pranzo in un ristorante affacciato sulla piazza, camminando fino a sera, fermandoci in qualche panaderia o in vari negozi, e torniamo lentamente verso l’hotel, fermandoci a lungo davanti al “Palacio de las Bellas Artes”: un museo che sorge ai margini di un parco, dove i messicani passano le ore che precedono la notte, rilassandosi, chiacchierando, ridendo e mangiando semi di zucca o sorseggiando qualcosa.
Anche noi compriamo semi di zucca da una anziana india che ci ringrazia e restiamo seduti sul bordo di una aiuola guardando al gente che ci passa davanti, percorrendo l’Avenida Juarez, piena di traffico ad ogni ora del giorno.
Prima che scocchino le 9 della sera, insisto con mia madre per alzarci e tornare all’hotel per riposarci un pò nonostante il jet-lag, perciò passo la notte a prendere appunti di viaggio e a leggere “La polvere del Messico” di Pino Cacucci mentre mia madre russa….
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Quando ci alziamo verso le 8.00 è una domenica un pò uggiosa e dopo colazione vado in giro per la città in cerca di un adattatore per le prese di corrente elettriche nell’hotel, che mi permetta di ricaricare cellulari, fotocamera e videocamera. Passiamo la domenica visitando il Palazzo del Parlamento e del Governo Federale,  affacciato sullo Zòcalo, il Tempio Major, dove una volta sorgeva Tenochtitlan, l’attuale Città del Messico, un tempo  capitale dell’impero azteco. Concludiamo la nostra ennesima “passeggiata” visitando il Palazzo del Bellas Artes dove ci eravamo fermati il giorno predente per riposarci: essendo domenica scopriamo che tutte queste attrazioni sono “gratis” e non possiamo che apprezzare la fortuna che ci è capitata.
Date le distanze enormi finalmente decidiamo di prendere la metropolitana l’indomani, e lunedì mattina, partiamo sempre in metro alla volta del Parco di Chapultepec, che risulta chiuso, perchè è lunedì….
Il tempo è mutevole e variegato nell’arco di una giornata quì aCittà del Messico, dato che a volte sembra voglia piovere, poi si alza repentinamente il vento o esce un sole che ci riscalda un pò. La mattina l’aria è gelata, anche a causa dell’altitudine fino alle dieci.
Per passare la giornata, dopo un giretto nel caotico mercato rionale, alla ricerca di un ufficio postale, pranziamo in un caffè, per strada compriamo in un negozietto della frutta e poi degli orecchini da una bancarella, proseguendo poi a piedi per un breve tratto lungo il Paseo de la Reforma. Gli altri italiani del gruppo RIDEF scesi con noi all’aeroporto, hanno alloggiato in un altro albergo e sono partiti per fare un giro pre-RIDEF nella città di Puebla, noi li seguiremo fra qualche giorno.
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Passiamo gli ultimi due giorni a Città del Messico visitando il grandioso Museo di Antropologia del Parco di Capultepech, immenso da vedere, poi facciamo acquisti in alcune “tiendas d’artisaneria” comprando “calaveras” (scheletri vestiti nei modi più fantasiosi o teschi in ceramica colorati e decorati riccamente),per poi spostarci fino al famoso e interessante Museo di Frida Kalo e Diego Rivera, in pratica la casa dove ha vissuto la coppia di artisti. Non possiamo evitare una visita anche alla casa di Lev Trocij e poi ci dirigiamo fino al quartiere di Cojoacan: una zona residenziale “bene” di Città del Messico. L’unica “disavventura” che ci capita è di perderci l’ultimo giorno nel barrio di Xochimilco, a sud del centro cittadino. Privi di una mappa della periferia, ci  smarriamo inevitabilmente fra le stradine tutte uguali del quartiere, “salvandoci” grazie alle indicazioni di un cartolaio e ad un pò di intuito, riuscendo a trovare una stazione della metropolitana, per tornare in centro, ma l’escursione sui canali di Xochimilco è valsa la difficoltà di ritrovare la strada. Domani andremo ad incontrare gli insegnanti messicani che ci faranno da “ciceroni” fino a Metepec per iniziare il campo, ma questa è un’altra parte di storia che racconterò il prima possibile….
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Belgio e Olanda in treno.

Nel settembre 2007 approfitto di un volo da Pescara a Charleroi, per vedere un pò di Belgio e Paesi Bassi, comunemente detti Olanda. Per arrivare ci vogliono meno di tre ore, atterrati, prendiamo un autobus per Bruxelles, da dove un treno dalla stazione centrale, dopo un pò di incertezze (rischiamo di prendere il treno veloce per Londra, perchè non riusciamo a capire dove sia il treno per Amsterdam e sbagliamo banchina…) ci porta ad Amsterdam in un oretta e mezza.

