Scandinavia. Da Oslo a Stoccolma e ritorno: Primavera 2013. Parte 2

Il nostro giro per Oslo prosegue per un altro giorno e dopo aver raggiunto via treno la Stazione Centrale, ci dirigiamo al Parco Vigeland dell’omonimo scultore e artista norvegese che grazie alla sua incredibile immaginazione ha disseminato quest’area di sculture fantasiose e di grande impatto visivo, in cui predomina il sogno e la situazione onirica che ha per protagonisti uomini e donne nudi e situazioni allegoriche e ricche di significati.
Rimaniamo estasiati, non conoscendo assolutamente l’autore, e ci perdiamo per le vie del parco, salendo scalinate o girando per i viali ancora coperti di una neve ormai cristallizzata in mucchi gelidi e scuriti dal tempo e dagli elementi.

https://it.dreamstime.com/fotografia-stock-statue-nel-parco-di-vigeland-oslo-norvegia-image50102405

Dopo esserci ripresi dalla visita prendiamo un autobus per raggiungere il Museo delle navi vichinghe, famoso per ciò che contiene: appunto 3 alcune navi vichinghe, che nonostante il prezzo salato del biglietto ci ripagano abbondantemente della visita, anche per via della ricca esposizione di oggetti lavorati, utensili, armi e perfino due carri in legno, antiche vestigia del passato vichingo della terra di Norvegia.
Il museo non è granché internamente come struttura, ma possiede una ricchezza espositiva che non ci aspettavamo. Mentre il sole si avvia al tramonto nella fredda giornata primaverile, torniamo infreddoliti fino alla fermata dell’autobus che ci riporta vicino al centro cittadino.
Non ci resta molto tempo da passare qui, abbiamo un giorno libero che passiamo l’indomani a Drammen, fermandoci a prendere il sole sulla riva del fiume, girando per la cittadina e preparando i bagagli per l’indomani.

https://travel.sygic.com/it/poi/museo-delle-navi-vichinghe-di-oslo-poi:2525

Il giorno dopo abbiamo in programma il primo grosso spostamento: l’intenzione è prendere un treno per Oslo, da li abbiamo intenzione di spostarci sempre in treno fino a Malmo. Purtroppo raggiungere la capitale della Skania dove intendiamo stare per qualche giorno (la contea più meridionale di tutta la Svezia), si rivelerà più arduo e complesso del previsto….
Per cominciare, una volta saliti sul treno ad alta frequentazione in teoria super-efficiente che ci dovrebbe portare in orario a Oslo, rimaniamo bloccati per 45 minuti a causa di un black-out improvviso sulla linea ferroviaria…
Arrivati ormai tardi in stazione per prendere la coincidenza già pagata per Malmo, vado ovviamente a richiedere il rimborso del biglietto perso e una corda alternativa (che non c’è, perchè continuano ad insistere grossi cali di tensione sulla linea ferroviaria che sconsigliano l’utilizzo del treno…), con meraviglia mi rispondono in inglese che non è contemplato il rimborso del biglietto, e dopo essersi scusati visibilmente imbarazzati mi consigliano di prendere l’autobus per Malmo nella locale stazione.
Il mito dell’efficienza e precisione scandinava crollano così di colpo e mentre impreco molteplici volte in italiano ci rassegniamo a raggiungere la stazione degli autobus e prendiamo un biglietto per Malmo, passando via Göteborg.

http://www.girandoilmondo.it/itinerari-di-viaggio/europa/svezia/scania/scania-skane-country-la-regione-piu-a-sud-della-svezia

Ovviamente l’autobus accumula ritardo e a Göteborg perdiamo un altra oretta in attesa della corsa successiva persa per un soffio mentre facevamo disperatamente i biglietti. La mia preoccupazione è di non arrivare in tempo a Malmo per prendere possesso dei due posti letto in Ostello, dato che il check-in è garantito fino alle 22.30 e ormai sono le sei di pomeriggio passate e il sole si avvia verso il tramonto.
Smaniando per tutto il percorso arriviamo finalmente a Malmo alle dieci di sera passate, stanchi e affamati. Sull’autobus che prendiamo per raggiungere la zona dell’Ostello, non accettano denaro contante, solo pagamenti con carte di debito o carte di credito…
Supplico l’autista di accettare le corone svedesi che abbiamo preso in stazione ad Oslo ma l’autista è irremovibile e ci concede di restare a bordo per qualche fermata prima che salga il controllore.
Alla fine scendiamo nella fredda notte di Malmo ad una fermata senza sapere dove ci ha lasciati il buon samaritano, inizia anche a nevischiare e non si vede nessuno in giro a cui chiedere informazioni per raggiungere l’ostello.

https://www.tripadvisor.it/LocationPhotoDirectLink-g190479-d206464-i277642128-Viking_Ship_Museum-Oslo_Eastern_Norway.html

Andiamo avanti un pò a tentativi seguendo le mappe di google maps che ho stampato, ma non sono il massimo della precisione e ormai sono le 22.30. Alla fine vedo una donna che sosta davanti ad un locale aperto e le chiedo la direzione, e lei ci indica la strada: una altra mezz’oretta di cammino e saremo a destinazione.
Ormai è tardi e disperati perchè troveremo l’ostello chiuso ci dirigiamo alla nostra meta, preparandoci a dormire fuori al vento e al gelo del nevischio che è aumentato, invece arriviamo proprio nel momento in cui il receptionist, un signore di mezza età molto professionale e preciso, sta lasciando la struttura.
E’ fatta: dopo averlo ringraziato ripetutamente in inglese scusandomi per il ritardo e spiegandogli brevemente i motivi, prendiamo posto nella camerata da 18 posti calda e silenziosa. Non ci interessa che ci sia puzza di piedi e il russare di qualcuno, il nostro “salvatore” ha preferito aspettarci, anche se avevo mandato una mail alla struttura per assicurare che saremmo arrivati entro le 22.30, invece sono le 23.00 passate e dopo esserci lavati i denti e aver messo sotto i denti qualche snack piombiamo in un sonno profondo.

Domani è un altro giorno….

https://norway.fandom.com/wiki/Vigelandsparken

Scandinavia. Da Oslo a Stoccolma e ritorno nella Primavera 2013.

Nel dicembre del 2012 decido, così di punto in bianco di prenotare un volo aereo per l’aeroporto di Oslo Torp da Pescara…
I costi sono contenuti e riesco ad ottenere due biglietti con un volo Ryanair andata verso la fine di marzo e ritorno ai primi di aprile comprensivi di bagaglio in stiva al modico prezzo totale di 230€…
Quando il giorno della partenza finalmente giunge, io non sto più nella pelle: torneremo finalmente in Scandinavia!

