Spagna mon Amour: Da Salamanca al Portogallo.

Continuiamo la narrazione di questo viaggio “classico” nella Penisola Iberica: Parto letteralmente all’alba, lasciando il mio alloggio, ed esco come un “ladro” per le strade deserte, sperando di non fare troppo rumore.
Per fortuna posso approfittare dell’apertura anticipata, per vedere la Cattedrale e scattare qualche foto, poi devo correre fino alla stazione degli autobus per non perdere l’autobus diretto a Porto.

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Del viaggio fino alla frontiera non ho quasi ricordi, sprofondato in un sonno profondo, mi risveglio praticamente in terra lusitana e dopo un oretta sono a Porto: sbarco con il mio bagaglio leggero dall’autobus, e un pò spaesato provo ad orientarmi in una giornata bellissima, fatta di sole e cielo terso.
Dopo aver fatto un chilometro a piedi trovo qualcuno a cui chiedere informazioni, sperando che comprendano lo spagnolo, riesco a farmi indicare la via: sono sulla buona strada.
Continuo ad avanzare giungendo presto alla parte “storica” di Porto, fatta di vicoletti e salite ripide, quiete e silenzio e intorno case aggrappate l’una all’altra in un modo incredibile che tradisce la stratificazione storica di questa città.
Finalmente trovo l’ostello, la ragazza che mi accoglie è molto gentile e simpatica, mi lascia anche una mini guida di portoghese, poi mi mostra la camerata dove alloggerò per 3 giorni.

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Decisamente Porto mi affascina, mi perdo subito per i suoi vicoli e osservo dalla teleferica la zona delle “Bodegas” dove si produce il famoso vino dolce, peccato che quando chiedo informazioni per effettuare una visita (a pagamento ovviamente), mi dicono che è prevista solo per gruppi….un pò contrariato per questa limitazione mi dirigo di nuovo all’ostello.
La prima sera assisterò ad una rappresentazione di Fado, effettuata da una coppia di ragazzi veramente bravi: lui accompagna con la chitarra questa giovane che ha una voce profonda e piena, ma anche dolce e struggente. Mi rendo conto che i portoghesi sono molto romantici, introspettivi e riservati, diversi dagli spagnoli, ma ugualmente interessanti e che la saudade portoghese non è una “leggenda” ma pura realtà, a volte li vedi tristi e persi con la testa nelle profondità dell’animo umano, ma sono capaci di grandi slanci di buonumore e allegria.

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Faccio anche amicizia in ostello: non ricordo come accade, ma tutto parte da un signore di origini italiane che vive in Belgio e con cui scambio qualche parola in inglese, per poi passare allo spagnolo e infine “ma sei italiano anche tu?” discorrere un pò nella nostra lingua, nell’ostello ci sono anche due giovani francesi e due australiane, e dopo cena, noi “giovani” decidiamo di andare in discoteca…
La seconda serata scorre via in questa specie di Discoteca, attorniati da giovani portoghesi (alcuni veramente giovanissimi, come mi fanno notare spesso le mie accompagnatrici), che si lanciano in balli e acrobazie di ogni genere. Devo dire che è qualcosa di “inusuale” per me dato che non sono di norma un “discotecaro”, ma ascolto tutti i tipi di musica che mi “prendono”.  Alla fine anche per non stare addossato ad un angolo a guardare gli altri ballare, mi lancio in pista e mi lascio andare alla musica, che sia tecno, disco o qualche hit locale.
Balliamo per un oretta, senza pensare, senza bere nulla (abbiamo già bevuto qualche bicchiere di vino prima di uscire…). Non succede niente: si balla e ci si “sfoga” al ritmo delle più diverse canzoni e hit del momento. Poi tutti in spiaggia a vedere il mare, siamo stanchi e accaldati, qualcuno del gruppo vuole andare a bere, altri a fare il bagno addirittura…Per me è tempo di tornare in ostello; non abbiamo coprifuoco, ma ho paura di perdermi nelle strade che non conosco ancora bene di notte, comunque alla fine il gruppo si divide, è passata la mezzanotte da un pezzo e impieghiamo più di un ora io e le due australiane a ritrovare la strada per l’ostello.

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Inutile dire che mi sveglio tardi l’indomani, della colazione per gli ospiti rimane poco, così passo il resto della giornata a visitare la città e a comprare qualche cibaria, mi resta ancora una notte quì, ma l’indomani si parte: destinazione Lisbona. Saluto calorosamente i miei compagni di ostello e le nostre strade si dividono: chi torna a casa, chi va verso la Spagna, chi resta altri giorni, il mio viaggio invece continua.
In treno raggiungo finalmente Lisbona: la Capitale mi appare subito magnifica e rutilante, viva e piena di vita. Ho 5 giorni da vivere qui e poi dovrò tornare indietro: saranno 5 giorni molto intensi, persi fra l’Alfama, il quartiere antico della città con i suoi vicoli e i tram che si inerpicano per le viuzze lastricate, poi salgo fino al Castello di Sao George (Ingresso a pagamento) che domina la città, per poi arrivare sulla zona centrale, utilizzare l’elevador de Santa Justa.