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Abbiamo prenotato in un ostello a pochi passi dai Canali, in particolare dal Keizersgracht: uno dei tre canali scavati nella città durante il secolo d’oro olandese. Il Singelgracht è l’area che comprende i canali storici di Amsterdam ed è stato inserito nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell Unesco; d’appertutto sono posteggiate biciclette e la città ci si rivela subito “caotico” e multietnica: ricca di vita, anche se molto cara, oltre che strapiena di turisti.
L’ostello si rivela letteralmente una “bettola” fra l’altro anche a caro prezzo in camerata mista, ma d’altronde non potevamo trovare di meglio: Amsterdam come già detto è carissima per le nostre tasche, nonostante l’euro e ci troviamo costretti a fare la spesa per risparmiare qualcosa sui pasti.
La mobilità però è eccellente: il giorno successivo, troviamo un deposito/noleggio biciclette e lasciando un congruo deposito noleggiamo due bici per i tre giorni in cui pernotteremo in città, per muoverci agevolmente, ci spostiamo attraverso le piste ciclabili che servono ogni angolo del centro abitato.

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Dopo un giro in Piazza Dam e una visita a qualche coffè shop per curiosità, inforchiamo le bici e andiamo in direzione del Rijksmuseum Amsterdam, purtroppo scopriamo che è in ristrutturazione, perciò non visitabile, se non in minima parte e preferiamo cambiare destinazione raggiungendo uno dei musei a mio avviso più ricchi ed entusiasmanti che abbia mai visto in vita mia dedicati ad un singolo artista: il Van Gogh Museum che ci “rapisce” in tutto il suo splendore fino ad ora di pranzo, quando un acquazzone ci costringe a consumare uno snack nel caffè del museo (ovviamente molto costoso), in attesa che smetta di diluviare.
Per fare la spesa troviamo un supermarket aperto 24 ore su 24 alla Station Amsterdam Centraal, che si rivela abbastanza conveniente per i piatti da asporto che consumiamo in un ostello strapieno e privo di cucina comune.
Nel pomeriggio pur di non restare in ostello (manca anche l’acqua per farsi una doccia a causa di un un problema alle tubature almeno fino all’indomani), facciamo un giro, passando attraverso il “red district” o quartiere a luci rosse dove si affacciano le famose vetrine con signorine che attirano i clienti potenziali (la prostituzione nei Paesi Bassi è legale), e ci dirigiamo al Hash, Marihuana & Hemp Museum: si tratta, come è facile comprendere dal nome, di un museo dedicato alla cannabis e ai suoi svariati usi,  che offre ai visitatori informazioni riguardo all’utilizzo storico e moderno della cannabis per uso medico e perfino religioso e culturale. L’esposizione è incentrato anche su come la canapa possa essere usata nella produzione agricola e soprattutto industriale, ovviamente c’è anche un gift-shop di accessori, vestiario e prodotti cosmetici realizzati esclusivamente a partire dalla fibra di canapa.

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“Rubo” una foto della zona di produzione e usciamo senza perdere tempo dirigendoci verso il  Vondelpark nel centro della città, dove ci rilassiamo un pò prima che cali il sole.
L’ultimo giorno lo passiamo fra L’Amstelpark situato fuori dal centro e L’Orto botanico di Amsterdam: uno dei giardini botanici più antichi del mondo, che data la stagione è ancora ricco di specie botaniche e perfino farfalle nelle serre chiuse. Le ninfee che vediamo poi sono uno spettacolo per gli occhi.
L’amstelpark è meno affollato rispetto al Vondelpark nel centrocittà, dove torniamo in mattinata, sempre sfruttando le nostre biciclette (qualche inconveniente con i sensi di marcia mi rimedia un “cazziatone” da una giovane olandese) e ci muoviamo velocemente, trovando riparo in qualche locale o sotto una pensilina quando arriva uno scroscio di pioggia.

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Il viaggio continua però e l’indomani mattina lasciamo con sollievo il nostro ostello e ci dirigiamo in treno verso Rotterdam: città commerciale e moderna di cui mi interessano soprattutto i musei. Appena scesi dal treno ci dirigiamo verso l’ostello che abbiamo prenotato, e notiamo subito l’assenza di caos o sovrappopolazione, tangibili invece per le strade di Amsterdam. Rotterdam si rivela una città piacevole e tranquilla, l’ostello è pulito e spazioso; passiamo il primo giorno a vedere il Museum Boijmans Van Beuningen che ricordo dai tempi dell’università e il pomeriggio girovaghiamo per il centro storico in verità completamente ricostruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, perciò riesco a convincere Pierpaolo a fare un salto a l’Aja l’indomani: la città sede del parlamento e del governo dello Stato, pur non essendone la capitale, che è Amsterdam, è sempre la terza città per grandezza dei Paesi Bassi, e dal 1831 è anche residenza della casa reale dei Paesi Bassi.
La mattina successiva prendiamo un treno regionale e giungiamo all’Aja in un oretta, purtroppo scrosci di pioggia continui rovinano la nostra “gita” e dopo un giretto nel centro della città, fuggiamo verso la stazione per tornare il prima possibile a Rotterdam: quì faccio una passeggiata con Pierpaolo per cercare di raggiungere le Kubuswoningen conosciute comunemente come “Case cubiche di Piet Blom”, situate in prossimità del vecchio porto. Purtroppo anche in questo caso una forte pioggia ci costringe a desistere e ci “salviamo” rifugiandoci nella KunstHal: un museo d’arte contemporaneo famoso soprattutto per la sua struttura, in cui è vietato fare foto ovviamente…

