Viaggio in Irlanda 2010.

Dopo l’Erasmus, avrei voluto ritornare in Spagna e vedere tutto ciò che mi ero “perso” specialmente nel nord e centro della Penisola Iberica.
Non era possibile, causa mancanza “denari” per un giro così lungo, così optai per andare a vedere la tanto osannata e misteriosa terra di Irlanda….

IMG_3691.JPGLo so, in effetti si trattava di un cambio di meta a 180 gradi: da una terra bagnata dal sole ad una terra “inzuppata” (letteralmente…) dalla pioggia, da un’area geografica con idioma “castigliano” (lo spagnolo per intenderci, esportato in mezzo mondo…) ad un’area legata alla lingua inglese, nonostante le sue radici celtiche. E soprattutto da una penisola si passava in una isola. Ma il viaggio in Irlanda era ormai deciso: in quattro e quattr’otto optammo per un volo nell’isola di smeraldo durante il mese di settembre, ovviamente con la compagnia irlandese low-cost più famosa del mondo, di cui non farò il nome, e che come sempre per pochi euro (circa 134€ in due andata e ritorno da Roma Ciampino all’aeroporto di Dublino) ci avrebbe sbarcati nel paese, con il solito servizio scadente, i soliti sedili stretti e con poco spazio sulle gambe, fra turbolenze e prezzi esosi anche per una tazza di te nero…

IMG_3706.JPGDopo l’atterraggio, il 20 settembre, sbarcati dal nostro Airbus A310, effettuato un veloce recupero dei nostri zaini imbarcati, ci dirigemmo verso la zona “mezzi pubblici” dove una comoda navetta a due piani ci portò velocemente e in silenzio fino a Dublino: per la nostra permanenza di 3 notti, avevamo prenotato un ostello accogliente e con buon punteggio, situato in una ottima zona e non lontano dalle attrazioni maggiori.
La camerata da 6 posti si rivelo vuota, arredata con letti a castello, uno specchio e una sedia dorata e rivestita di velluto rosso, stile “Luigi XIII” (o era Luigi XVI???). I bagni in comune erano pochi ma su tutti i due piani dell’ostello, le docce pulite e moderne non lasciavano a desiderare e nel prezzo era compresa la colazione nella sala da pranzo comune, oltre alla possibilità di cucinarsi qualcosa nella cucina…

IMG_3721.JPGTempo di lasciare gli zaini in camera e siamo andati alla scoperta della città nel pomeriggio:  le strade del centro erano ingombre di persone frettolose, ma per il resto la zona urbana si è presentata tranquilla, anche se animata e “cosmopolita” in quanto metropoli urbana e “capitale” di questo paese molto differente da altri “anglosassoni”.Siamo passati davanti al Parlamento inglese e poi siamo andati a farci una pinta di guinnes in un Pub li vicino. Dopo una cena frugale a base di Fish and chips abbiamo percorso il lungo fiume fino all’Half Penny Bridge, detto Ha’penny Bridge, il percorso pedonale lungo il fiume Liffey ci ha permesso di ammirare il tramonto sulla città, mentre accanto ci passavano ciclisti, pedoni, turisti e semplici passanti in una processione incessante. A poca distanza si poteva notare la Custom House (Dogana di Dublino) e il Liberty Hall: l’edificio più alto della zona, costituito da un grattacielo di 59 piani, facilmente riconoscibile per la sua sagoma.

IMG_3747.JPGLa prima giornata a Dublino si è conclusa così in ostello, l’indomani avevamo intenzione di visitare il Museo Archeologico di Dublino che non ci ha affatto deluso (ho anche comprato una pipa artigianale fatta a mano) e dopo la visita, ci siamo diretti nella zona del Temple-bar, ricca di pub, locali di intrattenimento e ovviamente turisti: inutile dire che abbiamo cercato inutilmente un posto a sedere in un angolino di un pub, e dopo averlo trovato, non siamo riusciti a farci servire, forse a causa della musica assordante e dell folla di avventori presenti. Eravamo indecisi se visitare la fabbrica della Guinnes e quella del whisky Jameson, ma si trattava di attrazioni molto “turistiche” che abbiamo preferito evitare, anche per i costi: per farla breve, si spendevano quasi 50 euro complessivi per entrambe le visite….

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La giornata è così scivolata via fra un acquisto di birra irlandese in uno dei tanti negozi della città e la preparazione di una “cena irlandese” con bacon, salsicce al pepe, cetrioli e zuppa liofilizzata…le verdure scordatevele. Dublino si è rivelata fino ad ora “cara” essendo una grande città, in seguito avremmo scoperto anche che era “differente” dal resto d’Irlanda, molto più caratteristica e meno turistica della sua “capitale”. Così l’ultimo giorno prima di partire ci siamo dedicati a comprare cartoline e a fare un giro nel parco di Dublino, dare uno sguardo alla Cattedrale di San Patrizio e girando per il centro storico molto pulito e curato, per finire con la visita della National Gallery of Ireland.
Abbiamo invece declinato la visita del Trinitiy College, troppo cara e ridotta, anche se reclamizzata dappertutto, anche nell’info-point dove il primo giorno avevamo chiesto informazioni (in realtà la visita a pagamento del Trinity comprendeva solo la sala superiore della biblioteca del Trinity College, con rapido passaggio lungo la balaustra per ammirare gli scaffali allineati e la struttura solenne e silenziosa, fino all’uscita sull’altro lato della balaustra…), perciò mi sono soffermato nel book-shop dell’università, dove ho acquistato una maglietta prima di uscire nel traffico cittadino e lasciare il campus. L’indomani ci aspettava un viaggetto in autobus fino alla città costiera di Waterford, così siamo andati alla stazione degli autobus per acquistare i biglietti in anticipo, senza trovare ne caos ne difficoltà particolari e poi ci siamo gustati l’ultima cena a Dublino prima di rientrare in ostello. In camera avevamo avuto qualche compagno di stanza, ma solo per una notte, poi ci siamo ritrovati di nuovo soli. La notte “dublinese” ci ha avvolti nelle tenebre mentre il traffico cittadino ovattato ci ha trascinato nel sonno.

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La mattinata fresca e frizzante ci ha svegliati e abbiamo raccolto i nostri bagagli già pronti per raggiungere la stazione degli autobus dopo una colazione veloce in ostello. L’autobus partito in orario ci ha portati nel sud dell’Irlanda con inusitata lentezza e in pratica abbiamo passato 4 ore a bordo, per poi raggiungere Waterford verso l’ora di pranzo.
Ormai esperti, abbiamo subito chiesto all’ufficio informazioni quali erano gli alloggi con migliore rapporto qualità-prezzo per una notte e loro ci hanno dato gentilmente gli indirizzi di alcuni B&B e di un pensionato, alla fine abbiamo optato per un B&B Guest-house poco lontano, e dopo aver avvisato la struttura del nostro arrivo, abbiamo salutato l’addetto e ci siamo diretti con i nostri zaini fino all’edificio a due piani in cui una signora irlandese energica e cordiale ci ha mostrato le due camerette con bagno in comune site a due piani diversi di una casa con soffitti stuccati e pavimenti in legno scricchiolante. Prima di congedarsi da noi dopo essersi fatta pagare, la signora ci ha chiesto se volevamo per l’indomani la colazione “irlandese” o la colazione “vegetariana” e più internazionale, ovviamente abbiamo scelto la “Irish Breakfast” e non ce ne saremmo pentiti come avremmo constatato l’indomani…

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Per quanto riguarda le attrazioni Waterford non ne aveva di particolari e in fondo avevamo scelto di sostare qui, solo per “spezzare” il viaggio fino a Galway, sulla costa atlantica. Così dopo esserci aggirati per le vie sempre più buie e battute da una pioggerellina fine che ha iniziato a diventare insistente dopo il tramonto, abbiamo cercato un posto dove mettere qualcosa sotto i denti, optando ovviamente per un pub dove ci hanno servito sidro e due zuppe scelte sul menù molto ridotto del locale: una zuppa di verdure e una zuppa di pesce (salmone affumicato, verdure e forse alghe), con crostini di pane, che si sono rivelate assolutamente deliziose), dopo un secondo giro di sidro, scelto da Pierpaolo al posto della birra, siamo tornati per le strade buie fino al B&B Guest-house di cui avevamo la chiave, lasciataci dalla padrona, e siamo sprofondati in un sonno ristoratore, nella notte fredda e piovosa.