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Alloggio in un ostello appena inaugurato, ex sede della Ambasciata Svizzera e trasformato in una struttura con ampi saloni/dormitori, un bar e un ristorante, oltre ad una cucina non ancora attrezzata all’ultimo piano. I lavori fervono ancora e si sente odore di smalti e legno, ma la struttura mi piace molto e i giovani che la gestiscono sono gentili e professionali, il prezzo poi è ottimo. Sono a due passi la la Placa Rossio con le sue fontane, da li a piedi si può arrivare alla spettacolare Praça do Comércio che si affaccia direttamente sul Fiume Tago.

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Le giornate scorrono fra lunghe camminate a cercare scorci, mangiate di baccalà in ristorantini caratteristici e non mancano i miei itinerari con i famosissimi tram gialli: ho fatto un abbonamento a tempo il primo giorno, e ne approfitto per muovermi da un punto all’altro della città, il terzo giorno, scaduto il pass, ho praticamente visto tutto quello che volevo, mi resta il Monastero Dos Jeronimos con l’annesso museo e poi il centro storico con lo spettacolare Convento Do Carmo, per capire di cosa sto parlando basta guardare le foto: quando si trova aperta la struttura, pagando il biglietto si accede ad una struttura basilicale di chiara impronta gotica-medioevale di cui in seguito al terremoto del 1755 del tetto non vi è più traccia.

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Gironzolo per il “cortile” interno osservando il contrasto fra cielo e pietra della chiesa, intorno lapidi e resti, scendo nei sepolcri e nella cripta, in luoghi molto suggestivi che non avrei immaginato di incontrare, dove sono conservati ancora corpi e ossami di epoche passate per poi riemergere alla luce del sole che mi rinfranca.

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L’ultimo giorno pranzo nel ristorante dell’ostello e bevo qualche bicchierino di Porto “rosso”, ce ne sono tante varietà e ho comprato una bottiglia, sperando di finirla prima di tornare a Barcellona e prendere l’aereo. Il viaggio infatti volge al termine: saluto con rimpianto Lisbona, i suoi tram, il Tago che la veglia e la sua storia, le persone cortesi e malinconiche e la sera successiva, salgo sul treno notturno che mi riporterà in Spagna.
L’intenzione è fare in notturna la strada fino a Madrid e poi muovermi verso Barcellona, dove fermarmi in ostello per una notte prima di riprendere l’aereo il giorno dopo.

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Alla frontiera sono profondamente assopito, ma incredibilmente ci sono controlli e mi svegliano chiedendomi un documento, mostro la mia carta d’identità e si scusano per l’interruzione, pochi minuti più tardi la polizia spagnola farà scendere dal treno un gruppetto di persone, presumibilmente clandestini proveniente dal sud-est asiatico che cercano di entrare in Spagna dal Portogallo, portando con loro alcune buste di plastica e qualche borsa. L’ultima immagine che mi resta impressa di questi sfortunati è quella delle loro sagome acquattate sulla banchina della stazione e circondate da uomini in divisa e in borghese che parlano alle ricetrasmittenti e verificano i documenti di alcuni di loro, mentre il treno si allontana sotto le luci crude della Stazione.

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La notte si stinge gradualmente in alba e posso ammirare i paesaggi dell Estremadura e poi della Spagna Centrale, fino a Madrid, dove cerco una coincidenza per Barcellona: l’unico treno disponibile è un “AVE” (alta velocità) via Saragozza, con cambio in quella città, che mi permetterebbe di arrivare in serata. Così pago il prezzo più alto e mi godo le 2 ore fino a Saragozza, mangiando poi un bocadillo nella stazione in attesa della coincidenza. Un altro paio d’ore mi permettono di giungere a Barcellona.

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La città è esattamente come l’ho lasciata: caotica e piena di turisti, così giro per la Rambla du Mar e osservo il porto, mangio qualcosa in una tapaseria, godendomi l’ultima serata prima della partenza. Provo a finirmi la bottiglia di porto liquoroso comprata a Lisbona, ma bere da soli non è lo stesso che bere in compagnia…così l’indomani dovrò vedere la bottiglia finire nel contenitore della “basura”, mentre spiego ai controllori di sicurezza le ragioni un pò romantiche per cui avevo con me quella bottiglia di così grande qualità.
L’imbarco è abbastanza lento, ma in due ore scarse atterro a Pescara, dove un autobus mi riporta a casa. Un altro viaggio è terminato ma vi sono ancora tante storie da raccontare….

