Mexico 2008…Prima parte.

Dopo una lunga pausa torno a parlare di viaggi: scusatemi….ma non avevo proprio voglia di scrivere…comunque ora vi racconterò un viaggio in un posto “fantastico” pieno di luci ed ombre:

Nel luglio del 2008 ho accompagnato mia madre in Messico: chi conosce il paese sa che è un coacervo di bellezza e disperazione, povertà e meraviglia.
Con il nostro volo IBERIA facciamo uno scalo notturno all’aeroporto di Madrid, poi all’alba proseguiamo per Città del Messico attraversando per la prima volta l’Atlantico: La tentacolare capitale dello Stato Nord-Americano che conta con la zona metropolitana quasi 20 milioni di persone ci si presenta all’alba immensa e frenetica già durante le fasi di atterraggio all’aeroporto.
Nell’enorme spazio degli arrivi troviamo ad attenderci gli amici insegnanti della RIDEF (ricordate il viaggio in Finlandia? Andate a rileggere o leggete ora se non sapete di cosa parlo…), che ci fanno sentire un calore e una umanità che fa bene al cuore. Quest’anno il Campo internazionale RIDEF si terrà a Metepech, nello Stato di Puebla, fra qualche giorno.
Dopo saluti e abbracci, i nostri “padroni di casa” ci guidano con sicurezza verso il desk dei taxi autorizzati, chiamano un taxi per noi, che ci porterà fino all’hotel e ci augurano tutto il bene del mondo. Saliti sul taxi la sensazione sulla città è che sia un pò “pericolosa”. Poi il nostro taxista si assicura che le portiere siano ben chiuse, come i finestrini, mette le sicure alle portiere e ci immergiamo in auto nel traffico sterminato della città.
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Dappertutto vediamo camionette e auto della polizia cariche di poliziotte (uomini e donne armati letteralmente fino ai denti), per le strade ci sono anche guardie private armate, agli ingressi di vari negozi, banche, hotel, ma la gente pare non farci caso:si tratta di una umanità variegata fatta si di poliziotti ad ogni incrocio, ma anche di persone intente a pulire pavimenti e marciapiedi davanti ai propri negozi, ragazze che camminano spedite, coppie di innamorati, sfaccendati, lustrascarpe pronti a servire i clienti di passaggio e persone, persone, persone.
Giunti in hotel, effetuato il check-in e disfatte le valigie, anche se non abbiamo dormito molto in aereo, ci concediamo una doccia veloce e poi facciamo il nostro primo giretto, che si trasforma in una camminata fino allo “Zòcalo” o Piazza della Costituzione: una delle più grandi piazze del mondo. Al centro si erge un’asta enorme da cui sventola una bandiera messicana. Ci dirigiamo alla Cattedrale Metropolitana della città, nonostante l’altitudine a cui si trova la capitale, oltre i 2000 metri su un altipiano di origine vulcanica, non avverto nessun disturbo e continuiamo a girare per il centro storico, dopo aver visto la Chiesa, che però non mi ha impressionato con il suo barocchismo esagerato e la sua mole. Proseguiamo il nostro giro, dopo un pranzo in un ristorante affacciato sulla piazza, camminando fino a sera, fermandoci in qualche panaderia o in vari negozi, e torniamo lentamente verso l’hotel, fermandoci a lungo davanti al “Palacio de las Bellas Artes”: un museo che sorge ai margini di un parco, dove i messicani passano le ore che precedono la notte, rilassandosi, chiacchierando, ridendo e mangiando semi di zucca o sorseggiando qualcosa.
Anche noi compriamo semi di zucca da una anziana india che ci ringrazia e restiamo seduti sul bordo di una aiuola guardando al gente che ci passa davanti, percorrendo l’Avenida Juarez, piena di traffico ad ogni ora del giorno.
Prima che scocchino le 9 della sera, insisto con mia madre per alzarci e tornare all’hotel per riposarci un pò nonostante il jet-lag, perciò passo la notte a prendere appunti di viaggio e a leggere “La polvere del Messico” di Pino Cacucci mentre mia madre russa….
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Quando ci alziamo verso le 8.00 è una domenica un pò uggiosa e dopo colazione vado in giro per la città in cerca di un adattatore per le prese di corrente elettriche nell’hotel, che mi permetta di ricaricare cellulari, fotocamera e videocamera. Passiamo la domenica visitando il Palazzo del Parlamento e del Governo Federale,  affacciato sullo Zòcalo, il Tempio Major, dove una volta sorgeva Tenochtitlan, l’attuale Città del Messico, un tempo  capitale dell’impero azteco. Concludiamo la nostra ennesima “passeggiata” visitando il Palazzo del Bellas Artes dove ci eravamo fermati il giorno predente per riposarci: essendo domenica scopriamo che tutte queste attrazioni sono “gratis” e non possiamo che apprezzare la fortuna che ci è capitata.
Date le distanze enormi finalmente decidiamo di prendere la metropolitana l’indomani, e lunedì mattina, partiamo sempre in metro alla volta del Parco di Chapultepec, che risulta chiuso, perchè è lunedì….
Il tempo è mutevole e variegato nell’arco di una giornata quì aCittà del Messico, dato che a volte sembra voglia piovere, poi si alza repentinamente il vento o esce un sole che ci riscalda un pò. La mattina l’aria è gelata, anche a causa dell’altitudine fino alle dieci.
Per passare la giornata, dopo un giretto nel caotico mercato rionale, alla ricerca di un ufficio postale, pranziamo in un caffè, per strada compriamo in un negozietto della frutta e poi degli orecchini da una bancarella, proseguendo poi a piedi per un breve tratto lungo il Paseo de la Reforma. Gli altri italiani del gruppo RIDEF scesi con noi all’aeroporto, hanno alloggiato in un altro albergo e sono partiti per fare un giro pre-RIDEF nella città di Puebla, noi li seguiremo fra qualche giorno.
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Passiamo gli ultimi due giorni a Città del Messico visitando il grandioso Museo di Antropologia del Parco di Capultepech, immenso da vedere, poi facciamo acquisti in alcune “tiendas d’artisaneria” comprando “calaveras” (scheletri vestiti nei modi più fantasiosi o teschi in ceramica colorati e decorati riccamente),per poi spostarci fino al famoso e interessante Museo di Frida Kalo e Diego Rivera, in pratica la casa dove ha vissuto la coppia di artisti. Non possiamo evitare una visita anche alla casa di Lev Trocij e poi ci dirigiamo fino al quartiere di Cojoacan: una zona residenziale “bene” di Città del Messico. L’unica “disavventura” che ci capita è di perderci l’ultimo giorno nel barrio di Xochimilco, a sud del centro cittadino. Privi di una mappa della periferia, ci  smarriamo inevitabilmente fra le stradine tutte uguali del quartiere, “salvandoci” grazie alle indicazioni di un cartolaio e ad un pò di intuito, riuscendo a trovare una stazione della metropolitana, per tornare in centro, ma l’escursione sui canali di Xochimilco è valsa la difficoltà di ritrovare la strada. Domani andremo ad incontrare gli insegnanti messicani che ci faranno da “ciceroni” fino a Metepec per iniziare il campo, ma questa è un’altra parte di storia che racconterò il prima possibile….
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Belgio e Olanda in treno.

Nel settembre 2007 approfitto di un volo da Pescara a Charleroi, per vedere un pò di Belgio e Paesi Bassi, comunemente detti Olanda. Per arrivare ci vogliono meno di tre ore, atterrati, prendiamo un autobus per Bruxelles, da dove un treno dalla stazione centrale, dopo un pò di incertezze (rischiamo di prendere il treno veloce per Londra, perchè non riusciamo a capire dove sia il treno per Amsterdam e sbagliamo banchina…) ci porta ad Amsterdam in un oretta e mezza.

