Giappone il viaggio della vita. 2° parte.

Continua il nostro viaggio in Giappone: nonostante la pioggia serale, la mattina del terzo giorno a Tokyo abbiamo preso la metro per Shinjuku, quartiere commerciale ricco di negozi, night club, sale di packinko e discoteche o love hotel.
Il quartiere in realtà non ha molto da vedere, ma li si trova la stazione degli Shinkansen, i treni veloci che collegano tutto il Giappone e avevamo intenzione di prenotare due posti per spostarci a Kyoto velocemente.
Avendo poi prenotato a Kawaguchi-ko, una località che si affaccia sulla parete nord del Monte Fuji, dobbiamo trovare un autobus per raggiungere la località sul lago di Kawaguchi.
Per raggiungere Shinjuku, abbiamo dovuto attraversare una parte del quartiere di Shibuya, dopo essere usciti dalla metropolitana e immergendoci nel traffico cittadino, attraversando il famoso incrocio più trafficato del mondo e ci siamo rifugiati nel Parco di Shibuya, lo Yoyogi Park, visitando il santuario shintoista di Meiji-jingu.


Qui, in una atmosfera più tranquilla e meno affollata abbiamo sostato per un oretta circa osservando due matrimoni con corteo e cerimonia in abiti tradizionali che ci ha regalato emozioni indescrivibili e anche varie foto “rubate” per un evento che non ci aspettavamo di vedere.
Una volta usciti dal parco, superando il Meiji Jingu abbiamo trovato un caos indescrivibile di persone, automobili, merci e negozi di tutti i tipi, e ci siamo dovuti orientare, sbagliando strada 3 volte, solo per capire dov’era la biglietteria della JR Line (la linea ferroviaria giapponese che collega Kyoto e Osaka con Tokyo), ricevendo l’aiuto di una giovane coppia di giapponesi che ci ha visto in difficoltà, altrimenti avremmo girato a vuoto per ore. Dopo aver pagato due biglietti per lo Shinkansen dell’11 ottobre fino a Kyoto, abbiamo pranzato in un “Ramen Restaurant” siamo andati alla ricerca della Stazione degli autobus dove in un ufficio al primo piano il personale cortese e giovane che parlava anche inglese ci ha rilasciato i biglietti richiesti (e ho anche ricevuto l’appellativo di Luca San…) e ci siamo avviati verso la metropolitana per trovare un pò di pace in ostello.


Il giorno successivo a Tokyo sempre in metropolitana abbiamo raggiunto il Parco di Kitanomaru per visitare i resti del Palazzo Imperiale , anticamente denominato castello di Edo, ancora oggi e circondato dal fossato originale.
Quando l’abbiamo visitato pioveva leggermente e nonostante fosse ottobre, ciò ha alleviato la calura che si era accumulata nei giorni precedenti. Per entrare abbiamo attraversato un fossato e porte imponenti aperte nella cinta muraria, intervallata da antiche torri di guardia.


Il Nijubashi è un elegante ponte a due archi che conduce all’ingresso principale aperto al pubblico in alcune occasioni. Il Giardino Orientale che abbiamo visitato (Higashi Gyoen) ospita i resti del vecchio castello di Edo, distrutto dai bombardamenti americani durante la seconda guerra mondiale. Diverse varietà di fiori abbelliscono il giardino in ogni stagione, offrendo al visitatore un’atmosfera di relax ideale, contornata da lanterne, giardini, prati e laghetti, perfino un ponticello in legno. Tutti gli elementi che abbiamo visto erano posti in una certa posizione per motivi estetici e di “equilibrio” che a noi occidentali sfuggono.


Lungo il percorso di visita erano disposte a intervalli regolari anche stanze coperte per il ristoro, bagni pulitissimi (in Giappone i bagni sono sempre pulitissimi tranne forse quelli di strada, ma ciò dipende dalla frequenza dell’uso a cui il servizio di pulizia giornaliero non riesce a fare fronte… comunque scordatevi gli standard “occidentali dei bagni pubblici), e le onnipresenti macchinette automatiche che presentano una gamma sconfinata di prodotti caldi e freddi, snack, bevande e quant’altro.
Nel giardino del Palazzo Imperiale abbiamo anche visto un piccolo museo gratuito che esponeva alcune stampe giapponesi strepitose della Scuola Maruyama, il cui tema preponderante erano la famiglia imperiale oppure animali resi con qualità pittoriche di altissimo realismo e qualità eccelsa.


Dopo la visita abbiamo preso la metro per raggiungere Tsukiji Market famoso per la vendita giornaliera del pesce e costituito da un enorme capannone industriale senza molto appeal, quasi deserto e chiuso perchè era domenica.
Intorno al mercato erano sparsi decine di ristorantini di sushi fresco dove gruppi di giapponesi in fila disciplinata aspettavano il loro turno per entrare e farsi servire.
Alla fine abbiamo fatto anche un giro per la zona commerciale e dopo essermi fatto mettere in lista al Ristorante Sushi Zammay abbiamo aspettato circa 45 minuti prima che chiamassero il mio nome e alla fine “Luca San” è stato declamato ripetutamente nella strada piena di turisti giapponesi, curiosi, qualche occidentale e svariate bancarelle e negozietti di alimenti tipici, dove avevamo acquistato patate dolci sotto vuoto, fagioli dolci e un preparato per il ramen, mentre ingannavamo l’attesa. Abbiamo anche trovato il tè matcha in polvere in vendita a un buon prezzo Il ristorante si è rivelato ottimo sia nel servizio che nella qualità del pesce conservato in vetrine refrigerate esposte lungo il bancone dove ci siamo seduti.

Una volta scelto il nostro sushi i signori dall’altra parte del bancone hanno realizzato per noi un “capolavoro” di sapore, colore e armonia estetica, tipicamente giapponese, servendoci il sushi freschissimo su vassoi in ceramica accompagnato da tè matcha bollente in tazza.
Dopo pranzo gironzolando per il quartiere abbiamo anche scoperto un tempio shintoista dov’era esposta una mostra di foto sul disastro impressionante di Fukushima. Davanti all’altare un sacerdote officiava una funzione per alcuni fedeli radunati.
Per concludere la giornata abbiamo preso la metropolitana per tornare ad Asakusa e dopo un pò di riposo ci siamo messi a vagabondare per la zona della Nakamise-Dori Street, la via commerciale dove abbiamo dato un’occhiata per gli acquisti futuri prima di tornare in Italia. Essendo domenica, verso sera la zona era animata di izakata (birrerie giapponesi), bancarelle di cibo, birrerie all’aperto su panche e tavoli e una marea di giapponesi mezzi ubriachi che festeggiavano e si rilassavano nel giorno di riposo. Alla fine dopo una spesa veloce in un supermarket e in un negozio di bento siamo tornati al nostro ostello per cenare nella sala comune un pò affollata. Bevuto un pò di shoku (distillato di riso) a cena prima di andare a nanna, l’indomani ci restava l’ultima giornata prima di partire per la zona del Fujii, così abbiamo passato la giornata in relax, a preparare i bagagli e ci siamo fatti un giro solo nel quartiere di Asakusa che ci piace sempre di più per la sua vitalità e allegria, stando attenti ovviamente alle bancarelle e izakata all’aperto che vendono birra e cibo cotto al momento, dato che sono spesso gestiti da cinesi, che riguardo ai prezzi non hanno la stessa “onestà” dei giapponesi e ti possono far pagare uno sproposito un modesto pasto a base di spiedini di carne, qualche ciotola di riso e un boccale di birra alla spina, ma questa è un’altra storia….alla prossima!


Il viaggio della vita: Giappone.

Eccomi di nuovo quì. Come avrete immaginato tutti ho ancora moooolto da raccontare e inizio con il viaggio che sognavo da ragazzo e che sono riuscito a concretizzare nel 2012: andare in Giappone.

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Chi conosce un pò il paese del Sol Levante saprà delle sue immense meraviglie e contraddizioni, delle diverse sfaccettature che compongono una società molto diversa dalla nostra ma anche molto curiosa verso gli “occidentali”. Se siete italiani verrete sempre bene accolti perchè i giapponesi adorano il “bello” e sono portati per l’estetica e la perfezione (in special modo gli adulti, i giovani credo siano un pò più ribelli e individualisti in una società che tende all’ordine e armonia sociale della collettività, sacrificando i bisogni del singolo).
Detto questo, prenotato con largo anticipo un volo aereo per Tokyo, io e Pierpaolo siamo partiti con un volo Aeroflot il 3 ottobre per il Giappone. Facendo scalo a Mosca, dopo una breve sosta, abbiamo cambiato volo e con un aereo più grande (e più comodo) siamo arrivati in mattinata all’aeroporto di Tokyo Narita, abbastanza “stonati” dal fuso orario (in Giappone siamo  8 ore indietro rispetto al fuso orario italiano, in caso di ora solare 7 ore…).