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La padrona ci ha servito gentilmente in una stanzetta da pranzo piccola ma ben arredata con tavolini, sedie e tovaglie di pizzo; la Irish-Breakfast si è rivelata un “pranzo” strepitoso (d’altronde qui non si pranza, ma si fanno colazioni sostanziose e dopo uno spuntino a metà giornata si cena pesantemente la sera…). In sostanza la nostra padrona di casa ci ha portato uova fritte con pancetta, pomodoro grigliato, fungo e salsiccia irlandese, oltre a Cornflakes, toast e burro con marmellate varie, te’ e latte, caffè e succo d’arancia.Ci siamo alzati a fatica e dopo un caloroso saluto e un ringraziamento per la colazione abbiamo raggiunto la piccola stazione degli autobus, destinazione Galway, dove intendiamo pernottare almeno 4 notti. In teoria avremmo voluto raggiungere Cork, ma la città si è rivelata mal collegata e cara da raggiungere, per un percorso di appena 120 miglia, e così abbiamo deciso di andare direttamente sull’altro lato dell’isola di smeraldo.
Una cosa da tenere in considerazione se si vuole andare in Irlanda è di prendere a noleggio un automobile, ovviamente se la guida a “sinistra” non vi spaventa…

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Galway si è rivelata “strapiena” di gente a causa del festival internazionale delle ostriche, per fortuna siamo riusciti a trovare due posti in 2 camerate diverse nell’ostello vicino alla stazione dei treni. Fra luci ed ombre ci siamo divertiti moltissimo perchè,al di là dei tour che abbiamo preferito evitare e un autobus perso per andare alle famosissime Cliffs of moher (vedi video degli U2 nell’album Unforgettable fire…), abbiamo fatto amicizia in ostello con un gruppo di “internazionali” molto vario eppure eterogeneo: due spagnoli, una italiana, un argentino e una tedesca. Dopo una giornata “persa” cercando di raggiungere a piedi e in autostop  la località di Mc Cullon dove si trovava uno dei tanti castelli d’Irlanda, con il rischio di farci investire sulla strada, priva di banchine pedonali e ciclabili, siamo tornati indietro letteralmente “morti” dopo un giro nella brughiera, con l’autobus del pomeriggio e a cena abbiamo socializzato casualmente con questo gruppo che ho descritto sopra, grazie ad un “assist” dell’unica italiana del gruppo: Giorgia (ragazza au-pair che alloggiava nella cittadina di Tullamore e passava il week-end a Galway per divertirsi un pò, data la noia di vivere ogni giorno nelle piccole cittadine irlandesi, come ci ha spiegato brevemente).

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La serata si è così srotolata fra bevute di birra e in seguito wisky irlandese, camminando per le umide e ventose vie di Galway, disseminate di ubriachi e ragazze in minigonna e sandali, nonostante il freddo di fine settembre, assieme ad i nostri nuovi “amici”.
Man mano che la serata proseguiva le strade si riempivano sempre più di persone ubriache (specie giovanissimi, gli irlandesi bevono in modo esagerato…) e siamo passati da un locale all’altro, mangiando in qualche take away e bevendo una pinta, fino alle 3 del mattino, quando ci siamo ritrovati nell’ Hostel City of Galway dove alloggiavamo e sprofondare nel sonno ristoratore. La domenica è passata nella quiete, e quando ci siamo ripresi dalla notte brava, abbiamo fatto un giro in città per gli ultimi acquisti e in serata siamo andati a vedere un film in inglese al cinema.
Ormai ci restava l’ultima notte da passare quì: i nostri compagni di serata avevano già lasciato l’ostello, così l’indomani mattina eravamo pronti per prendere l’autobus per la cittadina di Sligo, nostra ultima tappa.

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La cittadina famosa soprattutto per aver dato i natali allo scrittore   William Butler Yeats, di cui esiste un busto in pieno centro, non offriva particolari attrazioni oltre al palazzo del Municipio, i pub antichi e le sue vie tranquille e poco trafficate. La cittadina si trova nel Donegal e abbiamo soggiornato in un ostello-casa economicissimo ma con “russatori” in camerata che ci hanno fatto “soffrire” per le 2 notti in cui siamo stati li, per il resto oltre a cercare la tomba della “regina” nella Carrowmore Megalithic Cemetery in mezzo alla brughiera, dove ho trascinato mio fratello prima in autobus e poi a piedi, non abbiamo visto granchè.

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La visità alla tomba a tumulo si è interrotta perchè ha iniziato a piovere fortemente e si trattava di arrampicarsi su delle rocce, seguendo un percorso accidentato fino al tumulo, così dopo una breve sosta, abbiamo preferito tornare indietro fino alla fermata dell’autobus, godendoci però un panorama fantastico costituito dal laghetto adiacente e dalla brughiera sotto la pioggia, attraversata da muretti a secco, e qualche casa in rovina ogni tanto.

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Ormai il nostro viaggio volgeva al termine e non ci restava che prendere l’autobus per Dublino (i treni in Irlanda costavano tantissimo…),così la mattina presto, lasciato il nostro ostello-casa, abbiamo di nuovo attraversato l’isola seguendo strade attraverso la brughiera, fino alla capitale, dove ci siamo fermati per una notte nello stesso ostello e abbiamo fatto scorta di wiskhy e prodotti tipici irlandesi, il nostro aereo partiva all’alba dopo 2 giorni, così abbiamo preferito pernottare in aeroporto l’ultima notte, in attesa del volo per Roma Ciampino che partiva verso le 6.00, senza dimenticare di fare acquisti di vari wiskhy irlandesi che abbiamo trovato incredibilmente a prezzi scontati nel Duti Free-Shop dell’aeroporto di Dublino.
Un altro viaggio terminava, ma visto che era durato solo circa 11 giorni, ci siamo subito detti che torneremo sicuramente in futuro per approfondire la conoscenza di questa isola così misteriosa e affascinante e la promessa è ancora valida….

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Erasmus mon amour: Sevilla.

Scusate la lunga assenza, ma il estate si “lavora” e più o meno in base agli arrivi e devo “accogliere” ospiti e viaggiatori…Comunque, parlerò di qualcosa che tutti conosceranno e che ha a che fare con il viaggio e il cambiamento in generale oltre alla “scoperta” di nuovi orizzonti e prospettive di vite: quel “Progetto Erasmus” che ha fatto viaggiare e studiare, conoscendo un altro paese europeo milioni di studenti italiani e stranieri.

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Come “studente Erasmus” sono partito un pò “stagionato”, nel senso che a 29 anni, senza un lavoro, una prospettiva lavorativa futura, oltre a solo qualche collaborazione occasionale, mi ero iscritto di nuovo all’università per prendermi una seconda Laurea, dato il tanto tempo libero che mi trovavo a “gestire”. L’intenzione era specializzarsi in “Archeologia e cultura del Mondo Antico e Medioevale” dato che provenivo da una vecchia Laurea in Conservazione dei Beni Culturali: ovviamente si tratta di Lauree “umanistiche” che danno “miriadi di opportunità di lavoro in Italia”…direte voi, in effetti ci sono più archeologi disoccupati che ingegneri nel Bel Paese pieno di opere d’arte, beni culturali, parchi archeologici e rovine antiche, ma questa è un’altra storia…

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Comunque dopo un anno decisi di “tentare” L’Erasmus, destinazione ovviamente Spagna, e per la precisione Siviglia, in Andalusia; avendo una media voti “alta” e un buon numero di esami superati, feci domanda e nonostante i posti disponibili fossero solo 4, immaginando che ci sarebbe stata “folla” e sarei stato superato in graduatoria da qualcuno più meritevole, mi ritrovai pochi giorni dopo con la comunicazione di accettazione della mia domanda in mano. Andai così a seguire il corso di orientamento e lingua spagnola in mezzo a ragazzini di 20-22 anni in previsione della mia permanenza in Spagna. Per farla breve la preparazione mi prese tutta l’estate del 2009 poi partii a settembre, senza sapere lo spagnolo, un pò inquieto ma con grande interesse per quello che avrei trovato in quella città che è Siviglia.

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Le prime impressioni furono molto positive: chi conosce Siviglia, saprà bene che è una città del sud della Spagna, molto calda e turistica, ma anche caratteristica e ricca di vita e cultura. Dopo un paio di giorni in hotel, riuscii a trovare un appartamento “compartito” con altre 3 ragazze lavoratrici: una peruviana, una guatemalteca e una rumena.
In un certo senso, per la mia conoscenza dello spagnolo, ciò fu la mia salvezza: a differenza di TUTTI gli altri studenti italiani che frequentai e incontrai nella mia permanenza di 6 mesi, i quali tendevano a prendere casa assieme, finendo per parlare italiano in casa, e fare i “turisti” per la città, io praticai subito la lingua in modo diretto e continuativo con le mie companeras de piso, anche per molte ore al giorno, specialmente uscivo con una di loro, la ragazza guatemalteca, che mi aiutava ad approfondire l’idioma e mi fu di grande aiuto. Heidi sarebbe rimasta una mia grandissima amica e in seguito l’ho rivista quando ho fatto di nuovo un “giro” in Andalusia. A lei sono legato da una profonda amicizia, e anche quando lei cambio casa per il costo della pigione, continuai a frequentarla di tanto in tanto.