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Abbiamo prenotato in un ostello a pochi passi dai Canali, in particolare dal Keizersgracht: uno dei tre canali scavati nella città durante il secolo d’oro olandese. Il Singelgracht è l’area che comprende i canali storici di Amsterdam ed è stato inserito nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell Unesco; d’appertutto sono posteggiate biciclette e la città ci si rivela subito “caotico” e multietnica: ricca di vita, anche se molto cara, oltre che strapiena di turisti.
L’ostello si rivela letteralmente una “bettola” fra l’altro anche a caro prezzo in camerata mista, ma d’altronde non potevamo trovare di meglio: Amsterdam come già detto è carissima per le nostre tasche, nonostante l’euro e ci troviamo costretti a fare la spesa per risparmiare qualcosa sui pasti.
La mobilità però è eccellente: il giorno successivo, troviamo un deposito/noleggio biciclette e lasciando un congruo deposito noleggiamo due bici per i tre giorni in cui pernotteremo in città, per muoverci agevolmente, ci spostiamo attraverso le piste ciclabili che servono ogni angolo del centro abitato.

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Dopo un giro in Piazza Dam e una visita a qualche coffè shop per curiosità, inforchiamo le bici e andiamo in direzione del Rijksmuseum Amsterdam, purtroppo scopriamo che è in ristrutturazione, perciò non visitabile, se non in minima parte e preferiamo cambiare destinazione raggiungendo uno dei musei a mio avviso più ricchi ed entusiasmanti che abbia mai visto in vita mia dedicati ad un singolo artista: il Van Gogh Museum che ci “rapisce” in tutto il suo splendore fino ad ora di pranzo, quando un acquazzone ci costringe a consumare uno snack nel caffè del museo (ovviamente molto costoso), in attesa che smetta di diluviare.
Per fare la spesa troviamo un supermarket aperto 24 ore su 24 alla Station Amsterdam Centraal, che si rivela abbastanza conveniente per i piatti da asporto che consumiamo in un ostello strapieno e privo di cucina comune.
Nel pomeriggio pur di non restare in ostello (manca anche l’acqua per farsi una doccia a causa di un un problema alle tubature almeno fino all’indomani), facciamo un giro, passando attraverso il “red district” o quartiere a luci rosse dove si affacciano le famose vetrine con signorine che attirano i clienti potenziali (la prostituzione nei Paesi Bassi è legale), e ci dirigiamo al Hash, Marihuana & Hemp Museum: si tratta, come è facile comprendere dal nome, di un museo dedicato alla cannabis e ai suoi svariati usi,  che offre ai visitatori informazioni riguardo all’utilizzo storico e moderno della cannabis per uso medico e perfino religioso e culturale. L’esposizione è incentrato anche su come la canapa possa essere usata nella produzione agricola e soprattutto industriale, ovviamente c’è anche un gift-shop di accessori, vestiario e prodotti cosmetici realizzati esclusivamente a partire dalla fibra di canapa.

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“Rubo” una foto della zona di produzione e usciamo senza perdere tempo dirigendoci verso il  Vondelpark nel centro della città, dove ci rilassiamo un pò prima che cali il sole.
L’ultimo giorno lo passiamo fra L’Amstelpark situato fuori dal centro e L’Orto botanico di Amsterdam: uno dei giardini botanici più antichi del mondo, che data la stagione è ancora ricco di specie botaniche e perfino farfalle nelle serre chiuse. Le ninfee che vediamo poi sono uno spettacolo per gli occhi.
L’amstelpark è meno affollato rispetto al Vondelpark nel centrocittà, dove torniamo in mattinata, sempre sfruttando le nostre biciclette (qualche inconveniente con i sensi di marcia mi rimedia un “cazziatone” da una giovane olandese) e ci muoviamo velocemente, trovando riparo in qualche locale o sotto una pensilina quando arriva uno scroscio di pioggia.

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Il viaggio continua però e l’indomani mattina lasciamo con sollievo il nostro ostello e ci dirigiamo in treno verso Rotterdam: città commerciale e moderna di cui mi interessano soprattutto i musei. Appena scesi dal treno ci dirigiamo verso l’ostello che abbiamo prenotato, e notiamo subito l’assenza di caos o sovrappopolazione, tangibili invece per le strade di Amsterdam. Rotterdam si rivela una città piacevole e tranquilla, l’ostello è pulito e spazioso; passiamo il primo giorno a vedere il Museum Boijmans Van Beuningen che ricordo dai tempi dell’università e il pomeriggio girovaghiamo per il centro storico in verità completamente ricostruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, perciò riesco a convincere Pierpaolo a fare un salto a l’Aja l’indomani: la città sede del parlamento e del governo dello Stato, pur non essendone la capitale, che è Amsterdam, è sempre la terza città per grandezza dei Paesi Bassi, e dal 1831 è anche residenza della casa reale dei Paesi Bassi.
La mattina successiva prendiamo un treno regionale e giungiamo all’Aja in un oretta, purtroppo scrosci di pioggia continui rovinano la nostra “gita” e dopo un giretto nel centro della città, fuggiamo verso la stazione per tornare il prima possibile a Rotterdam: quì faccio una passeggiata con Pierpaolo per cercare di raggiungere le Kubuswoningen conosciute comunemente come “Case cubiche di Piet Blom”, situate in prossimità del vecchio porto. Purtroppo anche in questo caso una forte pioggia ci costringe a desistere e ci “salviamo” rifugiandoci nella KunstHal: un museo d’arte contemporaneo famoso soprattutto per la sua struttura, in cui è vietato fare foto ovviamente…

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Dopo aver visto le collezioni permanenti e temporanee, oltre ad una mostra fotografica di cui riesco a prendere uno scorcio, torniamo in ostello: la pioggia ha lasciato dietro di se solo ampie pozze d’acqua e prepariamo i bagagli per l’indomani.
Il nostro treno ci riporta questa volta verso il Belgio, con una tappa di qualche giorno ad Anversa: città commerciale famosa per i diamanti, multietnica e pacifica, visitiamo il quartiere ebraico o quartiere dei diamanti, senza dimenticare il Grote Markt, detto comunemente piazza del mercato e la Rubenshuis: la casa seicentesca del famoso pittore, diventata un museo con diverse opere del Maestro e le sue collezioni.
Questi giri ci portano via ben due giorni, al termine dei quali ci aspetta l’ultima giornata ad Anversa, che passiamo cercando souvenir e facendo una visita della Cattedrale e ripassando per il “quartiere dei diamanti” pensando di acquistare qualcosa per mia madre, ma i prezzi proibitivi ci frenano…
Anche Anversa ha dei canali, ma obiettivamente non sono quelli di Amsterdam, tutti parlano il fiammingo ed evitano il francese, riusciamo comunque a farci comprendere e l’indomani mattina lasciamo l’ostello diretti verso Bruxelles, sempre in treno ovviamente.
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Man mano che ci avviciniamo alla capitale belga, abbiamo l’impressione che la tolleranza e ricchezza di queste terre di “mercanti” lascino il posto a povertà e tristezza, testimoniate da senzatetto e povera gente presente alla Stazione ferroviaria di Anversa (assenti invece ad Amsterdam e Rotterdam o all’Aja),  troviamo anche molti clocard rifugiati in caffetterie e tavole calde, dove passiamo il tempo nell’attesa di raggiungere l’aeroporto di Charleroi.
Verso sera andiamo a ritirare il bagaglio alla stazione di Bruxelles, dove, complice anche il tempo clemente, incrociamo una umanità variegata e multietnica. Saliamo su uno degli ultimi autobus per l’aeroporto e giungiamo verso mezzanotte al terminal in attesa del volo che l’indomani ci riporterà a Pescara verso mezzogiorno. Un altro viaggio volge al termine.
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Praga a Capodanno.

