Iran: Da Teheran a Kashan, la città delle rose.

Dopo i primi giorni a Teheran, partiamo in direzione Kashan: una città a 3 ore e mezzo di autobus dalla capitale, situata nella provincia di Isfahan.
Il biglietto per l’autobus l’avevamo comprato il giorno prima ed era tutto in farsi, perciò ho chiesto delucidazioni a Fatima, la nostra receptionist preferita, che ci ha accolti in mattinata con un “Buongiorno, come stai?” e mi ha confermato che l’autobus parte oggi e che il biglietto vale per qualunque corsa durante tutta la giornata.
Con le valigie al seguito attraversiamo Teheran con la linea 1 della metro fino al Terminal sud degli autobus, denominato Terminal-e-Jonub, e appena usciti dalla stazione della metropolitana, varie persone ci chiedono dove siamo diretti, appena varchiamo i cancelli del Terminal Bus, finché un signore ci prende in custodia, portandoci fino al nostro autobus (qui funziona così), mostriamo il biglietto all’addetto, che carica i nostri bagagli e ci fa salire celermente a bordo, anche se passerà un altra mezz’oretta prima che lasciamo la stazione degli autobus: il mezzo super comodo è della categoria VIP e con un piccolo supplemento di 100.000 rials (intorno ai 2 euro), ci vengono assegnate due poltrone quasi completamente reclinabili, con schermo video incorporato nel sedile di fronte, succo e merendine distribuite dall’inserviente e acqua a volontà.
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Al nostro arrivo a Kashan notiamo che la città è vivace e ricca di università; città grande ma non inquinata o caotica come Teheran, anche grazie al suo bazar e ai suoi commerci ha una grande importanza lungo la via che porta a sud dell’Iran ed è famosa per l’acqua di rose.
L’autista ci fa scendere al volo e un anziano tassista si offre subito di portarci fino alla Nogli House: la nostra guest house che ci ospiterà per 3 notti qui a Kashan. L’autista fa un ampio giro cercando di offrirci qualche tour nel deserto, poi ci lascia nella piazza adiacente la guest house e dopo avermi chiesto 500.000 rials per la corsa si “pente” e me ne restituisce 300.000…L’Iran è anche questo, estrema ospitalità e rispetto da parte di tutti, anche da parte dei tassisti “furfanti” che cercano sempre di “arrotondare” con qualche rial in più e senza tassametro, quando si tratta di stranieri.
Una signora di passaggio ci chiede quale hotel cerchiamo e ci conduce fino alla Nogli House, dove dopo una rapida registrazione prendiamo possesso della nostra camera tripla,  e dopo una doccia veloce ci addentriamo nel centro storico di Kashan.
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La città è abituata ai turisti e vive di turismo, gruppi di stranieri si aggirano per il suo centro storico e raggiungiamo la vecchia MoscheaMasjed-e-Agha Bozorg: ormai in disuso, l’edificio è però ben conservato e riccamente decorato, mentre la scuola coranica situata vicino alla struttura è ancora in attività. Mentre torniamo verso la Nogli House un bambino mi saluta vivacemente e ricambio il saluto con gentilezza. Scopriamo che la nostra guest house ha anche varie “dependance” sparse nel centro storico, mentre quella che ci ospita ha un giardino persiano “classico” con fontanella e pozza per i pesci rossi, attorniata da aiuole rigogliose ornate di alberelli e roseti.
Dopo pranzo a base di zuppa di carne, fagioli e riso basmati al vapore,riposiamo brevemente e nel pomeriggio usciamo alla ricerca delle case tradizionali di Kashan di cui la città e ricca, orientandoci grazie ad una mappa che ci hanno dato in reception.
Le “case storiche” sono antiche residenze private oggi trasformate in musei all’aperto e ne visitiamo subito una: l’Abbasi House, che si presenta a noi ricca di decorazioni e con il suo giardino persiano curato e molto più grande di quello della casa dove alloggiamo.
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Per cena usufruiamo sempre del ristorante della guest house che tende a riempirsi velocemente e gustiamo di nuovo le “badmejan” (melanzane tritate con lenticchie e formaggio feta sciolto sopra) accompagnate da dug (il latte acido con acqua di rose, menta e sale ottimo per dissetarsi), oltre a verdure fermentate sotto aceto, pane persiano e ovviamente acqua.