https://www.paesionline.it/norvegia/foto-immagini-oslo/17391_torp

Dopo un volo di poco più di un paio d’ore, il nostro aereo atterra sulla pista del piccolo aeroporto di Torp e da lì, dopo aver ritirato un pò di corone norvegesi ad un bancomat (Non ci sono uffici di cambio aperti all’ora del nostro arrivo) con un autobus raggiungiamo in un paio d’ore la cittadina di Drammen dove alloggeremo 5 notti, visto che Oslo è troppo cara per le nostre tasche. Mentre percorriamo la strada ci accorgiamo del fatto che quì l’inverno è ancora ben presente (ma in parte ce lo aspettavamo…): mucchi di neve sono sparsi ai lati della carreggiata ghiacciata e inizia perfino a nevicare, mentre il sole tramonta velocemente all’orizzonte. Fa freddo e nonostante i nostri giacconi e i berretti invernali ci preoccupa soprattutto la difficoltà di trascinare il nostro bagaglio sui marciapiedi coperti di neve fresca, quindi non vediamo l’ora che l’autobus ci scarichi a destinazione.
Purtroppo l’autista non supera mai gli 80 km orari, andando spesso ad appena 60 chilometri, dopo quasi due ore, inizio a dare segni di nervosismo e chiedo in inglese se siamo quasi arrivati alla località di Drammen. L’autista mi indica il display luminoso dell’autobus che indica le fermate e non mi resta che rimettermi a sedere e aspettare.
Appena viene annunciata la nostra destinazione, chiamiamo la fermata e ci fiondiamo in avanti per scendere dal pulman. Scaricate le valigie ci troviamo un pò spaesati e senza mappe in una strada alberata con i marciapiedi bordati di neve ma relativamente sgombri. Non sapendo dove andare chiedo ad un ragazzo che passa la direzione per il “Drammen Hotel” e lui ci indica di andare sempre diritto, chiederemo ad un altro paio di giovani che si consulteranno in norvegese prima di confermarci la direzione e alla fine l’Hotel si rivelerà a noi in tutto il suo “splendore” affacciato su una bella piazza illuminata ma deserta. Per raggiungere l’ingresso ci mettiamo altri 5 minuti e una volta fatto il check-in e ascoltate le istruzioni dell’addetto al desk, siamo visibilmente tranquillizzati e non ci resta che andare in camera.
Da Oslo distiamo solo 40 km, quindi l’intenzione è prendere un paio di volte il treno e andare a vedere Oslo, oltre a visitare i dintorni.
Ho trovato un paio di letti in questo Hotel di Drammen, che per la modica cifra di € 35 a notte offre pernotto con prima colazione: scopriamo che il prezzo è così “competitivo” perchè in un’ala dell’Hotel sono state ricavate delle stanzette con bagno e doccia in cui ci sono dai 4 ai 6 posti letto (in letti a castello). Così lasciati i nostri bagagli e ancora infreddoliti usciamo nella notte nordica per le strade coperte di neve della cittadina.

http://pickaplacegetlost.com/it/tag/norvegia-it/

Drammen è situata nel Drammenfjord presso l’estuario del fiume e ai nostri occhi non presenta nulla di molto interessante; si tratta di un centro industriale per la lavorazione di legname e metalli, vi sono alcuni cantieri navali ed è sviluppata la pesca del salmone. Lungo le sponde del fiume notiamo la presenza di capannoni e industrie varie, poi ci rifugiamo di nuovo in camera e conosciamo il nostro coinquilino: un imam di mezza età che ci saluta cortesemente e si ritira a pregare su un tappetino in un angolo della stanza, mentre noi ci laviamo e prepariamo per la notte.
In città abbiamo notato anche una forte presenza di migranti e anche di una ampia comunità musulmana e una moschea lungo una delle strade innevate. Il multiculturalismo in Norvegia è un dato di fatto, nonostante la strage di Utoya, perpetrata poco più di un anno e mezzo prima da Anders Behring Breivik, un trentaduenne norvegese simpatizzante di estrema destra.
In Norvegia noteremo, ovunque andremo, una forte tolleranza religiosa e culturale: neri e bianchi, musulmani e cristiani, protestanti, ebrei, ortodossi, gay, lesbiche, induisti ecc ecc…TUTTI convivono in apparente armonia, al massimo ci si ignora, ma le basi egalitarie e di parità della Norvegia sono molto differenti dalle nostre ad esempio riguardo uomo e donna e questo non può che farmi piacere

Nightshot of Grønland, Drammen, Norway. Union scene to right, then the local library and the Ybsilon bridge.
https://en.wikipedia.org/wiki/Drammen#/media/File:Union_brygge.jpg

Il giorno dopo, prendiamo un treno ad alta frequenza diretto alla Stazione Centrale di Oslo e in un oretta raggiungiamo la città nordica: Notiamo subito ciò che ho accennato sopra: le donne hanno la stessa “parità” con gli uomini in tutto. Detta così può sembrare un pò rozza e non so come esplicitare una cosa che per i norvegesi è acquisita da tempo: donne è uomini hanno gli stessi diritti e doveri nella società scandinava, stessa parità salariale, stesse mansioni (notiamo moltissime famiglie in cui sono i “maschi” a portare il passeggino e occuparsi della prole, mentre le compagne fanno shopping o passeggiano davanti), ci sono donne poliziotto, capotreno, e militari (l’unica nota stonata sono le pattuglie di soldati, uomini e donne che controllano discretamente i punti nevralgici della città), ovunque vi è calma e forse un pò di monotonia, fa molto freddo e ci muoviamo velocemente verso il centro.

https://unsplash.com/photos/Z_KAeGdW4So

Notiamo anche un’altra cosa: i prezzi pazzeschi di qualunque cosa: cibo, bevande, biglietti per i mezzi di trasporto, musei, attrazioni….
Per noi “poveri” italiani è un’impresa far quadrare i conti, così dopo un breve pasto con un carissimo “panino” (finiamo di mangiare anche quelli che abbiamo portato in aereo e ci dissetiamo da una fontanella), ci dirigiamo verso il Palazzo Reale (detto Slottet) situato in un bel parco denominato Slottparken: l’ambiente è ancora coperto dalla neve e assistiamo al cambio della guardia, poi ci dirigiamo verso il Museo dedicato ad Edward Munch, che troviamo in uno stato pietoso: è domenica e come si usa, i norvegesi hanno fatto “bagordi” alcoolici durante il weekend, per tutta la città, lasciandola in uno stato pietoso, perfino il museo che visitiamo, dove nei bagni troviamo strati di urina nei bagni al piano interrato e una generale sporcizia.

Per fortuna l’arte di Munch ci porta su dei livelli di interesse ed estasi artistica che ci fanno dimenticare per un pò la sporcizia dovuta al weekend scandinavo, torniamo verso la stazione prima che il sole tramonti, per evitare il freddo ghiacciato e fare un pò di spesa: ci riproponiamo di tornare ad Oslo almeno un altro paio di giorni vista la mole di cose da vedere e pazienza se spenderemo un pò di corone per il treno.
In serata mangiamo in un fast food e poi a nanna, dopo aver fatto un pò di spesa in una specie di Discount Supermarket dove Pierpaolo trova perfino una birra “economica” in bottiglia a circa 30-40 corone cadauna (all’epoca il cambio era oltre i 10 centesimi d’euro per una corona norvegese, quindi fate voi i conti…).

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Edvard_Munch_-_Vampire_(1895)_-_Google_Art_Project.jpg

Purtroppo non ritrovo più le foto del viaggio, e sono costretto a ricorrere a “foto d’archivio”, comunque il secondo giorno, dopo l’abbondante colazione norvegese consumata nella zona ristorante dell’Hotel, prendiamo di nuovo il treno per visitare con più attenzione Oslo.
Questa parte però ve la racconterò la prossima volta…

https://www.alamy.com/stock-photo-winter-view-of-oslo-city-hall-in-oslo-norway-designed-by-architect-34079683.html

Giappone: Ultima parte.

Dopo il giro ad Inari per visitare il tempio del Dio Volpe alla sommità di una collina raggiungibile da un sentiero di torii arancioni, torniamo a Kyoto in un quarto d’ora con il trenino dell’andata.
In città ci rimaneva da vedere il Manga Museum che però si è rivelato un pò deludente per le dimensioni modeste (ce lo immaginavamo immenso ma interessante nell’esposizione permanente che spiega anche in inglese le origini del mezzo grafico più diffuso e antico in questo arcipelago di isole chiamato Giappone. Alcuni “disegni arcaici di manga risalgono addirittura all’età arcaica e si tratta di incisioni rupestri ovviamente in bianco e nero.