Dopo alcuni giorni di pausa in questo caldo anticipo di primavera racconterò il mio primo Capodanno all’estero: per l’occasione il 28 dicembre 2006 siamo partiti come gruppo di amici alla volta della famosissima città di Praga. Nel 2000 avevo già visto la neo-capitale della Repubblica Ceca durante una manifestazione, ma all’epoca la città era ancora poco turistica, questa volta invece tutto era cambiato…

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Atterrati all’aeroporto di Praga-Ruzyně in modo abbastanza “brusco” a causa della presenza di neve e ghiaccio sulla pista (un paio di miei amici hanno “pregato” durante l’atterraggio….), ci siamo diretti con lo shuttle-bus in centro obiettivo un ostello non lontano dal centro città prenotato su hostelworld.
Dopo aver lasciato i bagagli nella camerata da 8 che dividevamo con altri 3 inglesi, siamo partiti alla volta della città notturna, ghiaccio e neve ai lati della strada non ci hanno scoraggiati, anche se i miei amici hanno gusti abbastanza standard e invece di fermarci alla tavola calda sotto l’ostello (in corso di apertura, stavano ancora montando l’insegna…), siamo finiti in un KFC….dove una ragazza locale ha anche tentato di “sottrarre” la borsa al nostro amico Manuel; io e mio fratello ci siamo accorti in breve degli strani atteggiamenti della giovane (avvicinarsi al nostro tavolo con fare circospetto e sedersi proprio alle spalle di Manuel, nonostante tutti gli altri tavoli intorno vuoti, coprendosi parzialmente il volto e senza ordinare nulla, lanciando continui sguardi intorno e alla borsa di Manuel poggiata ai suoi piedi non era molto “normale”), così avvisato, lui si è prontamente messo la borsa a tracolla aprendola e fingendo di frugarvi dentro, la giovane ragazza si è subito alzata di colpo e ha lasciato il locale prima senza dire una parola.Dopo questa breve parentesi siamo tornati in ostello, la visita della città si era fermata a poche strade e uno scorcio del Castello di Praga adagiato su una delle alture che sovrastano la città, l’indomani avevamo intenzione di vedere il centro, non saremmo rimasti delusi.

Praha_staromestske_namesti_2003https://it.wikipedia.org/wiki/Piazza_della_Città_Vecchia

In mattinata, dopo una colazione a base di gulash, yogurt e caffè o tè nella tavola calda sotto l’ostello, abbiamo raggiunto a piedi la piazza di San Venceslao (Václavské náměstí, famosa per la morte di  Jan Palach, studente universitario che si diede fuoco in segno di protesta contro l’occupazione sovietica del ’68.
Da lì abbiamo raggiunto sempre a piedi la Piazza della Città Vecchia detta anche  Staroměstské náměstí. Famosa per il suo orologio astronomico e per la chiesa di Santa Maria di Tìn, ricca di edifici gotici e romanici, la cosa notevole ai nostri occhi è stata vedere Il meccanismo  composto da tre elementi principali in azione: il quadrante astronomico, sul quale, oltre all’ora, sono rappresentate le posizioni in cielo del Sole e della Luna, insieme ad altre informazioni astronomiche e il “Corteo degli Apostoli” (un meccanismo che, allo scoccare di ogni ora, metteva in movimento delle figure rappresentanti appunto i 12 Apostoli; e un quadrante inferiore composto da 12 medaglioni raffiguranti i mesi dell’anno). Nell’attesa che il meccanismo si attivasse abbiamo consumato una pilsner a “caro prezzo” seduti ai tavolini di una delle tante birrerie di fronte all’edificio.
Nonostante i prezzi in corone ceche, abbiamo subito notato il fatto che avremmo dovuto “stare attenti” al cambio con l’euro, in quanto molti importi erano “gonfiati” (trattandosi anche di un periodo di alta stagione era piuttosto ovvio, perciò non ci siamo lamentati più di tanto proseguendo il nostro giro fino al  quartiere storico di Malá Strana, per poi dirigerci fino al vecchio cimitero ebraico di Praga, dove ho fatto le mie solite riprese, fra lapidi e tombe, perdendomi nei meandri della storia così stratificata in un luogo di norma dedicato alla morte ma che ci ha colpito profondamente per la sua bellezza.

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Tornati all’ostello in serata, purtroppo ho iniziato ad accusare i sintomi di una febbre dovuta al freddo preso prima di partire, così la mattina successiva, nonostante una doccia calda e un te con miele, sono rimasto a letto mentre gli altri facevano un giretto turistico di poca rilevanza (andare al Rock Cafè di Praga a prendersi una birra a mio avviso non era il massimo…). Rimanendo a letto in attesa dell’indomani 31 dicembre le mie condizioni sono migliorate anche grazie al sonno ristoratore da cui mi hanno risvegliato i giovani inglesi con cui condividevamo la camerata, entrati in camera nel pomeriggio. La mattina successiva, anche se non avevo fame, ho mangiato qualche dolciume e un pò di cioccolato, poi intabarrato in giaccone, colbacco, guanti e sciarpa, ho seguito dopo pranzo in silenzio (mal di gola e raucedine erano sopraggiunti nella notte al posto della febbre che mi aveva per fortuna lasciato) il resto del gruppetto. Abbiamo passato il tempo in Piazza della città vecchia, fra la pista di pattinaggio, bancarelle e mercatini che affollavano la piazza, nell’attesa che arrivasse la sera, ascoltando le band musicali che si avvicendavano in piazza. L’intenzione era poi di andare ad attendere il Capodanno sul Ponte Carlo che attraversa la Moldava, fra un gelo siberiano dovuto anche all’umidità del fiume e persone che si accalcavano fino a saturare totalmente il passaggio prima di mezzanotte in attesa dei fuochi d’artificio, sparati dal Castello sull’altura alla nostra destra. Allo scoccare del nuovo anno un tripudio di fuochi sparati dal ponte e intorno a noi, si è unito a quelli del Castello: petardi, razzi, bombe carta e qualunque tipo di oggetto pirotecnico sono stati lanciati in aria, alcuni esplodendo perfino sopra le nostre teste nel panico generale.
Siamo rimasti sul ponte per un pò, un pò scossi dai botti, per poi riavviarci verso l’ostello con molta calma, fermandoci sulla strada e bere qualcosa in un piccolo locale lungo la strada, fra i fumi dell’alcool dei miei amici, io che ovviamente non ho toccato un goccio ho proseguito con loro fra cumuli di fuochi d’artificio e rifiuti di ogni genere abbandonati per strada e nelle piazze della città. Verso le 4.00 di mattina abbiamo rincasato nella nostra camerata (inglesi assenti) e siamo piombati in un sonno profondo fino a mezzogiorno. Il resto del 1° Gennaio 2007 lo abbiamo passato in camerata e solo la sera, affamati, siamo riusciti a trovare una pizzeria da asporto aperta per mangiare qualcosa.
Il nostro aereo partiva il giorno successivo nel pomeriggio, così dopo un veloce giro in cerca di “souvenir” nel centro della città e una visita della Galleria Nazionale di Praga per ammirarne le collezioni, abbiamo fatto i bagagli e siamo tornati in bus fino all’aeroporto: qui abbiamo comprato nei duty del terminal partenze qualche bottiglia di becherovka chiamata anche Třináctý pramen (ossia Tredicesima fonte), ovviamente un liquore prodotto n Repubblica Ceca, che avevamo avuto modo di assaggiare varie volte in queste giornate di fine d’anno, per poi imbarcarci velocemente sul nostro volo low cost per Roma Ciampino. Un altro ritorno a casa, stanchi e un pò spossati, mentre io ero ormai in via di guarigione e non vedevo l’ora di “creare”una “video-story” di quelle giornate a Praga, ma questa è un’altra storia e chissà se verrà raccontata prima o poi…
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Finisterre: viaggio “estremo” fino alla fine, perso nel nulla.

L’arrivo a Santiago de Compostela ci aveva galvanizzato e dopo una serata a cena nella “Meson do pulpo”: un ristorante tipico di cucina gallega, molto alla buona, ma veramente eccezionale, dove siamo andati assieme ad altri due pellegrini conosciuti sul Cammino: Michele un italiano molto devoto che si fermava in tutte le chiese che incontrava, quando lo abbiamo incrociato, e Cristina, una signora spagnola molto allegra che lavora a Madrid.
Dopo aver assaggiato il famoso “polpo alla gallega” e qualche antipasto, annaffiati con vino nero, il tutto a prezzi veramente ridicoli, siamo tornati fino al Seminario, prima che scattasse il coprifuoco e ci chiudessero fuori per la notte.
L’indomani Marzio voleva partire per la nostra ultima tappa, in teoria 2-3 giorni di marcia fino all’oceano, che per il sottoscritto si sono però risolti in un disastro.