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Prima cosa sul Giappone: scordatevi il “caos” e la disorganizzazione “italiani”, in Giappone è tutto organizzato nei minimi particolari, basta comprendere questa organizzazione. Noi abbiamo cambiato euro in yen all’aeroporto di Narita con un ottimo tasso di cambio (all’epoca un euro valeva circa 143 yen), MAI cambiare euro in yen all’aeroporto di Fiumicino o in altri aeroporti italiani, dire che vi “fregano” è dire poco…se ricordo bene il tasso di cambio a Fiumicino era intorno ai 110 yen per un euro. Per “sicurezza” mio fratello aveva “ordinato” degli yen in banca, pagandoli salati aggiungerei io. In Giappone è possibile cambiare soldi negli aeroporti o negli uffici di cambio sparsi in città, oltre che prelevare dagli ATM e uffici postali sparsi dappertutto con una semplice carta MAESTRO, una VISA o una Postepay, occhio alle commissioni però, ma se effettuate un singolo prelievo non credo che andrete in fallimento. Io ne ho effettuati due in tutto (uno su bancoposta e uno su postepay, perchè la prima volta avevo prelevato poco e non avevo “compreso” bene il sistema, ma tranquilli ci sono ATM in inglese, basta verificare), oltre ad aver cambiato circa 1000 € in yen).
Comunque, risolto il problema soldi, dopo esserci rifocillati con qualche bottiglietta di tè e un paio di snak dalle molteplici macchinette sparse in aeroporto, abbiamo finito di consultare la nostra mappa della metropolitana di Tokyo con le sue 13 linee e siamo saliti con biglietto acquistato in una macchinetta automatica sulla linea che ci avrebbe portati nella zona di Asakusa (detta comunemente Asaksa…), quartiere nella zona nord di Tokyo, che pare sia molto famoso fra i turisti e in cui era ubicato il nostro ostello. Dopo un cambio di linea a metà strada da Narita, in circa un oretta abbiamo raggiunto la nostra fermata Asakusa Bashi. L’ostello che avevamo prenotato oggi ha cambiato nome, ma all’epoca si chiamava Kahosan Tokyo Ninja. Dopo un pò di giretti a vuoto,trascinando i nostri trolley, abbiamo chiesto ad un poliziotto e in pochi minuti l’ostello si è presentato davanti a noi. A Tokyo gli alloggi sono cari quindi non stupitevi se per una cameretta di 2 metri per 3 metri con una semplice scrivania e una sedia in un  ostello, pulitissimo  ma senza colazione, dovrete pagare l’equivalente di € 35 a persona in letto a castello…

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Nel seminterrato c’era comunque  una bella cucina attrezzata e dopo aver poggiato i bagagli ed esserci riposati una mezz’oretta, siamo usciti alla scoperta del quartiere prima che facesse buio. L’impressione è stata di essere in un quartiere iper-abitato parte di una città tentacolare in qui è facile “perdersi” se non si ha una meta precisa e non si impara a leggere la mappa della metropolitana.
Dopo la prima “esplorazione”, siamo tornati in ostello, salutando il giovane receptionist che ci aveva accolto, per poi uscire di nuovo diretti ad un 24h Ramen, una tavola calda in cui servivano Ramen e altre pietanze tipiche della cucina giapponese. In questi locali non esiste la cassa dove pagare o il menù, bisogna avvicinarsi ad una macchinetta con tasti e una immagine per ogni tasto che indica il tipo di cibo e relativo prezzo, selezionare ciò che si preferisce e inserire yen in banconote o monete fino a raggiungere l’importo corrispondente, pigiare il tasto relativo alla cibaria scelta e ritirare lo scontrino da presentare al bancone dove solerti inservienti, con un inchino prenderanno la vostra ordinazione e in pochi minuti vi porteranno su un vassoio ciò che avete ordinato, tè verde freddo in brocche e più comunemente acqua con ghiaccio sono disponibili su ogni tavolo dove gli avventori si accomodano per consumare il cibo. Sembra “facile” ma noi per capire che dovevamo fare lo scontrino ad una macchinetta nei pressi della porta di ingresso, ci abbiamo messo una mezz’oretta dopo varie richieste agli inservienti che ci indirizzavano verso l’ingresso a gesti. Ovviamente in futuro noi ci riservavamo di provare anche il sushi giapponese ma questa è un’altra storia….

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Risolto questo piccolo quiz sul come ordinare, abbiamo consumato il nostro pasto a base di ramen, riso e carne di maiale con qualche verdura di contorno (per chi non lo sapesse il ramen è un piatto a base di tagliatelle di frumento servite con brodo di carne e guarnizioni di carne o verdure nella ciotola), e poi ci siamo riavviati verso l’ostello. Malgrado l’opulenza e armonia sociale attraversando le strade semideserte e un sottopassaggio abbiamo potuto constatare il grande numero di persone senza casa che vivevano per strada, dato il costo di una stanza in una megalopoli come Tokyo. Fra quelle persone ci sono anche semplici impiegati che hanno un lavoro ma non possono permettersi con il proprio stipendio nemmeno un capsule hotel per la notte (parlo di vere e proprie “bare” allineate su una parete, in cui si può pernottare pagando una cifra molto bassa e che comprendono di norma doccia e bagno a parte, oltre a vari “servizi” come televisore, lettore DVD, console, wii-fii, condizionatore ecc).

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Al ritorno in ostello abbiamo “beccato” un temporale e siamo andati a dormire presto perchè per via del jat lag e del fuso orario differente cascavamo letteralmente dal sonno.
Ritiratici nel nostro cubicolo lungo circa 2 metri (la lunghezza del letto a castello più un pò di spazio per infilare le valigie) e largo un metro e mezzo, abbiamo preso sonno nonostante il rumore del traffico onnipresente. L’indomani mattina, dopo una colazione veloce con tè e qualche dolcetto comprato la sera prima in uno dei tanti negozietti aperti 24 ore su 24, abbiamo preso la linea di metro che portava fino al quartiere di Ueno, famoso soprattutto per l’omonimo parco .
Definibile come un quartiere popolare, Ueno si articola intorno al parco ed alla stazione omonima. Il parco è stato aperto nel 1973 poi nel 1924 è stato “donato” alla municipalità di Tokyo dall’Imperatore Taisho, da questogesto deriva il suo nome Ueno-Onshi Koen, o “parco di Ueno, regalo imperiale”. Ospita numerosi musei, templi e santuarie uno zoo, ma noi ci siamo limitati a vedere il parco, e la zona commerciale di Ameyoko-dori,piena di negozietti, sushi-bar, chioschi di ramen, venditori di qualunque articolo, bancarelle di spiedini di frutta,carne o pesce e in sostanza qualunque cosa commerciabile in Giappone.

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Nel parco di Ueno abbiamo visitato solo lo Shitamachi Museum: una interessante e dettagliata ricostruzione del periodo Meiji che va dal 23 ottobre 1868 al 30 luglio 1912 (per capirci qualcosa il Giappone divide la sua storia in ere o epoche con denominazioni legate ai propri governanti o dinastie, attualmente ci troviamo nell’epoca Heisei iniziata nel 1989, con l’ascesa al trono dell’Imperatore Akihito al posto del padre Hirohito, l’Imperatore del periodo Shōwa. L’epoca Heisei significa letteralmente “pace ovunque”).
Durante la visita del museo abbiamo potuto usufruire delle spiegazioni di un anziano che si è offerto di farci da guida gratuitamente(in Giappone è molto comune che gli anziani una volta in pensione, si dedichino a varie mansioni per la comunità, come la cura delle aiuole e dei giardini scolastici, la pulizia di marciapiedi, il custode, la guida ecc). Uscendo dal museo la bigliettaia ci ha anche regalato due trottole origami, poi siamo tornati verso la stazione di Ueno che è uno dei principali snodi ferroviari della città.
In stazione abbiamo acquistato i nostri primi “bento”: si tratta di norma dicontenitori di plastica usa e getta contenenti pasti pronti di solito a base di riso, pesce, sushi, spaghetti di soia o qualunque altra pietanza preparata in precedenza e poi messa all’interno di vassoi contenitori con coperchio. I giapponesi sono soliti portarsi dietro da casa contenitori personali (famosissimi quelli dei bambini decorati con Hello Kitty o quelli laccati e in legno di alto valore artistico, ma i più comuni sono in plastica) con il pasto di mezzogiorno. I nostri bento erano a base di sushi e li abbiamo consumati nel parco, nonostante i divieti scritti ovunque che anche gli stessi giapponesi ignoravano con tranquillità.

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Prima di allontanarci da Ueno non abbiamo mancato di osservare lo Stagno di Shinobazu, ricco di ninfee e il Santuario di Toshogu oltre al Tempio di Jomyoin e il Tempio di Kan’ei-ji, simile ad una torre, tutti distribuiti intorno al Parco di Ueno o all’interno del parco. L’impatto con buddismo e shintoismo, principali religioni praticate dai giapponesi sono stati molto forti e anche io non ho potuto evitare, spinto da un impulso inarrestabile di comprare dei bastoncini di incenso da bruciare in un braciere con alle spalle lo stagno di Shinobazu per chiedere la buona sorte.