L’indomani mattina dopo una abbondante colazione, ci serviamo più volte dal samovar comune di tè che allunghiamo con l’acqua bollente e  poi usciamo di nuovo alla volta del centro storico di Kashan e del suo bazar, oggi in parte chiuso in quando venerdì, giorno di preghiera per i musulmani. Acquistiamo una bottiglia di acqua di rose, del tè verde e zucchero cristallizzato “colorato” con curcuma o zafferano, inoltre trovo cartoline e francobolli da imbucare per spedirli in Italia, ma nonostante i miei sforzi non riuscirò a trovare cassette della posta o uffici postali dove imbucare le cartoline.
Nella zona del bazar compriamo anche della cannella in stecche, limoncini secchi e un succo di “crespino” salato (bacche rosse scambiate da noi per melograno) ma molto dissetante che diluiamo con acqua, per poi tornare sempre a piedi alla nostra guest house. La città non è grande e il centro storico ricco di edifici in terra cruda, hotel e guest house è facile da girare, l’indomani mattina intendiamo raggiungere in taxi il giardino persiano del Bag-e-Fin ma resterò fortemente deluso: dopo colazione andiamo in una delle tante piazze cittadine dove i tassisti sostano in attesa di clienti e contrattiamo un pò per un viaggio di andata e ritorno accordandoci per 300.000 rials andate e ritorno fino a Kashan. Dopo aver pagato l’ingresso, ci aggiriamo un pò nel giardino, designato Patrimonio dell” Unesco ma in realtà molto spoglio e privo di ricche aiuole, seguendo alal fine le spiegazioni di una giovane guida iraniana che si offre di illustrarci il luogo per circa 500.000 rials (alla fine della visita la giovane chiederà a noi di essere pagata in dollari, ma non avendoli e non sapendo l’esatto equivalente in euro di 20 dollari, accetta alla fine di essere pagata in rials.
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La città è piena di turisti iraniani per via della “Festa delle rose” e anche il bazar aperto in questo sabato si rivela in tutta la sua vita, così tornati in taxi a Kashan, ci facciamo lasciare nei pressi e attraversiamo tutto il mercato, indugiando fra banchi di spezie e samovar di tutte le dimensioni in esposizione, venditori di dolciumi e perfino il negozio di un “bazari” listata a lutto, dove ci offrono deliziosi datteri ripieni di noci per commemorare il defunto. Alla fine scegliamo una pasticceria e acquistiamo vari dolciumi (fra i quali i famosi torroni di kashan), mentre aspettiamo che ci impacchettino tutto, ci viene offerto un tè con miele, poi torniamo in guest house per lasciare il nostro “carico” di dolci e torniamo all’Abbasi House per provare il ristorante (abbastanza turistico ma accettabile), dove nonostante il pienone riusciamo a trovare un posto per mangiare il dizi (famoso stufato di carne di montone e legumi, che va schiacciato con un pestello, dopo averne sorbito il sugo di cottura, e poi raccolto con il pane persiano per mangiarlo), con il solito accompagnamento di riso bollito e dug per rinfrescarci dalal giornata assolata. Il conto è estremamente conveniente e mi sorge il sospetto che abbiano sbagliato a calcolare il totale.
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L’indomani ripartiremo, direzione Isfahan, nell’attesa preparo la valigia e faccio un ultimo giro fra gli edifici in terra cruda del centro storico, scattando fotografie. Come il giorno precedente cade una leggera pioggerella che ci rinfresca e da sollievo dalla calura.
Dopo una cena frugale, esco nel fresco della serata, aggirandomi ancora per i vicolie le strade della città, ricca di botteghe artigiane, caffetterie e negozi di dolci. Il caos di Teheran e il traffico sono lontani, confinati alle arterie principali di Kashan, oasi nel deserto, città carovaniera sonnecchiante ma ricca di commerci. Mi dispiace lasciare la Nogli house dove i giovani camerieri si danno da fare a pranzo e a cena per servirci le pietanze a base di vegetali e il riso al vapore guarnito con crespino e curcuma.
Domani dovremo attraversare l’Iran centrale e ci toccheranno almeno 5 ore di autobus, ma non vediamo l’ora di continuare il nostro viaggio lungo la via della seta che attraversa questo paese così ricco di storia e aspetti inusuali, che da occidentali poco conosciamo. Un paese che non smette di stupirci, nell’attesa di vedere le molteplici meraviglie che si celano a Isfahan, Yazd, Shiraz e fino al profondo Belucistan e alla sua capitale, Kerman, per poi tornare indietro lungo la stessa strada alla capitale Teheran adagiata davanti ai Monti Erbuzh, ma questa è un’altra storia che vi racconterò a breve…
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Viaggio tra i Saharawi (terza e ultima parte).