Pierpaolo insiste per passare nella Nishiky Street e nella adiacente zona del mercato, per mangiare qualcosa e troviamo un locale tipicamente giapponese denominato “neko Cafè”: in Giappone tenere animali in casa è severamente vietato se si abita in condominio, come il 90% della popolazione, così sono spuntati dei locali simili a bar che hanno una ampia scelta di felini da accarezzare e coccolare, con tariffe orarie (1000 yen per una mezz’oretta con un gatto, oppure 1300 yen per un’ora intera) che di solito permettono anche di acquistare “extra” come snack oppure una bevanda e perfino croccantini per i felini. Queste strutture permettono di scegliere uno o più gatti con cui passare del tempo, giocare o sfamarli.
E’ severamente vietato fare foto a questi locali, perciò possiamo solo osservare da fuori la vita degli animali e dei clienti “umani” che vengono qui per avere un pò, di calore animale, poi andiamo a cercare un posto dove mangiare qualcosa.
Alla fine siamo finiti in un ristorante della catena Ichiran: si tratta di una tipologia di ristorante che se non si conosce prima di entrare sarà un pò arduo “comprendere”…
In pratica varcata la soglia abbiamo percorso un corridoio di legno e ci siamo accomodati in un paio di loculi con un menù fisso in giapponese e inglese. Purtroppo non avevamo compreso che ognuno di noi doveva ordinare per se nel proprio loculo e poi consumare, così alla fine ci hanno portato una porzione di noodles in brodo di carne per due ciotole (ho chiesto io la seconda vuota ovviamente…), che ci siamo divisa mestamente.

https://www.theloophk.com/hong-kong-restaurant/ichiran/

Per comprendere molti usi del Giappone o ci si documenta prima o ci si butta, in tutti i casi nessuno vi tratterà male, al massimo cercheranno di aiutarvi se capiscono le vostre difficoltà. Alla fine usciti dal Ichiran abbiamo ripiegato su qualche onigiri di riso, comprato in un “Kombine market” aperto anche la notte e siamo tornati in ostello nella sera fresca dopo la calura del giorno.

In ostello abbiamo pianificato cosa vedere l’indomani, essendo domenica, e mentre passavamo del tempo nella sala comune, la quiete della variegata umanità presente (anglosassoni, cinesi, qualche giapponese e italiani, francesi, tedeschi…) è stata turbata da uno sparuto scarafaggio uscito da chissà dove. A Kyoto ci restavano in teoria 3 giorni, visto che avevamo un giorno in più grazie al night bus per Tokyo che ci avrebbe riportato indietro durante la notte.
La mattina seguente, ci siamo diretti sulle colline che sovrastano Kyoto, per visitare un tempio scintoista affollatissimo per via del giorno domenicale, ci siamo cimentati nel far suonare la campana del tempio e poi, essendo permesso a differenza dei templi buddisti, abbiamo scattato anche varie foto.
Altri riti molto seguiti nel tempio erano il sollevamento di una pesante sbarra di ferro con un anello di metallo in cima, che bisogna far risuonare o altri oggetti pesanti da sollevare…
Dopo aver bruciato dell’incenso come offerta in un braciere abbiamo fatto un mezzo chilometro in discesa tornando in mezzo alla animata e confortevole Kyoto.


Lungo il percorso abbiamo acquistato qualche souvenir e preso qualche leccornia da mangiare camminando nella zona del mercato: spiedini di pesce e pasta di moky acquistati ad una bancarella e poi ritorno in ostello.
Il Kahosan Kyoto Hostel gemello di quello di Tokyo, si è rivelato sempre più affollato, impossibile ad esempio utilizzare la cucina comune, monopolizzata da un gruppo di ragazze cinesi che in cambio di alloggio gratis fanno da “inservienti” e controllano la sala comune, la mattina seguente, nonostante ci fossimo alzati presto per andare a Nara, Pierpaolo si è dovuto fare la colazione in piedi e io ho rimediato un posto al desk di un computer…
Dopo colazione abbiamo preso un treno regionale per raggiungere Nara, anch’essa antica capitale imperiale prima che la stessa fosse spostata nella vicina Kyoto.

Da quel passato grandioso ma breve Nara ha guadagnato un grande livello culturale e letterario (è sede di importanti università e templi), ma ciò che la distingue è il grande parco in cui pascolano “cervi sacri”, in verità abbastanza invadenti con i visitatori da cui cercano di ottenere cibo in continuazione.
Ci siamo riposati un un padiglione affacciato su un laghetto, poi nel pomeriggio, dopo aver acquistato alcuni dolcetti di moky, siamo tornati a Kyoto con l’espresso delle 16.00.

Dopo una doccia e un tè verde, abbiamo fatto un giretto per Kyoto, lungo in quartiere di Gyon, in cerca delle famose “Geishe” a cui scattare qualche foto, cortigiane intrattenitrici, famose per il loro talento nella danza o nel suonare strumenti.
Purtroppo non abbiamo avuto fortuna così dopo cena siamo tornati in ostello: la sala comune era occupata da un corso di cucina giapponese e ci siamo ritirati per prepararci a lasciare l’ostello domani, con calma e passare l’ultima giornata a Kyoto, prima di tornare a Tokyo nella notte.
L’autobus notturno che partiva alle 23.30 ci ha lasciato tutto il giorno: abbiamo lasciato l’ostello alle 11.00 e ci siamo diretti subito in stazione, depositando i nostri bagagli in due cassette a tempo, per poi dirigerci al Tojii temple alto e slanciato, affacciato su un laghetto su cui le sfumature dell’autunno lasciavano tonalità cangianti.
Abbiamo consumato il pranzo in un ristorante della zona Stazione e poi abbiamo fatto un altro giretto, rifugiandoci in una caffetteria e poi dopo una cena frugale, in attesa della partenza, abbiamo assistito ad uno spettacolo di zampilli d’acqua nella fontana sovrastata dalla Tower Hotel di Kyoto.
Alla fine eccetto che per alcune coppiette e alcuni homeless che si ritiravano nel piccolo parco pubblico per passarvi la notte, non eravamo rimasti in molti.


Alle 23.30 in punto il nostro autobus notturno ha fatto una breve sosta e ci ha caricati velocemente assieme ai bagagli.
Non essendo molto comodo, non abbiamo praticamente dormito:il viaggio è durato circa 8 ore e dopo due soste in aree di servizio attrezzate abbiamo raggiunto alle prime luci del giorno Tokyo.
Come al solito abbiamo sbagliato metropolitana e così dopo un oretta e vari giri a vuoto, abbiamo raggiunto di nuovo la zona di Asakusa e il nostro precedente ostello dove avevo prenotato una notte prima della partenza.
La giornata è passata fra acquisti, riposo e una lunga sosta nel Parco di Asakusa, dove Pierpaolo ha sostenuto una lunga conversazione con un anziano giapponese (per lo più parlava lui e noi ascoltavamo il suo inglese elementare) sui più disparati argomenti: da Zaccheroni, allenatore italiano della squadra di calcio Giapponese, al serio problema del gioco d’azzardo che affligge una grossa percentuale di popolazione, comprese molte casalinghe che passano il loro tempo a giocare a pachinko (specie di macchinette in cui bisogna vincere sferette d’acciaio convertibili in premi non in denaro), ricordandoci anche che Tokyo è una “particolarità” e come metropoli troppo popolata e impersonale non può essere considerata Giappone.
Alla fine il signore si è alzato, congedandosi con un inchino e si è allontanato zoppicando curvo per la vecchiaia; un incontro che mi è rimasto impresso e che non dimenticherò.