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La città in autunno era stupenda:  girai Siviglia in lungo e in largo, perdendomi fra i “barrios” del centro storico o passeggiando per il lungo-fiume, inoltre andavo a “Clases de espanol” e ai corsi universitari nella Sede Centrale della Universidad de Sevilla spostandomi in autobus e attraversando tutto il centro urbano, dato che vi erano varie facoltà sparse per la città, mentre la sede centrale de la “Universidad de Sevilla” si trovava all’interno di un maestoso edificio: si trattava di una antica fabbrica monumentale di tabacco, posta proprio nel Centro Storico, a due passi dall’Avenida de La Costitution e dalla Cattedrale dove sono state poste le spoglie di quel Cristoforo Colombo che fece “grande” Siviglia con i commerci aperti dalle sue spedizioni nel Nuovo Mondo. Feci amicizia anche con qualche ragazzo spagnolo dei corsi che seguivo, nel frattempo il mio idioma migliorava sempre di più e continuavo a girare instancabilmente la città in bicicletta (finchè non me la rubarono davanti al Centro Commerciale di Nervion Plaza…) e poi a piedi e in autobus…

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Nell’appartamento ci furono “cambiamenti”, una delle coinquiline, la rumena, era “scappata” via nei primi giorni della mia permanenza, una notte, senza pagare l’affitto arretrato al padrone di casa, pochi giorni dopo il mio arrivo, prima di novembre, andò via anche la mia amica guatemalteca Heidi e rimasi con con Maribel, la signora peruviana e un nuovo coinquilino trovato dal “duegno” dell’appartamento: si trattava di un giovane “sevillano” doc un pò sbruffone e infantile su cui sorvolerò perchè non c’è molto da dire sul suo conto…
Arrivo dicembre e strano a credersi arrivo anche una ventata di freddo gelido, inusuale per una città come Siviglia, anche perchè dovete sapere che nelle case non ci sono termosifoni e i sivigliani  e gli andalusi in generale usano stufette portatili ad aria calda e termosifoni elettrici a ruote. Io avevo solo una ventolina elettrica e nessun vestito pesante, dopo qualche giorno di “sofferenza” comprai in un grande magazzino un giaccone sintetico per proteggermi dal freddo, mi procurai anche qualche pantalone jeans pesantee in seguito scarponi invernali. In dicembre sulla città cadde perfino della neve, passai la vigilia di Natale con la mia amica guatemalteca e le sue coinquiline nel loro appartamentino in un barrio in periferia, fra musica latino-americana e balli, oltre a cibo tipico dei loro paesi d’origine.

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Il giorno di Natale sotto una pioggia battente lo passai a casa della figlia di un amico di famiglia, che era finita a Siviglia da un annetto in cerca di lavoro e faceva la “carpintera”, il Capodanno invece lo passai con i miei genitori, che erano venuti a trovarmi, in piazza, dietro l’Aiutamento della città (L’edificio del Municipio), per poi tornare a casa a piedi come al solito, dato che gli autobus erano tutti fermi per la festività.

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Durante i miei vagabondaggi per la città, in autunno, avevo già visto quasi tutti i musei, il Real Alcazar (antica residenza reale dei Reali di Spagna usata ancora in estate da Re e famiglia reale…) e la “Galeria des Bellas Artes”, avevo partecipato a qualche “boteillon” (il riunirsi fra giovani per strada, in un luogo designato e bere quello che ci si porta da casa, chiacchierando), poi con l’arrivo delle piogge, in una regione di solito arida e secca, mi trovai a dover passare il tempo in posti chiusi, fra cinema e bar, dove si servono tapas “povere” e “cerveza” andalusa chiamata “Cruz Campo” che gli andalusi non mancano mai di lodare, anche se in realtà è una birra leggera e con poco corpo, molto dissetante che tende però a gonfiare lo stomaco e a fare troppa schiuma…

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L’anno che arrivo, il 2010, mi porto 3 mesi in cui il tempo tornò ad essere mite e mi permise di girare la regione, senza trascurare i corsi universitari e la “Clases de espanol”, io e Goffredo, un’altro giovane italiano originario della Liguria eravamo probabilmente i migliori allievi della nostra “Profesora” di spagnolo, così in Gennaio, dopo l’esame di 1° livello superato brillantemente, ci iscrivemmo entrambi al secondo livello di lingua, anche se sapevo che avrei potuto frequentare il corso al massimo fino alla fine di marzo, quando scaduto il mio periodo Erasmus di 6 mesi non sarei rimasto ulteriormente, curiosamente in Italia si prospettava la possibilità di entrare in una società dove lavorare in ambito “turistico-ricettivo” nella gestione di un ostello assieme a mio padre perchè una socia intendeva andarsene e altrimenti si sarebbe dovuta chiudere l’attività…

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Continuai nei miei vagabondaggi, da solo o assieme ad alcuni studenti italiani Erasmus come me, a volte un ragazzo tedesco in Erasmus, Benjamin, mi accompagnava in queste “gite” come ad esempio durante il Carnevale di Cadice: porto di mare famoso proprio per questa festività in cui il caos della ricorrenza si mischiò anche in quella occasione con fiumi di birra, costumi colorati e variegati (io mi ero vestito da “platano canario…immaginate un pò voi…). A Cadice però ero già stato in settembre per fare il bagno, buscandomi una bronchite per via dell’acqua fredda e dell’aria condizionata in treno.
Poi andai da solo a Jerez de la Frontera, cittadina famosa per il suo sherry apprezzato come aperitivo soprattutto dagli inglesi ed esportato dagli spagnoli in tutto il mondo, oltre al il vino bianco “secco” che si vende in gran quantità e si consuma nelle notti afose e calde. Non mancai di visitare assieme ad un gruppo di giovani studenti italiani anche Cordoba e la sua famosa “Mesquita” araba trasformata poi in chiesa cristiana con la “Reconquista”.

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Il mio periodo di permanenza volgeva al termine: superai brillantemente i due esami universitari con voti altissimi che non mi sarei aspettato, e ormai parlavo uno spagnolo fluente e conoscevo qualche parola gergale di andaluso, ma restavano solo pochi giorni, poi avrei dovuto lasciare l’appartamento, mentre la primavera e la “feria de april” si approssimavano in città.
Feci un ultimo “viaggio” fino a Madrid, via Autobus, con l’intenzione di vedere il Museo del Prado e tornare la sera, ma la distanza era tanta alla fine visitai solo genericamente la Capitale trovando i madrilegni molto diversi dagli andalusi: più sofisticati e aristocratici, anche se con una ottima “dizione” nella loro lingua spagnola. Mi feci strada far le strade di Madrid e il suo Parco, salendo le sue vie dritte che si inerpicavano su per la collina fino al Parlamento Spagnolo e in nottata tornai a Siviglia distrutto per il lungo viaggio.
Pochi giorni dopo salivo sull’aereo che mi avrebbe riportato in Italia dopo 6 mesi e poco più: in questa città andalusa caotica e un pò “ladrona” popolata da gitani, stranieri, andalusi, spagnoli, turisti e una miriade di studenti, una città caotica ma popolare e conveniente: in questo posto lasciavo un pugno di amici che avrei rivisto ancora in seguito, nei miei ricordi rimanevano un sacco di posti visitati come l’Alameda des Ercules o la Colonia Romana di Italica con il suo anfiteatro e soprattutto, colori, sensazioni, gusti e sapori di tapas e vino andaluso, cerveza e profumi di fiori dei giardini curatissimi nei patii della città, un giorno, alcuni anni dopo, sarei tornato per rivedere i luoghi che avevo lasciato, ma questa è un’altra storia….

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Mexico 2008…Prima parte.