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Per tornare indietro abbiamo preso la Ginza line (linea gialla) fino ad Asakusa per poi scendere e proseguire a piedi fino ad Asakusa Bashi, purtroppo abbiamo sbagliato direzione ma per caso abbiamo incrociato il mercato della Nakamise Shopping Street (segnalata sulla nostra vetusta ma efficace guida), dove abbiamo potuto gironzolare osservando yukata (vesti leggere simili a kimono corti con braghe, utilizzati per dormire o per stare in casa), geta (tradizionali “ciabatte” giapponesi con la “zeppa” in legno molto alta e ogni tipo di abbigliamento tradizionale e non,dalle divise scolastiche maschili o femminili ai kimono, magliette, ventagli e cibarie varie.

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In sostanza i primi due giorni abbiamo visto i dintorni e ci siamo resi conto della vastità di Tokyo e del tempo necessario per spostarsi da un punto all’altro, nei prossimi post cercherò di trasmettervi ciò che abbiamo visto a Tokyo, e poi nei nostri spostamenti verso il Monte Fuji, e poi Kyoto, l’antica Capitale Imperiale, come la cittadina di Nara in passato anch’essa capitale di una delle tante dinastie imperiali della storia nipponica…

Spagna mon Amour: Da Salamanca al Portogallo.

Continuiamo la narrazione di questo viaggio “classico” nella Penisola Iberica: Parto letteralmente all’alba, lasciando il mio alloggio, ed esco come un “ladro” per le strade deserte, sperando di non fare troppo rumore.
Per fortuna posso approfittare dell’apertura anticipata, per vedere la Cattedrale e scattare qualche foto, poi devo correre fino alla stazione degli autobus per non perdere l’autobus diretto a Porto.

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Del viaggio fino alla frontiera non ho quasi ricordi, sprofondato in un sonno profondo, mi risveglio praticamente in terra lusitana e dopo un oretta sono a Porto: sbarco con il mio bagaglio leggero dall’autobus, e un pò spaesato provo ad orientarmi in una giornata bellissima, fatta di sole e cielo terso.
Dopo aver fatto un chilometro a piedi trovo qualcuno a cui chiedere informazioni, sperando che comprendano lo spagnolo, riesco a farmi indicare la via: sono sulla buona strada.
Continuo ad avanzare giungendo presto alla parte “storica” di Porto, fatta di vicoletti e salite ripide, quiete e silenzio e intorno case aggrappate l’una all’altra in un modo incredibile che tradisce la stratificazione storica di questa città.
Finalmente trovo l’ostello, la ragazza che mi accoglie è molto gentile e simpatica, mi lascia anche una mini guida di portoghese, poi mi mostra la camerata dove alloggerò per 3 giorni.

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Decisamente Porto mi affascina, mi perdo subito per i suoi vicoli e osservo dalla teleferica la zona delle “Bodegas” dove si produce il famoso vino dolce, peccato che quando chiedo informazioni per effettuare una visita (a pagamento ovviamente), mi dicono che è prevista solo per gruppi….un pò contrariato per questa limitazione mi dirigo di nuovo all’ostello.
La prima sera assisterò ad una rappresentazione di Fado, effettuata da una coppia di ragazzi veramente bravi: lui accompagna con la chitarra questa giovane che ha una voce profonda e piena, ma anche dolce e struggente. Mi rendo conto che i portoghesi sono molto romantici, introspettivi e riservati, diversi dagli spagnoli, ma ugualmente interessanti e che la saudade portoghese non è una “leggenda” ma pura realtà, a volte li vedi tristi e persi con la testa nelle profondità dell’animo umano, ma sono capaci di grandi slanci di buonumore e allegria.

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Faccio anche amicizia in ostello: non ricordo come accade, ma tutto parte da un signore di origini italiane che vive in Belgio e con cui scambio qualche parola in inglese, per poi passare allo spagnolo e infine “ma sei italiano anche tu?” discorrere un pò nella nostra lingua, nell’ostello ci sono anche due giovani francesi e due australiane, e dopo cena, noi “giovani” decidiamo di andare in discoteca…
La seconda serata scorre via in questa specie di Discoteca, attorniati da giovani portoghesi (alcuni veramente giovanissimi, come mi fanno notare spesso le mie accompagnatrici), che si lanciano in balli e acrobazie di ogni genere. Devo dire che è qualcosa di “inusuale” per me dato che non sono di norma un “discotecaro”, ma ascolto tutti i tipi di musica che mi “prendono”.  Alla fine anche per non stare addossato ad un angolo a guardare gli altri ballare, mi lancio in pista e mi lascio andare alla musica, che sia tecno, disco o qualche hit locale.
Balliamo per un oretta, senza pensare, senza bere nulla (abbiamo già bevuto qualche bicchiere di vino prima di uscire…). Non succede niente: si balla e ci si “sfoga” al ritmo delle più diverse canzoni e hit del momento. Poi tutti in spiaggia a vedere il mare, siamo stanchi e accaldati, qualcuno del gruppo vuole andare a bere, altri a fare il bagno addirittura…Per me è tempo di tornare in ostello; non abbiamo coprifuoco, ma ho paura di perdermi nelle strade che non conosco ancora bene di notte, comunque alla fine il gruppo si divide, è passata la mezzanotte da un pezzo e impieghiamo più di un ora io e le due australiane a ritrovare la strada per l’ostello.

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Inutile dire che mi sveglio tardi l’indomani, della colazione per gli ospiti rimane poco, così passo il resto della giornata a visitare la città e a comprare qualche cibaria, mi resta ancora una notte quì, ma l’indomani si parte: destinazione Lisbona. Saluto calorosamente i miei compagni di ostello e le nostre strade si dividono: chi torna a casa, chi va verso la Spagna, chi resta altri giorni, il mio viaggio invece continua.
In treno raggiungo finalmente Lisbona: la Capitale mi appare subito magnifica e rutilante, viva e piena di vita. Ho 5 giorni da vivere qui e poi dovrò tornare indietro: saranno 5 giorni molto intensi, persi fra l’Alfama, il quartiere antico della città con i suoi vicoli e i tram che si inerpicano per le viuzze lastricate, poi salgo fino al Castello di Sao George (Ingresso a pagamento) che domina la città, per poi arrivare sulla zona centrale, utilizzare l’elevador de Santa Justa.

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Alloggio in un ostello appena inaugurato, ex sede della Ambasciata Svizzera e trasformato in una struttura con ampi saloni/dormitori, un bar e un ristorante, oltre ad una cucina non ancora attrezzata all’ultimo piano. I lavori fervono ancora e si sente odore di smalti e legno, ma la struttura mi piace molto e i giovani che la gestiscono sono gentili e professionali, il prezzo poi è ottimo. Sono a due passi la la Placa Rossio con le sue fontane, da li a piedi si può arrivare alla spettacolare Praça do Comércio che si affaccia direttamente sul Fiume Tago.

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Le giornate scorrono fra lunghe camminate a cercare scorci, mangiate di baccalà in ristorantini caratteristici e non mancano i miei itinerari con i famosissimi tram gialli: ho fatto un abbonamento a tempo il primo giorno, e ne approfitto per muovermi da un punto all’altro della città, il terzo giorno, scaduto il pass, ho praticamente visto tutto quello che volevo, mi resta il Monastero Dos Jeronimos con l’annesso museo e poi il centro storico con lo spettacolare Convento Do Carmo, per capire di cosa sto parlando basta guardare le foto: quando si trova aperta la struttura, pagando il biglietto si accede ad una struttura basilicale di chiara impronta gotica-medioevale di cui in seguito al terremoto del 1755 del tetto non vi è più traccia.

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Gironzolo per il “cortile” interno osservando il contrasto fra cielo e pietra della chiesa, intorno lapidi e resti, scendo nei sepolcri e nella cripta, in luoghi molto suggestivi che non avrei immaginato di incontrare, dove sono conservati ancora corpi e ossami di epoche passate per poi riemergere alla luce del sole che mi rinfranca.

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L’ultimo giorno pranzo nel ristorante dell’ostello e bevo qualche bicchierino di Porto “rosso”, ce ne sono tante varietà e ho comprato una bottiglia, sperando di finirla prima di tornare a Barcellona e prendere l’aereo. Il viaggio infatti volge al termine: saluto con rimpianto Lisbona, i suoi tram, il Tago che la veglia e la sua storia, le persone cortesi e malinconiche e la sera successiva, salgo sul treno notturno che mi riporterà in Spagna.
L’intenzione è fare in notturna la strada fino a Madrid e poi muovermi verso Barcellona, dove fermarmi in ostello per una notte prima di riprendere l’aereo il giorno dopo.