Un saluto sincero a tutte le persone conosciute in questo viaggio.

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Spagna mon amour…

Nel settembre 2011, dato che il mio “amore” per il continente iberico non mi lasciava da quando ero tornato dall’Erasmus, riuscii finalmente ad organizzarmi per un viaggio in Spagna: si trattava di fare un giro della Penisola Iberica sconfinando poi in Portogallo per poi tornare indietro…
Partito con un volo low cost dall’aeroporto di Pescara, sbarcai a Barcellona in mattinata: trovai una città più affollata, turistica e inquinata, forse più “brutta” di come me la ricordassi rispetto al 2000. Una città del “tutto e subito” in cui i catalani sopportavano in silenzio l’invadenza dei turisti stranieri e il traffico a tutte le ore del giorno (anche quelli italiani da cui mi separai con sollievo appena sceso dal bus navetta dell’aeroporto di Girona, una volta raggiunto il centro della città). Passammo accanto alla “Sagrada Familia” circondata da gru e cantieri ancora in opera, che la facevano sembrare una eterna “incompiuta”, e che non avrei visitato nemmeno questa volta.

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In una Barcellona frenetica e piena di vita, un pò caotica e molto rumorosa, raggiunsi l’ufficio informazioni per farmi dare indicazioni su come raggiungere il mio ostello, prenotato online in Italia; a piedi ci misi una mezz’oretta, le mie aspettative erano alte, con il mio spagnolo e la fiducia di essere in una terra “amica” l’accoglienza un pò “fredda” del ragazzo alla receptions mi riportò con i piedi per terra…
Nessun problema, ero qui per un paio di giorni, per vedere ciò che non avevo visto della città e poi ripartire. Dopo essermi sistemato nella camerata da 6 e aver salutato i miei compagni di stanza mi catapultai sulla rambla, e raggiunsi il porto, dove trovai la stessa atmosfera rilassata di 10 anni prima, i turisti a prendere il sole di fine estate, l’odore del mare, ma trovai anche un mega centro commerciale multipiano fornito di multisala cinematografica, costruito proprio di fianco alla Rambla du mar

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La “modernità” iper-consumista e commerciale era arrivata anche nella laboriosa e “seria” Barcellona…mi spostai nel Barrio Gotico, fra le viuzze dove Manuel Vasquez Montalban aveva fatto camminare il suo Pepe Carvalho e mi ritrovai seduto ad una “barra” nella zona del mercato a mangiar tapas, l’idomani arrivai fino al Parco Guel’ terminai i miei giri sempre sul mare, vivendo la città per la strada, ma il viaggio continuava…

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L’indomani mattina all’alba avevo già lasciato l’ostello, direzione Valencia: dopo una interminabile giornata passata attraversando la meseta spagnola, finalmente vidi la città di Valencia che non conoscevo minimamente, un pò di tempo per “orizzontarsi” e poi trovai l’ostello che mi aspettava nel centro storico, gestito da ragazzi allegri e gentili, vi avrei passato solo un altro paio di giorni, così mi lanciai subito alla scoperta della città, più “calda” ed “esotica” di Barcellona, fino a raggiungere il suo “simbolo”: L’oceanografico, composto dall’acquario e da una serie di musei e giardino zoologico.
L’impressione di vedere tutti quei pesci e squali negli acquari dopo un pò diventò opprimente; animali cresciuti in cattività che destavano la curiosità dei “visitatori” e si spostavano mestamente nelle vasche, alcuni più elusivi, altri ormai rassegnati alla folla di curiosi e turisti rumorosi, specialmente i bambini…tutto era spettacolo, anche i delfini costretti a fare il loro show: mi ero aspettato forse qualcosa di più “didattico” e “naturale” e mi trovavo invece in uno “zoo”, con le altre attrazioni come il cinema dell’oceanografico non andò meglio, in realtà la cosa migliore era l’insieme delle architetture che parevano emergere dall’acqua, la volta sferica della sala cinematografica in 3 D e gli edifici annessi bianchi e abbaglianti.

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Il giorno successivo lo passai a girare la città vecchia, con le sue chiese e piazzette decorate, con le sue vie e cervecerie piene di gente (eravamo nel fine settimana), una umanità allegra e variegata che come tutti sanno, in Spagna iniziava a darsi appuntamento per una birra e una tapas nel tardo pomeriggio, per poi proseguire fino a tarda sera, di locale in locale, gustando patatas a la “brava”, prosciutto, olive, tostadas (simili alle nostre bruschette) con tomato y pimientos e qualunque cosa fritta o cucinata, servita con un bicchiere di vino o una birra.
Dopo una cena veloce e una cerveza, visto che avevo trovato la cucina dell’ostello occupata, preparai lo zaino per l’indomani e andai a letto presto.