Dopo una lunga pausa torno a parlare di viaggi: scusatemi….ma non avevo proprio voglia di scrivere…comunque ora vi racconterò un viaggio in un posto “fantastico” pieno di luci ed ombre:

Nel luglio del 2008 ho accompagnato mia madre in Messico: chi conosce il paese sa che è un coacervo di bellezza e disperazione, povertà e meraviglia.
Con il nostro volo IBERIA facciamo uno scalo notturno all’aeroporto di Madrid, poi all’alba proseguiamo per Città del Messico attraversando per la prima volta l’Atlantico: La tentacolare capitale dello Stato Nord-Americano che conta con la zona metropolitana quasi 20 milioni di persone ci si presenta all’alba immensa e frenetica già durante le fasi di atterraggio all’aeroporto.
Nell’enorme spazio degli arrivi troviamo ad attenderci gli amici insegnanti della RIDEF (ricordate il viaggio in Finlandia? Andate a rileggere o leggete ora se non sapete di cosa parlo…), che ci fanno sentire un calore e una umanità che fa bene al cuore. Quest’anno il Campo internazionale RIDEF si terrà a Metepech, nello Stato di Puebla, fra qualche giorno.
Dopo saluti e abbracci, i nostri “padroni di casa” ci guidano con sicurezza verso il desk dei taxi autorizzati, chiamano un taxi per noi, che ci porterà fino all’hotel e ci augurano tutto il bene del mondo. Saliti sul taxi la sensazione sulla città è che sia un pò “pericolosa”. Poi il nostro taxista si assicura che le portiere siano ben chiuse, come i finestrini, mette le sicure alle portiere e ci immergiamo in auto nel traffico sterminato della città.
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Dappertutto vediamo camionette e auto della polizia cariche di poliziotte (uomini e donne armati letteralmente fino ai denti), per le strade ci sono anche guardie private armate, agli ingressi di vari negozi, banche, hotel, ma la gente pare non farci caso:si tratta di una umanità variegata fatta si di poliziotti ad ogni incrocio, ma anche di persone intente a pulire pavimenti e marciapiedi davanti ai propri negozi, ragazze che camminano spedite, coppie di innamorati, sfaccendati, lustrascarpe pronti a servire i clienti di passaggio e persone, persone, persone.
Giunti in hotel, effetuato il check-in e disfatte le valigie, anche se non abbiamo dormito molto in aereo, ci concediamo una doccia veloce e poi facciamo il nostro primo giretto, che si trasforma in una camminata fino allo “Zòcalo” o Piazza della Costituzione: una delle più grandi piazze del mondo. Al centro si erge un’asta enorme da cui sventola una bandiera messicana. Ci dirigiamo alla Cattedrale Metropolitana della città, nonostante l’altitudine a cui si trova la capitale, oltre i 2000 metri su un altipiano di origine vulcanica, non avverto nessun disturbo e continuiamo a girare per il centro storico, dopo aver visto la Chiesa, che però non mi ha impressionato con il suo barocchismo esagerato e la sua mole. Proseguiamo il nostro giro, dopo un pranzo in un ristorante affacciato sulla piazza, camminando fino a sera, fermandoci in qualche panaderia o in vari negozi, e torniamo lentamente verso l’hotel, fermandoci a lungo davanti al “Palacio de las Bellas Artes”: un museo che sorge ai margini di un parco, dove i messicani passano le ore che precedono la notte, rilassandosi, chiacchierando, ridendo e mangiando semi di zucca o sorseggiando qualcosa.
Anche noi compriamo semi di zucca da una anziana india che ci ringrazia e restiamo seduti sul bordo di una aiuola guardando al gente che ci passa davanti, percorrendo l’Avenida Juarez, piena di traffico ad ogni ora del giorno.
Prima che scocchino le 9 della sera, insisto con mia madre per alzarci e tornare all’hotel per riposarci un pò nonostante il jet-lag, perciò passo la notte a prendere appunti di viaggio e a leggere “La polvere del Messico” di Pino Cacucci mentre mia madre russa….
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Quando ci alziamo verso le 8.00 è una domenica un pò uggiosa e dopo colazione vado in giro per la città in cerca di un adattatore per le prese di corrente elettriche nell’hotel, che mi permetta di ricaricare cellulari, fotocamera e videocamera. Passiamo la domenica visitando il Palazzo del Parlamento e del Governo Federale,  affacciato sullo Zòcalo, il Tempio Major, dove una volta sorgeva Tenochtitlan, l’attuale Città del Messico, un tempo  capitale dell’impero azteco. Concludiamo la nostra ennesima “passeggiata” visitando il Palazzo del Bellas Artes dove ci eravamo fermati il giorno predente per riposarci: essendo domenica scopriamo che tutte queste attrazioni sono “gratis” e non possiamo che apprezzare la fortuna che ci è capitata.
Date le distanze enormi finalmente decidiamo di prendere la metropolitana l’indomani, e lunedì mattina, partiamo sempre in metro alla volta del Parco di Chapultepec, che risulta chiuso, perchè è lunedì….
Il tempo è mutevole e variegato nell’arco di una giornata quì aCittà del Messico, dato che a volte sembra voglia piovere, poi si alza repentinamente il vento o esce un sole che ci riscalda un pò. La mattina l’aria è gelata, anche a causa dell’altitudine fino alle dieci.
Per passare la giornata, dopo un giretto nel caotico mercato rionale, alla ricerca di un ufficio postale, pranziamo in un caffè, per strada compriamo in un negozietto della frutta e poi degli orecchini da una bancarella, proseguendo poi a piedi per un breve tratto lungo il Paseo de la Reforma. Gli altri italiani del gruppo RIDEF scesi con noi all’aeroporto, hanno alloggiato in un altro albergo e sono partiti per fare un giro pre-RIDEF nella città di Puebla, noi li seguiremo fra qualche giorno.
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Passiamo gli ultimi due giorni a Città del Messico visitando il grandioso Museo di Antropologia del Parco di Capultepech, immenso da vedere, poi facciamo acquisti in alcune “tiendas d’artisaneria” comprando “calaveras” (scheletri vestiti nei modi più fantasiosi o teschi in ceramica colorati e decorati riccamente),per poi spostarci fino al famoso e interessante Museo di Frida Kalo e Diego Rivera, in pratica la casa dove ha vissuto la coppia di artisti. Non possiamo evitare una visita anche alla casa di Lev Trocij e poi ci dirigiamo fino al quartiere di Cojoacan: una zona residenziale “bene” di Città del Messico. L’unica “disavventura” che ci capita è di perderci l’ultimo giorno nel barrio di Xochimilco, a sud del centro cittadino. Privi di una mappa della periferia, ci  smarriamo inevitabilmente fra le stradine tutte uguali del quartiere, “salvandoci” grazie alle indicazioni di un cartolaio e ad un pò di intuito, riuscendo a trovare una stazione della metropolitana, per tornare in centro, ma l’escursione sui canali di Xochimilco è valsa la difficoltà di ritrovare la strada. Domani andremo ad incontrare gli insegnanti messicani che ci faranno da “ciceroni” fino a Metepec per iniziare il campo, ma questa è un’altra parte di storia che racconterò il prima possibile….
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Belgio e Olanda in treno.

Nel settembre 2007 approfitto di un volo da Pescara a Charleroi, per vedere un pò di Belgio e Paesi Bassi, comunemente detti Olanda. Per arrivare ci vogliono meno di tre ore, atterrati, prendiamo un autobus per Bruxelles, da dove un treno dalla stazione centrale, dopo un pò di incertezze (rischiamo di prendere il treno veloce per Londra, perchè non riusciamo a capire dove sia il treno per Amsterdam e sbagliamo banchina…) ci porta ad Amsterdam in un oretta e mezza.

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Abbiamo prenotato in un ostello a pochi passi dai Canali, in particolare dal Keizersgracht: uno dei tre canali scavati nella città durante il secolo d’oro olandese. Il Singelgracht è l’area che comprende i canali storici di Amsterdam ed è stato inserito nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell Unesco; d’appertutto sono posteggiate biciclette e la città ci si rivela subito “caotico” e multietnica: ricca di vita, anche se molto cara, oltre che strapiena di turisti.
L’ostello si rivela letteralmente una “bettola” fra l’altro anche a caro prezzo in camerata mista, ma d’altronde non potevamo trovare di meglio: Amsterdam come già detto è carissima per le nostre tasche, nonostante l’euro e ci troviamo costretti a fare la spesa per risparmiare qualcosa sui pasti.
La mobilità però è eccellente: il giorno successivo, troviamo un deposito/noleggio biciclette e lasciando un congruo deposito noleggiamo due bici per i tre giorni in cui pernotteremo in città, per muoverci agevolmente, ci spostiamo attraverso le piste ciclabili che servono ogni angolo del centro abitato.

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Dopo un giro in Piazza Dam e una visita a qualche coffè shop per curiosità, inforchiamo le bici e andiamo in direzione del Rijksmuseum Amsterdam, purtroppo scopriamo che è in ristrutturazione, perciò non visitabile, se non in minima parte e preferiamo cambiare destinazione raggiungendo uno dei musei a mio avviso più ricchi ed entusiasmanti che abbia mai visto in vita mia dedicati ad un singolo artista: il Van Gogh Museum che ci “rapisce” in tutto il suo splendore fino ad ora di pranzo, quando un acquazzone ci costringe a consumare uno snack nel caffè del museo (ovviamente molto costoso), in attesa che smetta di diluviare.
Per fare la spesa troviamo un supermarket aperto 24 ore su 24 alla Station Amsterdam Centraal, che si rivela abbastanza conveniente per i piatti da asporto che consumiamo in un ostello strapieno e privo di cucina comune.
Nel pomeriggio pur di non restare in ostello (manca anche l’acqua per farsi una doccia a causa di un un problema alle tubature almeno fino all’indomani), facciamo un giro, passando attraverso il “red district” o quartiere a luci rosse dove si affacciano le famose vetrine con signorine che attirano i clienti potenziali (la prostituzione nei Paesi Bassi è legale), e ci dirigiamo al Hash, Marihuana & Hemp Museum: si tratta, come è facile comprendere dal nome, di un museo dedicato alla cannabis e ai suoi svariati usi,  che offre ai visitatori informazioni riguardo all’utilizzo storico e moderno della cannabis per uso medico e perfino religioso e culturale. L’esposizione è incentrato anche su come la canapa possa essere usata nella produzione agricola e soprattutto industriale, ovviamente c’è anche un gift-shop di accessori, vestiario e prodotti cosmetici realizzati esclusivamente a partire dalla fibra di canapa.