Dopo un bel sonno pomeridiano, abbiamo cenato per l’ultima volta nella zona di Ueno, mentre una pioggia sempre più fitta cadeva sulla città trasfigurandola in una copia della Los Angeles di Blade Runner.
Trovata una locanda a gestione familiare che serviva “tonkatsu” (carne di maiale impanata e fritta con contorno di verdure e riso al vapore, di solito con una salsa di soia in accompagnamento.), sashimi e altre specialità, abbiamo ordinato due tonkatsu e poi via sotto la pioggia sempre più forte fino all’ostello per la nostra ultima notte in Giappone.
Questo paese rimasto nel cuore per tutte le sue sfaccettature e particolarità, che si rivela accogliente e allo stesso tempo riservato, efficiente e assolutamente sicuro (in pratica la criminalità per noi occidentali non esiste, anche per una questione culturale di rispetto degli stranieri e della loro sicurezza e percezione del paese) non cessa di stupire e far riflettere e tornerò un giorno per vedere il nord e il sud di un arcipelago dove il sole sorge. Un paese di tradizioni e modernità, iper-tecnologico e affollato ma anche ricco di solitudine e alienazione, dove milioni di persone vivono gomito a gomito in cubicoli di 20 metri quadri o meno e prendono la metropolitana stipati come sardine da appositi inservienti in guanti bianchi…
Un paese di templi buddisti e idol osannate da fans sfegatati, con una cucina molto elaborata e variegata, la cui specialità è il pesce, dove si può stringere amicizie eterne e il concetto di “onore” ha ancora una forza che a noi sono ormai sconosciute.
Alla prossima.

Giappone: Il viaggio della vita. Kyoto e dintorni.

L’antica Capitale del Giappone ci si presenta di colpo davanti, appena scesi dallo Shinkansen abbiamo trovato agevolmente la linea metropolitana che ci avrebbe portati nei pressi del nostro ostello. Niente a che vedere con il caos e l’intricata rete di Tokyo.
Come al solito abbiamo impiegato un pò a trovare l’ostello, in Giappone poi le vie non hanno i numeri civici, e non possedevamo le “meraviglie” più avanzate della tecnologia gps o altro nel 2012…solo una cartina del centro e l’indirizzo scritto della prenotazione…Comunque la strada su cui si affacciava l’ostello era abbastanza conosciuta come “electric street” e dopo il check-in e una doccia veloce, abbiamo curiosato nei dintorni, accorgendoci subito di un fatto: a Kyoto i giapponesi sono meno formali e frettolosi, se ti vedono in difficoltà e che sei uno straniero, prendono l’iniziativa per chiederti “dove devi andare” e da che paese provieni. Un signore ha insistito per aiutarci a tutti i costi a orientarci sulla mappa che avevamo con noi e non ci ha lasciati andare finchè non abbiamo fatto il “punto” esatto. Abbiamo pranzato nel solito ristorantino con macchinetta per ordinare e al tramonto siamo rientrati in ostello: si tratta di una struttura con 2 spazi comuni (uno al piano terra in zona reception e uno in zona pranzo-cucina. Le camere sono leggermente più grandi e vivibili ma sempre di cubicoli con un letto a castello si tratta, vista la non grande differenza di prezzo noi abbiamo sempre prenotato questa formula, perchè un posto letto in una camerata affollata ad un prezzo di poco inferiore non ci sembrava questo grande vantaggio in termini di risparmio e preferivamo avere una stanza in cui potersi rifugiare o riposare ogni volta che ne avevamo bisogno.

Kyoto ha una grande importanza perchè è stata l’antica capitale del Paese per più di un millennio (precisamente dal 794 al 1868) ed è nota come “la città dei mille templi”. Essendo stata quasi interamente risparmiata dalla seconda guerra mondiale, è considerata un fonte fondamentale di siti storici e della cultura giapponese e per questo inserita nei siti protetti dall’UNESCO.
Ci accorgiamo subito che in ostello è difficile socializzare, anche fra occidentali, perchè le persone hanno la “malsana” abitudine di socializzare e vivere perennemente su portatili e cellulari sempre collegati alla rete internet…così decido di concentrarmi sui posti da visitare l’indomani.

Iniziamo con la visita del nostro primo tempio buddista (gli altri templi fin’ora da noi visitati erano tutti shintoisti): si tratta di uno dei 5 templi Monzek di Tenday, situati a Kyoto in una cornice incantevole fatta di giardini e alberi magnifici.
La struttura si compone di varie camere suddivise da paraventi riccamente dipinti. Il pavimento è ricoperto di tatami e si può entrare nell’edificio ovviamente scalzi, mentre il giardino esterno è visitabile una volta recuperate le proprie calzature. Ci rilassiamo per un pò in questo luogo di pace e tranquillità fino all’ora di pranzo.

Alle 14.00 abbiamo la visita al Palazzo Imperiale per la cui visita c’è una lunga lista di attesa e che ho dovuto prenotare dall’Italia con mesi di anticipo per poter trovare due biglietti di ingresso.
La visita inizia in perfetto orario e assieme ad altre 70 persone la guida in inglese ci fa fare un giro completo di circa un’ora intorno al palazzo (non visitabile internamente se non in minima parte) e dei variegati giardini imperiali.


Il palazzo imperiale, risparmiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale come tutta Kyoto risale al 1855, perchè la struttura originale fu distrutta da vari incendi che dalla sua costruzione nel 794 d.C e perciò è molto cambiata nei secoli, per via dell’evoluzione dello stile architettonico che nell’800 era quello del periodo Heian.
All’uscita compro dei dolci di mochi (pasta di riso dolce glutinoso modellata in forma di dolcetto), da riportare in Italia e di ritorno all’ostello incrociamo la strada del mercato dove Pierpaolo tornerà per acquistare un “obi” (cintura) del suo kimono preso in un negozio di Tokyo.
Per cena troviamo un ristorante “koreano” dove i menù sono ovviamente in giapponese ma riusciamo ad ordinare carne everdure da cucinare direttamente sulla griglia disposta sul tavolo, il costo della cena è ovviamente alto (5398 yen che all’epoca corrispondevano a una cinquantina di euro) ma siamo soddisfatti, se non fosse per l’abitudine dei giapponesi di fumare nei ristoranti (non vi sono divieti o stanze separate per fumatori) sarebbe tutto perfetto.
Per altre attrazioni come il famosissimo Castello Nijo
eretto a partire dal 1626 da uno dei membri della famosa dinastia Tokugawa e molto conosciuto e amato dai giapponesi, ad esempio invece non ho trovato in pratica neanche un posto disponibile fino alla fine dell’anno, e il castello è anche in ristrutturazione, ma i giapponesi vanno matti per la loro storia e prenotano anche con un anno di anticipo questi luoghi, perciò ricordate: se organizzate un viaggio in Giappone e intendete visitare palazzi e luoghi storici dove è necessario acquistare un biglietto, di verificare la disponibilità con largo anticipo….