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La mattina mi accolse con grandi aspettative: attraversai le vie vuote della città diretto verso il Terminal Bus, dove avrei iniziato una traversata del sud della Spagna, passando per Saragozza senza fermarmi per poi giungere alla capitale: Madrid.
In 8 ore di autobus, cullato dalla monotonia del mezzo e dalla musica nelle cuffie, raggiunsi la città che tanti amavano e altri odiavano, in cui ero stato solo poche ore quando vi ero andato durante l’Erasmus.
Madrid aveva quel fascino da città moderna e sofisticata, un pò arrogante e altezzosa, ma con la consapevolezza di poterselo permettere perchè “centro” del Governo, metropoli ricca e “artificiale”, costruita proprio in mezzo al paese, nel nulla della prateri spagnola (la meseta), più per esigenze amministrative che per una necessità urbanistica.

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Se chiederete agli spagnoli che non siano della capitale, vi diranno che i “madrilegni” sono un pò arroganti e se la “tirano”, e soprattutto parlano un castigliano “perfetto” senza inflessioni o accento, tutto vero….ma a me la città non dispiacque.
Preso alloggio nell’ennesimo ostello dove trovai per la prima volta dei compagni di stanza espansivi, salutai i due francesi e l’israeliano con cui dividevo la camerata e poi mi lanciai per le vie del Centro, poco distante.
Il mio primo obiettivo era per l’indomani: Il famoso museo del Prado, che per uno come me appassionato di arte era impossibile da ignorare, così passai il pomeriggio a vedere il Parco della città e la zona “governativa” con il Palazzo delle Cortes chiuso per il fine settimana e una miriade di turisti che sciamavano per la città raggiunsi prima la “Plaza de espana” gremita di tavolini e locali affollata di avventori a qualunque ora (c’è n’è una in ogni città iberica) per poi proseguire verso la “Gran Via”, famosa arteria commerciale di Madrid, dove gli autobus turistici sbarcavano comitive e famiglie davanti agli alberghi del centro. Finii per “perdermi” la sera nel centro fatto di vie ortogonali tutte uguali. Tornare all’ostello fu arduo, ma alla fine, anche grazie a qualche indicazione stradale rimediata e ad un pò di memoria visiva, ritrovai la zona degli ostelli, giurando che l’indomani mi sarei mosso solo con la mappa della città.

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L’indomani mi aspettava “l’impresa” di vedere il Museo del Prado: dopo una fila non chilometrica, mi lasciai trasportare nelle sale piene di opere che spaziavano dal rinascimento, al classicismo, passando per Manierismo, età moderna, impressionisti, artisti spagnoli e francesi, italiani e molti autori fra i più famosi, senza dimenticare le avanguardie, Picasso e opere che neanche immaginavo fossero custodite in quel museo sterminato, così grande che dovetti pranzare all’interno (a prezzi non proprio popolari, ricordatevi sempre che i ristoranti e bar dei musei sono “cari”) con una bottiglietta d’acqua, una fetta di tortilla con patate (frittata spagnola) e un frutto più caffè alla modica cifra di 11 euro e passa…
Uscire però prima di aver visto quello spettacolo di colori, pennellate e opere fra le più conosciute durante l’università, non era per me umanamente possibile, così terminata la visita, guadagnai l’uscita nel sole del primo pomeriggio e mi rilassai un pò nel piccolo parco prospiciente il Museo del Prado.

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Dopo un pò di riposo in ostello, trovai un bar dove la varietà delle tapas era accettabile e consumai la cena alla “barra” (il bancone) ordinando quello che volevo e accompagnando il tutto con qualche birra, le strade rigurgitavano turisti e scolaresche in gita, e la Gran Via era un turbinio di auto e motori, clacson, autobus e persone che arrivavano, persone che partivano, per andare da qualche altra parte.
L’indomani sarei ripartito, questa volta in direzione di una località relativamente vicina: Salamanca con la sua famosissima (e antica) università, ma vi avrei alloggiato solo una notte…

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Al mattino, preso l’ennesimo autobus, raggiunsi Salamanca verso mezzogiorno: la città si presentò monumentale, adorna di chiese gotiche ed edifici storici, con un centro storico grandioso e punteggiato di Facoltà universitarie, ovunque studenti seduti nei locali, o intenti a studiare nei parchi, sulle panchine, sui muretti o sull’erba dei parchi.

