Iran: Da Teheran a Kashan, la città delle rose.

Dopo i primi giorni a Teheran, partiamo in direzione Kashan: una città a 3 ore e mezzo di autobus dalla capitale, situata nella provincia di Isfahan.
Il biglietto per l’autobus l’avevamo comprato il giorno prima ed era tutto in farsi, perciò ho chiesto delucidazioni a Fatima, la nostra receptionist preferita, che ci ha accolti in mattinata con un “Buongiorno, come stai?” e mi ha confermato che l’autobus parte oggi e che il biglietto vale per qualunque corsa durante tutta la giornata.
Con le valigie al seguito attraversiamo Teheran con la linea 1 della metro fino al Terminal sud degli autobus, denominato Terminal-e-Jonub, e appena usciti dalla stazione della metropolitana, varie persone ci chiedono dove siamo diretti, appena varchiamo i cancelli del Terminal Bus, finché un signore ci prende in custodia, portandoci fino al nostro autobus (qui funziona così), mostriamo il biglietto all’addetto, che carica i nostri bagagli e ci fa salire celermente a bordo, anche se passerà un altra mezz’oretta prima che lasciamo la stazione degli autobus: il mezzo super comodo è della categoria VIP e con un piccolo supplemento di 100.000 rials (intorno ai 2 euro), ci vengono assegnate due poltrone quasi completamente reclinabili, con schermo video incorporato nel sedile di fronte, succo e merendine distribuite dall’inserviente e acqua a volontà.
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Al nostro arrivo a Kashan notiamo che la città è vivace e ricca di università; città grande ma non inquinata o caotica come Teheran, anche grazie al suo bazar e ai suoi commerci ha una grande importanza lungo la via che porta a sud dell’Iran ed è famosa per l’acqua di rose.
L’autista ci fa scendere al volo e un anziano tassista si offre subito di portarci fino alla Nogli House: la nostra guest house che ci ospiterà per 3 notti qui a Kashan. L’autista fa un ampio giro cercando di offrirci qualche tour nel deserto, poi ci lascia nella piazza adiacente la guest house e dopo avermi chiesto 500.000 rials per la corsa si “pente” e me ne restituisce 300.000…L’Iran è anche questo, estrema ospitalità e rispetto da parte di tutti, anche da parte dei tassisti “furfanti” che cercano sempre di “arrotondare” con qualche rial in più e senza tassametro, quando si tratta di stranieri.
Una signora di passaggio ci chiede quale hotel cerchiamo e ci conduce fino alla Nogli House, dove dopo una rapida registrazione prendiamo possesso della nostra camera tripla,  e dopo una doccia veloce ci addentriamo nel centro storico di Kashan.
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La città è abituata ai turisti e vive di turismo, gruppi di stranieri si aggirano per il suo centro storico e raggiungiamo la vecchia MoscheaMasjed-e-Agha Bozorg: ormai in disuso, l’edificio è però ben conservato e riccamente decorato, mentre la scuola coranica situata vicino alla struttura è ancora in attività. Mentre torniamo verso la Nogli House un bambino mi saluta vivacemente e ricambio il saluto con gentilezza. Scopriamo che la nostra guest house ha anche varie “dependance” sparse nel centro storico, mentre quella che ci ospita ha un giardino persiano “classico” con fontanella e pozza per i pesci rossi, attorniata da aiuole rigogliose ornate di alberelli e roseti.
Dopo pranzo a base di zuppa di carne, fagioli e riso basmati al vapore,riposiamo brevemente e nel pomeriggio usciamo alla ricerca delle case tradizionali di Kashan di cui la città e ricca, orientandoci grazie ad una mappa che ci hanno dato in reception.
Le “case storiche” sono antiche residenze private oggi trasformate in musei all’aperto e ne visitiamo subito una: l’Abbasi House, che si presenta a noi ricca di decorazioni e con il suo giardino persiano curato e molto più grande di quello della casa dove alloggiamo.
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Per cena usufruiamo sempre del ristorante della guest house che tende a riempirsi velocemente e gustiamo di nuovo le “badmejan” (melanzane tritate con lenticchie e formaggio feta sciolto sopra) accompagnate da dug (il latte acido con acqua di rose, menta e sale ottimo per dissetarsi), oltre a verdure fermentate sotto aceto, pane persiano e ovviamente acqua.
L’indomani mattina dopo una abbondante colazione, ci serviamo più volte dal samovar comune di tè che allunghiamo con l’acqua bollente e  poi usciamo di nuovo alla volta del centro storico di Kashan e del suo bazar, oggi in parte chiuso in quando venerdì, giorno di preghiera per i musulmani. Acquistiamo una bottiglia di acqua di rose, del tè verde e zucchero cristallizzato “colorato” con curcuma o zafferano, inoltre trovo cartoline e francobolli da imbucare per spedirli in Italia, ma nonostante i miei sforzi non riuscirò a trovare cassette della posta o uffici postali dove imbucare le cartoline.
Nella zona del bazar compriamo anche della cannella in stecche, limoncini secchi e un succo di “crespino” salato (bacche rosse scambiate da noi per melograno) ma molto dissetante che diluiamo con acqua, per poi tornare sempre a piedi alla nostra guest house. La città non è grande e il centro storico ricco di edifici in terra cruda, hotel e guest house è facile da girare, l’indomani mattina intendiamo raggiungere in taxi il giardino persiano del Bag-e-Fin ma resterò fortemente deluso: dopo colazione andiamo in una delle tante piazze cittadine dove i tassisti sostano in attesa di clienti e contrattiamo un pò per un viaggio di andata e ritorno accordandoci per 300.000 rials andate e ritorno fino a Kashan. Dopo aver pagato l’ingresso, ci aggiriamo un pò nel giardino, designato Patrimonio dell” Unesco ma in realtà molto spoglio e privo di ricche aiuole, seguendo alal fine le spiegazioni di una giovane guida iraniana che si offre di illustrarci il luogo per circa 500.000 rials (alla fine della visita la giovane chiederà a noi di essere pagata in dollari, ma non avendoli e non sapendo l’esatto equivalente in euro di 20 dollari, accetta alla fine di essere pagata in rials.
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La città è piena di turisti iraniani per via della “Festa delle rose” e anche il bazar aperto in questo sabato si rivela in tutta la sua vita, così tornati in taxi a Kashan, ci facciamo lasciare nei pressi e attraversiamo tutto il mercato, indugiando fra banchi di spezie e samovar di tutte le dimensioni in esposizione, venditori di dolciumi e perfino il negozio di un “bazari” listata a lutto, dove ci offrono deliziosi datteri ripieni di noci per commemorare il defunto. Alla fine scegliamo una pasticceria e acquistiamo vari dolciumi (fra i quali i famosi torroni di kashan), mentre aspettiamo che ci impacchettino tutto, ci viene offerto un tè con miele, poi torniamo in guest house per lasciare il nostro “carico” di dolci e torniamo all’Abbasi House per provare il ristorante (abbastanza turistico ma accettabile), dove nonostante il pienone riusciamo a trovare un posto per mangiare il dizi (famoso stufato di carne di montone e legumi, che va schiacciato con un pestello, dopo averne sorbito il sugo di cottura, e poi raccolto con il pane persiano per mangiarlo), con il solito accompagnamento di riso bollito e dug per rinfrescarci dalal giornata assolata. Il conto è estremamente conveniente e mi sorge il sospetto che abbiano sbagliato a calcolare il totale.
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L’indomani ripartiremo, direzione Isfahan, nell’attesa preparo la valigia e faccio un ultimo giro fra gli edifici in terra cruda del centro storico, scattando fotografie. Come il giorno precedente cade una leggera pioggerella che ci rinfresca e da sollievo dalla calura.
Dopo una cena frugale, esco nel fresco della serata, aggirandomi ancora per i vicolie le strade della città, ricca di botteghe artigiane, caffetterie e negozi di dolci. Il caos di Teheran e il traffico sono lontani, confinati alle arterie principali di Kashan, oasi nel deserto, città carovaniera sonnecchiante ma ricca di commerci. Mi dispiace lasciare la Nogli house dove i giovani camerieri si danno da fare a pranzo e a cena per servirci le pietanze a base di vegetali e il riso al vapore guarnito con crespino e curcuma.
Domani dovremo attraversare l’Iran centrale e ci toccheranno almeno 5 ore di autobus, ma non vediamo l’ora di continuare il nostro viaggio lungo la via della seta che attraversa questo paese così ricco di storia e aspetti inusuali, che da occidentali poco conosciamo. Un paese che non smette di stupirci, nell’attesa di vedere le molteplici meraviglie che si celano a Isfahan, Yazd, Shiraz e fino al profondo Belucistan e alla sua capitale, Kerman, per poi tornare indietro lungo la stessa strada alla capitale Teheran adagiata davanti ai Monti Erbuzh, ma questa è un’altra storia che vi racconterò a breve…
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VIAGGIO IN IRAN: I primi giorni.