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Partiti la mattina con calma, verso le 8.00, nonostante la smania del mio compagno di viaggio ritrovato, ho appeso i vestiti ancora umidi allo zaino e ci siamo incamminati fuori dalla città.
Il sole ci ha riscaldato e ha asciugato i vestiti stesi sugli zaini (io avevo recuperato il giorno precedente il mio all’ufficio postale dove lo avevo spedito con tutto il mio equipaggiamento e alleggerendo un pò ero riuscito a scendere a 10 kg), mentre cercavamo lentamente i segnali stradali che indicassero il finisterre.
Passando attraverso boschi carbonizzati dalla siccità di quell’estate, per poi accellerare, Marzio ha iniziato a rimanere indietro durante alcune discese, fino a che, giunto ad una chiesetta dove ho fatto una sosta per far apporre il sello, il mio compagno di viaggio mi è passato davanti senza vedermi.
Più avanti ci siamo incrociati di nuovo in un piccolo paesino bucolico, attraversato da un fiumiciattolo, da cui abbiamo proseguito facendo giri assurdi in cerca di segnali sul Cammino, invero difficili da trovare, forse perchè trattasi del “Cammino del Finisterre” che viene effettuato specie in auto, camper o bici, fino all’oceano, mentre i pellegrini a piedi sono veramente pochi perchè si fermano tutti a Santiago….

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Comunque diretti verso la cittadina di Negreira, a 3 km circa ho deciso di abbandonare il sentiero mal segnato e seguire la carretera extraurbana che pensavo più diretta, dando appuntamento a Marzio nella città: errore fatale….
Giunto a Negreira, fatta la spesa in un supermercato lungo la strada, ho atteso Marzio fino all’ora di pranzo, senza vederlo arrivare, così dopo una ulteriore attesa alla Porta della città ho proseguito da solo, sperando di incontrarlo più avanti. Il cellulare ovviamente era muto e non rispondeva alle mie chiamate.
A questo punto si sono accumulati errori su errori: ho sbagliato strada non ritrovando i segnali che indicassero il Cammino per il finisterre, nonostante la richiesta di informazioni e le indicazioni di un anziano gallego, mi sono perso lungo una carretera molto trafficata, evitando di fermarmi all’albergue municipal di Negrera, perchè erano solo le 12.00 e pensavo di poter andare più avanti, concludendo la tappa verso il finisterre l’indomani….
Perso lungo sentieri appena fuori dalla città che ho seguito scoprendo che erano semplici percorsi tagliafuoco, una delle cinghie dello zaino ha anche ceduto, costringendomi ad arrangiarmi con una riparazione al volo, e mentre avanzavo verso ovest cercando di uscire dal bosco per avere qualche punto di riferimento, ho incontrato una contadina che mi ha reindirizzato verso la presunta direzione giusta per il Cammino, infatti ho trovato il segno della conchiglia, ma dopo un chilometro circa non ne ho trovati più, stanco e preoccupato perchè fra soste e giri a vuoto ormai erano le quattro di pomeriggio, ho raggiunto la strada provinciale, senza acqua, fino a trovare una provvidenziale fontana, ma il dolore al ginocchio è tornato a farsi sentire, perciò mi sono affannato a cercare un posto per la notte, purtroppo l’albergue più vicino, secondo le indicazioni era a 16 km di distanza!
In una cerveceria dove ho sostato per consumare un pasto, con una birra offertami da alcuni avventori, ho chiesto se c’era un posto dove passare la notte e la ragazza del locale, gentilissima, mi ha indicato dove potevo raggiungere un Bar che affittava camere per la notte, solo che si trovava a 4 chilometri di distanza, rivelatisi poi 6, e il mio ginocchio mi ha costretto ad andare pianissimo, così che sono arrivato verso le 22.00 al bar. Qui ho avuto la sgradita sorpresa di ricevere un rifiuto netto dalla padrona del locale, nonostante le mie preghiere, davanti agli avventori silenti, mi è stata negata una camera per una notte, anche quando ho sventolato il denaro davanti e ho dovuto passare la notte sulla strada…
Amareggiato e spossato ho girato i tacchi e mi sono avviato lungo il cammino maledicendo la proprietaria del bar, la notte ha portato anche l’umidità e un freddo atroce, così dopo essermi sdraiato dietro a dei cespugli per riposarmi inutilmente, ho dovuto camminare per scaldarmi, ma il peggio doveva ancora venire: verso le 2.00 mentre avanzavo a tentoni lungo la strada presumibilmente giusta, nel primo villaggio addormentato che ho incontrato lungo la strada ho incontrato un grosso cane che ha cercato di aggredirmi, abbaiandomi addosso furiosamente mentre mi allontanavo tenendolo a bada con il bastone.
La notte sarebbe passata così. con continue deviazioni per evitare gruppi di cani, più o meno grandi e molto “territoriali” che mi abbaiavano contro. Fra soste in attesa dell’alba, mi sono ritrovato senza acqua, a salire una colina punteggiata di pale eoliche. Dopo l’ennesimo incontro con cani abbaianti e aggressivi che mi hanno anche inseguito, ho fatto qualche sosta, dormendo persino sull’asfalto ancora tiepido, dopo essermi lasciato i villaggi addormentati alle spalle. Alle 6.00 di mattina purtroppo il sole era ancora lontano dal sorgere, ma la fortuna ha iniziato a girare a mio favore: trovata una fontanella nei pressi di una piscina chiusa,ho fatto rifornimento e mi sono addormentato su una panchina, letteralmente spossato.
I raggi del sole nascente mi hanno risvegliato, così affamato ho proseguito lungo la strada in cerca di un bar dove far colazione.
Purtroppo nel locale dove mi sono fermato per un caffe, succo d’arancia e tostadas, sudato e puzzolente ho scoperto di essere ormai fuori strada almeno di 40 km in linea d’aria, più a sud di dove sarei dovuto essere…
Proseguendo sempre evitando cani aggressivi davanti a fattorie e porte di casa, ho affrontato l’ultima discesa della mia camminata fino al paesino di Eirez, da dove verso le 11.00 di mattina, sotto un sole cocente, ho appurato che “Cee”, la cittadina dove finiva il cammino del finisterre era a 55 km di strada, troppa per farla a piedi nelle mie condizioni fisiche,così mi sono rassegnato a prendere un autobus per la prima volta dall’inizio del Cammino di Santiago, raggiungendo prima la località di Munas e poi proseguendo fino a Cee dove sono giunto nel pomeriggio.
Qui non c’era molto da fare che attendere Marzio,che sono riuscito a contattare per telefono,che sarebbe arrivato nel pomeriggio. Preso possesso di una branda nello squallido dormitorio gestito dai Vigili del Fuoco di See, dopo una doccia e una dormita fino al pomeriggio inoltrato, ho atteso Marzio all’ombra: lui è arrivato spossato e affamato dopo 16 km percorsi da Oliveira.
Assieme abbiamo fatto apporre il sello nella chiesa locale e dopo una cena orrenda a base di “pasta alla carbonara” cucinata in modo pessimo in un ristorantino lungo la costa, siamo andati a dormire nell’albergue municipal.

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L’indomani ci restavano i 15 chilometri fino al promontorio del Finisterre, attraverso gli onnipresenti boschi bruciati e sentieri fra gli alberi, fino alla cittadina di Finisterre: poche case e un faro sul mare: il nostro viaggio è finito davanti all’oceano, dove abbiamo bruciato quasi tutti i vestiti che indossavamo, secondo una antica tradizione, indossando il cambio che avevamo, poi abbiamo ammirato il mare e lentamente abbiamo “realizzato” di aver terminato il cammino che ci eravamo proposti di fare fino all’oceano.
Tornati turisti o semplici viaggiatori, ci siamo lentamente riavviati a piedi verso Finisterre, e dopo un bagno e un pò di sole preso in spiaggia, siamo saliti a bordo di un autobus per Santiago De Compostela.
Il nostro viaggio in pratica si era concluso. A Santiago, una volta giunti in serata, saremmo rimasti una notte in un hostal privato solo per la notte, per poi passare le ultime due notti in un albergue privato e ripartire il 26 agosto con un aereo alla volta dell’Italia. Questi ultimi giorni li avremmo passati ritrovando un sacco di persone incontrate sul Cammino, oltre a ritirare la Compostela per il completamento del Cammino, in sostanza ci saremmo riposati e avremmo passato il tempo in attesa della partenza, ma questa è un’altra storia….