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Dopo aver visto le collezioni permanenti e temporanee, oltre ad una mostra fotografica di cui riesco a prendere uno scorcio, torniamo in ostello: la pioggia ha lasciato dietro di se solo ampie pozze d’acqua e prepariamo i bagagli per l’indomani.
Il nostro treno ci riporta questa volta verso il Belgio, con una tappa di qualche giorno ad Anversa: città commerciale famosa per i diamanti, multietnica e pacifica, visitiamo il quartiere ebraico o quartiere dei diamanti, senza dimenticare il Grote Markt, detto comunemente piazza del mercato e la Rubenshuis: la casa seicentesca del famoso pittore, diventata un museo con diverse opere del Maestro e le sue collezioni.
Questi giri ci portano via ben due giorni, al termine dei quali ci aspetta l’ultima giornata ad Anversa, che passiamo cercando souvenir e facendo una visita della Cattedrale e ripassando per il “quartiere dei diamanti” pensando di acquistare qualcosa per mia madre, ma i prezzi proibitivi ci frenano…
Anche Anversa ha dei canali, ma obiettivamente non sono quelli di Amsterdam, tutti parlano il fiammingo ed evitano il francese, riusciamo comunque a farci comprendere e l’indomani mattina lasciamo l’ostello diretti verso Bruxelles, sempre in treno ovviamente.
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Man mano che ci avviciniamo alla capitale belga, abbiamo l’impressione che la tolleranza e ricchezza di queste terre di “mercanti” lascino il posto a povertà e tristezza, testimoniate da senzatetto e povera gente presente alla Stazione ferroviaria di Anversa (assenti invece ad Amsterdam e Rotterdam o all’Aja),  troviamo anche molti clocard rifugiati in caffetterie e tavole calde, dove passiamo il tempo nell’attesa di raggiungere l’aeroporto di Charleroi.
Verso sera andiamo a ritirare il bagaglio alla stazione di Bruxelles, dove, complice anche il tempo clemente, incrociamo una umanità variegata e multietnica. Saliamo su uno degli ultimi autobus per l’aeroporto e giungiamo verso mezzanotte al terminal in attesa del volo che l’indomani ci riporterà a Pescara verso mezzogiorno. Un altro viaggio volge al termine.
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Cammino di Santiago: da Leon a O’Cebreiro, la “Porta” della Galizia.

Dopo i bagordi della notte ci alziamo “tardi” per i nostri “ritmi” sul Cammino, non prima delle 7.30. Riposati e soddisfatti perchè oggi non dovremo marciare, giriamo la città di Leon, mangiando paste e dolciumi, passeggiando lentamente, leggendo un giornale dopo settimane. In realtà man mano che il giorno di pausa si avvia alla fine, la quiete apparente lascia spazio ad una frenesia strisciante che cresce lentamente fino a sera.
Durante la sosta ritroviamo letteralmente un sacco di persone conosciute durante le nostre tappe separate: per me i ragazzi toscani, l’altro gruppo di fiorentini di mezza età. un tedesco incrociato sulla strada…
Rivediamo la Cattedrale di Leon prima di pranzo, facciamo la spesa per l’indomani e torniamo al calar delle tenebre nell’ostello dove ci siamo fermati un giorno in più come “turisti”.
La struttura dispone di vari “confort” che avevo dimenticato o non utilizzato da settimane: televisione in comune, giochi di società, videocassette, cucina con forno a microonde…
La stanchezza ci prende a fine giornata, sdraiati sui letti, dopo aver chiacchierato con una umanità varia e mutevole: ragazzi al loro primo giorno sul Cammino (c’è l’abitudine per molti che non hanno un mese di tempo disponibile di “dividere” il percorso in due tronconi: il primo da San Jean Pied de Port a Burgos o Leon, il secondo troncone fino a Santiago De Compostela), e di conseguenza molti impiegano due anni per portare al termine il Cammino….tornando sulla strada l’anno successivo durante le vacanze estive o le ferie, riprendendo da dove avevano interrotto la marcia.
Abbiamo passato il tempo anche a “raccogliere” timbri per la Credencial: un passatempo che non condivido molto, perchè lo considero una mera esibizione, ma che il mio compagno di viaggio ha portato avanti lungo tutto il Cammino, riempiendo la propria Credencial soprattutto con i “sellos” di tutte le chiese incontrate lungo il percorso, e che dovrà presto richiederne un secondo per potervi continuare ad apporre timbri….
L’indomani mattina 11 agosto 2008 la sveglia di Marzio non suona e ci alziamo “tardi” verso le 7.00, affrettandoci a prendere gli zaini già pronti dalla sera prima. I primi chilometri sono un monotono attraversamento di tutti i centri abitati intorno a Leon. Il Cammino costeggia spesso le carretera urbane, per poi inoltrarsi qualche volta nella campagna circostante.
Nonostante il riposo Marzio zoppica vistosamente e rimane indietro. Effettuiamo 3 soste per permettergli di raggiungermi e riposarci un pò, percorrendo alla fine 36 km fino ad Hospital de Orbigo: una tappa ritenuta da molti esageratamente lunga, ma che grazie al riposo, effettuiamo in poco meno di 8 ore, giungendo accaldati ed assetati verso le 15.00. La mia sacca dell’acqua per la prima volta è totalmente vuota e abbiamo dovuto dividerci i succhi comprati il giorno prima e l’acqua di Marzio, che in effetti beve molto meno di me.