Il nostro viaggio fra i campi profughi saharawi continua, e una mattina passiamo accanto agli uffici del “Protocollo”dove in pratica ha sede il governo saharawi in esilio o RASD: il complesso di bassi edifici in territorio algerino ospita gli uffici amministrativi e l’assemblea legislativa. Ovviamente i Saharawi come nazione non hanno un seggio all’ONU, perchè non riconosciuti, grazie alle pressioni del Marocco e agli appoggi della Francia alla politica marocchina… Mentre questo popolo vive con neanche 5.000.000 di dollari di aiuti all’anno, i marocchini guadagnano almeno un miliardo di dollari all’anno grazie al commercio di fosfati e pesce che “raccolgono” letteralmente nei territori contesi in cui dovrebbe sorgere la nazione Saharawi.
Tutte queste informazioni e altro ci vengono date dal Presidente dell’Ordine dei giuristi saharawi che ci accoglie al nostro arrivo in un edificio vicino al complesso amministrativo.
In seguito io e una ragazza italiana, che stava preparando una tesi di laurea sui saharawi, abbiamo intervistato in una stanzetta Abba Salek: Segretario dei giuristi saharawi. Nonostante parli solo francese ed arabo riusciamo a comprenderci e ci confessa le sue preoccupazioni riguardo la passività dell’ONU, che non fa rispettare le risoluzioni e non protegge veramente la popolazione con la missione MINURZO. Basterebbe applicare a suo avviso il diritto internazionale per le richieste saharawi, ma purtroppo ciò no avviene…
Abba ci racconta anche di essere separato dalla sua famiglia, rimasta bloccata nel Sael occupato, a cui spera di potersi ricongiungere un giorno con il raggiungimento dell’indipendenza.

