VIAGGIO IN IRAN: I primi giorni.

L’Iran è un paese che mi ha sempre affascinato per la sua storia e cultura: un passato millenario fatto di Imperi che si sono succeduti, popoli e culture che hanno coesistito per secoli, fino all’odierna Persia.
Fino agli anni ’70 infatti il paese era conosciuto come Persia, e i suoi abitanti, i persiani ne hanno occupato l’attuale territorio per più tempo che qualsiasi altro popolo sulla terra.

 

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http://www.operationworld.org/country/iran/owtext.html

Siamo sbarcati all’Aeroporto Imam Khomeini intorno alle 4.00 di mattina, da un volo Emirates proveniente da Dubai, dove avevamo fatto un breve scalo notturno, dopo la partenza da Fiumicino. L’aeroporto si trova a circa 35 km a sud ovest di Teheran e dopo i tranquilli controlli dei passaporti e del visto, abbiamo indugiato nell’area arrivi.
Miofratello ha cambiato un pò di euro nell’unica banca presente (cambiate sempre lo stretto necessario per il taxi e qualche spesa nei primi giorni, ci sono posti migliori per il cambio a Teheran, in Ferdosi Street), poi abbiamo consumato qualcosa nella caffetteria dell’aeroporto, per ammazzare il tempo, e abbiamo perso un altra ora a chiacchierare con i tassisti abusivi che cercavano clienti da portare in città.
Il fuso orario è di 3 ore e mezzo rispetto all’UTC (Tempo Coordinato Universale) del Meridiano di Greenwich, quindi ci troviamo due ore avanti rispetto all’Italia.
Usciti dal Terminal, i tassisti iraniani si fanno subito sotto per offrire i loro servigi: scegliamo un tassista anziano che ci porta alla sua vecchia auto verde “VIP Service” (in Iran in generale non vi aspettate di trovare auto nuove fiammanti, a causa dell’embargo, molti tassisti guidano ancora delle vecchie Peima, piccole e male in arnese (solitamente bianche), ma vi porteranno ovunque vogliate.
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Raggiungiamo Teheran in una mezzora: la città è ancora addormentata e dopo avergli dato l’indirizzo del Markazi Hotel un paio di volte, il tassista ci deposita davanti all’ingresso che pare ancora chiuso. Per la corsa paghiamo 1.000.000 di rials, che corrispondono attualmente a poco meno di 20 €…
In Iran tutti però usano dire i prezzi in toman,una valuta che non esiste e all’inizio sembra difficile, ma basta aggiungere uno zero e tutti i conti tornano. Il tassista ci da il prezzo in rials, ma avrebbe potuto dire “500.000 tomans” e in tal caso bastava aggiungere uno zero.
L’accoglienza in hotel è inaspettata per gli standard “occidentali”: innanzitutto, dopo averci registrato e scherzato con noi, Fatima la premurosa “capa” dell’hotel ci invita a fare colazione in sala, anche se in teoria avremmo diritto alla colazione in struttura dal giorno dopo. Il receptionist effettua per noi il check-in molto anticipato, senza problemi (teoricamente potevamo entrare in stanza dalle 14.00, ma in Iran se la camera è pronta te la danno subito) e ci chiede da dove veniamo, alla notizia che siamo italiani ci sorride allegramente e ci ricorda di scendere per approfittare della colazione prima delle 10.00. Così dopo esserci rinfrescati un pò, per le 8.00 scendiamo e facciamo una abbondante colazione iraniana a base di succo di arancia, burro, dolci, tè, pane iraniano (Nun), marmellata di carote, formaggio feta e qualche fetta di cetriolo e pomodoro. Ringraziamo per la colazione e andiamo riposare (in effetti caschiamo dal sonno), crollando in un sonno profondo nei letti fino a mezzogiorno.
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La città nel frattempo si risveglia e quando usciamo per fare un giro, stentiamo a riconoscere la strada: un tripudio di luci, negozi di materiale elettrico (scopriamo di trovarci nella “electric street” di Teheran), e cerchiamo di orizzontarci in una metropoli di più di otto milioni di abitanti. Alla fine  andiamo piedi fino alla zona del Bazar, verso sud, sbagliando più volte strada. Se girate per Teheran a piedi, stampatevi un pò di mappe o utilizzate il gps con il cellulare per orientarvi. Noi alla fine raggiungiamo Piazza Imam Khomeini e troviamo la metropolitana, dove prendiamo la linea 1 (in metro si va con un biglietto singolo, perchè non riusciamo a fare l’abbonamento e le macchinette automatiche sono tutte rotte), per tornare indietro e in un paio di fermate raggiungiamo Enghelab Street, che interseca Ferdosi: quest’ultima è la via dei cambiavalute di Teheran. Dopo una mezza giornata “vagando” senza mappa alla ricerca di Ferdosi Street, ci fermiamo in un chiosco a mangiare dei deliziosi kabab di fegato, con cipolla cruda, peperoncini freschi e pomodori tagliati accompagnati da un pò di pane persiano (ne esistono quattro varianti, ma questo lo racconterò un altra volta…).
Scopriamo di aver sbagliato direzione quando siamo usciti dalla metro, non avendo punti di riferimento, così torniamo indietro a piedi e raggiunta Ferdosi street, trovo un cambiavalute aperto (sono quasi le quattro di pomeriggio ormai) e cambio i miei 1000 euro ad un cambio vantaggioso di 1€ a 60.000 rials.
Cerco di suddividere le mazzette da 500.000 rials e farle entrare nei vari portafogli che ho con me, poi torniamo in metro fino alla fermata nei pressi dell’hotel e ci riposiamo fino a sera.