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Diedi un’occhiata all’antica Biblioteca, e cercai di entrare nelle chiese, ma purtroppo erano chiuse, avrei dovuto trovare il tempo l’indomani prima della partenza, e dato che lo stomaco brontolava, scovai una cerveceria dove servivano delle tapas che definire incredibili sarebbe riduttivo: per cominciare servivano assaggi di baccalà preparato nei più diversi modi, che potevano variare dal “pastellato”e fritto, al cotto al sugo con verdure, oppure il classico baccalà con patate saltato in padella (senza pomodoro), oppure grigliato alla piastra con aglio, olio e odori, ma non mancava nemmeno il carpaccio di baccalà, l’insalata di baccalà arrosto con prezzemolo olio e aglio, o “piccante” con peperoncino, ecc….
Ormai ero strapieno, complici anche le birre, così mi ritirai in ostello per riposare un pò e uscire di nuovo la sera, per ammirare la città illuminata e fiabesca con le sue guglie gotiche, mura medievali, antichi edifici e strade lastricate di pietra su cui si udiva il rumore di passi e ogni tanto il motore di un’automobile. Decisamente Salamanca mi aveva “stregato”, così finii nello shop dell’università a cercare qualche “simbolo” da riportarmi, come una matita, una maglietta, un taccuino….

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Il viaggio però continuava e l’indomani mattina sarei ripartito molto presto, per vedere la Cattedrale aperta per la funzione e poi prendere il primo treno (autobus non ce n’erano) che mi avrebbe portato fino all’antica città di Porto, oltre il confine poco distante, in Portogallo insomma, dove iniziava la seconda parte del mio viaggio.
Ma dato che la storia è molto lunga, ve la racconterò in una seconda parte….Hasta luego.

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Autunno. Tempo di viaggiare?

Oggi questo blog compie un anno. Stavo pensando perfino di chiuderlo perché non riesco a scrivere tanto, a volte manca il tempo o la voglia e anche se ho ancora “viaggi” da raccontare, mi chiedo se il format del solo racconto di viaggio vada bene o debba aggiungere altro…

IMG_20180910_194718Mi ricordo che un tempo avevo aperto il blog per raccontare la mia “foga” di viaggiare, foga che non mi ha ancora abbandonato..  e l’autunno per me è una stagione di inquietudini e attesa dell’inverno.Con la neve tendo a “ritirarmi” per l’inverno e a fantasticare di future destinazioni fra le più disparate in cui potrei ritrovarmi, senza contare le ricerche fantasiose che porto avanti sulla tastiera in giorni freddi e monotoni, quando in pausa dal lavoro aspetto la bella stagione primaverile e sogno, come tanti credo, fino anche a partire di punto in bianco dopo aver raccolto qualche soldo e un biglietto low cost per qualche destinazione accessibile ma interessante…

IMG_20180903_125147Ringrazio tutti quelli che mi seguono e fra un mesetto partirò per una metà “classica” che non ho mai visto, e poi ci sarà un viaggio oltreoceano 22 giorni dopo, per il mio secondo campo di volontariato internazionale. I soldi per ora sono finiti quindi la bella stagione mi porterà solo ricordi e sogni che spero un giorno di “avverare”, altri sono stati accantonati come un “giro del mondo” per cui non avrei avuto ne soldi ne tempo. . Perché un anno, due o tre non bastano per vedere il mondo, forse nemmeno una vita per 195 nazioni… Ma il bello sta nel provarci e di restare sempre curiosi e affamati di  “vita”.

Un abbraccio a tutti e continuate a seguirmi nelle mie “traversate” fino a quando il mio spirito vagabondo sarà appagato, spero un giorno molto lontano….

Viaggio in Irlanda 2010.

Dopo l’Erasmus, avrei voluto ritornare in Spagna e vedere tutto ciò che mi ero “perso” specialmente nel nord e centro della Penisola Iberica.
Non era possibile, causa mancanza “denari” per un giro così lungo, così optai per andare a vedere la tanto osannata e misteriosa terra di Irlanda….

IMG_3691.JPGLo so, in effetti si trattava di un cambio di meta a 180 gradi: da una terra bagnata dal sole ad una terra “inzuppata” (letteralmente…) dalla pioggia, da un’area geografica con idioma “castigliano” (lo spagnolo per intenderci, esportato in mezzo mondo…) ad un’area legata alla lingua inglese, nonostante le sue radici celtiche. E soprattutto da una penisola si passava in una isola. Ma il viaggio in Irlanda era ormai deciso: in quattro e quattr’otto optammo per un volo nell’isola di smeraldo durante il mese di settembre, ovviamente con la compagnia irlandese low-cost più famosa del mondo, di cui non farò il nome, e che come sempre per pochi euro (circa 134€ in due andata e ritorno da Roma Ciampino all’aeroporto di Dublino) ci avrebbe sbarcati nel paese, con il solito servizio scadente, i soliti sedili stretti e con poco spazio sulle gambe, fra turbolenze e prezzi esosi anche per una tazza di te nero…