L’Iran è un paese che mi ha sempre affascinato per la sua storia e cultura: un passato millenario fatto di Imperi che si sono succeduti, popoli e culture che hanno coesistito per secoli, fino all’odierna Persia.
Fino agli anni ’70 infatti il paese era conosciuto come Persia, e i suoi abitanti, i persiani ne hanno occupato l’attuale territorio per più tempo che qualsiasi altro popolo sulla terra.

 

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Siamo sbarcati all’Aeroporto Imam Khomeini intorno alle 4.00 di mattina, da un volo Emirates proveniente da Dubai, dove avevamo fatto un breve scalo notturno, dopo la partenza da Fiumicino. L’aeroporto si trova a circa 35 km a sud ovest di Teheran e dopo i tranquilli controlli dei passaporti e del visto, abbiamo indugiato nell’area arrivi.
Miofratello ha cambiato un pò di euro nell’unica banca presente (cambiate sempre lo stretto necessario per il taxi e qualche spesa nei primi giorni, ci sono posti migliori per il cambio a Teheran, in Ferdosi Street), poi abbiamo consumato qualcosa nella caffetteria dell’aeroporto, per ammazzare il tempo, e abbiamo perso un altra ora a chiacchierare con i tassisti abusivi che cercavano clienti da portare in città.
Il fuso orario è di 3 ore e mezzo rispetto all’UTC (Tempo Coordinato Universale) del Meridiano di Greenwich, quindi ci troviamo due ore avanti rispetto all’Italia.
Usciti dal Terminal, i tassisti iraniani si fanno subito sotto per offrire i loro servigi: scegliamo un tassista anziano che ci porta alla sua vecchia auto verde “VIP Service” (in Iran in generale non vi aspettate di trovare auto nuove fiammanti, a causa dell’embargo, molti tassisti guidano ancora delle vecchie Peima, piccole e male in arnese (solitamente bianche), ma vi porteranno ovunque vogliate.
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Raggiungiamo Teheran in una mezzora: la città è ancora addormentata e dopo avergli dato l’indirizzo del Markazi Hotel un paio di volte, il tassista ci deposita davanti all’ingresso che pare ancora chiuso. Per la corsa paghiamo 1.000.000 di rials, che corrispondono attualmente a poco meno di 20 €…
In Iran tutti però usano dire i prezzi in toman,una valuta che non esiste e all’inizio sembra difficile, ma basta aggiungere uno zero e tutti i conti tornano. Il tassista ci da il prezzo in rials, ma avrebbe potuto dire “500.000 tomans” e in tal caso bastava aggiungere uno zero.
L’accoglienza in hotel è inaspettata per gli standard “occidentali”: innanzitutto, dopo averci registrato e scherzato con noi, Fatima la premurosa “capa” dell’hotel ci invita a fare colazione in sala, anche se in teoria avremmo diritto alla colazione in struttura dal giorno dopo. Il receptionist effettua per noi il check-in molto anticipato, senza problemi (teoricamente potevamo entrare in stanza dalle 14.00, ma in Iran se la camera è pronta te la danno subito) e ci chiede da dove veniamo, alla notizia che siamo italiani ci sorride allegramente e ci ricorda di scendere per approfittare della colazione prima delle 10.00. Così dopo esserci rinfrescati un pò, per le 8.00 scendiamo e facciamo una abbondante colazione iraniana a base di succo di arancia, burro, dolci, tè, pane iraniano (Nun), marmellata di carote, formaggio feta e qualche fetta di cetriolo e pomodoro. Ringraziamo per la colazione e andiamo riposare (in effetti caschiamo dal sonno), crollando in un sonno profondo nei letti fino a mezzogiorno.
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La città nel frattempo si risveglia e quando usciamo per fare un giro, stentiamo a riconoscere la strada: un tripudio di luci, negozi di materiale elettrico (scopriamo di trovarci nella “electric street” di Teheran), e cerchiamo di orizzontarci in una metropoli di più di otto milioni di abitanti. Alla fine  andiamo piedi fino alla zona del Bazar, verso sud, sbagliando più volte strada. Se girate per Teheran a piedi, stampatevi un pò di mappe o utilizzate il gps con il cellulare per orientarvi. Noi alla fine raggiungiamo Piazza Imam Khomeini e troviamo la metropolitana, dove prendiamo la linea 1 (in metro si va con un biglietto singolo, perchè non riusciamo a fare l’abbonamento e le macchinette automatiche sono tutte rotte), per tornare indietro e in un paio di fermate raggiungiamo Enghelab Street, che interseca Ferdosi: quest’ultima è la via dei cambiavalute di Teheran. Dopo una mezza giornata “vagando” senza mappa alla ricerca di Ferdosi Street, ci fermiamo in un chiosco a mangiare dei deliziosi kabab di fegato, con cipolla cruda, peperoncini freschi e pomodori tagliati accompagnati da un pò di pane persiano (ne esistono quattro varianti, ma questo lo racconterò un altra volta…).
Scopriamo di aver sbagliato direzione quando siamo usciti dalla metro, non avendo punti di riferimento, così torniamo indietro a piedi e raggiunta Ferdosi street, trovo un cambiavalute aperto (sono quasi le quattro di pomeriggio ormai) e cambio i miei 1000 euro ad un cambio vantaggioso di 1€ a 60.000 rials.
Cerco di suddividere le mazzette da 500.000 rials e farle entrare nei vari portafogli che ho con me, poi torniamo in metro fino alla fermata nei pressi dell’hotel e ci riposiamo fino a sera.