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Per la notte alloggiamo in un antico e accogliente monastero, dove ci uniamo di nuovo al gruppo di toscani per la cena a base di pasta al sugo, carne e insalata per ritemprare le nostre forze. Giusto un bicchiere di vino per il sottoscritto, perché ho ripreso l’anti-infiammatorio per la tendinite sempre latente. Un signora vorrebbe insegnarci il tai-chi, ma noi vogliamo solo riposare, domani ci aspetta una tappa di 38 km e inizieranno le prime salite.
La mattina di marcia ci porta da Hospital de Orbrigo a Rabanal del Camino: abbiamo proceduto speditamente nonostante la mancanza d’acqua, dato che abbiamo trovato solo fontane “asciutte”. Purtroppo a Rabanal abbiamo trovato l’albergue  pubblico gestito da una associazione inglese totalmente occupato… così abbiamo ripiegato su un albergue privato da 75 posti letto, in camerate non troppo affollate, dove abbiamo consumato una cena a base di pasta con porzioni che dire abbondanti sarebbe riduttivo: mezzo chilo di pasta cucinata per due persone. “Mancata” l’esibizione di canti gregoriani in chiesa, a cui erano stati invitati tutti i pellegrini, non ci è rimasto che ritirarci in camerata e andare a letto presto.
Dopo l’ennesima sveglia all’alba, ci incamminiamo senza far colazione (gli albergue privati spesso non la prevedono, o iniziano il servizio di bar solo molto “tardi” per gli standard di chi vuol camminare con il fresco della mattina presto), con noi avevamo solo del pane e dell’acqua, ingoiamo entrambi e via perla salita che conduce a la “Cruz de hierro”. Giungiamo davanti al cumulo di sassi su cui svetta la croce metallica verso le 6.00, dopo un’ascesa di un paio d’ore, il sole nascente mi riscalda un po: la salita si è rivelata agevole, unico problema il freddo pungente dovuto all’altitudine. In precedenza avevamo fatto una sosta a Foncebadon per consumare una sostanziosa colazionein un bar aperto. Giunti alla Croce, abbiamo scattato qualche foto con il cellulare di Marzioe guardato i sassi depositati ai piedi della Croce: ogni sasso in teoria è stato portato fin li lungo il Cammino da un pellegrino, formando un cumulo di diversi metri su cui si erge per vari metri questo palo di legno con in cima la croce metallica. Intorno i più disparati oggetti lasciati li dai viaggiatori: borracce, bussole,bandiere, buste, foglicon messaggi, dediche sulla pietra….

800px-Cruz_de_Ferrohttps://it.wikipedia.org/wiki/Cruz_de_Hierro

Dopo un pò iniziamo la lunga discesa di 18 km che mette alla prova le mie ginocchia,per evitare problemi fisici, effettuiamo varie soste brevi, uso queste soste frequenti per fare varie riprese, mentre Marzio riposa la caviglia gonfia. Nonostante tutto il mio compagno di viaggio rimane indietro e mi fermo ad aspettarlo, per risparmiare un pò ilt endine del ginocchio dolorante. Arrivo a Ponferrada dolorante, finito il denaro contante, siamo costretti a cercare un bancomat, per fare un prelievo, e consumare un pranzo decente in attesa dell’apertura dell’albergue municipal: la struttura pubblica dei templari in cui riusciamo a trovare due posti prima che si riempia, ha ben 180 letti. Dopo aver preso possesso dei nostri giacigli in camerate da 8 posti, andiamo a vedere la Cattedrale di Ponferrada, e otteniamo dopo l’ennesimo sello sulla credencial alla fine della messa. Evito i timbri di bar e alimentari e mi accontento solo di quelli di Chiese, qualche convento lungo la strada e gli albergue dove ho pernottato, a mio avviso non è importante il “collezionismo” di timbri, quasi fosse una commercializzazione del Cammino, per mostrare che si è passati per un posto e fargli pubblicità, l’importante è  arrivarci in quel posto e continuare il proprio cammino…