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Alla frontiera sono profondamente assopito, ma incredibilmente ci sono controlli e mi svegliano chiedendomi un documento, mostro la mia carta d’identità e si scusano per l’interruzione, pochi minuti più tardi la polizia spagnola farà scendere dal treno un gruppetto di persone, presumibilmente clandestini proveniente dal sud-est asiatico che cercano di entrare in Spagna dal Portogallo, portando con loro alcune buste di plastica e qualche borsa. L’ultima immagine che mi resta impressa di questi sfortunati è quella delle loro sagome acquattate sulla banchina della stazione e circondate da uomini in divisa e in borghese che parlano alle ricetrasmittenti e verificano i documenti di alcuni di loro, mentre il treno si allontana sotto le luci crude della Stazione.

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La notte si stinge gradualmente in alba e posso ammirare i paesaggi dell Estremadura e poi della Spagna Centrale, fino a Madrid, dove cerco una coincidenza per Barcellona: l’unico treno disponibile è un “AVE” (alta velocità) via Saragozza, con cambio in quella città, che mi permetterebbe di arrivare in serata. Così pago il prezzo più alto e mi godo le 2 ore fino a Saragozza, mangiando poi un bocadillo nella stazione in attesa della coincidenza. Un altro paio d’ore mi permettono di giungere a Barcellona.

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La città è esattamente come l’ho lasciata: caotica e piena di turisti, così giro per la Rambla du Mar e osservo il porto, mangio qualcosa in una tapaseria, godendomi l’ultima serata prima della partenza. Provo a finirmi la bottiglia di porto liquoroso comprata a Lisbona, ma bere da soli non è lo stesso che bere in compagnia…così l’indomani dovrò vedere la bottiglia finire nel contenitore della “basura”, mentre spiego ai controllori di sicurezza le ragioni un pò romantiche per cui avevo con me quella bottiglia di così grande qualità.
L’imbarco è abbastanza lento, ma in due ore scarse atterro a Pescara, dove un autobus mi riporta a casa. Un altro viaggio è terminato ma vi sono ancora tante storie da raccontare….

Un saluto sincero a tutte le persone conosciute in questo viaggio.

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Spagna mon amour…

Nel settembre 2011, dato che il mio “amore” per il continente iberico non mi lasciava da quando ero tornato dall’Erasmus, riuscii finalmente ad organizzarmi per un viaggio in Spagna: si trattava di fare un giro della Penisola Iberica sconfinando poi in Portogallo per poi tornare indietro…
Partito con un volo low cost dall’aeroporto di Pescara, sbarcai a Barcellona in mattinata: trovai una città più affollata, turistica e inquinata, forse più “brutta” di come me la ricordassi rispetto al 2000. Una città del “tutto e subito” in cui i catalani sopportavano in silenzio l’invadenza dei turisti stranieri e il traffico a tutte le ore del giorno (anche quelli italiani da cui mi separai con sollievo appena sceso dal bus navetta dell’aeroporto di Girona, una volta raggiunto il centro della città). Passammo accanto alla “Sagrada Familia” circondata da gru e cantieri ancora in opera, che la facevano sembrare una eterna “incompiuta”, e che non avrei visitato nemmeno questa volta.

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In una Barcellona frenetica e piena di vita, un pò caotica e molto rumorosa, raggiunsi l’ufficio informazioni per farmi dare indicazioni su come raggiungere il mio ostello, prenotato online in Italia; a piedi ci misi una mezz’oretta, le mie aspettative erano alte, con il mio spagnolo e la fiducia di essere in una terra “amica” l’accoglienza un pò “fredda” del ragazzo alla receptions mi riportò con i piedi per terra…
Nessun problema, ero qui per un paio di giorni, per vedere ciò che non avevo visto della città e poi ripartire. Dopo essermi sistemato nella camerata da 6 e aver salutato i miei compagni di stanza mi catapultai sulla rambla, e raggiunsi il porto, dove trovai la stessa atmosfera rilassata di 10 anni prima, i turisti a prendere il sole di fine estate, l’odore del mare, ma trovai anche un mega centro commerciale multipiano fornito di multisala cinematografica, costruito proprio di fianco alla Rambla du mar

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La “modernità” iper-consumista e commerciale era arrivata anche nella laboriosa e “seria” Barcellona…mi spostai nel Barrio Gotico, fra le viuzze dove Manuel Vasquez Montalban aveva fatto camminare il suo Pepe Carvalho e mi ritrovai seduto ad una “barra” nella zona del mercato a mangiar tapas, l’idomani arrivai fino al Parco Guel’ terminai i miei giri sempre sul mare, vivendo la città per la strada, ma il viaggio continuava…

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L’indomani mattina all’alba avevo già lasciato l’ostello, direzione Valencia: dopo una interminabile giornata passata attraversando la meseta spagnola, finalmente vidi la città di Valencia che non conoscevo minimamente, un pò di tempo per “orizzontarsi” e poi trovai l’ostello che mi aspettava nel centro storico, gestito da ragazzi allegri e gentili, vi avrei passato solo un altro paio di giorni, così mi lanciai subito alla scoperta della città, più “calda” ed “esotica” di Barcellona, fino a raggiungere il suo “simbolo”: L’oceanografico, composto dall’acquario e da una serie di musei e giardino zoologico.
L’impressione di vedere tutti quei pesci e squali negli acquari dopo un pò diventò opprimente; animali cresciuti in cattività che destavano la curiosità dei “visitatori” e si spostavano mestamente nelle vasche, alcuni più elusivi, altri ormai rassegnati alla folla di curiosi e turisti rumorosi, specialmente i bambini…tutto era spettacolo, anche i delfini costretti a fare il loro show: mi ero aspettato forse qualcosa di più “didattico” e “naturale” e mi trovavo invece in uno “zoo”, con le altre attrazioni come il cinema dell’oceanografico non andò meglio, in realtà la cosa migliore era l’insieme delle architetture che parevano emergere dall’acqua, la volta sferica della sala cinematografica in 3 D e gli edifici annessi bianchi e abbaglianti.

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Il giorno successivo lo passai a girare la città vecchia, con le sue chiese e piazzette decorate, con le sue vie e cervecerie piene di gente (eravamo nel fine settimana), una umanità allegra e variegata che come tutti sanno, in Spagna iniziava a darsi appuntamento per una birra e una tapas nel tardo pomeriggio, per poi proseguire fino a tarda sera, di locale in locale, gustando patatas a la “brava”, prosciutto, olive, tostadas (simili alle nostre bruschette) con tomato y pimientos e qualunque cosa fritta o cucinata, servita con un bicchiere di vino o una birra.
Dopo una cena veloce e una cerveza, visto che avevo trovato la cucina dell’ostello occupata, preparai lo zaino per l’indomani e andai a letto presto.

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La mattina mi accolse con grandi aspettative: attraversai le vie vuote della città diretto verso il Terminal Bus, dove avrei iniziato una traversata del sud della Spagna, passando per Saragozza senza fermarmi per poi giungere alla capitale: Madrid.
In 8 ore di autobus, cullato dalla monotonia del mezzo e dalla musica nelle cuffie, raggiunsi la città che tanti amavano e altri odiavano, in cui ero stato solo poche ore quando vi ero andato durante l’Erasmus.
Madrid aveva quel fascino da città moderna e sofisticata, un pò arrogante e altezzosa, ma con la consapevolezza di poterselo permettere perchè “centro” del Governo, metropoli ricca e “artificiale”, costruita proprio in mezzo al paese, nel nulla della prateri spagnola (la meseta), più per esigenze amministrative che per una necessità urbanistica.

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Se chiederete agli spagnoli che non siano della capitale, vi diranno che i “madrilegni” sono un pò arroganti e se la “tirano”, e soprattutto parlano un castigliano “perfetto” senza inflessioni o accento, tutto vero….ma a me la città non dispiacque.
Preso alloggio nell’ennesimo ostello dove trovai per la prima volta dei compagni di stanza espansivi, salutai i due francesi e l’israeliano con cui dividevo la camerata e poi mi lanciai per le vie del Centro, poco distante.
Il mio primo obiettivo era per l’indomani: Il famoso museo del Prado, che per uno come me appassionato di arte era impossibile da ignorare, così passai il pomeriggio a vedere il Parco della città e la zona “governativa” con il Palazzo delle Cortes chiuso per il fine settimana e una miriade di turisti che sciamavano per la città raggiunsi prima la “Plaza de espana” gremita di tavolini e locali affollata di avventori a qualunque ora (c’è n’è una in ogni città iberica) per poi proseguire verso la “Gran Via”, famosa arteria commerciale di Madrid, dove gli autobus turistici sbarcavano comitive e famiglie davanti agli alberghi del centro. Finii per “perdermi” la sera nel centro fatto di vie ortogonali tutte uguali. Tornare all’ostello fu arduo, ma alla fine, anche grazie a qualche indicazione stradale rimediata e ad un pò di memoria visiva, ritrovai la zona degli ostelli, giurando che l’indomani mi sarei mosso solo con la mappa della città.