Dopo una cena a base di prodotti pronti e un bento, abbiamo fatto un giro notturno lungo la “Electric street”, scoprendo che le strade erano letteralmente invase da giovani ragazzi e ragazze in tiro come se fosse sabato sera da noi. Trattandosi anche di una serata “estiva” nonostante fossimo quasi a metà ottobre abbiamo subito notato in giro una atmosfera rilassata, perfino con qualche eccezione alle ferree regole, come il bere birra per strada, seduti sui gradini dei marciapiedi, cosa impensabile a Tokyo.
Raggiunta la strada che attraversava il fiume, abbiamo osservato lo scorrere lento del Kamo, data la siccità vi era poca acqua nel letto del fiume e dopo una lunga camminata siamo tornati lentamente verso il nostro alloggio, stanchi e un pò indifferenti.
La cucina aperta sulla sala comune è piccola e sempre affollata, il wii-fii non funziona un granchè e accaparrarsi una delle postazioni internet è una impresa, nei giorni successivi vedremo di utilizzarla quando possibile.

Il mese di ottobre è definito in giapponese “Kamma dsuki e significa “il mese senza dei”; il giorno successivo abbiamo in programma di visitare il tempio del “Dio Volpe” ad Inari, una piccola località adiacente a Kyoto che raggiungiamo comodamente dopo due fermate con la linea JR locale.
Il tempio si rivela molto grande e giunti alla piattaforma dove era in atto una funzione, abbiamo proseguito sulla destra, dove in un padiglione appartato due “sacerdotesse” officiavano un rito su richiesta di un fedele. Essendo il Dio Volpe una divinità legata al commercio e al denaro, spesso invocato per richiedere fortuna e prosperità in ambito commerciale e negli affare, notiamo che il denaro intorno al tempio scorre a fiumi, anche nella stessa Inari: fra offerte, acquisti di biglietti o tavolette in legno, talismani e chincaglierie varie, il flusso costante di yen permette certamente di mantenere in buono stato le migliaia di torji dipinti di arancione che attraversiamo nella nostra ascensione al tempio.

Fra caldo e umidità la salita si rivela un pò faticosa ma spettacolare e dopo un oretta, giunti in cima, scendiamo con calma, superando le varie “zone ristoro” dove qualunque cosa costa in maniera esagerata, superando santuari e altari carichi di stecche di incenso che spandono il loro aroma. Alla fine compro uno yukata ad una bancarella che si trova all’ingresso del percorso per il tempio, dove il prezzo sembra più ragionevole. Lo yukata è un indumento da casa giapponese tipicamente estivo e molto comodo e informale, assolutamente non adatto cerimonie ed eventi formali di solito indossato dopo il bagno e infatti il termine significa letteralmente “abito da bagno”. Si tratta di una corta “tunica” che si chiude con lacci e un paio di braghe corte, il tutto di solito è in cotone e ha degli “spacchi” sotto le ascelle per favorire la traspirazione.

Per i giorni che ci restano a Kyoto abbiamo intenzione di andare alla vicina cittadina di Nara, mentre la enorme e viva città di Osaka dovrà aspettare un altro viaggio per via delle distanze e del poco tempo a disposizione. In serata acquistiamo con qualche giorno di anticipo il biglietto per tornare a Tokyo fra qualche giorno con un “night bus”, si tratta di una valida ed economica alternativa ai treni veloci del Giappone, anche se non si rivelerà ugualmente comodo, ma questa è un’altra storia e per non tediarvi ve la racconterò nella prossima puntata…

Giappone il viaggio della vita. Terza parte.

Finalmente dopo i primi 5 giorni a Tokyo, ci spostiamo verso il Fujii con un autobus. Dopo un tragitto di alcune ore scendiamo alla stazione dei treni di Kawaguchiko: un piccolo centro abitato adagiato lungo le sponde del lago omonimo che fronteggia il versante nord del maestoso Monte Fujii.
Abbiamo prenotato tre notti in un ostello della città e un paio di membri dello staff ci vengono a prendere gratuitamente con un Van nel piazzale della stazione per portarci fino alla struttura, insieme a noi sale anche una coppia di giovani turisti francesi.
L’ostello ad una prima impressione si rivela molto gradevole e più spazioso di quello di Tokyo.


Dovendo aspettare le 15.00 per entrare in stanza, lasciamo le valigie in reception e ci facciamo un giretto nel centro abitato, fino all’ufficio postale, dove faccio pratica con lo sportello automatizzato per ritirare un pò di yen dopo un paio di errori. Kawaguchiko si rivela una tranquilla cittadina di provincia, più fredda data l’altitudine e la vicinanza con la montagna. L’ambiente naturale è abbastanza conservato e scopriamo una rete di sentieri che porta fin sopra il Fujii oppure si dirama nei dintorni.
La camera che ci viene assegnata è una tipica camera giapponese con 6 tatami (la tradizionale pavimentazione giapponese composta da pannelli rettangolari modulari, costruiti con un telaio di legno o altri materiali rivestito da paglia intrecciata e pressata), un tatami corrisponde a poco più di un metro e mezzo quadrato, cioè lo spazio occupato da una persona sdraiata, quindi l’ambiente è spazioso per due persone, c’è anche una finestra da cui osservare il giardino adiacente ad un Onsen (gli onsen sono stazioni termali con vasche all’aperto in genere o al chiuso, molto apprezzati dai giapponesi per rilassarsi e staccare dal tran tran quotidiano. Per entrarci bisogna prima lavarsi accuratamente nei bagni interni e poi si può accedere alle vasche solitamente alimentate da acqua calda termale di origine vulcanica).

La nostra camera dispone solo di un mobiletto basso su cui è poggiato un piccolo televisore e un tavolino basso, mentre in un ampio armadio a muro sono riposti i futon per la notte, si tratta letteralmente di materassi arrotolati tradizionali della cultura giapponese, costituiti interamente in cotone, rigido, sottile e arrotolabile.
Dopo una cena a base di Ramen preparata dal sottoscritto con quello che abbiamo acquistato in un fornitissimo supermarket poco distante ci rilassiamo nella sala comune, pianificando il giro da fare l’indomani e poi leggiamo qualche manga…uno degli hobby preferiti dei giapponesi.

Il Fujii ci occhieggia tra le nuvole che lo coprono a tratti, mentre il sole autunnale inizia la sua discesa sempre più rapida verso il tramonto. Le giornate si accorciano sempre di più e in giro l’autunno è in pieno svolgimento, con i colori bellissimi e cangianti di foglie e alberi che scuriscono sempre di più, passando dal giallo, al rosso e infine il marrone della caducità.
La mattina dopo una colazione veloce facciamo una camminata lungo il lago di Kawaguchie raggiungiamo una teleferica che ci porta comodamente fino in cima al piccolo Monte Teijo, dopo aver ammirato la vista del Fuji, torniamo verso l’ostello; Pierpaolo rimane in struttura mentre a piedi io raggiungo il Museo del Kimono di un artista chiamato Itchiku Tsujiganana, morto nel 2003 e creatore di una serie di rappresentazioni pittoriche su kimono (l’indumento tradizionale giapponese, nonché il costume nazionaledel Paese del Sol levante) incentrate sulla raffigurazione del Monte Fuji o di elementi fantastici come draghi, oppure i quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco) o la natura.
Il museo si rivela un pò costosetto (1300 yen…circa 9 euro), ma per me ne è valsa la pena, peccato che sia vietato fare foto così non posso che portar via con me i ricordi delle opere esposte. Mi fermo un pò a meditare nel piccolo giardino interno dotato di stagno e cascata.