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L’albergue si riempi di colpo e alcuni pellegrini vengono alloggiati nel cortile interno, esposti alla pioggia che flagella la struttura tutta la notte, l’indomani partiamo presto diretti verso Villafranca del Bierzo: luogo di villeggiatura molto turistico, ricco di chiese e salite. Alloggiamo nell’albergue municipal dopo una tappa breve di soli 20 km, l’unico inconveniente è la dissenteria che mi colpisce in mattinata, costringendomi a ricorrere a qualche medicinale. A causa di ciò arrivo spossato dalla fame, stanco di mangiare al ristorante, ho voglia di cucinare qualcosa e faccio una spesa abbondante per preparare pranzo, cena e colazione al sacco per due. A sera aggreghiamo anche Andreas: un argentino della Patagonia, conosciuto in precedenza da Marzio durante una tappa.
Andreas dimostra di apprezzare molto le penne all’arrabbiata, le bistecche al sangue che dividiamo fra noi e il contorno che riesco a preparare nella cucina comune abbastanza spartana dell’albergue municipal. In serata gusto il tramonto sulla vallata sottostante, bevendo un te seduto davanti all’ingresso dell’albergue. Gli ospiti della struttura chiacchierano spensierati, ridono e scherzano prima di andare a dormire. Molte di queste persone le abbiamo incontrate sul Cammino. C’è perfino un gruppo di pellegrini con un ragazzo paralitico in sedia a rotelle: a turno tutti si danno il cambio per spingere la carrozzina lungo la strada accidentato. Marzio consiglia loro di alleggerire gli zaini, anche se lui porta ancora più 10 kg sulla schiena contro i miei 6 chilogrammi scarsi….

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http://www.spainisculture.com/en/destinos/o_cebreiro.html

Con il nuovo giorno, ci alziamo verso le 5.00 per affrontare il Paso de O’Cebreiro. La pioggia ci ha lasciato in pace dal giorno precedente, ma ci tocca una camminata di circa 23 km, partendo alle 6.00, dopo una colazione abbondante e il morale alto.
Ci fermiamo più volte per riprendere fiato durante la salita e fare qualche ripresa panoramica. Per passare il tempo ci mettiamo ad ascoltare un pò di musica assieme dal lettore MP3 di Marzio e questa “distrazione” ci porta a salire con leggerezza, senza tanti problemi fisici, attraversando 3 piccoli villaggi montani, prima di “attaccare” la salita finale.
Ben presto Marzio mi distanzia mentre lo seguo più lentamente, fermandomi spesso per fare delle riprese panoramiche dell’incredibile paesaggio che ci circonda. Alla fine, quasi inaspettatamente, arriviamo al confine con la Galizia, segnato da un cippo lungo la strada, non manca ormai tanto a Santiago e ci pare quasi incredibile essere arrivati fin quassù.
Giungiamo finalmente al villaggio di O’Cebreiro verso le 14.00: il Refugio Municipal è ampio e molto spartano, la cucina spaziosa ma vuota e triste. Grazie ai sellos raccolti lungo la strada ho bisogno di procurarmi una nuova credencial, come il mio compagno di viaggio che da tempo ha iniziato la sua seconda, per il resto beviamo una cerveza  e qualche tapas ad uno dei bar del villaggio ed evitiamo accuratamente i negozi per turisti e pellegrini di cui pullula la località, che sembra viva solo di questo. Verso il pomeriggio inoltrato il tempo peggiora e inizia a fare freddo, anche a causa dell’altitudine a cui ci troviamo. Per stare al caldo sono costretto ad indossare tutto quello che ho con me, compreso il k-way, poi dopo una cena da pellegrini preparata nella cucina male equipaggiata dell’albergue (non ci sono supermercati o alimentari qui, solo ristoranti più o meno turistici), incrociamo per caso alcuni suonatori di cornamusa galiziana, che si esibiscono per i turisti all’interno di un ristorante con somma soddisfazione di tutti i presenti seduti ai tavoli.
Beviamo giusto un bicchierino di “yerbas”, liquore locale non molto forte e dopo qualche applauso ai suonatori ci ritiriamo nell’albergue, domani ci attende ancora una lunga strada….
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Sardegna on-the road 2005.