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“Rubo” una foto della zona di produzione e usciamo senza perdere tempo dirigendoci verso il  Vondelpark nel centro della città, dove ci rilassiamo un pò prima che cali il sole.
L’ultimo giorno lo passiamo fra L’Amstelpark situato fuori dal centro e L’Orto botanico di Amsterdam: uno dei giardini botanici più antichi del mondo, che data la stagione è ancora ricco di specie botaniche e perfino farfalle nelle serre chiuse. Le ninfee che vediamo poi sono uno spettacolo per gli occhi.
L’amstelpark è meno affollato rispetto al Vondelpark nel centrocittà, dove torniamo in mattinata, sempre sfruttando le nostre biciclette (qualche inconveniente con i sensi di marcia mi rimedia un “cazziatone” da una giovane olandese) e ci muoviamo velocemente, trovando riparo in qualche locale o sotto una pensilina quando arriva uno scroscio di pioggia.

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Il viaggio continua però e l’indomani mattina lasciamo con sollievo il nostro ostello e ci dirigiamo in treno verso Rotterdam: città commerciale e moderna di cui mi interessano soprattutto i musei. Appena scesi dal treno ci dirigiamo verso l’ostello che abbiamo prenotato, e notiamo subito l’assenza di caos o sovrappopolazione, tangibili invece per le strade di Amsterdam. Rotterdam si rivela una città piacevole e tranquilla, l’ostello è pulito e spazioso; passiamo il primo giorno a vedere il Museum Boijmans Van Beuningen che ricordo dai tempi dell’università e il pomeriggio girovaghiamo per il centro storico in verità completamente ricostruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, perciò riesco a convincere Pierpaolo a fare un salto a l’Aja l’indomani: la città sede del parlamento e del governo dello Stato, pur non essendone la capitale, che è Amsterdam, è sempre la terza città per grandezza dei Paesi Bassi, e dal 1831 è anche residenza della casa reale dei Paesi Bassi.
La mattina successiva prendiamo un treno regionale e giungiamo all’Aja in un oretta, purtroppo scrosci di pioggia continui rovinano la nostra “gita” e dopo un giretto nel centro della città, fuggiamo verso la stazione per tornare il prima possibile a Rotterdam: quì faccio una passeggiata con Pierpaolo per cercare di raggiungere le Kubuswoningen conosciute comunemente come “Case cubiche di Piet Blom”, situate in prossimità del vecchio porto. Purtroppo anche in questo caso una forte pioggia ci costringe a desistere e ci “salviamo” rifugiandoci nella KunstHal: un museo d’arte contemporaneo famoso soprattutto per la sua struttura, in cui è vietato fare foto ovviamente…

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Dopo aver visto le collezioni permanenti e temporanee, oltre ad una mostra fotografica di cui riesco a prendere uno scorcio, torniamo in ostello: la pioggia ha lasciato dietro di se solo ampie pozze d’acqua e prepariamo i bagagli per l’indomani.
Il nostro treno ci riporta questa volta verso il Belgio, con una tappa di qualche giorno ad Anversa: città commerciale famosa per i diamanti, multietnica e pacifica, visitiamo il quartiere ebraico o quartiere dei diamanti, senza dimenticare il Grote Markt, detto comunemente piazza del mercato e la Rubenshuis: la casa seicentesca del famoso pittore, diventata un museo con diverse opere del Maestro e le sue collezioni.
Questi giri ci portano via ben due giorni, al termine dei quali ci aspetta l’ultima giornata ad Anversa, che passiamo cercando souvenir e facendo una visita della Cattedrale e ripassando per il “quartiere dei diamanti” pensando di acquistare qualcosa per mia madre, ma i prezzi proibitivi ci frenano…
Anche Anversa ha dei canali, ma obiettivamente non sono quelli di Amsterdam, tutti parlano il fiammingo ed evitano il francese, riusciamo comunque a farci comprendere e l’indomani mattina lasciamo l’ostello diretti verso Bruxelles, sempre in treno ovviamente.
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Man mano che ci avviciniamo alla capitale belga, abbiamo l’impressione che la tolleranza e ricchezza di queste terre di “mercanti” lascino il posto a povertà e tristezza, testimoniate da senzatetto e povera gente presente alla Stazione ferroviaria di Anversa (assenti invece ad Amsterdam e Rotterdam o all’Aja),  troviamo anche molti clocard rifugiati in caffetterie e tavole calde, dove passiamo il tempo nell’attesa di raggiungere l’aeroporto di Charleroi.
Verso sera andiamo a ritirare il bagaglio alla stazione di Bruxelles, dove, complice anche il tempo clemente, incrociamo una umanità variegata e multietnica. Saliamo su uno degli ultimi autobus per l’aeroporto e giungiamo verso mezzanotte al terminal in attesa del volo che l’indomani ci riporterà a Pescara verso mezzogiorno. Un altro viaggio volge al termine.
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Praga a Capodanno.

Dopo alcuni giorni di pausa in questo caldo anticipo di primavera racconterò il mio primo Capodanno all’estero: per l’occasione il 28 dicembre 2006 siamo partiti come gruppo di amici alla volta della famosissima città di Praga. Nel 2000 avevo già visto la neo-capitale della Repubblica Ceca durante una manifestazione, ma all’epoca la città era ancora poco turistica, questa volta invece tutto era cambiato…

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Atterrati all’aeroporto di Praga-Ruzyně in modo abbastanza “brusco” a causa della presenza di neve e ghiaccio sulla pista (un paio di miei amici hanno “pregato” durante l’atterraggio….), ci siamo diretti con lo shuttle-bus in centro obiettivo un ostello non lontano dal centro città prenotato su hostelworld.
Dopo aver lasciato i bagagli nella camerata da 8 che dividevamo con altri 3 inglesi, siamo partiti alla volta della città notturna, ghiaccio e neve ai lati della strada non ci hanno scoraggiati, anche se i miei amici hanno gusti abbastanza standard e invece di fermarci alla tavola calda sotto l’ostello (in corso di apertura, stavano ancora montando l’insegna…), siamo finiti in un KFC….dove una ragazza locale ha anche tentato di “sottrarre” la borsa al nostro amico Manuel; io e mio fratello ci siamo accorti in breve degli strani atteggiamenti della giovane (avvicinarsi al nostro tavolo con fare circospetto e sedersi proprio alle spalle di Manuel, nonostante tutti gli altri tavoli intorno vuoti, coprendosi parzialmente il volto e senza ordinare nulla, lanciando continui sguardi intorno e alla borsa di Manuel poggiata ai suoi piedi non era molto “normale”), così avvisato, lui si è prontamente messo la borsa a tracolla aprendola e fingendo di frugarvi dentro, la giovane ragazza si è subito alzata di colpo e ha lasciato il locale prima senza dire una parola.Dopo questa breve parentesi siamo tornati in ostello, la visita della città si era fermata a poche strade e uno scorcio del Castello di Praga adagiato su una delle alture che sovrastano la città, l’indomani avevamo intenzione di vedere il centro, non saremmo rimasti delusi.