Cammino di Santiago: gli ultimi 150 km.

Da O’ Cebreiro, prima di ripartire calcoliamo le tappe che ci restano per giungere a Santiago de Compostela: ci aspettano ancora circa 152 km e forse il Finisterre se vorremo proseguire fino all’Oceano Atlantico, dopo qualche giorno di riposo.
Nonostante ci sentiamo stanchi fisicamente, il morale è alto, mentre ci prepariamo per la notte, incrociamo nel rifugio ACAG un gruppo di italiani che si stanno registrando, facendo apporre il primo timbro sulla Credencial, partendo da quì per il loro Cammino.
Essendo un pò perplessi, alle nostre domande il gruppo si giustifica, affermando di avere a disposizione pochi giorni di ferie, per affrontare il Cammino di Santiago, d’altronde veniamo a sapere che chiunque percorra almeno gli ultimi 100-150 km presentando la propria Credencial, ha diritto alla Compostela una volta giunto alla fine di quel breve percorso…
La cosa che ci disturba un pò è l’immagine da turisti che presenta questa comitiva chiassosa, pulita e riposata, che pare stia partendo per una scampagnata (di 150 km però), che con tutta probabilità prenderanno un autobus per saltare un pò di chilometri, senza dirlo a nessuno, mentre noi siamo stanchi, sporchi e silenziosi, dopo 700 chilometri, oltre che “consapevoli”, abbiamo barbe lunghe di quasi un mese come le esperienze maturate sulla strada che non potranno mai “condensarsi” in una settimana scarsa…
Da alcuni numeri che abbiamo trovato riguardo al Cammino, ormai siamo consapevoli che esso sia diventato un grande “business” oltre che fenomeno di massa anche molto superficiale a seconda dell’approccio dei “pellegrini” che partono senza zaino, portato comodamente direttamente all’albergue di destinazione in automobile da un comodo servizio di “trasporto mocilla”, altri fanno qualche tappa a piedi, per poi spostarsi con auto a noleggio o autobus, si può pernottare in hotel a 5 stelle, e addirittura per i più facoltosi farsi le tappe in taxi, poi ci sono i pellegrini “ciclisti” che macinano anche un centinaio di km a tappa e possono essere “pericolosi” per i pellegrini a piedi, data l’alta velocità e le strade non sempre larghe o ben livellate: nel 1987 i pellegrini censiti sul Cammino erano stati circa 3000, nel 2003, 3 anni fa, sono stati censiti sul Cammino di Santiago ben 300.000 pellegrini e i numeri continuano a crescere, vi lascio immaginare cosa possa essere diventato soprattutto il tragitto degli ultimi 100 km, di cui avremo riprova nella nostra marcia.
L’indomani 16 agosto partiamo sotto la pioggia che ci flagella per tutto il percorso: percorriamo ben 47 km fra pioggia e vento, sfiga e nebbia che ci fa sbagliare qualche pezzo di strada. Ci fermiamo al riparo delle chiese lungo il percorso per avere un pò di tregua dalla pioggia battente, e il giro “panoramico” che facciamo ci porta ad arrivare nel pomeriggio all’albergue privato che avevamo prenotato per telefono.
Mentre Marzio rallenta per alcuni acciacchi che lo tormentano, io vado avanti e riesco ad arrivare nella cittadina di Sarria, dove ci attende l’albergue, Marzio arriva un pò più tardi mentre sono intento a far asciugare i panni letteralmente zuppi, dopo una doccia, finiamo in una camera mista, assieme a due giovani ragazze spagnole e una tedesca, ma siamo troppo provati fisicamente per “socializzare” al di la di qualche saluto e frasi di circostanza, sdraiati nei letti per riprenderci, consumiamo una cena veloce verso sera, mentre fuori continua a diluviare e poi sprofondiamo nel sonno.

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Il mattino seguente, ripartiamo dopo una abbondante colazione, alle spalle della ragazza tedesca, che ha lasciato un libro nell’albergue, passeremo tutto il giorno a cercare di raggiungerla sul Cammino per restituirgli il volume in tedesco. Nell’albergue di Sarria ho avuto una piccola disavventura mentre asciugavo una felpa e le calze su una corda sintetica, stesa sulle piastre elettriche della cucina. Purtroppo mentre ero sdraiato nel letto a riposarmi un pò, la fune di nylon si è staccata per il peso e la felpa si è bucata a causa di una bruciatura rimediata sulle piastre elettriche regolate al massimo per far asciugare i panni. L’urlo della tedesca mi ha risvegliato e insieme a Marzio abbiamo evitato il peggio, spegnendo subito le piastre elettriche, ma d’altronde non avevamo che un cambio di vestiti per  questo giorno e qualcosa bisognava pur farlo asciugare in qualche modo, per quando saremmo arrivati a Portomarin, distante solo 24 km. Abbiamo così portato a termine questa tappa breve, mentre attraversavamo sotto la pioggia un paesaggio galiziano verdissimo e ricco di corsi d’acqua e ruscelli. All’arrivo in città siamo stati felici di rivedere un pallido sole e ci siamo sistemati nell’albergue municipal di Portomarin, strapieno di persone, sporco e privo di tutto, anche di coperte o lenzuola pulite, nella cucina comune mancava perfino il frigo ed era arduo cucinare con la dotazione di pentole e stoviglie disponibili. Verso le 19.00 purtroppo a ripreso a piovere e abbiamo dovuto recuperare precipitosamente i panni stesi ad asciugare…
Il giorno seguente nel buio più totale abbiamo lasciato la cittadina di Portomarin in coda ad un gruppo nutrito di pellegrini, fra i quali si distinguevano 4 frati polacchi avvolti nel proprio saio e con i cappucci calati sulla testa che li facevano assomigliare a personaggi del Signore degli anelli…
L’atmosfera ovattata e l’attraversamento del bosco, illuminato solo dalle stelle e poi dal chiarore dell’alba ci ha portati in un mondo quasi fiabesco e surreale, alimentato dalle nostre fantasticherie, abbiamo proseguito guidati solo dall’uomo che apriva la fila con la sua torcia elettrica, che si è fermato però più volte per controllare la direzione giusta, finché non abbiamo lasciato indietro il gruppo e ci siamo lanciati in avanti.
Poco dopo la pioggia ha ricominciato a cadere, e abbiamo accellerato la marcia: obiettivo la località di Leboreiro.
Dopo un paio di soste in altrettante chiese, dove abbiamo fatto timbrare la Credencial per poi proseguire fino alla località di “Mato Casanova” dove abbiamo preferito fermarci perchè, la pioggia era sempre più fitta e la strada si era allagata…
Praticamente in mezzo alla campagna, abbiamo trovato posto in un albergue municipal da 20 posti, proprio lungo la strada, fra alberi e campi coltivati.
Marzio avrebbe voluto proseguire, perchè avevamo fatto una tappa un pò troppo corta, mai il rifugio aveva acqua caldissima per le docce, letti comodi e offerta a donativo per passare la notte, perciò si è fermato anche lui.
L’unico problema era la cucina totalmente sfornita di alimenti e la mancanza di qualsiasi negozio di alimenti, taverna o ristorante, perciò dopo una chiacchierata con due italiane di Verona, mentre facevamo lavare i panni in lavatrice assieme ad un’altra giovane, un ragazzo del suo gruppo mi ha offerto con gentilezza una salsiccia e del pane uscite dal nulla e gli ho subito chiesto dove si era procurato quelle cibarie, dopo aver divorato tutto.
In pratica poco più avanti, in una casa di campagna, c’era un contadino che vendeva a chi poteva, pane, salsicce di sua produzione, uova, formaggio e perfino frutti di bosco, così prima che facesse notte, io e Marzio siamo andati a fare compere, sperando di non essere respinti. Abbiamo preso pane, formaggio e salsiccia (le uova erano finite) oltre ad un pò di lamponi gialli e rossi, e sono tornato di corsa nell’albergue di Casanova, dove abbiamo spazzolato quasi tutto, lasciandoci solo del pane da consumare domani a colazione con un tè, poi siamo andati a dormire mentre la pioggia continuava a cadere senza sosta dal cielo….