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L’indomani mi aspettava “l’impresa” di vedere il Museo del Prado: dopo una fila non chilometrica, mi lasciai trasportare nelle sale piene di opere che spaziavano dal rinascimento, al classicismo, passando per Manierismo, età moderna, impressionisti, artisti spagnoli e francesi, italiani e molti autori fra i più famosi, senza dimenticare le avanguardie, Picasso e opere che neanche immaginavo fossero custodite in quel museo sterminato, così grande che dovetti pranzare all’interno (a prezzi non proprio popolari, ricordatevi sempre che i ristoranti e bar dei musei sono “cari”) con una bottiglietta d’acqua, una fetta di tortilla con patate (frittata spagnola) e un frutto più caffè alla modica cifra di 11 euro e passa…
Uscire però prima di aver visto quello spettacolo di colori, pennellate e opere fra le più conosciute durante l’università, non era per me umanamente possibile, così terminata la visita, guadagnai l’uscita nel sole del primo pomeriggio e mi rilassai un pò nel piccolo parco prospiciente il Museo del Prado.

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Dopo un pò di riposo in ostello, trovai un bar dove la varietà delle tapas era accettabile e consumai la cena alla “barra” (il bancone) ordinando quello che volevo e accompagnando il tutto con qualche birra, le strade rigurgitavano turisti e scolaresche in gita, e la Gran Via era un turbinio di auto e motori, clacson, autobus e persone che arrivavano, persone che partivano, per andare da qualche altra parte.
L’indomani sarei ripartito, questa volta in direzione di una località relativamente vicina: Salamanca con la sua famosissima (e antica) università, ma vi avrei alloggiato solo una notte…

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Al mattino, preso l’ennesimo autobus, raggiunsi Salamanca verso mezzogiorno: la città si presentò monumentale, adorna di chiese gotiche ed edifici storici, con un centro storico grandioso e punteggiato di Facoltà universitarie, ovunque studenti seduti nei locali, o intenti a studiare nei parchi, sulle panchine, sui muretti o sull’erba dei parchi.

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Diedi un’occhiata all’antica Biblioteca, e cercai di entrare nelle chiese, ma purtroppo erano chiuse, avrei dovuto trovare il tempo l’indomani prima della partenza, e dato che lo stomaco brontolava, scovai una cerveceria dove servivano delle tapas che definire incredibili sarebbe riduttivo: per cominciare servivano assaggi di baccalà preparato nei più diversi modi, che potevano variare dal “pastellato”e fritto, al cotto al sugo con verdure, oppure il classico baccalà con patate saltato in padella (senza pomodoro), oppure grigliato alla piastra con aglio, olio e odori, ma non mancava nemmeno il carpaccio di baccalà, l’insalata di baccalà arrosto con prezzemolo olio e aglio, o “piccante” con peperoncino, ecc….
Ormai ero strapieno, complici anche le birre, così mi ritirai in ostello per riposare un pò e uscire di nuovo la sera, per ammirare la città illuminata e fiabesca con le sue guglie gotiche, mura medievali, antichi edifici e strade lastricate di pietra su cui si udiva il rumore di passi e ogni tanto il motore di un’automobile. Decisamente Salamanca mi aveva “stregato”, così finii nello shop dell’università a cercare qualche “simbolo” da riportarmi, come una matita, una maglietta, un taccuino….

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Il viaggio però continuava e l’indomani mattina sarei ripartito molto presto, per vedere la Cattedrale aperta per la funzione e poi prendere il primo treno (autobus non ce n’erano) che mi avrebbe portato fino all’antica città di Porto, oltre il confine poco distante, in Portogallo insomma, dove iniziava la seconda parte del mio viaggio.
Ma dato che la storia è molto lunga, ve la racconterò in una seconda parte….Hasta luego.

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Viaggio in Irlanda 2010.

Dopo l’Erasmus, avrei voluto ritornare in Spagna e vedere tutto ciò che mi ero “perso” specialmente nel nord e centro della Penisola Iberica.
Non era possibile, causa mancanza “denari” per un giro così lungo, così optai per andare a vedere la tanto osannata e misteriosa terra di Irlanda….

IMG_3691.JPGLo so, in effetti si trattava di un cambio di meta a 180 gradi: da una terra bagnata dal sole ad una terra “inzuppata” (letteralmente…) dalla pioggia, da un’area geografica con idioma “castigliano” (lo spagnolo per intenderci, esportato in mezzo mondo…) ad un’area legata alla lingua inglese, nonostante le sue radici celtiche. E soprattutto da una penisola si passava in una isola. Ma il viaggio in Irlanda era ormai deciso: in quattro e quattr’otto optammo per un volo nell’isola di smeraldo durante il mese di settembre, ovviamente con la compagnia irlandese low-cost più famosa del mondo, di cui non farò il nome, e che come sempre per pochi euro (circa 134€ in due andata e ritorno da Roma Ciampino all’aeroporto di Dublino) ci avrebbe sbarcati nel paese, con il solito servizio scadente, i soliti sedili stretti e con poco spazio sulle gambe, fra turbolenze e prezzi esosi anche per una tazza di te nero…

IMG_3706.JPGDopo l’atterraggio, il 20 settembre, sbarcati dal nostro Airbus A310, effettuato un veloce recupero dei nostri zaini imbarcati, ci dirigemmo verso la zona “mezzi pubblici” dove una comoda navetta a due piani ci portò velocemente e in silenzio fino a Dublino: per la nostra permanenza di 3 notti, avevamo prenotato un ostello accogliente e con buon punteggio, situato in una ottima zona e non lontano dalle attrazioni maggiori.
La camerata da 6 posti si rivelo vuota, arredata con letti a castello, uno specchio e una sedia dorata e rivestita di velluto rosso, stile “Luigi XIII” (o era Luigi XVI???). I bagni in comune erano pochi ma su tutti i due piani dell’ostello, le docce pulite e moderne non lasciavano a desiderare e nel prezzo era compresa la colazione nella sala da pranzo comune, oltre alla possibilità di cucinarsi qualcosa nella cucina…

IMG_3721.JPGTempo di lasciare gli zaini in camera e siamo andati alla scoperta della città nel pomeriggio:  le strade del centro erano ingombre di persone frettolose, ma per il resto la zona urbana si è presentata tranquilla, anche se animata e “cosmopolita” in quanto metropoli urbana e “capitale” di questo paese molto differente da altri “anglosassoni”.Siamo passati davanti al Parlamento inglese e poi siamo andati a farci una pinta di guinnes in un Pub li vicino. Dopo una cena frugale a base di Fish and chips abbiamo percorso il lungo fiume fino all’Half Penny Bridge, detto Ha’penny Bridge, il percorso pedonale lungo il fiume Liffey ci ha permesso di ammirare il tramonto sulla città, mentre accanto ci passavano ciclisti, pedoni, turisti e semplici passanti in una processione incessante. A poca distanza si poteva notare la Custom House (Dogana di Dublino) e il Liberty Hall: l’edificio più alto della zona, costituito da un grattacielo di 59 piani, facilmente riconoscibile per la sua sagoma.

IMG_3747.JPGLa prima giornata a Dublino si è conclusa così in ostello, l’indomani avevamo intenzione di visitare il Museo Archeologico di Dublino che non ci ha affatto deluso (ho anche comprato una pipa artigianale fatta a mano) e dopo la visita, ci siamo diretti nella zona del Temple-bar, ricca di pub, locali di intrattenimento e ovviamente turisti: inutile dire che abbiamo cercato inutilmente un posto a sedere in un angolino di un pub, e dopo averlo trovato, non siamo riusciti a farci servire, forse a causa della musica assordante e dell folla di avventori presenti. Eravamo indecisi se visitare la fabbrica della Guinnes e quella del whisky Jameson, ma si trattava di attrazioni molto “turistiche” che abbiamo preferito evitare, anche per i costi: per farla breve, si spendevano quasi 50 euro complessivi per entrambe le visite….

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La giornata è così scivolata via fra un acquisto di birra irlandese in uno dei tanti negozi della città e la preparazione di una “cena irlandese” con bacon, salsicce al pepe, cetrioli e zuppa liofilizzata…le verdure scordatevele. Dublino si è rivelata fino ad ora “cara” essendo una grande città, in seguito avremmo scoperto anche che era “differente” dal resto d’Irlanda, molto più caratteristica e meno turistica della sua “capitale”. Così l’ultimo giorno prima di partire ci siamo dedicati a comprare cartoline e a fare un giro nel parco di Dublino, dare uno sguardo alla Cattedrale di San Patrizio e girando per il centro storico molto pulito e curato, per finire con la visita della National Gallery of Ireland.
Abbiamo invece declinato la visita del Trinitiy College, troppo cara e ridotta, anche se reclamizzata dappertutto, anche nell’info-point dove il primo giorno avevamo chiesto informazioni (in realtà la visita a pagamento del Trinity comprendeva solo la sala superiore della biblioteca del Trinity College, con rapido passaggio lungo la balaustra per ammirare gli scaffali allineati e la struttura solenne e silenziosa, fino all’uscita sull’altro lato della balaustra…), perciò mi sono soffermato nel book-shop dell’università, dove ho acquistato una maglietta prima di uscire nel traffico cittadino e lasciare il campus. L’indomani ci aspettava un viaggetto in autobus fino alla città costiera di Waterford, così siamo andati alla stazione degli autobus per acquistare i biglietti in anticipo, senza trovare ne caos ne difficoltà particolari e poi ci siamo gustati l’ultima cena a Dublino prima di rientrare in ostello. In camera avevamo avuto qualche compagno di stanza, ma solo per una notte, poi ci siamo ritrovati di nuovo soli. La notte “dublinese” ci ha avvolti nelle tenebre mentre il traffico cittadino ovattato ci ha trascinato nel sonno.