IMG_3706.JPGDopo l’atterraggio, il 20 settembre, sbarcati dal nostro Airbus A310, effettuato un veloce recupero dei nostri zaini imbarcati, ci dirigemmo verso la zona “mezzi pubblici” dove una comoda navetta a due piani ci portò velocemente e in silenzio fino a Dublino: per la nostra permanenza di 3 notti, avevamo prenotato un ostello accogliente e con buon punteggio, situato in una ottima zona e non lontano dalle attrazioni maggiori.
La camerata da 6 posti si rivelo vuota, arredata con letti a castello, uno specchio e una sedia dorata e rivestita di velluto rosso, stile “Luigi XIII” (o era Luigi XVI???). I bagni in comune erano pochi ma su tutti i due piani dell’ostello, le docce pulite e moderne non lasciavano a desiderare e nel prezzo era compresa la colazione nella sala da pranzo comune, oltre alla possibilità di cucinarsi qualcosa nella cucina…

IMG_3721.JPGTempo di lasciare gli zaini in camera e siamo andati alla scoperta della città nel pomeriggio:  le strade del centro erano ingombre di persone frettolose, ma per il resto la zona urbana si è presentata tranquilla, anche se animata e “cosmopolita” in quanto metropoli urbana e “capitale” di questo paese molto differente da altri “anglosassoni”.Siamo passati davanti al Parlamento inglese e poi siamo andati a farci una pinta di guinnes in un Pub li vicino. Dopo una cena frugale a base di Fish and chips abbiamo percorso il lungo fiume fino all’Half Penny Bridge, detto Ha’penny Bridge, il percorso pedonale lungo il fiume Liffey ci ha permesso di ammirare il tramonto sulla città, mentre accanto ci passavano ciclisti, pedoni, turisti e semplici passanti in una processione incessante. A poca distanza si poteva notare la Custom House (Dogana di Dublino) e il Liberty Hall: l’edificio più alto della zona, costituito da un grattacielo di 59 piani, facilmente riconoscibile per la sua sagoma.

IMG_3747.JPGLa prima giornata a Dublino si è conclusa così in ostello, l’indomani avevamo intenzione di visitare il Museo Archeologico di Dublino che non ci ha affatto deluso (ho anche comprato una pipa artigianale fatta a mano) e dopo la visita, ci siamo diretti nella zona del Temple-bar, ricca di pub, locali di intrattenimento e ovviamente turisti: inutile dire che abbiamo cercato inutilmente un posto a sedere in un angolino di un pub, e dopo averlo trovato, non siamo riusciti a farci servire, forse a causa della musica assordante e dell folla di avventori presenti. Eravamo indecisi se visitare la fabbrica della Guinnes e quella del whisky Jameson, ma si trattava di attrazioni molto “turistiche” che abbiamo preferito evitare, anche per i costi: per farla breve, si spendevano quasi 50 euro complessivi per entrambe le visite….

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La giornata è così scivolata via fra un acquisto di birra irlandese in uno dei tanti negozi della città e la preparazione di una “cena irlandese” con bacon, salsicce al pepe, cetrioli e zuppa liofilizzata…le verdure scordatevele. Dublino si è rivelata fino ad ora “cara” essendo una grande città, in seguito avremmo scoperto anche che era “differente” dal resto d’Irlanda, molto più caratteristica e meno turistica della sua “capitale”. Così l’ultimo giorno prima di partire ci siamo dedicati a comprare cartoline e a fare un giro nel parco di Dublino, dare uno sguardo alla Cattedrale di San Patrizio e girando per il centro storico molto pulito e curato, per finire con la visita della National Gallery of Ireland.
Abbiamo invece declinato la visita del Trinitiy College, troppo cara e ridotta, anche se reclamizzata dappertutto, anche nell’info-point dove il primo giorno avevamo chiesto informazioni (in realtà la visita a pagamento del Trinity comprendeva solo la sala superiore della biblioteca del Trinity College, con rapido passaggio lungo la balaustra per ammirare gli scaffali allineati e la struttura solenne e silenziosa, fino all’uscita sull’altro lato della balaustra…), perciò mi sono soffermato nel book-shop dell’università, dove ho acquistato una maglietta prima di uscire nel traffico cittadino e lasciare il campus. L’indomani ci aspettava un viaggetto in autobus fino alla città costiera di Waterford, così siamo andati alla stazione degli autobus per acquistare i biglietti in anticipo, senza trovare ne caos ne difficoltà particolari e poi ci siamo gustati l’ultima cena a Dublino prima di rientrare in ostello. In camera avevamo avuto qualche compagno di stanza, ma solo per una notte, poi ci siamo ritrovati di nuovo soli. La notte “dublinese” ci ha avvolti nelle tenebre mentre il traffico cittadino ovattato ci ha trascinato nel sonno.