Nel pomeriggio dopo il pranzo, ci muoviamo verso le 16.00 con le biciclette dell’ostello messe gratuitamente a disposizione degli ospiti e tentiamo di arrivare al Lago Saito, uno dei 5 laghi del Fuji, seguendo la pista ciclabile che però ad un certo punto si interrompe, costringendoci a tornare indietro mentre il sole tramonta, fermandoci solo sulla sponda del lago per ammirare il sole che si tuffa dietro il Monte Fuji e poi, mentre aumentano sia l’umidità che il freddo, torniamo all’ostello verso le 18.00 dopo aver osservato per un po i pescatori che attendono pazientemente le loro prede lungo le sponde.

Dopo la nostra ultima cena ci ritiriamo per la notte, l’indomani lasceremo l’ostello per tornare a Tokyo e prendere il treno veloce fino all’antica capitale imperiale di Kyoto. Alla fine mi sveglio molto presto e vado a fare un giretto nell’ostello, prima che Pierpaolo si svegli, poi torno a letto (dormire per terra è un pò difficile se non si è abituati ai futon sottili e ai tatami un pò duretti…) e dopo le sette ci alziamo con calma e prepariamo i bagagli, facendo colazione lentamente in attesa delle 9.45 quando la navetta dell’ostello che ci ha presi all’andata porta gli ospiti in partenza fino alla stazione dei treni. L’autobus per Tokyo parte alle 11.10 e arriva in leggerissimo ritardo per poi caricarci efficientemente e lasciarci davanti alla stazione della metropolitana in perfetto orario; di nuovo nel caos della metropoli, dobbiamo fare un lungo giro con la JR line (una delle linee della metropolitana, in questo caso si tratta di una linea “circolare” che permette di attraversare tutta la città per chi sa dove scendere…) che ci permette di raggiungere la stazione di Shinagawa e dopo aver trovato i tornelli che fanno accedere agli shinkansen (la rete di treni ad alta velocità del Giappone), riusciamo ad accedere sulle banchine con le nostre valigie, dopo aver chiarito un piccolo “disguido” (di norma i giapponesi viaggiano “leggeri” o con pochissimo bagaglio, spedendo i bagagli pesanti a parte, solo gli occidentali di norma caricano le valigie sugli shinkansen…)e aspettiamo il nostro treno veloce: un “Tozei” che parte alle 13.07. Non avendo riservato il posto a sedere, sapendo che ci sono sempre posti liberi nelle carrozze apposite e riservare il posto costa di più ed è inutile, una volta giunto il nostro treno, saliamo a bordo e mentre questo parte dopo pochi minuti, raggiungiamo le carrozze di testa dove sono disponibili i posti liberi per tutti i passeggeri.

Mentre il Tozei ci porta velocemente e comodamente verso Kyoto, osserviamo il paesaggio fatto di campagne coltivate, risaie e centri abitati. Il vagone è insonorizzato e nonostante la grande velocità è molto confortevole; con noi abbiamo portato alcuni onigiri ed evitiamo di comprare i bento costosi venduti a bordo da una inserviente che passa ogni tanto, facendo l’inchino ai passeggeri.
Dopo poco più di due ore il treno inizia a rallentare e ci deposita in perfetto orario sulla banchina della Stazione Centrale di Kyoto, l’antica città imperiale che ci attende con le sue meraviglie e dimensioni più “umane” rispetto alla Tokyo tentacolare, senza contare l’indole della sua popolazione, riservata come tutti i giapponesi ma più spigliati e curiosi nei confronti degli stranieri, ma questa è un’altra storia…

Giappone il viaggio della vita. 2° parte.

Continua il nostro viaggio in Giappone: nonostante la pioggia serale, la mattina del terzo giorno a Tokyo abbiamo preso la metro per Shinjuku, quartiere commerciale ricco di negozi, night club, sale di packinko e discoteche o love hotel.
Il quartiere in realtà non ha molto da vedere, ma li si trova la stazione degli Shinkansen, i treni veloci che collegano tutto il Giappone e avevamo intenzione di prenotare due posti per spostarci a Kyoto velocemente.
Avendo poi prenotato a Kawaguchi-ko, una località che si affaccia sulla parete nord del Monte Fuji, dobbiamo trovare un autobus per raggiungere la località sul lago di Kawaguchi.
Per raggiungere Shinjuku, abbiamo dovuto attraversare una parte del quartiere di Shibuya, dopo essere usciti dalla metropolitana e immergendoci nel traffico cittadino, attraversando il famoso incrocio più trafficato del mondo e ci siamo rifugiati nel Parco di Shibuya, lo Yoyogi Park, visitando il santuario shintoista di Meiji-jingu.


Qui, in una atmosfera più tranquilla e meno affollata abbiamo sostato per un oretta circa osservando due matrimoni con corteo e cerimonia in abiti tradizionali che ci ha regalato emozioni indescrivibili e anche varie foto “rubate” per un evento che non ci aspettavamo di vedere.
Una volta usciti dal parco, superando il Meiji Jingu abbiamo trovato un caos indescrivibile di persone, automobili, merci e negozi di tutti i tipi, e ci siamo dovuti orientare, sbagliando strada 3 volte, solo per capire dov’era la biglietteria della JR Line (la linea ferroviaria giapponese che collega Kyoto e Osaka con Tokyo), ricevendo l’aiuto di una giovane coppia di giapponesi che ci ha visto in difficoltà, altrimenti avremmo girato a vuoto per ore. Dopo aver pagato due biglietti per lo Shinkansen dell’11 ottobre fino a Kyoto, abbiamo pranzato in un “Ramen Restaurant” siamo andati alla ricerca della Stazione degli autobus dove in un ufficio al primo piano il personale cortese e giovane che parlava anche inglese ci ha rilasciato i biglietti richiesti (e ho anche ricevuto l’appellativo di Luca San…) e ci siamo avviati verso la metropolitana per trovare un pò di pace in ostello.


Il giorno successivo a Tokyo sempre in metropolitana abbiamo raggiunto il Parco di Kitanomaru per visitare i resti del Palazzo Imperiale , anticamente denominato castello di Edo, ancora oggi e circondato dal fossato originale.
Quando l’abbiamo visitato pioveva leggermente e nonostante fosse ottobre, ciò ha alleviato la calura che si era accumulata nei giorni precedenti. Per entrare abbiamo attraversato un fossato e porte imponenti aperte nella cinta muraria, intervallata da antiche torri di guardia.


Il Nijubashi è un elegante ponte a due archi che conduce all’ingresso principale aperto al pubblico in alcune occasioni. Il Giardino Orientale che abbiamo visitato (Higashi Gyoen) ospita i resti del vecchio castello di Edo, distrutto dai bombardamenti americani durante la seconda guerra mondiale. Diverse varietà di fiori abbelliscono il giardino in ogni stagione, offrendo al visitatore un’atmosfera di relax ideale, contornata da lanterne, giardini, prati e laghetti, perfino un ponticello in legno. Tutti gli elementi che abbiamo visto erano posti in una certa posizione per motivi estetici e di “equilibrio” che a noi occidentali sfuggono.


Lungo il percorso di visita erano disposte a intervalli regolari anche stanze coperte per il ristoro, bagni pulitissimi (in Giappone i bagni sono sempre pulitissimi tranne forse quelli di strada, ma ciò dipende dalla frequenza dell’uso a cui il servizio di pulizia giornaliero non riesce a fare fronte… comunque scordatevi gli standard “occidentali dei bagni pubblici), e le onnipresenti macchinette automatiche che presentano una gamma sconfinata di prodotti caldi e freddi, snack, bevande e quant’altro.
Nel giardino del Palazzo Imperiale abbiamo anche visto un piccolo museo gratuito che esponeva alcune stampe giapponesi strepitose della Scuola Maruyama, il cui tema preponderante erano la famiglia imperiale oppure animali resi con qualità pittoriche di altissimo realismo e qualità eccelsa.