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La mattinata fresca e frizzante ci ha svegliati e abbiamo raccolto i nostri bagagli già pronti per raggiungere la stazione degli autobus dopo una colazione veloce in ostello. L’autobus partito in orario ci ha portati nel sud dell’Irlanda con inusitata lentezza e in pratica abbiamo passato 4 ore a bordo, per poi raggiungere Waterford verso l’ora di pranzo.
Ormai esperti, abbiamo subito chiesto all’ufficio informazioni quali erano gli alloggi con migliore rapporto qualità-prezzo per una notte e loro ci hanno dato gentilmente gli indirizzi di alcuni B&B e di un pensionato, alla fine abbiamo optato per un B&B Guest-house poco lontano, e dopo aver avvisato la struttura del nostro arrivo, abbiamo salutato l’addetto e ci siamo diretti con i nostri zaini fino all’edificio a due piani in cui una signora irlandese energica e cordiale ci ha mostrato le due camerette con bagno in comune site a due piani diversi di una casa con soffitti stuccati e pavimenti in legno scricchiolante. Prima di congedarsi da noi dopo essersi fatta pagare, la signora ci ha chiesto se volevamo per l’indomani la colazione “irlandese” o la colazione “vegetariana” e più internazionale, ovviamente abbiamo scelto la “Irish Breakfast” e non ce ne saremmo pentiti come avremmo constatato l’indomani…

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Per quanto riguarda le attrazioni Waterford non ne aveva di particolari e in fondo avevamo scelto di sostare qui, solo per “spezzare” il viaggio fino a Galway, sulla costa atlantica. Così dopo esserci aggirati per le vie sempre più buie e battute da una pioggerellina fine che ha iniziato a diventare insistente dopo il tramonto, abbiamo cercato un posto dove mettere qualcosa sotto i denti, optando ovviamente per un pub dove ci hanno servito sidro e due zuppe scelte sul menù molto ridotto del locale: una zuppa di verdure e una zuppa di pesce (salmone affumicato, verdure e forse alghe), con crostini di pane, che si sono rivelate assolutamente deliziose), dopo un secondo giro di sidro, scelto da Pierpaolo al posto della birra, siamo tornati per le strade buie fino al B&B Guest-house di cui avevamo la chiave, lasciataci dalla padrona, e siamo sprofondati in un sonno ristoratore, nella notte fredda e piovosa.

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La padrona ci ha servito gentilmente in una stanzetta da pranzo piccola ma ben arredata con tavolini, sedie e tovaglie di pizzo; la Irish-Breakfast si è rivelata un “pranzo” strepitoso (d’altronde qui non si pranza, ma si fanno colazioni sostanziose e dopo uno spuntino a metà giornata si cena pesantemente la sera…). In sostanza la nostra padrona di casa ci ha portato uova fritte con pancetta, pomodoro grigliato, fungo e salsiccia irlandese, oltre a Cornflakes, toast e burro con marmellate varie, te’ e latte, caffè e succo d’arancia.Ci siamo alzati a fatica e dopo un caloroso saluto e un ringraziamento per la colazione abbiamo raggiunto la piccola stazione degli autobus, destinazione Galway, dove intendiamo pernottare almeno 4 notti. In teoria avremmo voluto raggiungere Cork, ma la città si è rivelata mal collegata e cara da raggiungere, per un percorso di appena 120 miglia, e così abbiamo deciso di andare direttamente sull’altro lato dell’isola di smeraldo.
Una cosa da tenere in considerazione se si vuole andare in Irlanda è di prendere a noleggio un automobile, ovviamente se la guida a “sinistra” non vi spaventa…

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Galway si è rivelata “strapiena” di gente a causa del festival internazionale delle ostriche, per fortuna siamo riusciti a trovare due posti in 2 camerate diverse nell’ostello vicino alla stazione dei treni. Fra luci ed ombre ci siamo divertiti moltissimo perchè,al di là dei tour che abbiamo preferito evitare e un autobus perso per andare alle famosissime Cliffs of moher (vedi video degli U2 nell’album Unforgettable fire…), abbiamo fatto amicizia in ostello con un gruppo di “internazionali” molto vario eppure eterogeneo: due spagnoli, una italiana, un argentino e una tedesca. Dopo una giornata “persa” cercando di raggiungere a piedi e in autostop  la località di Mc Cullon dove si trovava uno dei tanti castelli d’Irlanda, con il rischio di farci investire sulla strada, priva di banchine pedonali e ciclabili, siamo tornati indietro letteralmente “morti” dopo un giro nella brughiera, con l’autobus del pomeriggio e a cena abbiamo socializzato casualmente con questo gruppo che ho descritto sopra, grazie ad un “assist” dell’unica italiana del gruppo: Giorgia (ragazza au-pair che alloggiava nella cittadina di Tullamore e passava il week-end a Galway per divertirsi un pò, data la noia di vivere ogni giorno nelle piccole cittadine irlandesi, come ci ha spiegato brevemente).

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La serata si è così srotolata fra bevute di birra e in seguito wisky irlandese, camminando per le umide e ventose vie di Galway, disseminate di ubriachi e ragazze in minigonna e sandali, nonostante il freddo di fine settembre, assieme ad i nostri nuovi “amici”.
Man mano che la serata proseguiva le strade si riempivano sempre più di persone ubriache (specie giovanissimi, gli irlandesi bevono in modo esagerato…) e siamo passati da un locale all’altro, mangiando in qualche take away e bevendo una pinta, fino alle 3 del mattino, quando ci siamo ritrovati nell’ Hostel City of Galway dove alloggiavamo e sprofondare nel sonno ristoratore. La domenica è passata nella quiete, e quando ci siamo ripresi dalla notte brava, abbiamo fatto un giro in città per gli ultimi acquisti e in serata siamo andati a vedere un film in inglese al cinema.
Ormai ci restava l’ultima notte da passare quì: i nostri compagni di serata avevano già lasciato l’ostello, così l’indomani mattina eravamo pronti per prendere l’autobus per la cittadina di Sligo, nostra ultima tappa.

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La cittadina famosa soprattutto per aver dato i natali allo scrittore   William Butler Yeats, di cui esiste un busto in pieno centro, non offriva particolari attrazioni oltre al palazzo del Municipio, i pub antichi e le sue vie tranquille e poco trafficate. La cittadina si trova nel Donegal e abbiamo soggiornato in un ostello-casa economicissimo ma con “russatori” in camerata che ci hanno fatto “soffrire” per le 2 notti in cui siamo stati li, per il resto oltre a cercare la tomba della “regina” nella Carrowmore Megalithic Cemetery in mezzo alla brughiera, dove ho trascinato mio fratello prima in autobus e poi a piedi, non abbiamo visto granchè.

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La visità alla tomba a tumulo si è interrotta perchè ha iniziato a piovere fortemente e si trattava di arrampicarsi su delle rocce, seguendo un percorso accidentato fino al tumulo, così dopo una breve sosta, abbiamo preferito tornare indietro fino alla fermata dell’autobus, godendoci però un panorama fantastico costituito dal laghetto adiacente e dalla brughiera sotto la pioggia, attraversata da muretti a secco, e qualche casa in rovina ogni tanto.

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Ormai il nostro viaggio volgeva al termine e non ci restava che prendere l’autobus per Dublino (i treni in Irlanda costavano tantissimo…),così la mattina presto, lasciato il nostro ostello-casa, abbiamo di nuovo attraversato l’isola seguendo strade attraverso la brughiera, fino alla capitale, dove ci siamo fermati per una notte nello stesso ostello e abbiamo fatto scorta di wiskhy e prodotti tipici irlandesi, il nostro aereo partiva all’alba dopo 2 giorni, così abbiamo preferito pernottare in aeroporto l’ultima notte, in attesa del volo per Roma Ciampino che partiva verso le 6.00, senza dimenticare di fare acquisti di vari wiskhy irlandesi che abbiamo trovato incredibilmente a prezzi scontati nel Duti Free-Shop dell’aeroporto di Dublino.
Un altro viaggio terminava, ma visto che era durato solo circa 11 giorni, ci siamo subito detti che torneremo sicuramente in futuro per approfondire la conoscenza di questa isola così misteriosa e affascinante e la promessa è ancora valida….

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Erasmus mon amour: Sevilla.