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Per recuperare la tappa fatta a metà, abbiamo dovuto percorrere ben 42 km, seguiti dalla pioggia a sprazzi, guadando pozze d’acqua fangosa lungo il sentiero sterrato, diretti verso il “Monte do Gozo” da cui si può vedere all’orizzonte per la prima volta la cittàdi Santiago de Compostela. Secondo la tradizione del Cammino ogni pellegrino dovrebbe fermarsi sul monte a pernottare, ma noi abbiamo deciso di fermarci 15 km prima ed evitare il caos e l’affollamento negli albergue sul monte, data la vicinanza alla meta.
Così giunti nella località di Melide, poco dopo Leboreiro, abbiamo raggiunto l’albergue municipal per farci timbrare la Credencial, trovando una sgradevole sorpresa: la notte precedente qualche “pellegrino” ospite dell’albergue, aveva inondato i corridoi dell’edificio con gli estintori anti-incendio, e la responsabile della struttura ci ha congedato bruscamente, lamentandosi degli ospiti dell’albergue, e urlando che quella sera la struttura sarebbe rimasta chiusa dopo la “bravata”, mentre si dava da fare per ripulire tutto, così abbiamo proseguito oltre sotto la pioggia fino alla località di Santa Irene, dove siamo giunti sotto un sole leggero che ci ha rinfrancato un pò.
Fatto il nostro ingresso nel piccolo albergue municipal, abbiamo scoperto che era al completo e per la prima volta ci siamo dovuti arrangiare a dormire per terra, come era accaduto ad un signore italiano due giorni prima. L’affollamento sempre più crescente di tutte le strutture, e le strade piene di pellegrini ci indicavano che ormai eravamo vicini alla meta, così, dopo esserci sistemati alternativamente sul pavimento e su due divanetti in pelle accostati, ottimi per distruggerci la schiena, abbiamo scherzato un pò e ci siamo addormentati in attesa dell’indomani.

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Finalmente siamo partiti al mattino per l’ultima tappa di 45 km, fino a Santiago, superato velocemente il Monte du Gozo in mezzo alla bruma del nuovo giorno, abbiamo costeggiato la pista dell’aeroporto di Santiago, totalmente recintata, in una atmosfera di attesa un pò surreale, fermandoci solo in una “casa rural” per consumare un pasto adeguato dopo la cena frugale in un ristorantino della sera precedente e la colazione minima per metterci in cammino quella mattina.
Con il tempo il sole ha bucato la nebbia, spazzandola via e riscaldandoci velocemente, mentre scendevamo quasi di corsa verso la città, ormai Santiago De Compostela era a portata di mano e abbiamo fatto ingresso seguendole indicazioni di una mappa ottenuta lungo la strada, per raggiungere la “Porta do Camino” verso la Cattedrale, dove volevamo assistere alla messa celebrata solo di domenica verso le 12.00. Esaltati dall’impresa appena compiuta, siamo entrati nella chiesa affollatissima, trovando un posto lungo la navata centrale e alla fine della messa abbiamo potuto assistere al “rituale” del lancio del “botafumeiro”: un incensiere acceso lanciato per tutta la lunghezza del transetto, mediante corde manovrate da membri della confraternita di Santiago in un tripudio di musiche d’organo, foto e mormorii di approvazione dalla enorme massa di persone raccolte nella navata.
Dopo un “abbraccio” rituale alla colonna dove era posta una statua di Santiago, eludendo la “sorveglianza” delle custodi della Cattedrale che impedivano l’avvicinamento anche ai pellegrini, ci siamo avviati stanchi ed affamati ma appagati verso il “Seminario Menor de Santiago de Compostela” dove avremmo potuto passare la notte e riprenderci, ma la struttura apriva alle 16.00, così ci siamo messi ad aspettare, mentre progettavamo un paio di giorni massimo di riposo e poi intendevamo effettuare il “Cammino del Finisterre” fino all’Oceano Atlantico, la dove le terre conosciute dall’uomo nell’antichità terminavano davanti alla vastità del mare sconosciuto, ma questa è un’altra storia e la narrerò nel prossimo e conclusivo capitolo di questo cammino.

exterior2http://www.alberguesdelcamino.com/it/santiago/albergue-seminario-menor

Cammino di Santiago: da Leon a O’Cebreiro, la “Porta” della Galizia.

Dopo i bagordi della notte ci alziamo “tardi” per i nostri “ritmi” sul Cammino, non prima delle 7.30. Riposati e soddisfatti perchè oggi non dovremo marciare, giriamo la città di Leon, mangiando paste e dolciumi, passeggiando lentamente, leggendo un giornale dopo settimane. In realtà man mano che il giorno di pausa si avvia alla fine, la quiete apparente lascia spazio ad una frenesia strisciante che cresce lentamente fino a sera.
Durante la sosta ritroviamo letteralmente un sacco di persone conosciute durante le nostre tappe separate: per me i ragazzi toscani, l’altro gruppo di fiorentini di mezza età. un tedesco incrociato sulla strada…
Rivediamo la Cattedrale di Leon prima di pranzo, facciamo la spesa per l’indomani e torniamo al calar delle tenebre nell’ostello dove ci siamo fermati un giorno in più come “turisti”.
La struttura dispone di vari “confort” che avevo dimenticato o non utilizzato da settimane: televisione in comune, giochi di società, videocassette, cucina con forno a microonde…
La stanchezza ci prende a fine giornata, sdraiati sui letti, dopo aver chiacchierato con una umanità varia e mutevole: ragazzi al loro primo giorno sul Cammino (c’è l’abitudine per molti che non hanno un mese di tempo disponibile di “dividere” il percorso in due tronconi: il primo da San Jean Pied de Port a Burgos o Leon, il secondo troncone fino a Santiago De Compostela), e di conseguenza molti impiegano due anni per portare al termine il Cammino….tornando sulla strada l’anno successivo durante le vacanze estive o le ferie, riprendendo da dove avevano interrotto la marcia.
Abbiamo passato il tempo anche a “raccogliere” timbri per la Credencial: un passatempo che non condivido molto, perchè lo considero una mera esibizione, ma che il mio compagno di viaggio ha portato avanti lungo tutto il Cammino, riempiendo la propria Credencial soprattutto con i “sellos” di tutte le chiese incontrate lungo il percorso, e che dovrà presto richiederne un secondo per potervi continuare ad apporre timbri….
L’indomani mattina 11 agosto 2008 la sveglia di Marzio non suona e ci alziamo “tardi” verso le 7.00, affrettandoci a prendere gli zaini già pronti dalla sera prima. I primi chilometri sono un monotono attraversamento di tutti i centri abitati intorno a Leon. Il Cammino costeggia spesso le carretera urbane, per poi inoltrarsi qualche volta nella campagna circostante.
Nonostante il riposo Marzio zoppica vistosamente e rimane indietro. Effettuiamo 3 soste per permettergli di raggiungermi e riposarci un pò, percorrendo alla fine 36 km fino ad Hospital de Orbigo: una tappa ritenuta da molti esageratamente lunga, ma che grazie al riposo, effettuiamo in poco meno di 8 ore, giungendo accaldati ed assetati verso le 15.00. La mia sacca dell’acqua per la prima volta è totalmente vuota e abbiamo dovuto dividerci i succhi comprati il giorno prima e l’acqua di Marzio, che in effetti beve molto meno di me.