Praha_staromestske_namesti_2003https://it.wikipedia.org/wiki/Piazza_della_Città_Vecchia

In mattinata, dopo una colazione a base di gulash, yogurt e caffè o tè nella tavola calda sotto l’ostello, abbiamo raggiunto a piedi la piazza di San Venceslao (Václavské náměstí, famosa per la morte di  Jan Palach, studente universitario che si diede fuoco in segno di protesta contro l’occupazione sovietica del ’68.
Da lì abbiamo raggiunto sempre a piedi la Piazza della Città Vecchia detta anche  Staroměstské náměstí. Famosa per il suo orologio astronomico e per la chiesa di Santa Maria di Tìn, ricca di edifici gotici e romanici, la cosa notevole ai nostri occhi è stata vedere Il meccanismo  composto da tre elementi principali in azione: il quadrante astronomico, sul quale, oltre all’ora, sono rappresentate le posizioni in cielo del Sole e della Luna, insieme ad altre informazioni astronomiche e il “Corteo degli Apostoli” (un meccanismo che, allo scoccare di ogni ora, metteva in movimento delle figure rappresentanti appunto i 12 Apostoli; e un quadrante inferiore composto da 12 medaglioni raffiguranti i mesi dell’anno). Nell’attesa che il meccanismo si attivasse abbiamo consumato una pilsner a “caro prezzo” seduti ai tavolini di una delle tante birrerie di fronte all’edificio.
Nonostante i prezzi in corone ceche, abbiamo subito notato il fatto che avremmo dovuto “stare attenti” al cambio con l’euro, in quanto molti importi erano “gonfiati” (trattandosi anche di un periodo di alta stagione era piuttosto ovvio, perciò non ci siamo lamentati più di tanto proseguendo il nostro giro fino al  quartiere storico di Malá Strana, per poi dirigerci fino al vecchio cimitero ebraico di Praga, dove ho fatto le mie solite riprese, fra lapidi e tombe, perdendomi nei meandri della storia così stratificata in un luogo di norma dedicato alla morte ma che ci ha colpito profondamente per la sua bellezza.

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Tornati all’ostello in serata, purtroppo ho iniziato ad accusare i sintomi di una febbre dovuta al freddo preso prima di partire, così la mattina successiva, nonostante una doccia calda e un te con miele, sono rimasto a letto mentre gli altri facevano un giretto turistico di poca rilevanza (andare al Rock Cafè di Praga a prendersi una birra a mio avviso non era il massimo…). Rimanendo a letto in attesa dell’indomani 31 dicembre le mie condizioni sono migliorate anche grazie al sonno ristoratore da cui mi hanno risvegliato i giovani inglesi con cui condividevamo la camerata, entrati in camera nel pomeriggio. La mattina successiva, anche se non avevo fame, ho mangiato qualche dolciume e un pò di cioccolato, poi intabarrato in giaccone, colbacco, guanti e sciarpa, ho seguito dopo pranzo in silenzio (mal di gola e raucedine erano sopraggiunti nella notte al posto della febbre che mi aveva per fortuna lasciato) il resto del gruppetto. Abbiamo passato il tempo in Piazza della città vecchia, fra la pista di pattinaggio, bancarelle e mercatini che affollavano la piazza, nell’attesa che arrivasse la sera, ascoltando le band musicali che si avvicendavano in piazza. L’intenzione era poi di andare ad attendere il Capodanno sul Ponte Carlo che attraversa la Moldava, fra un gelo siberiano dovuto anche all’umidità del fiume e persone che si accalcavano fino a saturare totalmente il passaggio prima di mezzanotte in attesa dei fuochi d’artificio, sparati dal Castello sull’altura alla nostra destra. Allo scoccare del nuovo anno un tripudio di fuochi sparati dal ponte e intorno a noi, si è unito a quelli del Castello: petardi, razzi, bombe carta e qualunque tipo di oggetto pirotecnico sono stati lanciati in aria, alcuni esplodendo perfino sopra le nostre teste nel panico generale.
Siamo rimasti sul ponte per un pò, un pò scossi dai botti, per poi riavviarci verso l’ostello con molta calma, fermandoci sulla strada e bere qualcosa in un piccolo locale lungo la strada, fra i fumi dell’alcool dei miei amici, io che ovviamente non ho toccato un goccio ho proseguito con loro fra cumuli di fuochi d’artificio e rifiuti di ogni genere abbandonati per strada e nelle piazze della città. Verso le 4.00 di mattina abbiamo rincasato nella nostra camerata (inglesi assenti) e siamo piombati in un sonno profondo fino a mezzogiorno. Il resto del 1° Gennaio 2007 lo abbiamo passato in camerata e solo la sera, affamati, siamo riusciti a trovare una pizzeria da asporto aperta per mangiare qualcosa.
Il nostro aereo partiva il giorno successivo nel pomeriggio, così dopo un veloce giro in cerca di “souvenir” nel centro della città e una visita della Galleria Nazionale di Praga per ammirarne le collezioni, abbiamo fatto i bagagli e siamo tornati in bus fino all’aeroporto: qui abbiamo comprato nei duty del terminal partenze qualche bottiglia di becherovka chiamata anche Třináctý pramen (ossia Tredicesima fonte), ovviamente un liquore prodotto n Repubblica Ceca, che avevamo avuto modo di assaggiare varie volte in queste giornate di fine d’anno, per poi imbarcarci velocemente sul nostro volo low cost per Roma Ciampino. Un altro ritorno a casa, stanchi e un pò spossati, mentre io ero ormai in via di guarigione e non vedevo l’ora di “creare”una “video-story” di quelle giornate a Praga, ma questa è un’altra storia e chissà se verrà raccontata prima o poi…
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Finisterre: viaggio “estremo” fino alla fine, perso nel nulla.

L’arrivo a Santiago de Compostela ci aveva galvanizzato e dopo una serata a cena nella “Meson do pulpo”: un ristorante tipico di cucina gallega, molto alla buona, ma veramente eccezionale, dove siamo andati assieme ad altri due pellegrini conosciuti sul Cammino: Michele un italiano molto devoto che si fermava in tutte le chiese che incontrava, quando lo abbiamo incrociato, e Cristina, una signora spagnola molto allegra che lavora a Madrid.
Dopo aver assaggiato il famoso “polpo alla gallega” e qualche antipasto, annaffiati con vino nero, il tutto a prezzi veramente ridicoli, siamo tornati fino al Seminario, prima che scattasse il coprifuoco e ci chiudessero fuori per la notte.
L’indomani Marzio voleva partire per la nostra ultima tappa, in teoria 2-3 giorni di marcia fino all’oceano, che per il sottoscritto si sono però risolti in un disastro.

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Partiti la mattina con calma, verso le 8.00, nonostante la smania del mio compagno di viaggio ritrovato, ho appeso i vestiti ancora umidi allo zaino e ci siamo incamminati fuori dalla città.
Il sole ci ha riscaldato e ha asciugato i vestiti stesi sugli zaini (io avevo recuperato il giorno precedente il mio all’ufficio postale dove lo avevo spedito con tutto il mio equipaggiamento e alleggerendo un pò ero riuscito a scendere a 10 kg), mentre cercavamo lentamente i segnali stradali che indicassero il finisterre.
Passando attraverso boschi carbonizzati dalla siccità di quell’estate, per poi accellerare, Marzio ha iniziato a rimanere indietro durante alcune discese, fino a che, giunto ad una chiesetta dove ho fatto una sosta per far apporre il sello, il mio compagno di viaggio mi è passato davanti senza vedermi.
Più avanti ci siamo incrociati di nuovo in un piccolo paesino bucolico, attraversato da un fiumiciattolo, da cui abbiamo proseguito facendo giri assurdi in cerca di segnali sul Cammino, invero difficili da trovare, forse perchè trattasi del “Cammino del Finisterre” che viene effettuato specie in auto, camper o bici, fino all’oceano, mentre i pellegrini a piedi sono veramente pochi perchè si fermano tutti a Santiago….