Come prima giornata non c’è male: ci siamo persi ben due volte, ma abbiamo imparato ad usare la metropolitana e usiamo la Guida Lonely Planet che abbiamo portato con noi per trovare un ristorante “tradizionale” iraniano dove cenare: la scelta cade sul Khayam Traditional Restaurant, nei pressi del Bazar e della fermata omonima della Metropolitana. Si mangia seduti su dei letti rialzati detti “tahkts”, levandosi ovviamente le scarpe e incrociando le gambe sui tappeti e cuscini che li ricoprono.
Noi ordiniamo ovviamente del kabab di montone e vitello con una montagna di riso colorato in cima dalla curcuma, un piccolo panetto di burro per insaporirlo e una insalata con salsa come contorno. Ovviamente gli alcolici scordateveli in Iran, così ordiniamo due bicchieroni di succo d’arancia fresco appena spremuto e bottigliette d’acqua. il pranzo è luculliano, perchè ci portano il riso più tardi, quando ci siamo già rimpinzati di pane persiano insalata e carne. Per noi è una impresa finire tutto. Ci chiedono se vogliamo fumare un qalyan con tabacco profumato (narghile iraniano), ma decliniamo, sarà per un altra volta, abbiamo bisogno di fare una camminata per smaltire il cibo, così ci aggiriamo per i dintorni del bazar chiuso, dove si ammucchiano rifiuti e resti di cibo. Gli spazzini non sono ancora passati, ma l’indomani sarà tutto pulito, come se tutti questi rifiuti non fossero mai esistiti.