Nell’Agosto del 2005 sono partito alla volta della Sardegna: isola che conoscevo grazie alle storie raccontate dai miei coinquilini universitari e in cui ero stato solo pochi giorni alcuni anni prima. Appena laureato a luglio, l’intenzione era di prendere un traghetto e insieme al mio “fido” fratello, imbarcarci in auto e fare un giro totale dell’isola, pernottando in tenda ovviamente.
Con l’esperienza maturata on the road in Bretagna, abbiamo prenotato un passaggio andata e ritorno su una nave diretta a Olbia e ci siamo imbarcati.
Durante il tragitto in mare un “giovane” ha avuto l’idea di lanciare un “ordine di abbandonare la nave” con un megafono portatile…inutile dire che si è scatenato il pandemonio in poco meno di 5 minuti, con un fuggi fuggi e calca generale verso le scialuppe di salvataggio o verso le uscite dei ponti. Mentre cercavamo di capire il da farsi abbiamo notato il “buontempone” che sghignazzava assieme agli amici, tenendo il megafono in mano: se ne sono accorti anche gli altri passeggeri che si accalcavano alle uscite o sulle scialuppe e hanno iniziato a volare ingiurie pesanti all’indirizzo degli autori del gesto, fino all’arrivo di un paio di ufficiali della nave che hanno condotto via l’autore dello “scherzo” e i suoi amici, sequestrandogli il megafono e redigendo un verbale, presumibilmente di denuncia; come inizio non è stato niente male…
Sbarcati nel pomeriggio ad Olbia, ci siamo spostati subito verso la località di Palau piantando la tenda all’Acapulco Camping, poco distante dal mare, visitando i dintorni e le spiagge affollate di turisti per alcuni giorni, passando il tempo fra il mare e il campeggio senza affaticarci troppo.
Olbia non offriva granché, perciò ci siamo diretti verso Alghero, ma abbiamo passato appena un paio di notti (sempre in campeggio) in questa località turistica molto rinomata e “affollata”. Ci è stato possibile vedere con calma la famosa Grotta di Nettuno e sotto un cielo grigio abbiamo girato sulle mura spagnole della città vecchia, costellate di locali affollati, ristoranti e negozi di souvenir.

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Il secondo giorno ha iniziato a piovere: una pioggia fine ma insistente che ha inzuppato il terreno e ci ha costretto a levare le tende al mattino per “fuggire” velocemente verso sud.
Qui abbiamo compreso come il turista tipico si limiti solo a vedere gli scorci più turistici e conosciuti dell’isola, trascurando le zone meno conosciute o l’interno.
Così ci siamo addentrati nell’entroterra, raggiungendo prima la cittadina di Luras, adagiata lungo una strada deserta che si snodava fra bassi monti coperti di vegetazione selvaggia. Lasciataci dietro la pioggia del nord della Sardegna, ci siamo fermati fra sugheraie imponenti, assaporando il silenzio interrotto solo dal vento e dal rumore del mare lungo la costa di Oristano. Soli sulla strada abbiamo proseguito lungo l’asfalto bollente battuto dal vento fino a raggiungere Cagliari…
Siamo così passati da un paesaggio selvaggio e privo di tracce umane, al di fuori della strada, alle ciminiere del petrolchimico avvistate sullo sfondo della laguna nella zona di Elmas, nella zona industriale prima della città.
Curiosamente lo “Stagno di Cagliari” era però pieno di fenicotteri rosa che qui nidificano ogni estate, e che ci hanno colpito con i loro colori rosati e i brevi voli in stormi colorati sulla zona palustre al tramonto. E’ stato facile osservarli mentre catturavano piccoli pesci, in attesa nell’acqua fra garzette e anatre.
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Il nostro viaggio ci ha portato fino a Capo Teulada, costeggiando il poligono militare raggiungendo l’isola di Sant’Antioco, oasi di pace e bellezza, dove le spiagge affollate di turisti si specchiano in un mare stupendo e cristallino. Siamo rimasti qui 5 giorni, ospiti di un amico sardo, conosciuto dai tempi dell’università, alloggiati in una casa nei pressi della necropoli del centro abitato di Sant’Antioco. Trattati come figli dalla famiglia di Michele Scanu, che ringrazio ancora per l’ospitalità ricevuta, abbiamo girato in lungo e in largo i dintorni, le spiagge, e l’isola fino a spingerci a Cagliari, senza contare le grandi cene o i pranzi a base di pesce cucinato dal padre, il mirto fatto in casa e la birra icnusa tracannata per combattere il caldo. Dal canto nostro avevamo portato con noi come doni un pò di prodotti locali abruzzesi (centerba, ratafia, salsicce di fegato, formaggi e ventricina) che sono stati apprezzati. Alla fine è venuto il giorno della partenza e degli addii, nella casa paterna a Villamassargia, e ci siamo congedati quasi come fossimo diventati “membri della famiglia”, adottati specialmente dalla mamma di Michele, persona veramente adorabile. Ho rinnovato l’invito di venirci a trovare in Abruzzo, fatto anche nei giorni precedenti e dopo un ultimo saluto siamo tornati sulla strada.
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Superata Cagliari dopo aver visitato un parco di ulivi millenari, poco distante da Villamassargia, abbiamo macinato chilometri su chilometri diretti di nuovo verso nord, passando per Dolianova e poi superando anche Nuoro, facendo soste solo per rifornirci di gasolio, acqua e andare in bagno. Siamo così arrivati in serata a Santa Teresa di Gallura, instancabili: obiettivo di tutta questa tirata dal sud della Sardegna al nord dell’isola era vedere all’alba, in una caletta riparata di fronte al mare, il grande concerto del compositore e pianista Michael Nyman: qualcosa di indimenticabile, solo chi ha assistito a tale evento, potrebbe comprendere che tipo di esperienza è stata, iniziata al buio, fino all’alba sulla spiaggia bianca lambita da onde leggere e silenziose, quasi immobili. Del concerto non credo esistano riprese di qualità, essendo stato chiesto gentilmente di spegnere videocamere e cellulari, ma a me resta un ricordo indimenticabile di note senza sosta, che hanno spaziato per tutta la sterminata produzione di Nyman, passando per le sue melodie o “pezzi” musicali più o meno conosciuti, alle sue colonne sonore filmiche che l’hanno fatto conoscere al grande pubblico internazionale.