Scusate la lunga assenza, ma il estate si “lavora” e più o meno in base agli arrivi e devo “accogliere” ospiti e viaggiatori…Comunque, parlerò di qualcosa che tutti conosceranno e che ha a che fare con il viaggio e il cambiamento in generale oltre alla “scoperta” di nuovi orizzonti e prospettive di vite: quel “Progetto Erasmus” che ha fatto viaggiare e studiare, conoscendo un altro paese europeo milioni di studenti italiani e stranieri.

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Come “studente Erasmus” sono partito un pò “stagionato”, nel senso che a 29 anni, senza un lavoro, una prospettiva lavorativa futura, oltre a solo qualche collaborazione occasionale, mi ero iscritto di nuovo all’università per prendermi una seconda Laurea, dato il tanto tempo libero che mi trovavo a “gestire”. L’intenzione era specializzarsi in “Archeologia e cultura del Mondo Antico e Medioevale” dato che provenivo da una vecchia Laurea in Conservazione dei Beni Culturali: ovviamente si tratta di Lauree “umanistiche” che danno “miriadi di opportunità di lavoro in Italia”…direte voi, in effetti ci sono più archeologi disoccupati che ingegneri nel Bel Paese pieno di opere d’arte, beni culturali, parchi archeologici e rovine antiche, ma questa è un’altra storia…

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Comunque dopo un anno decisi di “tentare” L’Erasmus, destinazione ovviamente Spagna, e per la precisione Siviglia, in Andalusia; avendo una media voti “alta” e un buon numero di esami superati, feci domanda e nonostante i posti disponibili fossero solo 4, immaginando che ci sarebbe stata “folla” e sarei stato superato in graduatoria da qualcuno più meritevole, mi ritrovai pochi giorni dopo con la comunicazione di accettazione della mia domanda in mano. Andai così a seguire il corso di orientamento e lingua spagnola in mezzo a ragazzini di 20-22 anni in previsione della mia permanenza in Spagna. Per farla breve la preparazione mi prese tutta l’estate del 2009 poi partii a settembre, senza sapere lo spagnolo, un pò inquieto ma con grande interesse per quello che avrei trovato in quella città che è Siviglia.

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Le prime impressioni furono molto positive: chi conosce Siviglia, saprà bene che è una città del sud della Spagna, molto calda e turistica, ma anche caratteristica e ricca di vita e cultura. Dopo un paio di giorni in hotel, riuscii a trovare un appartamento “compartito” con altre 3 ragazze lavoratrici: una peruviana, una guatemalteca e una rumena.
In un certo senso, per la mia conoscenza dello spagnolo, ciò fu la mia salvezza: a differenza di TUTTI gli altri studenti italiani che frequentai e incontrai nella mia permanenza di 6 mesi, i quali tendevano a prendere casa assieme, finendo per parlare italiano in casa, e fare i “turisti” per la città, io praticai subito la lingua in modo diretto e continuativo con le mie companeras de piso, anche per molte ore al giorno, specialmente uscivo con una di loro, la ragazza guatemalteca, che mi aiutava ad approfondire l’idioma e mi fu di grande aiuto. Heidi sarebbe rimasta una mia grandissima amica e in seguito l’ho rivista quando ho fatto di nuovo un “giro” in Andalusia. A lei sono legato da una profonda amicizia, e anche quando lei cambio casa per il costo della pigione, continuai a frequentarla di tanto in tanto.

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La città in autunno era stupenda:  girai Siviglia in lungo e in largo, perdendomi fra i “barrios” del centro storico o passeggiando per il lungo-fiume, inoltre andavo a “Clases de espanol” e ai corsi universitari nella Sede Centrale della Universidad de Sevilla spostandomi in autobus e attraversando tutto il centro urbano, dato che vi erano varie facoltà sparse per la città, mentre la sede centrale de la “Universidad de Sevilla” si trovava all’interno di un maestoso edificio: si trattava di una antica fabbrica monumentale di tabacco, posta proprio nel Centro Storico, a due passi dall’Avenida de La Costitution e dalla Cattedrale dove sono state poste le spoglie di quel Cristoforo Colombo che fece “grande” Siviglia con i commerci aperti dalle sue spedizioni nel Nuovo Mondo. Feci amicizia anche con qualche ragazzo spagnolo dei corsi che seguivo, nel frattempo il mio idioma migliorava sempre di più e continuavo a girare instancabilmente la città in bicicletta (finchè non me la rubarono davanti al Centro Commerciale di Nervion Plaza…) e poi a piedi e in autobus…

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Nell’appartamento ci furono “cambiamenti”, una delle coinquiline, la rumena, era “scappata” via nei primi giorni della mia permanenza, una notte, senza pagare l’affitto arretrato al padrone di casa, pochi giorni dopo il mio arrivo, prima di novembre, andò via anche la mia amica guatemalteca Heidi e rimasi con con Maribel, la signora peruviana e un nuovo coinquilino trovato dal “duegno” dell’appartamento: si trattava di un giovane “sevillano” doc un pò sbruffone e infantile su cui sorvolerò perchè non c’è molto da dire sul suo conto…
Arrivo dicembre e strano a credersi arrivo anche una ventata di freddo gelido, inusuale per una città come Siviglia, anche perchè dovete sapere che nelle case non ci sono termosifoni e i sivigliani  e gli andalusi in generale usano stufette portatili ad aria calda e termosifoni elettrici a ruote. Io avevo solo una ventolina elettrica e nessun vestito pesante, dopo qualche giorno di “sofferenza” comprai in un grande magazzino un giaccone sintetico per proteggermi dal freddo, mi procurai anche qualche pantalone jeans pesantee in seguito scarponi invernali. In dicembre sulla città cadde perfino della neve, passai la vigilia di Natale con la mia amica guatemalteca e le sue coinquiline nel loro appartamentino in un barrio in periferia, fra musica latino-americana e balli, oltre a cibo tipico dei loro paesi d’origine.

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Il giorno di Natale sotto una pioggia battente lo passai a casa della figlia di un amico di famiglia, che era finita a Siviglia da un annetto in cerca di lavoro e faceva la “carpintera”, il Capodanno invece lo passai con i miei genitori, che erano venuti a trovarmi, in piazza, dietro l’Aiutamento della città (L’edificio del Municipio), per poi tornare a casa a piedi come al solito, dato che gli autobus erano tutti fermi per la festività.

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Durante i miei vagabondaggi per la città, in autunno, avevo già visto quasi tutti i musei, il Real Alcazar (antica residenza reale dei Reali di Spagna usata ancora in estate da Re e famiglia reale…) e la “Galeria des Bellas Artes”, avevo partecipato a qualche “boteillon” (il riunirsi fra giovani per strada, in un luogo designato e bere quello che ci si porta da casa, chiacchierando), poi con l’arrivo delle piogge, in una regione di solito arida e secca, mi trovai a dover passare il tempo in posti chiusi, fra cinema e bar, dove si servono tapas “povere” e “cerveza” andalusa chiamata “Cruz Campo” che gli andalusi non mancano mai di lodare, anche se in realtà è una birra leggera e con poco corpo, molto dissetante che tende però a gonfiare lo stomaco e a fare troppa schiuma…

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L’anno che arrivo, il 2010, mi porto 3 mesi in cui il tempo tornò ad essere mite e mi permise di girare la regione, senza trascurare i corsi universitari e la “Clases de espanol”, io e Goffredo, un’altro giovane italiano originario della Liguria eravamo probabilmente i migliori allievi della nostra “Profesora” di spagnolo, così in Gennaio, dopo l’esame di 1° livello superato brillantemente, ci iscrivemmo entrambi al secondo livello di lingua, anche se sapevo che avrei potuto frequentare il corso al massimo fino alla fine di marzo, quando scaduto il mio periodo Erasmus di 6 mesi non sarei rimasto ulteriormente, curiosamente in Italia si prospettava la possibilità di entrare in una società dove lavorare in ambito “turistico-ricettivo” nella gestione di un ostello assieme a mio padre perchè una socia intendeva andarsene e altrimenti si sarebbe dovuta chiudere l’attività…

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Continuai nei miei vagabondaggi, da solo o assieme ad alcuni studenti italiani Erasmus come me, a volte un ragazzo tedesco in Erasmus, Benjamin, mi accompagnava in queste “gite” come ad esempio durante il Carnevale di Cadice: porto di mare famoso proprio per questa festività in cui il caos della ricorrenza si mischiò anche in quella occasione con fiumi di birra, costumi colorati e variegati (io mi ero vestito da “platano canario…immaginate un pò voi…). A Cadice però ero già stato in settembre per fare il bagno, buscandomi una bronchite per via dell’acqua fredda e dell’aria condizionata in treno.
Poi andai da solo a Jerez de la Frontera, cittadina famosa per il suo sherry apprezzato come aperitivo soprattutto dagli inglesi ed esportato dagli spagnoli in tutto il mondo, oltre al il vino bianco “secco” che si vende in gran quantità e si consuma nelle notti afose e calde. Non mancai di visitare assieme ad un gruppo di giovani studenti italiani anche Cordoba e la sua famosa “Mesquita” araba trasformata poi in chiesa cristiana con la “Reconquista”.