DSCF2508.JPGL’Iran è ultra sicuro e ne ho la riprova questa sera, di notte non c’è molta gente in giro e forse l’illuminazione è un pò ridotta rispetto a quella delle nostre città, ma non c’è nulla da temere. Nessuno fa caso a chi cammina di notte per la strada, certo non aspettatevi party per la strada o folle di giovani che bevono e fumano: tutte le persone di sesso femminile (anche le bambine a seconda che la famiglia di appartenenza sia molto conservatrice o meno) portano l’ijab, che è un foulard drappeggiato intorno alla testa, in modo da non mostrare i capelli, ma l’hijab tende a “scivolare” indietro quindi si possono vedere ciocche di capelli e intere capigliature, senza che nessuno si scandalizzi per questo (inoltre molte donne indossano hijab colorati e ampiamente decorati, di seta o broccato, che sono uno spettacolo per gli occhi, senza contare tailleur di colore chiaro e pantaloni dello stesso colore).
Il chador invece è un velo nero, spesso sintetico che copre la testa e che ci si può drappeggiare intorno al corpo, per dissimulare ciò che si indossa sotto. Molte donne indossano una giacca (preferibilmente scura e di poliestere o panno pesante) e pantaloni, ma non disdegnano i tacchi, gioielli, e trucco, senza dimenticare le unghie lunghe e laccate, oltre che curatissime. Le giovani ovviamente sono vestite più alla “moda” e aggirano i dettami della morale islamica con inventiva e audacia: il giorno successivo noto una ragazza con i jeans strappati che cela sotto un chador nero, quando le passano accanto degli estranei, non deve far altro che avvolgersi nel chador.
Di Basij (l’odiata milizia deputata in passato a controllare il rispetto dell’ hijab e della morale islamica da parte della popolazione) non ne vedremo in giro, tranne che qualcuno di quelli addetti al traffico, sempre a cavallo di moto e con una divisa militare.
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Il giorno successivo andiamo al Palazzo Golestan che ci impressiona in parte (alcune parti sono in restauro e ci sono molti gruppi guidati che imperversano dappertutto), ci fermiamo a sorseggiare un tè nella locale sala da tè e poi andiamo a mangiare un boccone in Ferdosi Street (trippa di pecora bollita con zampette, spruzzata di limone e sale), e cerchiamo riparo dallo smog, spostandoci in metropolitana fino alla Azadi Tower, per acquistare in anticipo due biglietti d’autobus per la cittadina di Kashan al Terminal locale, dove andremo fra un paio di giorni. Dopo essere riuscito a farmi capire nel caos del Terminal Bus El-Jonub (scritte per le destinazioni tutte in farsi ovviamente) e a trovare lo sportello giusto dove acquistare i biglietti, prendiamo la metropolitana ritornando in centro, e cerchiamo riparo dal traffico e smog (i veri problemi dell’Iran, altro che terrorismo) in hotel.
La guida degli iraniani è molto “sportiva” e non rispettano assolutamente il codice della strada, anche quando attraversiamo sulle strisce e con il rosso, perciò tendiamo sempre a fare lo slalom nel traffico, anticipando automobili e moto che si infilano dappertutto, all’inizio sembra una situazione infernale, ma dopo un giorno ci abbiamo già fatto l’abitudine. Una assicurazione sanitaria comunque è obbligatoria per entrare nel paese, e se verrete investiti, potrete usufruire delle migliori cure in un ospedale o clinica privata.
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Il terzo e ultimo giorno a Teheran, lo passiamo nella Teheran nord: la zona “bene” della capitale, dove si concentrano gallerie d’arte e alcuni musei, fra cui il Reza Abbasi Museum che ci impressiona notevolmente con la sua collezione di reperti antichi e moderni delle varie dinastie che si sono avvicendate in Iran. Facciamo una breve tappa davanti all’ex ambasciata USA per fotografare i suoi murales, ormai occupata permanentemente da una base dei Guardiani della Rivoluzione e chiusa al pubblico tranne che in un breve periodo a febbraio. Proseguiamo in metro fino a Piazza Imam Komeini e da li raggiungiamo l’Ervan Museum che si rivela un “pugno” allo stomaco per noi: la prigione politica della SAVAC, la polizia segreta della Sha Reza Pavlavi è illustrata con manichini in cera e ricostruzioni delle torture comminate a uomini e donne, giovani e ragazzi, durante gli anni del suo regno, fino alla propria fuga nel 1979. Ci addentriamo nel complesso scortati da una guida che in un inglese scolastico ci illustra le efferatezze dei torturatori al servizio dello Sha, testimonianze video di alcune delle vittime completano il quadro, assieme alle celle, dove a soggiornato anche l’attuale Imam Khamenei e molti attuali politici iraniani.
L’esperienza per me è particolarmente profonda (una ragazza che era nel nostro gruppetto verso la fine non riesce a trattenere le lacrime), e alla fine ci danno un succo di frutta e un biscotto ringraziandoci per la visita. Usciamo da quell’edificio lugubre in cui furono incarcerati più di 70.000 iraniani (e ne sono morti fra indicibili torture più di 7000…sia uomini che donne) e torniamo lungo il corridoio d’ingresso costellato di targhette con i nomi dei “martiri” fino all’uscita liberatoria che ci accoglie.
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Dopo la visita nel lager, torniamo in hotel per preparare le valigie e chiedere delucidazioni sul biglietto che ho acquistato per Kashan. Fatima ci conferma che è tutto a posto. Facciamo un ultimo giretto in serata nella zona delle ambasciate, per mangiare qualcosa e ci prepariamo a lasciare Teheran, ma torneremo quì fra un paio di settimane, prima del nostro volo per l’Italia, per approfondire meglio la conoscenza con la città
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Scusate la “sparizione” ma ero in Iran…

Salve a tutti, come va? Vi sono mancato?

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Mentre prendo l’autobus a Fiumicino per tornare a casa vi ragguaglio sulla mia assenza: sono stato in Iran assieme al mio fido fratello e li facebook è bloccato, così come Worpress e altre cose…ma è stato un viaggio bellissimo e cercherò di raccontarvi ciò che ho visto e vissuto al più presto.

Intanto un po di foto dell’Iran scattate dal sottoscritto 😉
Alla prossima…

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Messico 2008: Seconda Parte

Il nostro viaggio in Messico continua, destinazione Metepek: Il 26 luglio siamo partiti da Città del Messico dopo aver visitato la Scuola Paidos, (facente parte della rete FREINET, che propone un metodo pedagogico alternativo ad alunni di elementari e medie/superiori, attualmente purtroppo chiusa); i nostri accompagnatori messicani ci hanno fatti salire sul pullman che ci avrebbe trasportati fino al Centro Cultural de Metepek, dove era stato organizzato il 27° Campo Internazionale della RIDEF.
Dopo ore e ore a bordo di un autobus malandato ma funzionante, l’autista ci ha scaricato nello spiazzo del Centro e abbiamo preso possesso delle nostre camere: tutte doppie con bagno in comune con un altra camera doppia adiacente. La cena internazionale si è tenuta nel ristorante del Centro: attorniati da giapponesi, messicani, brasiliani, spagnoli, finlandesi, svedesi, argentini, francesi, tedeschi, svizzeri, austriaci e italiani abbiamo consumato le pietanze portate da tutto il mondo (noi avevamo portato un Parrozzo e delle pizzelle abruzzesi….), e appena finito il pasto sono iniziate le danze, addirittura con dei mariachi e un cantante improvvisato (pare fosse il proprietario del Ristorante….).
Il villaggio di Metepek è veramente minuscolo, abbiamo visto la scuola dove si terranno molti dei laboratori della RIDEF; oltre ad uno sportello automatico per ritirare denaro, una chiesa, 4 botteghe, un affittacamere e un mercato settimanale non c’è veramente molto altro da descrivere. In compenso il paesaggio intorno è stupendo sormontato dal Vulcano Popocatépetl, che con i suoi oltre 5000 metri di altezza non passa inosservato…

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I laboratori si sono susseguiti per vari giorni: io mi ero segnato a quello “Video-Ridef” che era pensato per farci “documentare” le varie attività del campo, con riprese video e montaggio, e grazie al nostro responsabile messicano Ricardo, siamo riusciti perfino ad ideare un mediometraggio di sintesi, nonostante le difficoltà tecniche di “montaggio” fra i diversi formati delle riprese video fatte con videocamere varie. Con il pomeriggio libero, io e un altro ospite del campo, Sirio, un signore di Roma anche lui al seguito della sorella insegnante, abbiamo preso un autobus fino ad Atlixco, villaggio più grande di Metepek, e poi abbiamo proseguito fino alla stupenda città di Puebla: ricca di storia e antiche dimore come la Casa di Alfenique, la Cappella del Rosario o la “Via delle pasticcerie” (Puebla è famosa per i suoi dolci artigianali).