Come prima giornata non c’è male: ci siamo persi ben due volte, ma abbiamo imparato ad usare la metropolitana e usiamo la Guida Lonely Planet che abbiamo portato con noi per trovare un ristorante “tradizionale” iraniano dove cenare: la scelta cade sul Khayam Traditional Restaurant, nei pressi del Bazar e della fermata omonima della Metropolitana. Si mangia seduti su dei letti rialzati detti “tahkts”, levandosi ovviamente le scarpe e incrociando le gambe sui tappeti e cuscini che li ricoprono.
Noi ordiniamo ovviamente del kabab di montone e vitello con una montagna di riso colorato in cima dalla curcuma, un piccolo panetto di burro per insaporirlo e una insalata con salsa come contorno. Ovviamente gli alcolici scordateveli in Iran, così ordiniamo due bicchieroni di succo d’arancia fresco appena spremuto e bottigliette d’acqua. il pranzo è luculliano, perchè ci portano il riso più tardi, quando ci siamo già rimpinzati di pane persiano insalata e carne. Per noi è una impresa finire tutto. Ci chiedono se vogliamo fumare un qalyan con tabacco profumato (narghile iraniano), ma decliniamo, sarà per un altra volta, abbiamo bisogno di fare una camminata per smaltire il cibo, così ci aggiriamo per i dintorni del bazar chiuso, dove si ammucchiano rifiuti e resti di cibo. Gli spazzini non sono ancora passati, ma l’indomani sarà tutto pulito, come se tutti questi rifiuti non fossero mai esistiti.