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La mattinata fresca e frizzante ci ha svegliati e abbiamo raccolto i nostri bagagli già pronti per raggiungere la stazione degli autobus dopo una colazione veloce in ostello. L’autobus partito in orario ci ha portati nel sud dell’Irlanda con inusitata lentezza e in pratica abbiamo passato 4 ore a bordo, per poi raggiungere Waterford verso l’ora di pranzo.
Ormai esperti, abbiamo subito chiesto all’ufficio informazioni quali erano gli alloggi con migliore rapporto qualità-prezzo per una notte e loro ci hanno dato gentilmente gli indirizzi di alcuni B&B e di un pensionato, alla fine abbiamo optato per un B&B Guest-house poco lontano, e dopo aver avvisato la struttura del nostro arrivo, abbiamo salutato l’addetto e ci siamo diretti con i nostri zaini fino all’edificio a due piani in cui una signora irlandese energica e cordiale ci ha mostrato le due camerette con bagno in comune site a due piani diversi di una casa con soffitti stuccati e pavimenti in legno scricchiolante. Prima di congedarsi da noi dopo essersi fatta pagare, la signora ci ha chiesto se volevamo per l’indomani la colazione “irlandese” o la colazione “vegetariana” e più internazionale, ovviamente abbiamo scelto la “Irish Breakfast” e non ce ne saremmo pentiti come avremmo constatato l’indomani…

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Per quanto riguarda le attrazioni Waterford non ne aveva di particolari e in fondo avevamo scelto di sostare qui, solo per “spezzare” il viaggio fino a Galway, sulla costa atlantica. Così dopo esserci aggirati per le vie sempre più buie e battute da una pioggerellina fine che ha iniziato a diventare insistente dopo il tramonto, abbiamo cercato un posto dove mettere qualcosa sotto i denti, optando ovviamente per un pub dove ci hanno servito sidro e due zuppe scelte sul menù molto ridotto del locale: una zuppa di verdure e una zuppa di pesce (salmone affumicato, verdure e forse alghe), con crostini di pane, che si sono rivelate assolutamente deliziose), dopo un secondo giro di sidro, scelto da Pierpaolo al posto della birra, siamo tornati per le strade buie fino al B&B Guest-house di cui avevamo la chiave, lasciataci dalla padrona, e siamo sprofondati in un sonno ristoratore, nella notte fredda e piovosa.

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La padrona ci ha servito gentilmente in una stanzetta da pranzo piccola ma ben arredata con tavolini, sedie e tovaglie di pizzo; la Irish-Breakfast si è rivelata un “pranzo” strepitoso (d’altronde qui non si pranza, ma si fanno colazioni sostanziose e dopo uno spuntino a metà giornata si cena pesantemente la sera…). In sostanza la nostra padrona di casa ci ha portato uova fritte con pancetta, pomodoro grigliato, fungo e salsiccia irlandese, oltre a Cornflakes, toast e burro con marmellate varie, te’ e latte, caffè e succo d’arancia.Ci siamo alzati a fatica e dopo un caloroso saluto e un ringraziamento per la colazione abbiamo raggiunto la piccola stazione degli autobus, destinazione Galway, dove intendiamo pernottare almeno 4 notti. In teoria avremmo voluto raggiungere Cork, ma la città si è rivelata mal collegata e cara da raggiungere, per un percorso di appena 120 miglia, e così abbiamo deciso di andare direttamente sull’altro lato dell’isola di smeraldo.
Una cosa da tenere in considerazione se si vuole andare in Irlanda è di prendere a noleggio un automobile, ovviamente se la guida a “sinistra” non vi spaventa…

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Galway si è rivelata “strapiena” di gente a causa del festival internazionale delle ostriche, per fortuna siamo riusciti a trovare due posti in 2 camerate diverse nell’ostello vicino alla stazione dei treni. Fra luci ed ombre ci siamo divertiti moltissimo perchè,al di là dei tour che abbiamo preferito evitare e un autobus perso per andare alle famosissime Cliffs of moher (vedi video degli U2 nell’album Unforgettable fire…), abbiamo fatto amicizia in ostello con un gruppo di “internazionali” molto vario eppure eterogeneo: due spagnoli, una italiana, un argentino e una tedesca. Dopo una giornata “persa” cercando di raggiungere a piedi e in autostop  la località di Mc Cullon dove si trovava uno dei tanti castelli d’Irlanda, con il rischio di farci investire sulla strada, priva di banchine pedonali e ciclabili, siamo tornati indietro letteralmente “morti” dopo un giro nella brughiera, con l’autobus del pomeriggio e a cena abbiamo socializzato casualmente con questo gruppo che ho descritto sopra, grazie ad un “assist” dell’unica italiana del gruppo: Giorgia (ragazza au-pair che alloggiava nella cittadina di Tullamore e passava il week-end a Galway per divertirsi un pò, data la noia di vivere ogni giorno nelle piccole cittadine irlandesi, come ci ha spiegato brevemente).