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In una tienda per la strada, dopo una breve contrattazione, ho comprato un poncho di lana spessa e pesante per mio fratello, che mi aveva chiesto espressamente di trovargli questo capo di abbigliamento oltre a stivali e cappello….
Siamo tornati tranquillamente in serata per non perderci la seconda “noche intercultural”  dove non si è fatto che ballare (i messicani adorano il ballo, specialmente le donne), e anche io sono stato costretto a cimentarmi, cercando di non rendermi troppo ridicolo.
Gli ultimi giorni di campo si sono srotolati fra le interminabili riunioni dei delegati FIMEM, per il rinnovo delle cariche sociali, laboratori di tessitura e la presentazione dei risultati relativi ai vari workshop, illustrati da vari insegnanti di tutti i paesi partecipanti.
Il 1° Agosto, dopo una escursione mattutina verso il vulcano, che ci ha permesso di raggiungere le pendici per fare foto e video, ho accompagnato mia madre ed un’altra signora italiana fino ad Atlixco, per fare un giro nel mercato locale, ricchissimo di colori e odori, fissato come sono con i semi e piante locali, abbiamo anche acquistato alcune varietà di mais locale, peperoncini piccanti e frutta.

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Il giorno successivo ormai non restava che la festa di addio, con cena internazionale e balli a cui questa volta mi sono sottratto, troppo stanco per le scarpinate degli ultimi giorni. Il 3 agosto non ci restava che ripartire alla volta del DEFE (Districto Federal), per raggiungere Città del Messico e passare gli ultimi giorni prima del volo per l’Italia.
I messicani sono stati veramente superbi: arrivati verso sera alla Scuola Paidos, dove ci attendevano i genitori di vari alunni, una gentile signore, madre di una scolara di nome Sopie, ci ha ospitato per due giorni nella sua casa.

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La loro ospitalità e generosità ci hanno profondamente colpito, quasi fossimo ormai membri di famiglia, accolti e accuditi, dopo cena abbiamo pernottato rispettivamente io nella camera della figlia più grande Ximena, che studiava all’università (e che avrei conosciuto il giorno della partenza) e mia madre nella cameretta di Sopie. Abbiamo passato quei due giorni in giro per la città, con la sorella di “Pati” (la nostra padrona di casa che di nome fa Patrizia e che ringrazio ancora sentitamente a distanza di tanti anni) che ci faceva da cicerona per mercati e parchi, vie poco conosciute e “attrazioni”.

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Sempre attenta alla nostra sicurezza Diana, la nostra “custode” ci ha parlato dell’insicurezza che regna in città, della necessità di tenere sempre le sicure delle portiere abbassate in macchina e della povertà imperante nel paese. La mattina del giorno della partenza, sempre guidati dalla sorella di Patrizia, abbiamo fatto un memorabile giro per il mercato artigianale di Coyoacan, con Diana e Sopie di scorta, comprando tutto quello che intendevamo riportare a casa e anche qualcosa in più per amici e parenti, concludendo la giornata, mangiando in un conveniente ristorante locale, dove, come segno di riconoscenza abbiamo offerto il pranzo ai nostri angeli custodi, godendoci l’atmosfera del posto e prendendocela comoda, come fanno solitamente i messicani durante i pasti.
Nel pomeriggio abbiamo visitato vari luoghi sconosciuti come un antico convento,che abbiamo potuto ammirare esternamente, essendo un lunedì, senza dimenticare la Cattedrale di Coyoacan e altri edifici in tipico stile messicano, fino a che verso le 17.30, tornati a casa, dopo un veloce controllo delle valigie, seguiti dalla famiglia al completo, siamo saliti sul taxi, chiamato per noi da Sopie, diretti verso l’Aeroporto Benito Juarez, dove saremmo giunti dopo una quarantina di minuti di traffico convulso per imbarcarci sul volo notturno per Roma Fiumicino. Abbiamo lasciato il nostro indirizzo a Patrizia e un invito sincero a venirci a trovare in Italia, quando avessero potuto, perchè ci avrebbe fatto molto piacere; ma da allora tranne qualche breve mail negli anni subito precedenti, abbiamo perso i contatti da anni.

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Dopo una piccola disavventura con il visto di ingresso smarrito, ci siamo imbarcati per il volo che avrebbe fatto scalo a Madrid, come all’andata e ci avrebbe riportati a casa. Un altro viaggio si andava così concludendo, lasciandoci una moltitudine di sensazioni sul Messico e le genti che lo abitano: indios, meticci e discendenti di quei conquistadores spagnoli che conquistarono il paese, distruggendo una civiltà ma non cancellandone le vestigia, che sono ovunque, nei dialetti locali, negli occhi degli abitanti, nella storia triste e tragica dei messicani, fatta di tantissime battaglie, tante sconfitte, umiliazioni e problemi che si trascinano ancora in questo paese che non posso fare a meno di amare e sognare ancora, e in cui sarei tornato un giorno….

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Viaggiare da soli.