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Il mio periodo di permanenza volgeva al termine: superai brillantemente i due esami universitari con voti altissimi che non mi sarei aspettato, e ormai parlavo uno spagnolo fluente e conoscevo qualche parola gergale di andaluso, ma restavano solo pochi giorni, poi avrei dovuto lasciare l’appartamento, mentre la primavera e la “feria de april” si approssimavano in città.
Feci un ultimo “viaggio” fino a Madrid, via Autobus, con l’intenzione di vedere il Museo del Prado e tornare la sera, ma la distanza era tanta alla fine visitai solo genericamente la Capitale trovando i madrilegni molto diversi dagli andalusi: più sofisticati e aristocratici, anche se con una ottima “dizione” nella loro lingua spagnola. Mi feci strada far le strade di Madrid e il suo Parco, salendo le sue vie dritte che si inerpicavano su per la collina fino al Parlamento Spagnolo e in nottata tornai a Siviglia distrutto per il lungo viaggio.
Pochi giorni dopo salivo sull’aereo che mi avrebbe riportato in Italia dopo 6 mesi e poco più: in questa città andalusa caotica e un pò “ladrona” popolata da gitani, stranieri, andalusi, spagnoli, turisti e una miriade di studenti, una città caotica ma popolare e conveniente: in questo posto lasciavo un pugno di amici che avrei rivisto ancora in seguito, nei miei ricordi rimanevano un sacco di posti visitati come l’Alameda des Ercules o la Colonia Romana di Italica con il suo anfiteatro e soprattutto, colori, sensazioni, gusti e sapori di tapas e vino andaluso, cerveza e profumi di fiori dei giardini curatissimi nei patii della città, un giorno, alcuni anni dopo, sarei tornato per rivedere i luoghi che avevo lasciato, ma questa è un’altra storia….

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Mexico 2008…Prima parte.

Dopo una lunga pausa torno a parlare di viaggi: scusatemi….ma non avevo proprio voglia di scrivere…comunque ora vi racconterò un viaggio in un posto “fantastico” pieno di luci ed ombre:

Nel luglio del 2008 ho accompagnato mia madre in Messico: chi conosce il paese sa che è un coacervo di bellezza e disperazione, povertà e meraviglia.
Con il nostro volo IBERIA facciamo uno scalo notturno all’aeroporto di Madrid, poi all’alba proseguiamo per Città del Messico attraversando per la prima volta l’Atlantico: La tentacolare capitale dello Stato Nord-Americano che conta con la zona metropolitana quasi 20 milioni di persone ci si presenta all’alba immensa e frenetica già durante le fasi di atterraggio all’aeroporto.
Nell’enorme spazio degli arrivi troviamo ad attenderci gli amici insegnanti della RIDEF (ricordate il viaggio in Finlandia? Andate a rileggere o leggete ora se non sapete di cosa parlo…), che ci fanno sentire un calore e una umanità che fa bene al cuore. Quest’anno il Campo internazionale RIDEF si terrà a Metepech, nello Stato di Puebla, fra qualche giorno.
Dopo saluti e abbracci, i nostri “padroni di casa” ci guidano con sicurezza verso il desk dei taxi autorizzati, chiamano un taxi per noi, che ci porterà fino all’hotel e ci augurano tutto il bene del mondo. Saliti sul taxi la sensazione sulla città è che sia un pò “pericolosa”. Poi il nostro taxista si assicura che le portiere siano ben chiuse, come i finestrini, mette le sicure alle portiere e ci immergiamo in auto nel traffico sterminato della città.
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Dappertutto vediamo camionette e auto della polizia cariche di poliziotte (uomini e donne armati letteralmente fino ai denti), per le strade ci sono anche guardie private armate, agli ingressi di vari negozi, banche, hotel, ma la gente pare non farci caso:si tratta di una umanità variegata fatta si di poliziotti ad ogni incrocio, ma anche di persone intente a pulire pavimenti e marciapiedi davanti ai propri negozi, ragazze che camminano spedite, coppie di innamorati, sfaccendati, lustrascarpe pronti a servire i clienti di passaggio e persone, persone, persone.
Giunti in hotel, effetuato il check-in e disfatte le valigie, anche se non abbiamo dormito molto in aereo, ci concediamo una doccia veloce e poi facciamo il nostro primo giretto, che si trasforma in una camminata fino allo “Zòcalo” o Piazza della Costituzione: una delle più grandi piazze del mondo. Al centro si erge un’asta enorme da cui sventola una bandiera messicana. Ci dirigiamo alla Cattedrale Metropolitana della città, nonostante l’altitudine a cui si trova la capitale, oltre i 2000 metri su un altipiano di origine vulcanica, non avverto nessun disturbo e continuiamo a girare per il centro storico, dopo aver visto la Chiesa, che però non mi ha impressionato con il suo barocchismo esagerato e la sua mole. Proseguiamo il nostro giro, dopo un pranzo in un ristorante affacciato sulla piazza, camminando fino a sera, fermandoci in qualche panaderia o in vari negozi, e torniamo lentamente verso l’hotel, fermandoci a lungo davanti al “Palacio de las Bellas Artes”: un museo che sorge ai margini di un parco, dove i messicani passano le ore che precedono la notte, rilassandosi, chiacchierando, ridendo e mangiando semi di zucca o sorseggiando qualcosa.
Anche noi compriamo semi di zucca da una anziana india che ci ringrazia e restiamo seduti sul bordo di una aiuola guardando al gente che ci passa davanti, percorrendo l’Avenida Juarez, piena di traffico ad ogni ora del giorno.
Prima che scocchino le 9 della sera, insisto con mia madre per alzarci e tornare all’hotel per riposarci un pò nonostante il jet-lag, perciò passo la notte a prendere appunti di viaggio e a leggere “La polvere del Messico” di Pino Cacucci mentre mia madre russa….
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Quando ci alziamo verso le 8.00 è una domenica un pò uggiosa e dopo colazione vado in giro per la città in cerca di un adattatore per le prese di corrente elettriche nell’hotel, che mi permetta di ricaricare cellulari, fotocamera e videocamera. Passiamo la domenica visitando il Palazzo del Parlamento e del Governo Federale,  affacciato sullo Zòcalo, il Tempio Major, dove una volta sorgeva Tenochtitlan, l’attuale Città del Messico, un tempo  capitale dell’impero azteco. Concludiamo la nostra ennesima “passeggiata” visitando il Palazzo del Bellas Artes dove ci eravamo fermati il giorno predente per riposarci: essendo domenica scopriamo che tutte queste attrazioni sono “gratis” e non possiamo che apprezzare la fortuna che ci è capitata.
Date le distanze enormi finalmente decidiamo di prendere la metropolitana l’indomani, e lunedì mattina, partiamo sempre in metro alla volta del Parco di Chapultepec, che risulta chiuso, perchè è lunedì….
Il tempo è mutevole e variegato nell’arco di una giornata quì aCittà del Messico, dato che a volte sembra voglia piovere, poi si alza repentinamente il vento o esce un sole che ci riscalda un pò. La mattina l’aria è gelata, anche a causa dell’altitudine fino alle dieci.
Per passare la giornata, dopo un giretto nel caotico mercato rionale, alla ricerca di un ufficio postale, pranziamo in un caffè, per strada compriamo in un negozietto della frutta e poi degli orecchini da una bancarella, proseguendo poi a piedi per un breve tratto lungo il Paseo de la Reforma. Gli altri italiani del gruppo RIDEF scesi con noi all’aeroporto, hanno alloggiato in un altro albergo e sono partiti per fare un giro pre-RIDEF nella città di Puebla, noi li seguiremo fra qualche giorno.
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Passiamo gli ultimi due giorni a Città del Messico visitando il grandioso Museo di Antropologia del Parco di Capultepech, immenso da vedere, poi facciamo acquisti in alcune “tiendas d’artisaneria” comprando “calaveras” (scheletri vestiti nei modi più fantasiosi o teschi in ceramica colorati e decorati riccamente),per poi spostarci fino al famoso e interessante Museo di Frida Kalo e Diego Rivera, in pratica la casa dove ha vissuto la coppia di artisti. Non possiamo evitare una visita anche alla casa di Lev Trocij e poi ci dirigiamo fino al quartiere di Cojoacan: una zona residenziale “bene” di Città del Messico. L’unica “disavventura” che ci capita è di perderci l’ultimo giorno nel barrio di Xochimilco, a sud del centro cittadino. Privi di una mappa della periferia, ci  smarriamo inevitabilmente fra le stradine tutte uguali del quartiere, “salvandoci” grazie alle indicazioni di un cartolaio e ad un pò di intuito, riuscendo a trovare una stazione della metropolitana, per tornare in centro, ma l’escursione sui canali di Xochimilco è valsa la difficoltà di ritrovare la strada. Domani andremo ad incontrare gli insegnanti messicani che ci faranno da “ciceroni” fino a Metepec per iniziare il campo, ma questa è un’altra parte di storia che racconterò il prima possibile….
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