Dopo la visita abbiamo preso la metro per raggiungere Tsukiji Market famoso per la vendita giornaliera del pesce e costituito da un enorme capannone industriale senza molto appeal, quasi deserto e chiuso perchè era domenica.
Intorno al mercato erano sparsi decine di ristorantini di sushi fresco dove gruppi di giapponesi in fila disciplinata aspettavano il loro turno per entrare e farsi servire.
Alla fine abbiamo fatto anche un giro per la zona commerciale e dopo essermi fatto mettere in lista al Ristorante Sushi Zammay abbiamo aspettato circa 45 minuti prima che chiamassero il mio nome e alla fine “Luca San” è stato declamato ripetutamente nella strada piena di turisti giapponesi, curiosi, qualche occidentale e svariate bancarelle e negozietti di alimenti tipici, dove avevamo acquistato patate dolci sotto vuoto, fagioli dolci e un preparato per il ramen, mentre ingannavamo l’attesa. Abbiamo anche trovato il tè matcha in polvere in vendita a un buon prezzo Il ristorante si è rivelato ottimo sia nel servizio che nella qualità del pesce conservato in vetrine refrigerate esposte lungo il bancone dove ci siamo seduti.

Una volta scelto il nostro sushi i signori dall’altra parte del bancone hanno realizzato per noi un “capolavoro” di sapore, colore e armonia estetica, tipicamente giapponese, servendoci il sushi freschissimo su vassoi in ceramica accompagnato da tè matcha bollente in tazza.
Dopo pranzo gironzolando per il quartiere abbiamo anche scoperto un tempio shintoista dov’era esposta una mostra di foto sul disastro impressionante di Fukushima. Davanti all’altare un sacerdote officiava una funzione per alcuni fedeli radunati.
Per concludere la giornata abbiamo preso la metropolitana per tornare ad Asakusa e dopo un pò di riposo ci siamo messi a vagabondare per la zona della Nakamise-Dori Street, la via commerciale dove abbiamo dato un’occhiata per gli acquisti futuri prima di tornare in Italia. Essendo domenica, verso sera la zona era animata di izakata (birrerie giapponesi), bancarelle di cibo, birrerie all’aperto su panche e tavoli e una marea di giapponesi mezzi ubriachi che festeggiavano e si rilassavano nel giorno di riposo. Alla fine dopo una spesa veloce in un supermarket e in un negozio di bento siamo tornati al nostro ostello per cenare nella sala comune un pò affollata. Bevuto un pò di shoku (distillato di riso) a cena prima di andare a nanna, l’indomani ci restava l’ultima giornata prima di partire per la zona del Fujii, così abbiamo passato la giornata in relax, a preparare i bagagli e ci siamo fatti un giro solo nel quartiere di Asakusa che ci piace sempre di più per la sua vitalità e allegria, stando attenti ovviamente alle bancarelle e izakata all’aperto che vendono birra e cibo cotto al momento, dato che sono spesso gestiti da cinesi, che riguardo ai prezzi non hanno la stessa “onestà” dei giapponesi e ti possono far pagare uno sproposito un modesto pasto a base di spiedini di carne, qualche ciotola di riso e un boccale di birra alla spina, ma questa è un’altra storia….alla prossima!


Il viaggio della vita: Giappone.

Eccomi di nuovo quì. Come avrete immaginato tutti ho ancora moooolto da raccontare e inizio con il viaggio che sognavo da ragazzo e che sono riuscito a concretizzare nel 2012: andare in Giappone.

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Chi conosce un pò il paese del Sol Levante saprà delle sue immense meraviglie e contraddizioni, delle diverse sfaccettature che compongono una società molto diversa dalla nostra ma anche molto curiosa verso gli “occidentali”. Se siete italiani verrete sempre bene accolti perchè i giapponesi adorano il “bello” e sono portati per l’estetica e la perfezione (in special modo gli adulti, i giovani credo siano un pò più ribelli e individualisti in una società che tende all’ordine e armonia sociale della collettività, sacrificando i bisogni del singolo).
Detto questo, prenotato con largo anticipo un volo aereo per Tokyo, io e Pierpaolo siamo partiti con un volo Aeroflot il 3 ottobre per il Giappone. Facendo scalo a Mosca, dopo una breve sosta, abbiamo cambiato volo e con un aereo più grande (e più comodo) siamo arrivati in mattinata all’aeroporto di Tokyo Narita, abbastanza “stonati” dal fuso orario (in Giappone siamo  8 ore indietro rispetto al fuso orario italiano, in caso di ora solare 7 ore…).

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Prima cosa sul Giappone: scordatevi il “caos” e la disorganizzazione “italiani”, in Giappone è tutto organizzato nei minimi particolari, basta comprendere questa organizzazione. Noi abbiamo cambiato euro in yen all’aeroporto di Narita con un ottimo tasso di cambio (all’epoca un euro valeva circa 143 yen), MAI cambiare euro in yen all’aeroporto di Fiumicino o in altri aeroporti italiani, dire che vi “fregano” è dire poco…se ricordo bene il tasso di cambio a Fiumicino era intorno ai 110 yen per un euro. Per “sicurezza” mio fratello aveva “ordinato” degli yen in banca, pagandoli salati aggiungerei io. In Giappone è possibile cambiare soldi negli aeroporti o negli uffici di cambio sparsi in città, oltre che prelevare dagli ATM e uffici postali sparsi dappertutto con una semplice carta MAESTRO, una VISA o una Postepay, occhio alle commissioni però, ma se effettuate un singolo prelievo non credo che andrete in fallimento. Io ne ho effettuati due in tutto (uno su bancoposta e uno su postepay, perchè la prima volta avevo prelevato poco e non avevo “compreso” bene il sistema, ma tranquilli ci sono ATM in inglese, basta verificare), oltre ad aver cambiato circa 1000 € in yen).
Comunque, risolto il problema soldi, dopo esserci rifocillati con qualche bottiglietta di tè e un paio di snak dalle molteplici macchinette sparse in aeroporto, abbiamo finito di consultare la nostra mappa della metropolitana di Tokyo con le sue 13 linee e siamo saliti con biglietto acquistato in una macchinetta automatica sulla linea che ci avrebbe portati nella zona di Asakusa (detta comunemente Asaksa…), quartiere nella zona nord di Tokyo, che pare sia molto famoso fra i turisti e in cui era ubicato il nostro ostello. Dopo un cambio di linea a metà strada da Narita, in circa un oretta abbiamo raggiunto la nostra fermata Asakusa Bashi. L’ostello che avevamo prenotato oggi ha cambiato nome, ma all’epoca si chiamava Kahosan Tokyo Ninja. Dopo un pò di giretti a vuoto,trascinando i nostri trolley, abbiamo chiesto ad un poliziotto e in pochi minuti l’ostello si è presentato davanti a noi. A Tokyo gli alloggi sono cari quindi non stupitevi se per una cameretta di 2 metri per 3 metri con una semplice scrivania e una sedia in un  ostello, pulitissimo  ma senza colazione, dovrete pagare l’equivalente di € 35 a persona in letto a castello…