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Ci spostiamo di nuovo nella località di Rabuni dove passiamo la giornata nella sala riunioni che funge anche da biblioteca: riceviamo ulteriori informazioni su morti, torture, repressione marocchina nei territori occupati del Sael. E’ ormai passata l’ora di pranzo da un pezzo ma si continua ad ascoltare, gli animi e i corpi ritemprati da acqua succo d’arancia (con aggiunta di vitamina C in polvere) e caffè offertici al rinfresco nell’edificio. La giornata si conclude con il nostro ritorno nel primo pomeriggio alla tenda dove alloggiamo
Dopo un pranzo a base di cuscus con carne e verdure andiamo al dispensario del campo, dove eravamo stati il primo giorno, per lasciare ad Amed, fratello di Zara (la nostra padrona di casa) medicinali inviati dal comune di Follonicae il resto della cancelleria rimasta, portata da noi: verranno distribuiti in seguito fra tutte le famiglie del campo che ne hanno necessità.
Nel cortile interno sono stati scaricati un mucchio di aiuti umanitari fra i più disparati che vanno dalla farina ai biscotti proteici. Si è anche alzato il vento e la sabbia non più bagnata ci investe a folate depositandosi dappertutto, sui nostri vestiti, in bocca o negli occhi. I bambini che ci hanno seguito, ci sfiniscono con le loro richieste continue di foto o di essere presi in braccio, ma la giornata non è ancora finita….dobbiamo andare dal Governatore del campo.
Di nuovo ci spostiamo con le jeep in mezzo alla polvere del deserto che ricopre tutto, per l’occasione, visto che facciamo una sosta al mercato del campo, compro 3 metri di stoffa nera per crearmi un “turbante” che mi protegga il volto e la bocca dalla sabbia e dal sole. Il venditore mi taglia la stoffa e con la sigaretta accesa fra i denti mi drappeggia la stoffa intorno alla testa, imparo rapidamente a disfare e rifare il turbante e mi congedo, pagando circa 2 euro, ma il costo sarebbe di solo 1 euro e alla fine l’uomo rifiuta il denaro non avendo il resto da darmi.

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Dal Governatore, alla fine, ci dicono che andremo l’indomani, perchè siamo in ritardo (nel deserto non ci sono strade e la durata dei percorsi è molto variabile…), così rientriamo alla nostra tenda, stanchi e affamati. Dopo la cena a base di spaghetti con sugo di carne, arance, pane e tè verde a fine pasto, vengo accompagnato da una delle bambine di Zara in un’altra tenda, a trovare dei conoscenti. Si tratta di una tenda bianca son il simbolo del UNHCR facente parte del lotto inviato dopo il nubifragio, più piccola e leggera di quella verde oliva in qui dormiamo. Mi viene offerto il tè come se fossi uno di famiglia, ringrazio e sorbisco il tè bollente, poi saluto, e torno con la mia fida guida alla nostra tenda nel buio gelido della notte spazzato dal vento del deserto. In un’altra tenda erano in corso altri balli e canti così ci siamo lasciati condurre li nonostante la stanchezza e siamo rimasti li fino a l’una circa: mi hanno applicato l’ennè sulle dita della mano sinistra e anche mio padre si è prestato, ad una ragazza gli hanno “pittato” anche i piedi, pare che questo ennè durerà per mesi…
L’indomani mattina dopo colazione a base di biscotti proteici, frutta, latte di capra e frutta, ci avviamo verso il centro del campo, molte ragazze saharawi si esercitano per la festa di addio dell’indomani 23 febbraio. All’inizio le giovani sono intimidite dal nostro ingresso nel salone da ballo, dove ci hanno invitato ad entrare per via del vento incessante che soffia nel cortile all’esterno, poi si concentrano sui loro passi di danza, coordinate da un uomo.
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Finalmente incontriamo il Governatore che stringe la mano a tutti e inizia un lungo monologo con cui ci informa della situazione politica, delle ultime novità e infine si mette a disposizione per le nostre domande. Verso la fine mi distraggo un pò, dato che si parla di argomenti già trattati ampiamente come l’autodeterminazione del popolo saharawi, si parla anche della pianificazione e gestione dello sviluppo dei campi profughi, dei problemi del popolo, per finire appellandosi a noi perchè diffondiamo questo messaggio di richiesta di aiuto da parte del popolo saharawi, spiegandoci anche l’ordinamento politico della Repubblica Saharawi e i rapporti con l’Algeria che ospita il popolo saharawi in esilio, dandoci molteplici informazioni.
La conferenza stampa è terminata verso pranzo, quindi ci è stato lasciato il pomeriggio libero per visitare le dune di sabbia del deserto dell’Hammada: ci siamo spinti in una zona e lasciate le bici, abbiamo potuto passare un oretta camminando sulle dune o inerpicandoci, le uniche cose che abbiamo incontrato sono state i resti di una capra presumibilmente smarrita e alcune pietre in circolo. Verso il tramonto siamo risaliti sulel jeep alla volta delle nostre tende.
Il 23 febbraio, anniversario della proclamazione di indipendenza del Fronte Polisario, dopo la colazione e alcune foto ricordo con Zara i suoi figli e la nipote, abbiamo lasciato a lei in pratica tutto quello che avevamo portato con noi, dalle ciabatte ad un maglione, dai fermenti lattici per la flora batterica alle salviette detergenti da usare in assenza di acqua per lavarsi, compresi taccuino, penne e 50 euro per le necessità della famiglia.
Poi siamo andati in jeep fino allo spiazzo della sfilata, proprio di fronte agli uffici del Protocollo. Qui di fronte ad una serie di tende montate per proteggersi dal sole, su tappeti e sedie di plastica si sono assiepate le persone che assistevano come noi alla sfilata: un servizio d’ordine molto efficiente munito solo di bastoni di legno, ha controllato la sfilata, le uniche armi in vista erano vecchi fucili di alcuni reparti formati da combattenti anziani della prima guerra del 1976 contro Marocco e Niger.
Davanti a noi hanno sfilato le classi di bambini delle varie scuole, poi le ragazze saharawi danzanti, altre gettando dolciumi e datteri alla folla, poi le donne in nero con i ritratti dei loro parenti scomparsi nelle carceri marocchine. Ovunque ci voltassimo erano piantate nella sabbia del deserto bandiere saharawi, mentre una musica ritmica e ipnotica inframezzava gli annunci di uno speaker che in arabo annunciava i vari spezzoni di corteo.