Non so voi ma immagino che tutti abbiano viaggiato da soli qualche volta.
L’andare in un posto in “solitaria” ha pregi e difetti: un pregio è il fatto di poter decidere in totale autonomia letteralmente TUTTO ciò che si vuole fare in viaggio, d’altro canto è vero che quando si è da soli in viaggio spesso si può contare solo su se stessi…
Questi pregi e difetti del viaggio individuale a mio avviso si completano a vicenda, chiaramente se siete portati e avete una buona capacità di risolvere eventuali problemi…e poi potete sempre fare amicizia con persone incontrate durante il viaggio in ostello, con gli abitanti del posto e chiunque dimostri una certa “empatia” nei vostri confronti, perchè senza empatia non si va da nessuna parte….
E’ importante anche capire chi si ha di fronte, per evitare incomprensioni, situazioni spiacevoli o veri e propri incidenti, ma di norma saprete benissimo che se si tengono gli occhi aperti e si presta attenzione a tutto ciò che ci circonda, potremo ricavare esperienze bellissime e interessanti dai nostri viaggi.
Da soli si può incappare a volte in situazioni in cui ci si possa sentire in pericolo, ed è capitato qualche volta anche a me, uscendone sempre con calma e sangue freddo.
Evitare di agire in modo avventato o di fare la prima cosa che vi passa per la testa credo sia la cosa più giusta da fare.
Ricordiamoci poi sempre di essere “ospiti” di un paese straniero che può accogliere in modo più o meno positivo i viaggiatori e uniformiamoci agli usi e costumi della popolazione locale. Ho avuto esperienze “contrastanti” scoprendo per esempio che in India c’è una certa “ipocrisia” nei confronti degli “stranieri” specie se donne, ma si tende ad essere cortesi  e gentili almeno apparentemente, mentre in Messico ad esempio le persone sono spesso molto genuine, se ti conoscono meglio. Poi vi sono le eccezioni quindi non prendiamo mai per oro colato un comportamento: il guidatore di un tuk tuk in India si è premurato di accompagnarmi letteralmente fino alla guest house dove alloggiavo, quando il treno che avevo preso ha fatto un ritardo di ore, lasciandomi in stazione in piena notte, dove non è sempre raccomandabile stare per uno straniero…Gli stessi proprietari della guest’house mi attendevano alzati, abbastanza preoccupati, perciò in molte situazioni affidarsi all’aiuto delle persone comuni può essere una salvezza: basta identificarsi in loro, immaginare che persone sono, i loro desideri, sogni e aspettative, la loro giornata tipo. Questa “empatia” non si sviluppa sempre o così facilmente, ma se l’avete utilizzatela senza abusare di pazienza  cortesia di chi vi ospita o vi aiuta.
Per chi viaggia in gruppo invece sarà più facile aiutarsi e sostenersi vicendevolmente, ma ho notato che in molti casi i gruppi di stranieri tendono a “chiudersi” all’esterno, riducendo le interazioni con gli abitanti locali e altri viaggiatori…purtroppo questo è un’ altro difetto dell’essere umano quando si muove in “branco” e pensa di essere “autosufficiente” dal contatto con altre persone o realtà.
In due parole a questo punto racconterò solo una mia esperienza avuta a 14 anni che mi ha fatto “crescere” molto: a 14 anni sono stato spedito in un college inglese nei dintorni di Londra per fare due settimane di corso di lingua inglese e partecipare ad una colonia estiva, ho imparato a coabitare con un gruppo di miei coetanei in camera, arrangiandomi con le poche sterline permesse dall’allora forte cambio sterlina/lira (è successo nel 1994), ho anche imparato a giocare a biliardo oltre che socializzare fortemente con molti ragazzi della mia età. Nonostante la brutta sconfitta dei mondiali di calcio rimediata dall’Italia negli USA quell’estate, ci siamo divertiti tantissimo, come solo i ragazzini di 14 anni sapevano fare all’epoca, quando non esistevano cellulari, tablet, chat e computer portatili, quindi dopo i corsi di inglese e i pasti in mensa, scorrazzavamo per il campus di questo college e abbiamo partecipato anche ad alcune gite fuori porta, fino a Londra e dintorni.
Ma l’esperienza più “formante” per me è stata quella del ritorno in Italia, quando per il ritardo dell’aereo, atterrati a Fiumicino, e avendo ricevuto una “fregatura” da una “amica” che mi aveva garantito un passaggio in macchina fino a casa, ho dovuto fare da me e raggiungere la stazione Tiburtina per cercare di prendere il treno regionale che mi riportasse in Abruzzo. Inutile dire che  ho perso la coincidenza (anche perchè sono stato”trattenuto” dai responsabili della colonia estiva che non volevano lasciarmi andare da solo a prendere il trenino per la Stazione Tiburtina, in quanto “minorenne”). Quando alla fine mi hanno lasciato “andare” (notate la stupidità del loro comportamento: in quanto minore ero sotto la loro responsabilità e non mi avrebbero dovuto lasciar andare via da solo dallo Scalo aeroportuale, mantenendomi invece sotto la loro tutela finché un parente o i miei genitori fossero venuti a riprendermi, ma si sa che in Italia doveri e regole valgono solo quando si denuncia le cose e vai sul penale…).
In conclusione perso l’ultimo treno regionale utile sono stato costretto a passare l’intera notte nello spiazzo della vecchia stazione Tiburtina, evitando ubriachi e più o meno loschi figuri, senza sapere a chi chiedere aiuto se non alla Polfer, che avevo lasciato come ultima possibilità in caso di pericolo immediato di essere rapito o aggredito.
Così dopo varie telefonate a casa da una cabina telefonica, mi sono addormentato sul borsone da viaggio che avevo con me, proprio sotto il cavalcavia che fronteggia l’ingresso al parcheggio degli autobus, all’epoca una semplice spianata asfaltata, dove sostavano gli autobus urbani e turistici. Ho anche rifiutato un “passaggio” da un signore che si è offerto di accompagnarmi a casa sua….e verso le 4.00 di mattina, finalmente, mio padre partito alla volta di Roma varie ore prima, è riuscito a trovarmi, dato che per evitare alcune di quelle persone “moleste” sopra citate, mi sono mosso per tutta la notte fra la stazione presidiata da un piccolo posto di polizia e la zona di fronte al parcheggio, rendendomi non facilmente reperibile.
Questo aneddoto serve solo per rimarcare che “viaggiare da soli” porta anche inconvenienti (uno dei più comuni è che devi portarti la valigia anche in bagno se non trovi un armadietto chiuso dove riporla) e spesso si deve fare affidamento solo sulle proprie forze, ma se superi l’esperienza sei certamente più “temprato” e abituato ad affrontare futuri imprevisti o pericoli potenziali in viaggio come nella tua vita di ogni giorno. In sostanza l’orizzonte degli eventi sarà vario ed eccitante e se sai organizzarti ti riserverà sorprese ed esperienze indimenticabili senza pericoli veri.
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Visto turistico: quando entrare è un’impresa…