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Comunque diretti verso la cittadina di Negreira, a 3 km circa ho deciso di abbandonare il sentiero mal segnato e seguire la carretera extraurbana che pensavo più diretta, dando appuntamento a Marzio nella città: errore fatale….
Giunto a Negreira, fatta la spesa in un supermercato lungo la strada, ho atteso Marzio fino all’ora di pranzo, senza vederlo arrivare, così dopo una ulteriore attesa alla Porta della città ho proseguito da solo, sperando di incontrarlo più avanti. Il cellulare ovviamente era muto e non rispondeva alle mie chiamate.
A questo punto si sono accumulati errori su errori: ho sbagliato strada non ritrovando i segnali che indicassero il Cammino per il finisterre, nonostante la richiesta di informazioni e le indicazioni di un anziano gallego, mi sono perso lungo una carretera molto trafficata, evitando di fermarmi all’albergue municipal di Negrera, perchè erano solo le 12.00 e pensavo di poter andare più avanti, concludendo la tappa verso il finisterre l’indomani….
Perso lungo sentieri appena fuori dalla città che ho seguito scoprendo che erano semplici percorsi tagliafuoco, una delle cinghie dello zaino ha anche ceduto, costringendomi ad arrangiarmi con una riparazione al volo, e mentre avanzavo verso ovest cercando di uscire dal bosco per avere qualche punto di riferimento, ho incontrato una contadina che mi ha reindirizzato verso la presunta direzione giusta per il Cammino, infatti ho trovato il segno della conchiglia, ma dopo un chilometro circa non ne ho trovati più, stanco e preoccupato perchè fra soste e giri a vuoto ormai erano le quattro di pomeriggio, ho raggiunto la strada provinciale, senza acqua, fino a trovare una provvidenziale fontana, ma il dolore al ginocchio è tornato a farsi sentire, perciò mi sono affannato a cercare un posto per la notte, purtroppo l’albergue più vicino, secondo le indicazioni era a 16 km di distanza!
In una cerveceria dove ho sostato per consumare un pasto, con una birra offertami da alcuni avventori, ho chiesto se c’era un posto dove passare la notte e la ragazza del locale, gentilissima, mi ha indicato dove potevo raggiungere un Bar che affittava camere per la notte, solo che si trovava a 4 chilometri di distanza, rivelatisi poi 6, e il mio ginocchio mi ha costretto ad andare pianissimo, così che sono arrivato verso le 22.00 al bar. Qui ho avuto la sgradita sorpresa di ricevere un rifiuto netto dalla padrona del locale, nonostante le mie preghiere, davanti agli avventori silenti, mi è stata negata una camera per una notte, anche quando ho sventolato il denaro davanti e ho dovuto passare la notte sulla strada…
Amareggiato e spossato ho girato i tacchi e mi sono avviato lungo il cammino maledicendo la proprietaria del bar, la notte ha portato anche l’umidità e un freddo atroce, così dopo essermi sdraiato dietro a dei cespugli per riposarmi inutilmente, ho dovuto camminare per scaldarmi, ma il peggio doveva ancora venire: verso le 2.00 mentre avanzavo a tentoni lungo la strada presumibilmente giusta, nel primo villaggio addormentato che ho incontrato lungo la strada ho incontrato un grosso cane che ha cercato di aggredirmi, abbaiandomi addosso furiosamente mentre mi allontanavo tenendolo a bada con il bastone.
La notte sarebbe passata così. con continue deviazioni per evitare gruppi di cani, più o meno grandi e molto “territoriali” che mi abbaiavano contro. Fra soste in attesa dell’alba, mi sono ritrovato senza acqua, a salire una colina punteggiata di pale eoliche. Dopo l’ennesimo incontro con cani abbaianti e aggressivi che mi hanno anche inseguito, ho fatto qualche sosta, dormendo persino sull’asfalto ancora tiepido, dopo essermi lasciato i villaggi addormentati alle spalle. Alle 6.00 di mattina purtroppo il sole era ancora lontano dal sorgere, ma la fortuna ha iniziato a girare a mio favore: trovata una fontanella nei pressi di una piscina chiusa,ho fatto rifornimento e mi sono addormentato su una panchina, letteralmente spossato.
I raggi del sole nascente mi hanno risvegliato, così affamato ho proseguito lungo la strada in cerca di un bar dove far colazione.
Purtroppo nel locale dove mi sono fermato per un caffe, succo d’arancia e tostadas, sudato e puzzolente ho scoperto di essere ormai fuori strada almeno di 40 km in linea d’aria, più a sud di dove sarei dovuto essere…
Proseguendo sempre evitando cani aggressivi davanti a fattorie e porte di casa, ho affrontato l’ultima discesa della mia camminata fino al paesino di Eirez, da dove verso le 11.00 di mattina, sotto un sole cocente, ho appurato che “Cee”, la cittadina dove finiva il cammino del finisterre era a 55 km di strada, troppa per farla a piedi nelle mie condizioni fisiche,così mi sono rassegnato a prendere un autobus per la prima volta dall’inizio del Cammino di Santiago, raggiungendo prima la località di Munas e poi proseguendo fino a Cee dove sono giunto nel pomeriggio.
Qui non c’era molto da fare che attendere Marzio,che sono riuscito a contattare per telefono,che sarebbe arrivato nel pomeriggio. Preso possesso di una branda nello squallido dormitorio gestito dai Vigili del Fuoco di See, dopo una doccia e una dormita fino al pomeriggio inoltrato, ho atteso Marzio all’ombra: lui è arrivato spossato e affamato dopo 16 km percorsi da Oliveira.
Assieme abbiamo fatto apporre il sello nella chiesa locale e dopo una cena orrenda a base di “pasta alla carbonara” cucinata in modo pessimo in un ristorantino lungo la costa, siamo andati a dormire nell’albergue municipal.

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L’indomani ci restavano i 15 chilometri fino al promontorio del Finisterre, attraverso gli onnipresenti boschi bruciati e sentieri fra gli alberi, fino alla cittadina di Finisterre: poche case e un faro sul mare: il nostro viaggio è finito davanti all’oceano, dove abbiamo bruciato quasi tutti i vestiti che indossavamo, secondo una antica tradizione, indossando il cambio che avevamo, poi abbiamo ammirato il mare e lentamente abbiamo “realizzato” di aver terminato il cammino che ci eravamo proposti di fare fino all’oceano.
Tornati turisti o semplici viaggiatori, ci siamo lentamente riavviati a piedi verso Finisterre, e dopo un bagno e un pò di sole preso in spiaggia, siamo saliti a bordo di un autobus per Santiago De Compostela.
Il nostro viaggio in pratica si era concluso. A Santiago, una volta giunti in serata, saremmo rimasti una notte in un hostal privato solo per la notte, per poi passare le ultime due notti in un albergue privato e ripartire il 26 agosto con un aereo alla volta dell’Italia. Questi ultimi giorni li avremmo passati ritrovando un sacco di persone incontrate sul Cammino, oltre a ritirare la Compostela per il completamento del Cammino, in sostanza ci saremmo riposati e avremmo passato il tempo in attesa della partenza, ma questa è un’altra storia….

Cammino di Santiago: gli ultimi 150 km.

Da O’ Cebreiro, prima di ripartire calcoliamo le tappe che ci restano per giungere a Santiago de Compostela: ci aspettano ancora circa 152 km e forse il Finisterre se vorremo proseguire fino all’Oceano Atlantico, dopo qualche giorno di riposo.
Nonostante ci sentiamo stanchi fisicamente, il morale è alto, mentre ci prepariamo per la notte, incrociamo nel rifugio ACAG un gruppo di italiani che si stanno registrando, facendo apporre il primo timbro sulla Credencial, partendo da quì per il loro Cammino.
Essendo un pò perplessi, alle nostre domande il gruppo si giustifica, affermando di avere a disposizione pochi giorni di ferie, per affrontare il Cammino di Santiago, d’altronde veniamo a sapere che chiunque percorra almeno gli ultimi 100-150 km presentando la propria Credencial, ha diritto alla Compostela una volta giunto alla fine di quel breve percorso…
La cosa che ci disturba un pò è l’immagine da turisti che presenta questa comitiva chiassosa, pulita e riposata, che pare stia partendo per una scampagnata (di 150 km però), che con tutta probabilità prenderanno un autobus per saltare un pò di chilometri, senza dirlo a nessuno, mentre noi siamo stanchi, sporchi e silenziosi, dopo 700 chilometri, oltre che “consapevoli”, abbiamo barbe lunghe di quasi un mese come le esperienze maturate sulla strada che non potranno mai “condensarsi” in una settimana scarsa…
Da alcuni numeri che abbiamo trovato riguardo al Cammino, ormai siamo consapevoli che esso sia diventato un grande “business” oltre che fenomeno di massa anche molto superficiale a seconda dell’approccio dei “pellegrini” che partono senza zaino, portato comodamente direttamente all’albergue di destinazione in automobile da un comodo servizio di “trasporto mocilla”, altri fanno qualche tappa a piedi, per poi spostarsi con auto a noleggio o autobus, si può pernottare in hotel a 5 stelle, e addirittura per i più facoltosi farsi le tappe in taxi, poi ci sono i pellegrini “ciclisti” che macinano anche un centinaio di km a tappa e possono essere “pericolosi” per i pellegrini a piedi, data l’alta velocità e le strade non sempre larghe o ben livellate: nel 1987 i pellegrini censiti sul Cammino erano stati circa 3000, nel 2003, 3 anni fa, sono stati censiti sul Cammino di Santiago ben 300.000 pellegrini e i numeri continuano a crescere, vi lascio immaginare cosa possa essere diventato soprattutto il tragitto degli ultimi 100 km, di cui avremo riprova nella nostra marcia.
L’indomani 16 agosto partiamo sotto la pioggia che ci flagella per tutto il percorso: percorriamo ben 47 km fra pioggia e vento, sfiga e nebbia che ci fa sbagliare qualche pezzo di strada. Ci fermiamo al riparo delle chiese lungo il percorso per avere un pò di tregua dalla pioggia battente, e il giro “panoramico” che facciamo ci porta ad arrivare nel pomeriggio all’albergue privato che avevamo prenotato per telefono.
Mentre Marzio rallenta per alcuni acciacchi che lo tormentano, io vado avanti e riesco ad arrivare nella cittadina di Sarria, dove ci attende l’albergue, Marzio arriva un pò più tardi mentre sono intento a far asciugare i panni letteralmente zuppi, dopo una doccia, finiamo in una camera mista, assieme a due giovani ragazze spagnole e una tedesca, ma siamo troppo provati fisicamente per “socializzare” al di la di qualche saluto e frasi di circostanza, sdraiati nei letti per riprenderci, consumiamo una cena veloce verso sera, mentre fuori continua a diluviare e poi sprofondiamo nel sonno.