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Per la notte alloggiamo in un antico e accogliente monastero, dove ci uniamo di nuovo al gruppo di toscani per la cena a base di pasta al sugo, carne e insalata per ritemprare le nostre forze. Giusto un bicchiere di vino per il sottoscritto, perché ho ripreso l’anti-infiammatorio per la tendinite sempre latente. Un signora vorrebbe insegnarci il tai-chi, ma noi vogliamo solo riposare, domani ci aspetta una tappa di 38 km e inizieranno le prime salite.
La mattina di marcia ci porta da Hospital de Orbrigo a Rabanal del Camino: abbiamo proceduto speditamente nonostante la mancanza d’acqua, dato che abbiamo trovato solo fontane “asciutte”. Purtroppo a Rabanal abbiamo trovato l’albergue  pubblico gestito da una associazione inglese totalmente occupato… così abbiamo ripiegato su un albergue privato da 75 posti letto, in camerate non troppo affollate, dove abbiamo consumato una cena a base di pasta con porzioni che dire abbondanti sarebbe riduttivo: mezzo chilo di pasta cucinata per due persone. “Mancata” l’esibizione di canti gregoriani in chiesa, a cui erano stati invitati tutti i pellegrini, non ci è rimasto che ritirarci in camerata e andare a letto presto.
Dopo l’ennesima sveglia all’alba, ci incamminiamo senza far colazione (gli albergue privati spesso non la prevedono, o iniziano il servizio di bar solo molto “tardi” per gli standard di chi vuol camminare con il fresco della mattina presto), con noi avevamo solo del pane e dell’acqua, ingoiamo entrambi e via perla salita che conduce a la “Cruz de hierro”. Giungiamo davanti al cumulo di sassi su cui svetta la croce metallica verso le 6.00, dopo un’ascesa di un paio d’ore, il sole nascente mi riscalda un po: la salita si è rivelata agevole, unico problema il freddo pungente dovuto all’altitudine. In precedenza avevamo fatto una sosta a Foncebadon per consumare una sostanziosa colazionein un bar aperto. Giunti alla Croce, abbiamo scattato qualche foto con il cellulare di Marzioe guardato i sassi depositati ai piedi della Croce: ogni sasso in teoria è stato portato fin li lungo il Cammino da un pellegrino, formando un cumulo di diversi metri su cui si erge per vari metri questo palo di legno con in cima la croce metallica. Intorno i più disparati oggetti lasciati li dai viaggiatori: borracce, bussole,bandiere, buste, foglicon messaggi, dediche sulla pietra….

800px-Cruz_de_Ferrohttps://it.wikipedia.org/wiki/Cruz_de_Hierro

Dopo un pò iniziamo la lunga discesa di 18 km che mette alla prova le mie ginocchia,per evitare problemi fisici, effettuiamo varie soste brevi, uso queste soste frequenti per fare varie riprese, mentre Marzio riposa la caviglia gonfia. Nonostante tutto il mio compagno di viaggio rimane indietro e mi fermo ad aspettarlo, per risparmiare un pò ilt endine del ginocchio dolorante. Arrivo a Ponferrada dolorante, finito il denaro contante, siamo costretti a cercare un bancomat, per fare un prelievo, e consumare un pranzo decente in attesa dell’apertura dell’albergue municipal: la struttura pubblica dei templari in cui riusciamo a trovare due posti prima che si riempia, ha ben 180 letti. Dopo aver preso possesso dei nostri giacigli in camerate da 8 posti, andiamo a vedere la Cattedrale di Ponferrada, e otteniamo dopo l’ennesimo sello sulla credencial alla fine della messa. Evito i timbri di bar e alimentari e mi accontento solo di quelli di Chiese, qualche convento lungo la strada e gli albergue dove ho pernottato, a mio avviso non è importante il “collezionismo” di timbri, quasi fosse una commercializzazione del Cammino, per mostrare che si è passati per un posto e fargli pubblicità, l’importante è  arrivarci in quel posto e continuare il proprio cammino…

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L’albergue si riempi di colpo e alcuni pellegrini vengono alloggiati nel cortile interno, esposti alla pioggia che flagella la struttura tutta la notte, l’indomani partiamo presto diretti verso Villafranca del Bierzo: luogo di villeggiatura molto turistico, ricco di chiese e salite. Alloggiamo nell’albergue municipal dopo una tappa breve di soli 20 km, l’unico inconveniente è la dissenteria che mi colpisce in mattinata, costringendomi a ricorrere a qualche medicinale. A causa di ciò arrivo spossato dalla fame, stanco di mangiare al ristorante, ho voglia di cucinare qualcosa e faccio una spesa abbondante per preparare pranzo, cena e colazione al sacco per due. A sera aggreghiamo anche Andreas: un argentino della Patagonia, conosciuto in precedenza da Marzio durante una tappa.
Andreas dimostra di apprezzare molto le penne all’arrabbiata, le bistecche al sangue che dividiamo fra noi e il contorno che riesco a preparare nella cucina comune abbastanza spartana dell’albergue municipal. In serata gusto il tramonto sulla vallata sottostante, bevendo un te seduto davanti all’ingresso dell’albergue. Gli ospiti della struttura chiacchierano spensierati, ridono e scherzano prima di andare a dormire. Molte di queste persone le abbiamo incontrate sul Cammino. C’è perfino un gruppo di pellegrini con un ragazzo paralitico in sedia a rotelle: a turno tutti si danno il cambio per spingere la carrozzina lungo la strada accidentato. Marzio consiglia loro di alleggerire gli zaini, anche se lui porta ancora più 10 kg sulla schiena contro i miei 6 chilogrammi scarsi….

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http://www.spainisculture.com/en/destinos/o_cebreiro.html

Con il nuovo giorno, ci alziamo verso le 5.00 per affrontare il Paso de O’Cebreiro. La pioggia ci ha lasciato in pace dal giorno precedente, ma ci tocca una camminata di circa 23 km, partendo alle 6.00, dopo una colazione abbondante e il morale alto.
Ci fermiamo più volte per riprendere fiato durante la salita e fare qualche ripresa panoramica. Per passare il tempo ci mettiamo ad ascoltare un pò di musica assieme dal lettore MP3 di Marzio e questa “distrazione” ci porta a salire con leggerezza, senza tanti problemi fisici, attraversando 3 piccoli villaggi montani, prima di “attaccare” la salita finale.
Ben presto Marzio mi distanzia mentre lo seguo più lentamente, fermandomi spesso per fare delle riprese panoramiche dell’incredibile paesaggio che ci circonda. Alla fine, quasi inaspettatamente, arriviamo al confine con la Galizia, segnato da un cippo lungo la strada, non manca ormai tanto a Santiago e ci pare quasi incredibile essere arrivati fin quassù.
Giungiamo finalmente al villaggio di O’Cebreiro verso le 14.00: il Refugio Municipal è ampio e molto spartano, la cucina spaziosa ma vuota e triste. Grazie ai sellos raccolti lungo la strada ho bisogno di procurarmi una nuova credencial, come il mio compagno di viaggio che da tempo ha iniziato la sua seconda, per il resto beviamo una cerveza  e qualche tapas ad uno dei bar del villaggio ed evitiamo accuratamente i negozi per turisti e pellegrini di cui pullula la località, che sembra viva solo di questo. Verso il pomeriggio inoltrato il tempo peggiora e inizia a fare freddo, anche a causa dell’altitudine a cui ci troviamo. Per stare al caldo sono costretto ad indossare tutto quello che ho con me, compreso il k-way, poi dopo una cena da pellegrini preparata nella cucina male equipaggiata dell’albergue (non ci sono supermercati o alimentari qui, solo ristoranti più o meno turistici), incrociamo per caso alcuni suonatori di cornamusa galiziana, che si esibiscono per i turisti all’interno di un ristorante con somma soddisfazione di tutti i presenti seduti ai tavoli.
Beviamo giusto un bicchierino di “yerbas”, liquore locale non molto forte e dopo qualche applauso ai suonatori ci ritiriamo nell’albergue, domani ci attende ancora una lunga strada….
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Cammino di Santiago. Da Fromista a Leon: Amici che si ritrovano.