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Nel seminterrato c’era comunque  una bella cucina attrezzata e dopo aver poggiato i bagagli ed esserci riposati una mezz’oretta, siamo usciti alla scoperta del quartiere prima che facesse buio. L’impressione è stata di essere in un quartiere iper-abitato parte di una città tentacolare in qui è facile “perdersi” se non si ha una meta precisa e non si impara a leggere la mappa della metropolitana.
Dopo la prima “esplorazione”, siamo tornati in ostello, salutando il giovane receptionist che ci aveva accolto, per poi uscire di nuovo diretti ad un 24h Ramen, una tavola calda in cui servivano Ramen e altre pietanze tipiche della cucina giapponese. In questi locali non esiste la cassa dove pagare o il menù, bisogna avvicinarsi ad una macchinetta con tasti e una immagine per ogni tasto che indica il tipo di cibo e relativo prezzo, selezionare ciò che si preferisce e inserire yen in banconote o monete fino a raggiungere l’importo corrispondente, pigiare il tasto relativo alla cibaria scelta e ritirare lo scontrino da presentare al bancone dove solerti inservienti, con un inchino prenderanno la vostra ordinazione e in pochi minuti vi porteranno su un vassoio ciò che avete ordinato, tè verde freddo in brocche e più comunemente acqua con ghiaccio sono disponibili su ogni tavolo dove gli avventori si accomodano per consumare il cibo. Sembra “facile” ma noi per capire che dovevamo fare lo scontrino ad una macchinetta nei pressi della porta di ingresso, ci abbiamo messo una mezz’oretta dopo varie richieste agli inservienti che ci indirizzavano verso l’ingresso a gesti. Ovviamente in futuro noi ci riservavamo di provare anche il sushi giapponese ma questa è un’altra storia….

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Risolto questo piccolo quiz sul come ordinare, abbiamo consumato il nostro pasto a base di ramen, riso e carne di maiale con qualche verdura di contorno (per chi non lo sapesse il ramen è un piatto a base di tagliatelle di frumento servite con brodo di carne e guarnizioni di carne o verdure nella ciotola), e poi ci siamo riavviati verso l’ostello. Malgrado l’opulenza e armonia sociale attraversando le strade semideserte e un sottopassaggio abbiamo potuto constatare il grande numero di persone senza casa che vivevano per strada, dato il costo di una stanza in una megalopoli come Tokyo. Fra quelle persone ci sono anche semplici impiegati che hanno un lavoro ma non possono permettersi con il proprio stipendio nemmeno un capsule hotel per la notte (parlo di vere e proprie “bare” allineate su una parete, in cui si può pernottare pagando una cifra molto bassa e che comprendono di norma doccia e bagno a parte, oltre a vari “servizi” come televisore, lettore DVD, console, wii-fii, condizionatore ecc).

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Al ritorno in ostello abbiamo “beccato” un temporale e siamo andati a dormire presto perchè per via del jat lag e del fuso orario differente cascavamo letteralmente dal sonno.
Ritiratici nel nostro cubicolo lungo circa 2 metri (la lunghezza del letto a castello più un pò di spazio per infilare le valigie) e largo un metro e mezzo, abbiamo preso sonno nonostante il rumore del traffico onnipresente. L’indomani mattina, dopo una colazione veloce con tè e qualche dolcetto comprato la sera prima in uno dei tanti negozietti aperti 24 ore su 24, abbiamo preso la linea di metro che portava fino al quartiere di Ueno, famoso soprattutto per l’omonimo parco .
Definibile come un quartiere popolare, Ueno si articola intorno al parco ed alla stazione omonima. Il parco è stato aperto nel 1973 poi nel 1924 è stato “donato” alla municipalità di Tokyo dall’Imperatore Taisho, da questogesto deriva il suo nome Ueno-Onshi Koen, o “parco di Ueno, regalo imperiale”. Ospita numerosi musei, templi e santuarie uno zoo, ma noi ci siamo limitati a vedere il parco, e la zona commerciale di Ameyoko-dori,piena di negozietti, sushi-bar, chioschi di ramen, venditori di qualunque articolo, bancarelle di spiedini di frutta,carne o pesce e in sostanza qualunque cosa commerciabile in Giappone.

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Nel parco di Ueno abbiamo visitato solo lo Shitamachi Museum: una interessante e dettagliata ricostruzione del periodo Meiji che va dal 23 ottobre 1868 al 30 luglio 1912 (per capirci qualcosa il Giappone divide la sua storia in ere o epoche con denominazioni legate ai propri governanti o dinastie, attualmente ci troviamo nell’epoca Heisei iniziata nel 1989, con l’ascesa al trono dell’Imperatore Akihito al posto del padre Hirohito, l’Imperatore del periodo Shōwa. L’epoca Heisei significa letteralmente “pace ovunque”).
Durante la visita del museo abbiamo potuto usufruire delle spiegazioni di un anziano che si è offerto di farci da guida gratuitamente(in Giappone è molto comune che gli anziani una volta in pensione, si dedichino a varie mansioni per la comunità, come la cura delle aiuole e dei giardini scolastici, la pulizia di marciapiedi, il custode, la guida ecc). Uscendo dal museo la bigliettaia ci ha anche regalato due trottole origami, poi siamo tornati verso la stazione di Ueno che è uno dei principali snodi ferroviari della città.
In stazione abbiamo acquistato i nostri primi “bento”: si tratta di norma dicontenitori di plastica usa e getta contenenti pasti pronti di solito a base di riso, pesce, sushi, spaghetti di soia o qualunque altra pietanza preparata in precedenza e poi messa all’interno di vassoi contenitori con coperchio. I giapponesi sono soliti portarsi dietro da casa contenitori personali (famosissimi quelli dei bambini decorati con Hello Kitty o quelli laccati e in legno di alto valore artistico, ma i più comuni sono in plastica) con il pasto di mezzogiorno. I nostri bento erano a base di sushi e li abbiamo consumati nel parco, nonostante i divieti scritti ovunque che anche gli stessi giapponesi ignoravano con tranquillità.

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Prima di allontanarci da Ueno non abbiamo mancato di osservare lo Stagno di Shinobazu, ricco di ninfee e il Santuario di Toshogu oltre al Tempio di Jomyoin e il Tempio di Kan’ei-ji, simile ad una torre, tutti distribuiti intorno al Parco di Ueno o all’interno del parco. L’impatto con buddismo e shintoismo, principali religioni praticate dai giapponesi sono stati molto forti e anche io non ho potuto evitare, spinto da un impulso inarrestabile di comprare dei bastoncini di incenso da bruciare in un braciere con alle spalle lo stagno di Shinobazu per chiedere la buona sorte.

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Per tornare indietro abbiamo preso la Ginza line (linea gialla) fino ad Asakusa per poi scendere e proseguire a piedi fino ad Asakusa Bashi, purtroppo abbiamo sbagliato direzione ma per caso abbiamo incrociato il mercato della Nakamise Shopping Street (segnalata sulla nostra vetusta ma efficace guida), dove abbiamo potuto gironzolare osservando yukata (vesti leggere simili a kimono corti con braghe, utilizzati per dormire o per stare in casa), geta (tradizionali “ciabatte” giapponesi con la “zeppa” in legno molto alta e ogni tipo di abbigliamento tradizionale e non,dalle divise scolastiche maschili o femminili ai kimono, magliette, ventagli e cibarie varie.

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In sostanza i primi due giorni abbiamo visto i dintorni e ci siamo resi conto della vastità di Tokyo e del tempo necessario per spostarsi da un punto all’altro, nei prossimi post cercherò di trasmettervi ciò che abbiamo visto a Tokyo, e poi nei nostri spostamenti verso il Monte Fuji, e poi Kyoto, l’antica Capitale Imperiale, come la cittadina di Nara in passato anch’essa capitale di una delle tante dinastie imperiali della storia nipponica…