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Il mattino seguente, ripartiamo dopo una abbondante colazione, alle spalle della ragazza tedesca, che ha lasciato un libro nell’albergue, passeremo tutto il giorno a cercare di raggiungerla sul Cammino per restituirgli il volume in tedesco. Nell’albergue di Sarria ho avuto una piccola disavventura mentre asciugavo una felpa e le calze su una corda sintetica, stesa sulle piastre elettriche della cucina. Purtroppo mentre ero sdraiato nel letto a riposarmi un pò, la fune di nylon si è staccata per il peso e la felpa si è bucata a causa di una bruciatura rimediata sulle piastre elettriche regolate al massimo per far asciugare i panni. L’urlo della tedesca mi ha risvegliato e insieme a Marzio abbiamo evitato il peggio, spegnendo subito le piastre elettriche, ma d’altronde non avevamo che un cambio di vestiti per  questo giorno e qualcosa bisognava pur farlo asciugare in qualche modo, per quando saremmo arrivati a Portomarin, distante solo 24 km. Abbiamo così portato a termine questa tappa breve, mentre attraversavamo sotto la pioggia un paesaggio galiziano verdissimo e ricco di corsi d’acqua e ruscelli. All’arrivo in città siamo stati felici di rivedere un pallido sole e ci siamo sistemati nell’albergue municipal di Portomarin, strapieno di persone, sporco e privo di tutto, anche di coperte o lenzuola pulite, nella cucina comune mancava perfino il frigo ed era arduo cucinare con la dotazione di pentole e stoviglie disponibili. Verso le 19.00 purtroppo a ripreso a piovere e abbiamo dovuto recuperare precipitosamente i panni stesi ad asciugare…
Il giorno seguente nel buio più totale abbiamo lasciato la cittadina di Portomarin in coda ad un gruppo nutrito di pellegrini, fra i quali si distinguevano 4 frati polacchi avvolti nel proprio saio e con i cappucci calati sulla testa che li facevano assomigliare a personaggi del Signore degli anelli…
L’atmosfera ovattata e l’attraversamento del bosco, illuminato solo dalle stelle e poi dal chiarore dell’alba ci ha portati in un mondo quasi fiabesco e surreale, alimentato dalle nostre fantasticherie, abbiamo proseguito guidati solo dall’uomo che apriva la fila con la sua torcia elettrica, che si è fermato però più volte per controllare la direzione giusta, finché non abbiamo lasciato indietro il gruppo e ci siamo lanciati in avanti.
Poco dopo la pioggia ha ricominciato a cadere, e abbiamo accellerato la marcia: obiettivo la località di Leboreiro.
Dopo un paio di soste in altrettante chiese, dove abbiamo fatto timbrare la Credencial per poi proseguire fino alla località di “Mato Casanova” dove abbiamo preferito fermarci perchè, la pioggia era sempre più fitta e la strada si era allagata…
Praticamente in mezzo alla campagna, abbiamo trovato posto in un albergue municipal da 20 posti, proprio lungo la strada, fra alberi e campi coltivati.
Marzio avrebbe voluto proseguire, perchè avevamo fatto una tappa un pò troppo corta, mai il rifugio aveva acqua caldissima per le docce, letti comodi e offerta a donativo per passare la notte, perciò si è fermato anche lui.
L’unico problema era la cucina totalmente sfornita di alimenti e la mancanza di qualsiasi negozio di alimenti, taverna o ristorante, perciò dopo una chiacchierata con due italiane di Verona, mentre facevamo lavare i panni in lavatrice assieme ad un’altra giovane, un ragazzo del suo gruppo mi ha offerto con gentilezza una salsiccia e del pane uscite dal nulla e gli ho subito chiesto dove si era procurato quelle cibarie, dopo aver divorato tutto.
In pratica poco più avanti, in una casa di campagna, c’era un contadino che vendeva a chi poteva, pane, salsicce di sua produzione, uova, formaggio e perfino frutti di bosco, così prima che facesse notte, io e Marzio siamo andati a fare compere, sperando di non essere respinti. Abbiamo preso pane, formaggio e salsiccia (le uova erano finite) oltre ad un pò di lamponi gialli e rossi, e sono tornato di corsa nell’albergue di Casanova, dove abbiamo spazzolato quasi tutto, lasciandoci solo del pane da consumare domani a colazione con un tè, poi siamo andati a dormire mentre la pioggia continuava a cadere senza sosta dal cielo….

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Per recuperare la tappa fatta a metà, abbiamo dovuto percorrere ben 42 km, seguiti dalla pioggia a sprazzi, guadando pozze d’acqua fangosa lungo il sentiero sterrato, diretti verso il “Monte do Gozo” da cui si può vedere all’orizzonte per la prima volta la cittàdi Santiago de Compostela. Secondo la tradizione del Cammino ogni pellegrino dovrebbe fermarsi sul monte a pernottare, ma noi abbiamo deciso di fermarci 15 km prima ed evitare il caos e l’affollamento negli albergue sul monte, data la vicinanza alla meta.
Così giunti nella località di Melide, poco dopo Leboreiro, abbiamo raggiunto l’albergue municipal per farci timbrare la Credencial, trovando una sgradevole sorpresa: la notte precedente qualche “pellegrino” ospite dell’albergue, aveva inondato i corridoi dell’edificio con gli estintori anti-incendio, e la responsabile della struttura ci ha congedato bruscamente, lamentandosi degli ospiti dell’albergue, e urlando che quella sera la struttura sarebbe rimasta chiusa dopo la “bravata”, mentre si dava da fare per ripulire tutto, così abbiamo proseguito oltre sotto la pioggia fino alla località di Santa Irene, dove siamo giunti sotto un sole leggero che ci ha rinfrancato un pò.
Fatto il nostro ingresso nel piccolo albergue municipal, abbiamo scoperto che era al completo e per la prima volta ci siamo dovuti arrangiare a dormire per terra, come era accaduto ad un signore italiano due giorni prima. L’affollamento sempre più crescente di tutte le strutture, e le strade piene di pellegrini ci indicavano che ormai eravamo vicini alla meta, così, dopo esserci sistemati alternativamente sul pavimento e su due divanetti in pelle accostati, ottimi per distruggerci la schiena, abbiamo scherzato un pò e ci siamo addormentati in attesa dell’indomani.

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Finalmente siamo partiti al mattino per l’ultima tappa di 45 km, fino a Santiago, superato velocemente il Monte du Gozo in mezzo alla bruma del nuovo giorno, abbiamo costeggiato la pista dell’aeroporto di Santiago, totalmente recintata, in una atmosfera di attesa un pò surreale, fermandoci solo in una “casa rural” per consumare un pasto adeguato dopo la cena frugale in un ristorantino della sera precedente e la colazione minima per metterci in cammino quella mattina.
Con il tempo il sole ha bucato la nebbia, spazzandola via e riscaldandoci velocemente, mentre scendevamo quasi di corsa verso la città, ormai Santiago De Compostela era a portata di mano e abbiamo fatto ingresso seguendole indicazioni di una mappa ottenuta lungo la strada, per raggiungere la “Porta do Camino” verso la Cattedrale, dove volevamo assistere alla messa celebrata solo di domenica verso le 12.00. Esaltati dall’impresa appena compiuta, siamo entrati nella chiesa affollatissima, trovando un posto lungo la navata centrale e alla fine della messa abbiamo potuto assistere al “rituale” del lancio del “botafumeiro”: un incensiere acceso lanciato per tutta la lunghezza del transetto, mediante corde manovrate da membri della confraternita di Santiago in un tripudio di musiche d’organo, foto e mormorii di approvazione dalla enorme massa di persone raccolte nella navata.
Dopo un “abbraccio” rituale alla colonna dove era posta una statua di Santiago, eludendo la “sorveglianza” delle custodi della Cattedrale che impedivano l’avvicinamento anche ai pellegrini, ci siamo avviati stanchi ed affamati ma appagati verso il “Seminario Menor de Santiago de Compostela” dove avremmo potuto passare la notte e riprenderci, ma la struttura apriva alle 16.00, così ci siamo messi ad aspettare, mentre progettavamo un paio di giorni massimo di riposo e poi intendevamo effettuare il “Cammino del Finisterre” fino all’Oceano Atlantico, la dove le terre conosciute dall’uomo nell’antichità terminavano davanti alla vastità del mare sconosciuto, ma questa è un’altra storia e la narrerò nel prossimo e conclusivo capitolo di questo cammino.

exterior2http://www.alberguesdelcamino.com/it/santiago/albergue-seminario-menor