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Verso le 12.30 di colpo è tutto finito, la gente si è alzata di colpo e si è avviata verso delle tende o tendali approntati in mezzo alla sabbia. Stanchi e un pò storditi, dopo esserci ripresi un po all’ombra delle tende, bevendo un po d’acqua, abbiamo declinato l’offerta di assistere ad una partita di calcio Italia vs Saharawi e mentre alcuni più o meno giovani italiani si preparavano al calcio d’inizio con i loro coetanei saharawi (che li avrebbero stracciati….), ci siamo fatti riaccompagnare da Rosita e Ibraim, due dei figli di Zara, nella nostra tenda, che non era distante, dopo aver mandato via il nostro autista, ringraziandolo per la sua disponibilità.
Dopo un tè verde caldo con foglie di menta e zucchero, sorseggiato lentamente nella tenda, mentre Aiat la figlia più piccola di Zara giocava tranquillamente intorno a noi è arrivato il momento dell’ultimo pranzo insieme.
Dopo pranzo abbiamo ingannato l’attesa della partenza chiacchierando con Zara e i suoi famigliari in un misto di spagnolo, arabo e inglese, poi ci hanno caricato sulle jeep del Protocollo per andare ad incontrare il Presidente della Repubblica Saharawi (Per la cronaca abbiamo saputo che la partita Italia – Saharawi è finita 0 a 3 nonostante gli italiani fossero in 15 contro 11 e avessero in porta un giovane saharawi).