Si è vero: è Natale e dovremmo parlare di amenità, regali, quanto siamo tutti più buoni, feste, pranzi e cene con gli amici o parenti…
Invece prima della fine di questo anno vi parlerò di un problema molto “comune” per alcune destinazioni: l’ottenimento del VISTO.
In questo caso parliamo di Visto Turistico: per adesso citerò le mie esperienze personali che mi hanno portato a non avere grossi problemi (fino ad ora…aimè, ma ne parlerò questa primavera….) per l’ottenimento di un visto turistico.
Sicuramente uno che ne sa è questo qui: http://www.henriktravel.com/how-i-visited-every-country-in-the-world/. Questo ragazzo HENRIK JEPPESEN ha visto mezza Africa elencando i consigli per entrare in molti paesi, il blog è in inglese, quindi se avete dimestichezza con la lingua oppure volete usare il traduttore accomodatevi.
Per quanto mi riguarda posso affermare con certezza che il visto più complesso da ottenere è stato quello per l’India l’anno scorso….
Un sito sicuramente utile è quello di “Viaggiare sicuri” che permette di avere informazioni “aggiornate” sui paesi da visitare, situazione e sicurezza per chi viaggia (http://www.viaggiaresicuri.it/home.html).
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Per il resto non ho avuto particolari problemi ad ottenere il Visto di entrata in altri paesi, fosse il Giappone o l’Algeria (ma in questo secondo caso eravamo con una organizzazione “umanitaria” perciò è stato tutto più facile in quanto se n’è occupata l’associazione che organizzava il viaggio), certamente i viaggi organizzati sono più semplici per ottenere il Visto, dato che ci pensa l’agenzia o l’ente organizzatore, come per esempio la Russia o la Cina….Esistono poi determinati paesi in cui è necessaria la “lettera d’invito” o uno “sponsor” in determinati casi (Penso all’Australia per il Visto per lavoro ad esempio), mentre i Visti turistici sono soggetti al pagamento di una “tassa” più o meno alta.
Ovviamente è sconsigliato andare in viaggio in paesi dove imperversano conflitti o vi sono “tensioni” politiche, ma anche il Visto per gli USA non è cosa da poco…senza contare gli estenuanti “controlli” antiterrorismo che i nostri “alleati” americani propinano a tutti i turisti/viaggiatori che sbarcano negli aeroporti a stelle e strisce….
Riguardo a ciò posso solo raccontare una esperienza personale capitata a mio padre, all’arrivo all’aeroporto di New York (Aeroporto LaGuardia per la precisione), dove al controllo passaporti è risultato che “non esistevano” le sue impronte digitali nel database…così l’ho accompagnato all’ufficio della sicurezza aeroportuale, dove i poliziotti yankee ci hanno fatto aspettare la canonica mezz’ora prima di farci qualche domanda e lasciarci andare.
Questa situazions in realtà a mio parere era dovuta al bollino “rosso” applicato dal personale della compagnia aerea con cui avevamo volato, in quanto nel primo scalo a Madrid, dove abbiamo preso un volo American Airlines, mio padre non ha saputo rispondere alle domande delle hostess ne in spagnolo ne in inglese (non conoscendo le lingue) ed è stato inviato ad un controllo “aggiuntivo” di bagaglio e indumenti da parte del personale della compagnia, con l’aggiunta del “famigerato” bollino rosso (un quadratino in realtà…), applicato sul retro del passaporto. Io e mio fratello infatti, non avendo ricevuto nessun bollino siamo passati indenni ai controlli di New York….
Purtroppo per esperienza personale devo ribadire che i controlli di “sicurezza” USA sono veramente eccessivi a mio avviso e faccio un esempio pratico: passando per la dogana terrestre a Tijuana, di ritorno dal Messico, sono stato fermato e “sgridato” dall’addetto al controllo (che fra l’altro era ispanico…) perchè mi ero dimenticato di buttare due arance comprate in Messico….
Gli USA sono molto fiscali sull’introduzione di frutta e verdura da altri paesi perchè potrebbero contenere “agenti chimici”, viceversa uscire dagli Stati Uniti non è difficile…lo sanno bene tutti i lavoratori messicani che attraversano le frontiere dopo una giornata passata a sgobbare per i “gringos”.
Potrei dire altro ma mi fermo qui, di sicuro ci sono paesi come il Giappone dove è facilissimo entrare e non si deve pagare il visto turistico.
Altri aimè chiedono anche cifre alte per avere il “privilegio” di visitare il loro territorio (penso alla Cina, ma anche l’India e la Russia non scherzano…).
Cosa ne pensate? Se qualcuno vuol dare il suo personale contributo è benvenuto, io ho “rimandato” per adesso un viaggio in Cina, dopo aver visto i costi “esosi” del Visto e mi sto organizzando per un’altra destinazione.
Detto questo credo che gli articoli per quest’anno si fermano qui e ci risentiremo nel 2018.

 

BUON ANNO!!!
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Il Logo è tratto dal sito http://www.sp1.it/sp1/dogana/

Austria-Ungheria 1993.