Fromista da cui prosegue il mio cammino, si perde nella meseta spagnola, ennesima marcia nella solitudine ripetitiva e scarna di novità, incontri sporadici sul Cammino poi poco altro: due giovani toscani, che da Burgos percorrevano la mia stessa tappa. Incrocio anche una ragazza di Genova, membro di un’associazione di Ospitalieri italiani, il suo gruppo mi offre caffè, pane e marmellata, un sorriso e un incoraggiamento, poi ho proseguito per Fromista, mentre loro si attardavano. A Fromista mi sento giù, nello spirito più che nel corpo, sarà la distanza che c’è da percorrere, saranno le piaghe ai piedi che mi tormentano, comunque dopo la notte passata in questa cittadina molto turistica che mi lascio volentieri alle spalle, il giorno dopo parto più tardi e proseguo per altri 21 km, svogliato e con poca grinta, lontano l’entusiasmo dei primi giorni, il vento, che non ho mai amato mi tormenta con le sue folate,  me la prendo comoda fino a Carillon de los Condes, giungendovi in poco più di 4 ore.
Anche qui turisti e turisti dappertutto, si distinguono dai “pellegrini” per le condizioni fisiche e per il vestiario (niente bende o cerotti, ne pantaloncini sdruciti o conchiglie appese agli zaini), alloggio in un vecchio monastero e compro un paio di sandali per far “respirare” i piedi chiusi nelle scarpe da troppo tempo e piagati da vesciche e segni del tempo. La lingua spagnola che non padroneggio bene mi fa avere qualche “disavventura”: incontrare un altro pellegrino spagnolo, affranto perchè nella cucina comune qualcuno si era appropriato della sua pagnotta di pane, lasciandogli solo poche molliche….e rispondergli “SI” perchè avevo capito che alle 19.00 si teneva la messa nella chiesa del Convento e se volevo partecipare….mi mostra quanto sia importante “comprendersi”. Appurato l’equivoco mi affretto a chiarire l’incomprensione con il signore.

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Non ho neanche voglia di andare al ristorante, così per pranzo mangio mestamente quello che ho comprato il giorno precedente, poi la sera mi lascio andare in uno dei ristoranti della cittadina, e consumo il primo pasto caldo dopo due giorni.
Casualità vuole che parli con un altro ragazzo italiano che mi conferma di aver visto un “italiano” di nome Marzio più avanti sul Cammino, vistosamente zoppicante ma che proseguiva tenacemente avanti, lasciandolo presto indietro.
Questa notizia, vera o presunta che sia, mi butta ancora più giù di morale: credo che non lo raggiungerò più, se non a Santiago de Compostela, fra l’altro non risponde al cellulare…
L’indomani affronto 17 km di meseta spagnola: un “nulla” che ha iniziato a pesarmi per la mancanza di stimoli, senza possibilità di rifornimento d’acqua o di incontrare qualche piccolo centro abitato, non fosse che per scambiare un saluto con qualcuno. Forse è questa la parte più difficile del Cammino, sono praticamente nel mezzo, e potrei anche rinunciare, prendere un autobus fino a Santiago e “chiudere” con questa impresa, la noia infatti è subdola e mi colpisce ad ondate. Non ho nulla da leggere con me, perchè i libri pesano, perciò non mi resta che scrivere, fare riprese con la videocamera o passeggiare…Imbuco delle cartoline per amici e parenti e dopo cena vado a dormire. Leon pare distante solo 3 giorni, calcolando i km che mi separano dalla capitale della Castiglia y Leon. Dopo i 17 km di meseta spagnola, ne ho portati a termine altri 10, chilometri su chilometri sempre uguali che si inanellano nel mio cammino, senza vederne la fine.

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Queste tappe singolarmente non sono quasi più interessanti per me: vi è l’anelito ad arrivare e l’aspettativa di cosa troverò nel luogo dove mi fermerò per la notte e poco più, perchè il problema è il viaggiare costantemente da soli, dato che non sono fatto per la solitudine e ora me ne accorgo dopo alcune centinaia di chilometri. Per alcuni tratti proseguo insieme ad altre persone, in modo da avere un pò di compagnia e scambiare due parole, ma ognuno di noi ha il suo passo, che ci porta a lasciarci indietro i nostri compagni di cammino occasionali o ad essere lasciati indietro gradualmente da chi è più veloce. Il vento come al solito mi infastidisce per tutta la tappa. Superati il gruppo di toscani e un giovane italiano con uno zaino da 20 kg sulle spalle, di cui si era vantato il giorno precedente, proseguo in un paesaggio da vecchio West, sempre in mezzo al nulla e al caldo secco della meseta spagnola. A Ledigos vedo lungo la strada delle case in terra cruda perfettamente conservate, proseguo per Terradillas de los Templarios, anche se fisicamente mi sento bene,  non riesco ad andare oltre per arrivare fino a San Nicolas, dove è ubicato un albergue gestito da una delle confraternite di ospitaleri sparse lungo il cammino. La gamba inizia a farmi male e allora mi fermo per la notte in un albergue privato accogliente e silenzioso.
Consumo il pasto servito dalla struttura e mi rifornisco dal piccolo negozio di alimenti all’interno della struttura. Più tardi lo stesso gruppo di toscani si ferma nella struttura: sono in 12 e mi informano che avevano prenotato in anticipo: cosa di cui prendo nota, più andrò avanti più aumenteranno i pellegrini, e se non prenoterò in anticipo o non pianificherò bene le tappe di viaggio, privilegiando centri abitati dove c’è molta disponibilità di albergue potrei rischiare di non trovare posto…
L’indomani riparto con la schiena indolenzita, nonostante il peso minimo che ho nella sacca, spostata ora sulla schiena, per sicurezza ricomincio a prendere l’anti-infiammatorio per il ginocchio e mi libero di flaconi e contenitori vuoti, perchè paiono nulla ma 100 grammi in più, sono 100 grammi in più sulla schiena ogni giorno di cammino…

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Leon dista “solo” 72 km: in sostanza due tappe, così parto la mattina verso le 5.30 come al solito, ma “motivato” dall’obiettivo, il freddo si fa sentire la mattina presto, ma non mi fermo e affronto un passo che mi porta su un altipiano, dopo quattro soste brevi il sole mi da il benvenuto nei pressi di Sahagun e mi fermo a El Burgo Ranero, dove attendo con impazienza che aprano l’albergue comunale verso le 13.00: si tratta di un edificio in terra cruda, accogliente e ben tenuto, gestito da due volontarie tedesche molto gentili, peccato che il posto che mi è stato assegnato nel letto a castello è quello in basso: l’intelaiatura sopra di me è ad appena poche spanne, dovrò stare attento alla testa…
Scambio un pò di chiacchiere con altri pellegrini: due tedesche che mi avevano scambiato per uno spagnolo e altra umanità variegata. Dopo una cena leggera, mi ritiro subito nel letto, impaziente di partire, domani sarò a Leon. Per telefono Marzio mi ha confermato che sarà li ad aspettarmi, di fronte al Convento dei Benedettini (il problema sarà trovare questo convento, dato che non dispongo di mappe della città, così studio una cartina appesa nell’albergue prima di andare a letto).
Non sembra ma ho fatto più della metà del Cammino: davanti ho la tappa per Leon e 300 km per Santiago De Compostela, il vento mi ha lasciato in pace, la gamba va bene, anche grazie alle compresse di ibupofrene. Inoltre il piano è di fermarci almeno una notte in più in città per recuperare le forze e far riposare le gambe, per restare più di una notte, basterà alloggiare nell’ostello della gioventù della città, così partito verso le 4.00 con un freddo cane che mi accompagna fino all’alba, sono avanzato nel buio e nella solitudine, con qualche timore superstizioso dettato dal silenzio sulla strada che percorrevo dopo una faticosa tappa di 41 km, raggiungo Leon verso mezzogiorno, stanco ma impaziente di ritrovare il mio compagno di viaggio e raccontarci le rispettive esperienza: Marzio è arrivato mentre mi stavo registrando al Convento Benedettino, disperato per averlo “perso” un’altra volta, così dopo i saluti e qualche battuta, abbiamo fatto una bella chiacchierata, girando un pò per la città, ovviamente senza zaini, lasciati dai benedettini, e poi, secondo giro “turistico” con visita della Cattedrale di Leon, che mi ha lasciato veramente stupito e appagato dalla bellezza gotica al suo interno, fatta di vetrate multicolori, colonne slanciate, e decorazioni in pietra dappertutto. Dopo un pranzo in centro, recuperati gli zaini lasciati in custodia nel Convento ormai al compiuto, ci siamo diretti nel pomeriggio verso l’ostello della gioventù già citato e dopo una doccia e una dormita, la sera ci siamo concessi una “notte brava” per le strade di Leon, tra bocadillos, assaggi di tapas, cerveza e vino a volontà. Tornati all’ostello a notte inoltrata, il sonno ci ha colto subito, senza pensieri o patemi, allegri e felici per la pausa dal Cammino che ci sembra già tanto distante, domani ci alzeremo con calma e passeremo la giornata come meglio ci aggrada, viaggiatori in attesa di tornare sulla strada….

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