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Arrivati alla sede del Presidente Abdel Asis siamo stati accolti calorosamente, l’incontro è durato svariate ore, erano presenti anche alcuni rappresentanti delle istituzioni provinciali di Firenze e della Regione toscana, senza contare quelli di Firenze e Sesto Fiorentino. Abbiamo passato il pomeriggio nella sala congressi della Presidenza a Rabuni, munita perfino di aria condizionata, con tavoli e sedie dove ci siamo accomodati, servendoci abbondantemente di acqua,bibite, dolci, pistacchi e mandorle alla fine del discorso presidenziale. Dopo un pò di foto di rito con il Presidente, saluti e attese varie, la nostra jeep è stata “trattenuta” ulteriormente a causa della pretesa di due “sfigati” cronisti freelancer italiani che volevano fare, anche a costo di rimanere nel deserto, un collegamento satellitare dalla sede della TV saharawi, nonostante entro le 19.30 ci fosse stato ricordato di andare all’aeroporto di Tindouf per l’imbarco.
Finalmente dopo una litigata siamo riusciti a farli salire verso le 19.30 passate in macchina e a precipitarci verso l’aeroporto. Visto che ormai avevamo fatto tardi siamo ripassati al Centro Culturale del Campo per “salutare”. Così sono iniziati i saluti velati di malinconia con i nostri accompagnatori, senza lacrime ma con una parola ripetuta spessa nei commiati: “Embeze”, che significa “Ciao”, e ho salutato la bellissima Tsara, sempre sorridente, Namna e le loro amiche, il nostro accompagnatore è passato provvidenzialmente a “recuperarci” e ci siamo fiondati verso l’aeroporto.
Data l’assenza di strade siamo arrivati tardi, verso le 22.00 all’aeroporto, fra gli ultimi del convoglio per fortuna c’era stato un rallentamento e non saremmo partiti prima di mezzanotte.

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Superati i tripli controlli delle autorità algerine all’aeroporto, ho iniziato subito a sentire la nostalgia del campo e di chi ci aveva accolto come se fossimo di famiglia da sempre, pur avendoci conosciuti appena una manciata di giorni prima, ho anche perso il cellulare in tenda mentre giocavo con i bambini, ma le cose materiali si possono sostituire, non così i rapporti umani. Sapevo che non li avrei più incontrati, perciò specialmente i bambini hanno sentito il distacco, quasi come un trauma, diventando inquieti e scostanti quando l’ultimo giorno hanno capito che saremmo partiti, ma dovevamo tornare alle nostre vite. Così passati i controlli al metal detector e caricati i bagagli in stiva, ci siamo accomodati in cabina e siamo decollati nel pieno della notte, a bordo di un aereo della Air Algery diretti verso l’Italia e l’aeroporto di Pisa dove saremmo atterrati all’alba, concludendo un altro viaggio sempre più in profondità in questo vasto mondo che ci circonda e che è così vario e sempre prodigo di sorprese, bellezza, bruttezza, vita, speranza, disperazione ma anche futuro.

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Travel Blogger: Diari di viaggio.

Eccoci, ci siamo…dopo tanto tempo ho deciso di scrivere e raccontare i miei viaggi, più o meno lunghi, molto o poco complicati che mi portano a spostarmi almeno una volta all’anno o più in giro per il globo.

In attesa di dirvi di più vi auguro una buona notte, viaggiatori e non….

Luca Colantonioimg_20150608_192425.jpg

Chi sono? Perchè questo blog?

Questo è l’estratto dell’articolo.

Questo blog nasce per condividere le mie esperienze di viaggio: ho 38 anni e girando per il web, sono finito su una marea di blog o siti (alcuni avvincenti, altri meno…) che danno le informazioni più disparate e descrivono molteplici esperienze e viaggi fatti da chi, come me, non riesce a stare fermo un attimo e ha bisogno di girare e vedere nuove porzioni di mondo, culture diverse dalla propria, persone e fare esperienze che vadano oltre la semplice “casa-lavoro”. Viaggio da quando avevo 8 anni (e il primo viaggio non si scorda mai), i miei genitori portarono me e mio fratello nella Yugoslavia di allora (era il 1988….), ma ne parlerò nel mio prossimo articolo….
Da sempre ricordo di aver avuto la curiosità di “esplorare”, una cosa che fanno un pò tutti i bambini, ma che nel tempo e con l’età è andata crescendo.

In questo blog troverete le mie esperienze di viaggio e nel tempo, consigli sui posti che ho visitato, trasporti,  itinerari, curiosità e tanto altro ancora. Spero di poter strutturare il blog in breve tempo e che si riempia di articoli, foto e tanto altro ancora, che possa essere utile a tutti i “nomadi digitali”, che passeranno di qui per scambiarci informazioni, condividere esperienze o leggere una bella storia. Al prossimo post.

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