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Stanchi ma felici, al mattino abbiamo trovato una spiaggia appartata dove poterci riposare e riprendere le forze dopo il concerto, senza montare la tenda. Dopo una pesca infruttuosa al calar della sera, ci siamo addormentati avvolti nei sacchi a pelo, per evitare i nugoli di zanzare notturne.
Il giorno dopo un po’ segnati dalla notte passata all’aperto siamo tornati fino ad Olbia e vista la stanchezza, abbiamo trovato una camera in un albergo della zona portuale per una notte. Ormai il viaggio era agli sgoccioli e l’indomani ci aspettava l’imbarco serale, così dopo una ricca colazione in Hotel, abbiamo preso la palla al balzo e siamo andati a fare un giretto fino a Porto cervo prima di sera: il luogo non ci ha lasciato nessuna grande impressione: oltre ad una alta concentrazione di VIP e presunte celebrità dello spettacolo (all’epoca impazzavano quelle di “Grande Fratello” e c’era anche Berlusconi con la famosa bandana…), così siamo tornati in serata verso l’imbarco e ci siamo disposti in fila in attesa di salire a bordo. Posteggiata la macchina nel ventre della nave ci aspettavano 10 ore di traversata notturna, fra gli schiamazzi notturni delle famiglie e la gente “accampata” come noi sul ponte coperto per passare la notte. All’alba ci avrebbe accolto la costa tirrenica con il porto di Civitavecchia da cui una volta sbarcati saremmo tornati in una giornata di fine estate alle montagne nebbiose dell’Abruzzo.
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Viaggio in Bretagna e Normandia.

Nell’estate del 2004, quando mi mancava un anno alla Laurea, siamo partiti in due: io e mio fratello, on the road alla volta della Bretagna francese.
Si trattava del primo viaggio in auto da soli, con il Doblò Fiat di mio fratello e ovviamente abbiamo incontrato imprevisti e fatto errori durante la nostra traversata di territori conosciuti solo su una cartina stradale.
Partiti il 28 giugno prima dell’alba, abbiamo impiegato ben un paio di giorni a raggiungere la nostra prima destinazione in Bretagna (Dinard), passando il confine italiano al Valico del San Bernardino, diretti verso Pontarlier, sul confine francese, perchè ci siamo un po “persi” per le strade svizzere, andando prima verso Zurigo e poi imbroccando la direzione giusta per Losanna e poi Vallorbe, riuscendo ovviamente a passare la prima notte sull’autostrada francese non lontano da Besancon. L’indomani mattina, ci siamo alzati dal nostro giaciglio approntato nel portabagagli dell’auto (non fatelo mai con un Doblò Fiat se siete alti più 1,60 perchè non riuscireste a sdraiarvi e di conseguenza non dormireste…) e abbiamo proseguito il viaggio verso la Bretagna, facendo rifornimento di gasolio (estremamente conveniente in Francia all’epoca), superando Digione, Chartres, Le Mans e Rennes fino a Dinard, dove ci siamo sistemati in un campeggio della cittadina turistica per 5 giorni.

menhirs-a-carnac_large_rwdfoto tratta da http://www.bretagna-vacanze.com/conoscere-la-bretagna/la-sua-storia/la-preistoria