DSCF2508.JPGL’Iran è ultra sicuro e ne ho la riprova questa sera, di notte non c’è molta gente in giro e forse l’illuminazione è un pò ridotta rispetto a quella delle nostre città, ma non c’è nulla da temere. Nessuno fa caso a chi cammina di notte per la strada, certo non aspettatevi party per la strada o folle di giovani che bevono e fumano: tutte le persone di sesso femminile (anche le bambine a seconda che la famiglia di appartenenza sia molto conservatrice o meno) portano l’ijab, che è un foulard drappeggiato intorno alla testa, in modo da non mostrare i capelli, ma l’hijab tende a “scivolare” indietro quindi si possono vedere ciocche di capelli e intere capigliature, senza che nessuno si scandalizzi per questo (inoltre molte donne indossano hijab colorati e ampiamente decorati, di seta o broccato, che sono uno spettacolo per gli occhi, senza contare tailleur di colore chiaro e pantaloni dello stesso colore).
Il chador invece è un velo nero, spesso sintetico che copre la testa e che ci si può drappeggiare intorno al corpo, per dissimulare ciò che si indossa sotto. Molte donne indossano una giacca (preferibilmente scura e di poliestere o panno pesante) e pantaloni, ma non disdegnano i tacchi, gioielli, e trucco, senza dimenticare le unghie lunghe e laccate, oltre che curatissime. Le giovani ovviamente sono vestite più alla “moda” e aggirano i dettami della morale islamica con inventiva e audacia: il giorno successivo noto una ragazza con i jeans strappati che cela sotto un chador nero, quando le passano accanto degli estranei, non deve far altro che avvolgersi nel chador.
Di Basij (l’odiata milizia deputata in passato a controllare il rispetto dell’ hijab e della morale islamica da parte della popolazione) non ne vedremo in giro, tranne che qualcuno di quelli addetti al traffico, sempre a cavallo di moto e con una divisa militare.
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Il giorno successivo andiamo al Palazzo Golestan che ci impressiona in parte (alcune parti sono in restauro e ci sono molti gruppi guidati che imperversano dappertutto), ci fermiamo a sorseggiare un tè nella locale sala da tè e poi andiamo a mangiare un boccone in Ferdosi Street (trippa di pecora bollita con zampette, spruzzata di limone e sale), e cerchiamo riparo dallo smog, spostandoci in metropolitana fino alla Azadi Tower, per acquistare in anticipo due biglietti d’autobus per la cittadina di Kashan al Terminal locale, dove andremo fra un paio di giorni. Dopo essere riuscito a farmi capire nel caos del Terminal Bus El-Jonub (scritte per le destinazioni tutte in farsi ovviamente) e a trovare lo sportello giusto dove acquistare i biglietti, prendiamo la metropolitana ritornando in centro, e cerchiamo riparo dal traffico e smog (i veri problemi dell’Iran, altro che terrorismo) in hotel.
La guida degli iraniani è molto “sportiva” e non rispettano assolutamente il codice della strada, anche quando attraversiamo sulle strisce e con il rosso, perciò tendiamo sempre a fare lo slalom nel traffico, anticipando automobili e moto che si infilano dappertutto, all’inizio sembra una situazione infernale, ma dopo un giorno ci abbiamo già fatto l’abitudine. Una assicurazione sanitaria comunque è obbligatoria per entrare nel paese, e se verrete investiti, potrete usufruire delle migliori cure in un ospedale o clinica privata.
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Il terzo e ultimo giorno a Teheran, lo passiamo nella Teheran nord: la zona “bene” della capitale, dove si concentrano gallerie d’arte e alcuni musei, fra cui il Reza Abbasi Museum che ci impressiona notevolmente con la sua collezione di reperti antichi e moderni delle varie dinastie che si sono avvicendate in Iran. Facciamo una breve tappa davanti all’ex ambasciata USA per fotografare i suoi murales, ormai occupata permanentemente da una base dei Guardiani della Rivoluzione e chiusa al pubblico tranne che in un breve periodo a febbraio. Proseguiamo in metro fino a Piazza Imam Komeini e da li raggiungiamo l’Ervan Museum che si rivela un “pugno” allo stomaco per noi: la prigione politica della SAVAC, la polizia segreta della Sha Reza Pavlavi è illustrata con manichini in cera e ricostruzioni delle torture comminate a uomini e donne, giovani e ragazzi, durante gli anni del suo regno, fino alla propria fuga nel 1979. Ci addentriamo nel complesso scortati da una guida che in un inglese scolastico ci illustra le efferatezze dei torturatori al servizio dello Sha, testimonianze video di alcune delle vittime completano il quadro, assieme alle celle, dove a soggiornato anche l’attuale Imam Khamenei e molti attuali politici iraniani.
L’esperienza per me è particolarmente profonda (una ragazza che era nel nostro gruppetto verso la fine non riesce a trattenere le lacrime), e alla fine ci danno un succo di frutta e un biscotto ringraziandoci per la visita. Usciamo da quell’edificio lugubre in cui furono incarcerati più di 70.000 iraniani (e ne sono morti fra indicibili torture più di 7000…sia uomini che donne) e torniamo lungo il corridoio d’ingresso costellato di targhette con i nomi dei “martiri” fino all’uscita liberatoria che ci accoglie.
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Dopo la visita nel lager, torniamo in hotel per preparare le valigie e chiedere delucidazioni sul biglietto che ho acquistato per Kashan. Fatima ci conferma che è tutto a posto. Facciamo un ultimo giretto in serata nella zona delle ambasciate, per mangiare qualcosa e ci prepariamo a lasciare Teheran, ma torneremo quì fra un paio di settimane, prima del nostro volo per l’Italia, per approfondire meglio la conoscenza con la città
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