Nell’estate del ’93 una nuova destinazione da esplorare fu scelta dalla mia famiglia: l’Austria e al seguito l’Ungheria da visitare sempre in automobile.
L’obiettivo primario era Vienna, che avremmo raggiunto dopo Salisburgo, quindi ci saremmo diretti verso Budapest, per poi ritornare verso l’Austria passando per il Lago Balaton.
il viaggio di due settimane circa, ci portò in luglio attraverso il Brennero, fino ad Innsbruck, come avevamo già fatto al ritorno dalla Germania, pernottammo una notte in campeggio e l’indomani ci dirigemmo verso Salisburgo, città nativa di W.A. Mozart, in cui si conserva ancora la casa natale del compositore/musicista austriaco.
Il centro storico detto anche città vecchia (Altstadt) e il Castello ci piacquero molto per la storia che trasudavano mura e piazze, strade e palazzi antichi, senza dimenticare la parte nuova (Neustadt) della città risalente al XIX secolo e la casa-museo del musicista.
Rimanemmo a Salisburgo due notti, pernottando in campeggio con la magnifica vista delle Alpi austriache e delle montagne che circondavano la città.
Il 4° giorno di viaggio ci dirigemmo alla volta di Vienna: l’antica capitale austro-ungarica ci apparve splendida, adagiata sulle rive del Danubio, e dopo esserci sistemati in un campeggio nei pressi iniziammo a girare la città, rimanendo colpiti dall’immenso giardino del palazzo imperiali Schönbrunn, girando per gli immensi parchi della città e ammirando in Danubio e l’area del MuseumsQuartier ove sono ubicati i maggiori musei della città come il Kunsthistorisches Museum o il Weltmuseum: musei dedicati ad opere d’arte e collezioni di armi e suppellettili veramente enormi da vedere, senza contare il Museo di Arte Moderna che però evitammo…all’epoca non avevo ancora la passione per le arti moderne, perciò essendo ragazzini ci “perdemmo” fra le collezioni di armi bianche e armature. Un giorno nella zona del Parlamento non distante  dal MuseumsQuartier assistemmo casualmente anche da una breve esibizione di cavalli “Lipizzani” che sono una razza allevata in Austria che da adulta presenta una livrea completamente bianca, utilizzata per cavalcare e trainare carrozze.
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foto tratta da https://www.vienna-concert.com/event-day/en/327/30-10-2017/Schönbrunn-Summer-Imperial-Palace-Concerts/Blue-Danube-Vienna-River-Cruise-Dinner-and-Concert-at-the-Schonbrunn-Imperial-Palace.html

Complessivamente rimanemmo 3 notti a Vienna, misurandoci con la cucina austriaca (non dimenticherò una crema “viola” presa da mia madre e base di rape), facendo lunghe passeggiate e prendendo i mezzi pubblici per spostarci a poco prezzo nei dintorni o per la città.
Al mattino dell’8° giorno ci dirigemmo alla volta del confine ungherese, attraversato dopo controlli minuziosi dell’auto e dei passeggeri, evitammo di deviare per Bratislava e seguendo l’autostrada raggiungemmo Budapest verso mezzogiorno: anche la città ungherese ci si presentò attraversata dal maestoso Danubio, che la divideva in due.
Della città non dimenticherò i bagni termali sparsi sull’isola che accoglie attualmente lo Ziget-Festival sull’Isola Margherita.
Il Museo nazionale ungherese che illustrava la storia del paese, i suoi usi e costumi della popolazione magiara ci piacque molto, così come la zona della Cittadella, costituita da una fortezza Asburgica del periodo dell’Impero Austro-Ungarico.
In generale però Budapest ci apparve molto rilassata e tranquilla, dopo la fine della divisione est-ovest, ansiosa di accogliere turisti, economica e monumentale con i sui secoli di storia.

Budapest-Header
Foto tratta da http://www.idealdeal.biz/2017/01/30/visita-budapest/

Per l’occasione pernottammo in una casa di una famiglia musulmana che affittava camere, trovandoci benissimo. Dormimmo in una camera quadrupla arredata con un vecchio letto matrimoniale e due lettini singoli, adagiati fra fra le decine di tappeti che ricoprivano il pavimento, completavano l’arredamento un armadio e qualche comodino, il bagno in comune era fuori dalla stanza, sul corridoio, la mattina facevamo colazione con caffè alla turca (per i miei genitori) e latte o te’ accompagnati da dolci e biscotti, pane e marmellata. Per ovviare al problema del bagno in comune spesso occupato, usufruimmo delle docce delle terme, il tempo comunque si mantenne sempre caldo ed era piacevole stare ammollo nelle piscine termali.
Una sera, visto che non trovavamo un ristorantino che ci convincesse ad entrare e stufi del “gulasch” ungherese,  mangiammo perfino in uno dei primi Mc Donald che stavano aprendo in città, simbolo di quel capitalismo occidentale che tanti ungheresi anelavano, dopo i decenni di “economia socialista”.
Dopo 3-4 giorni ci spostammo sempre in auto lungo la “putsza” (la steppa ungherese che ricopre gran parte del paese) verso il Lago Balaton, luogo di villeggiatura frequentato specialmente dagli abitanti locali. Arrivati nella località, pernottammo un paio di giorni in un campeggio sulle sue sponde, non perdendo l’occasione per farci il bagno nelle sue acque calde e affollatissime di bagnanti, barche a vele, canotti, bambini urlanti e qualunque cosa galleggiante.
Sulle rive del lago si trovavano ristorantini che servivano il pesce del lago (invero un pò salato, almeno quello fritto che mangiammo), non mancavano poi bar dove sorseggiare vino tokaji o bibite. Dopo aver fatto una scorta del famoso vino ungherese ed esserci rilassati sulle spiagge del lago, ci avviammo verso l’Austria, attraversando il confine ungherese nei pressi di una località denominata Kindergarten Heiligenkreuz e passando velocemente per Graz, senza fermarci perchè ci restava poco tempo.
Percorrendo a ritroso la strada dell’andata, passammo di nuovo per Vienna e poi per Salisburgo, fermandoci a tarda notte in un hotel a Innsbruck, località che data la sua posizione su una via di transito così importante e frequentata era ideale per le soste di passaggio da e per l’Italia attraversando le Alpi.
L’indomani mattina al solito partimmo di buon mattino e raggiungemmo il confine italiano al Valico del Brennero che ormai conoscevamo così bene, attraversandolo nel pomeriggio e concludendo un’altra volta il nostro viaggio nella sera fresca, dopo l’afa estiva di luglio che ci aveva accompagnato lungo questo viaggio.