La pioggia tipica della Bretagna ci ha accompagnati in pratica per due giorni su tre, permettendoci però di ammirare in tutta la loro bellezza le coste bretoni e la natura incontaminata, fare passeggiate e gustare il pesce le ostriche freschissime del posto (vendute praticamente dappertutto, dai ristoranti alle pescherie o mercati locali). Peccato che nel campeggio ci fossero soprattutto anziani e famiglie con cui non siamo riusciti a socializzare.
Dalla nostra “base” in Bretagna ci siamo spinti nei dintorni fino a Carnac, nota per le sue file di menhir e rocce megalitiche, arrivando poi in Normandia il 3° giorno, spingendoci fino alla cittadina di Bajeux, dove abbiamo ammirato il famoso arazzo esposto in una sala espositiva in tutta la sua unicità e complessità, poi abbiamo fatto anche un salto al “Memoriale di Bayeux” che ricorda le vittime dello Sbarco in Normandia nel 1944, e ovviamente non potevamo non raggiungere la spiaggia di Omaha Beach, con le fortificazioni e bunker tedeschi ancora visibili.


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Foto tratta da http://www.decorarconarte.com/Arazzo-di-Bayeux-Navigio-177x80cm

La sera siamo tornati a Dinard stanchi per la sfacchinata ma contenti di questa “gita” fuori porta. Durante i nostri giretti nei dintorni non poteva mancare una puntata al Mont Saint Michel, approfittando della bassa marea, anche se si è rivelato una meta “iperturistica” in cui vendevano di tutto e di più ma oltre a qualche bella vista o scorcio non vi era ragione di starci di più, così prima del ritorno dell’alta marea siamo tornati sulla terraferma.
La mattina del quinto giorno smontata la tenda ci siamo diretti verso Lorient a sud-ovest, sull’altra costa bretone (quella che si affaccia sul Golfo di Biscaglia) e abbiamo raggiunto un ostello della gioventù che avevamo contattato in precedenza tramite internet.
La struttura in pratica era un casermone di cemento armato, gestito da un giovane tuttofare sovrappeso, ma abbastanza simpatico, che ci ha garantito una camera condivisa al riparo dalla pioggia a sprazzi, nostra quasi eterna compagna per tutta la permanenza in Bretagna.
L’ultima notte prima di ripartire in verità si è anche allagata la camera in cui pernottavamo assieme ad un altro paio di giovani (un belga e un francese), ma questo è solo un particolare che ha allietato il nostro soggiorno e in nonostante i nostri sforzi non siamo riusciti a scoprire da dove arrivasse l’acqua che ricopriva il pavimento della camera….
Allagamenti a parte, nel periodo della nostra permanenza abbiamo raggiunto anche Pont-Aven: una delle località preferite dal pittore Paul Gaugain, che vi soggiornò per un certo periodo, assieme ad una folta comunità di artisti dell’epoca.
Qui abbiamo anche avuto l’occasione di capire appieno l’asprezza della Bretagna, ammirare i suoi paesaggi selvaggi e inospitali, le sue coste rocciose a picco sul mare, la sua natura forte e indomabile, le maree che ne scandiscono la vita: una terra fatta di profondi silenzi, pioggia, sole in estate e costiere spazzate dal vento, fredda e dura per il resto dell’anno, una terra solitaria, poco popolata, che sembra quasi abitata solo da anziani uomini e donne. Durante il nostro viaggio infatti abbiamo visto pochissimi ragazzi e ragazze del posto, lavoro in genere non c’è ne tantissimo, così chi può si trasferisce per lavoro verso metropoli e località più turistiche della Francia.
Abbiamo anche passato una serata nella sala comune dell’ostello a bere Idromele (che qui è diciamo la bevanda locale) dolce e alcolico, guardando la finale europea fra Portogallo e Grecia, ma i soldi stavano finendo, perciò l’8 luglio saremmo ripartiti per tornare questa volta a casa. L’ultimo giorno in Bretagna abbiamo caricato qualche cartone di Idromele, sidro e prodotti tipici locali, preparandoci alla partenza per tornare a casa.
Sempre sotto la pioggia abbiamo intrapreso il viaggio di ritorno, direzione Italia, passando velocemente per Nantes e Lione, con l’intenzione di fermarci a Torino dove avrei voluto visitare il Museo del Cinema, purtroppo passato il confine francese verso mezzanotte a Bardonecchia, ci siamo dovuti fermare in un’area di sosta per riposare un po e recuperare le forze, per poi proseguire fino a Torino dove il traffico caotico della città ci ha scoraggiato dall’addentrarci nella città  dopo un riposo di qualche ora abbiamo proseguito al mattino verso casa concludendo il nostro viaggio “on the road” il 9 luglio sera.
Complessivamente è stato un viaggio perennemente sulla strada, con pregi e difetti (le distanze e il clima non sempre agevole) che ci ha insegnato a non dare nulla per scontato, a organizzarci e fare una tappa alla volta, ovviando ad imprevisti e problematiche. Da questo itinerario posso dire che ho spiccato il volo per il futuro di ciò  che avrei visto successivamente, in auto, aereo a piedi o in autobus.