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La serata si è così srotolata fra bevute di birra e in seguito wisky irlandese, camminando per le umide e ventose vie di Galway, disseminate di ubriachi e ragazze in minigonna e sandali, nonostante il freddo di fine settembre, assieme ad i nostri nuovi “amici”.
Man mano che la serata proseguiva le strade si riempivano sempre più di persone ubriache (specie giovanissimi, gli irlandesi bevono in modo esagerato…) e siamo passati da un locale all’altro, mangiando in qualche take away e bevendo una pinta, fino alle 3 del mattino, quando ci siamo ritrovati nell’ Hostel City of Galway dove alloggiavamo e sprofondare nel sonno ristoratore. La domenica è passata nella quiete, e quando ci siamo ripresi dalla notte brava, abbiamo fatto un giro in città per gli ultimi acquisti e in serata siamo andati a vedere un film in inglese al cinema.
Ormai ci restava l’ultima notte da passare quì: i nostri compagni di serata avevano già lasciato l’ostello, così l’indomani mattina eravamo pronti per prendere l’autobus per la cittadina di Sligo, nostra ultima tappa.

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La cittadina famosa soprattutto per aver dato i natali allo scrittore   William Butler Yeats, di cui esiste un busto in pieno centro, non offriva particolari attrazioni oltre al palazzo del Municipio, i pub antichi e le sue vie tranquille e poco trafficate. La cittadina si trova nel Donegal e abbiamo soggiornato in un ostello-casa economicissimo ma con “russatori” in camerata che ci hanno fatto “soffrire” per le 2 notti in cui siamo stati li, per il resto oltre a cercare la tomba della “regina” nella Carrowmore Megalithic Cemetery in mezzo alla brughiera, dove ho trascinato mio fratello prima in autobus e poi a piedi, non abbiamo visto granchè.

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La visità alla tomba a tumulo si è interrotta perchè ha iniziato a piovere fortemente e si trattava di arrampicarsi su delle rocce, seguendo un percorso accidentato fino al tumulo, così dopo una breve sosta, abbiamo preferito tornare indietro fino alla fermata dell’autobus, godendoci però un panorama fantastico costituito dal laghetto adiacente e dalla brughiera sotto la pioggia, attraversata da muretti a secco, e qualche casa in rovina ogni tanto.

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Ormai il nostro viaggio volgeva al termine e non ci restava che prendere l’autobus per Dublino (i treni in Irlanda costavano tantissimo…),così la mattina presto, lasciato il nostro ostello-casa, abbiamo di nuovo attraversato l’isola seguendo strade attraverso la brughiera, fino alla capitale, dove ci siamo fermati per una notte nello stesso ostello e abbiamo fatto scorta di wiskhy e prodotti tipici irlandesi, il nostro aereo partiva all’alba dopo 2 giorni, così abbiamo preferito pernottare in aeroporto l’ultima notte, in attesa del volo per Roma Ciampino che partiva verso le 6.00, senza dimenticare di fare acquisti di vari wiskhy irlandesi che abbiamo trovato incredibilmente a prezzi scontati nel Duti Free-Shop dell’aeroporto di Dublino.
Un altro viaggio terminava, ma visto che era durato solo circa 11 giorni, ci siamo subito detti che torneremo sicuramente in futuro per approfondire la conoscenza di questa isola così misteriosa e affascinante e la promessa è ancora valida….

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L’estate sta finendo…

Scrivo questo post dopo ormai un mese che non vi do nuove storie da leggere: è vero sono stato e sono ancora occupato con il lavoro, un pò stressato, e non trovo il tempo o la voglia per raccontarvi del viaggio in India, o della Baja California, oppure del viaggio in Giappone di 6 anni fa….
Così ho deciso di darvi allora qualche informazione per futuri viaggiatori riguardo il posto in cui lavoro e gestisco la piccola struttura ricettiva di proprietà del Comune di San Valentino in Abruzzo Citeriore: si tratta attualmente del Comune d’Italia con il nome più lungo, è situato in Provincia di Pescara, a 50 km dall’Adriatico e dalla “ridente” e “affollata” città balneare di Pescara.

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San Valentino invece ha meno di 2000 abitanti, si trova a poco meno di 200 metri sul livello del mare ed è ad un tiro di schioppo dal confine con il Parco Nazionale della Majella: qui si incontrano lupi, cervi, camosci e perfino qualche orso bruno marsicano he transita nei suoi spostamenti. L’estate che si avvia al termine (oggi ha piovuto pesantemente e l’aria si è rinfrescata) è la stagione migliore per visitare la Majella e il Gran Sasso distanti poco meno di 100 km l’uno dall’altro, queste terre sono aspre e gelide d’inverno, ma ospitali e gentili nella bella stagione, come quasi tutti gli abruzzesi.
A volte siamo un pò “chiusi” ma ciò dipende dall’isolamento millenario di questa regione, distante poco meno di 200 chilometri dalla Capitale, difficile da raggiungere per la presenza del Massiccio del Gran Sasso e dalla Majella che costituivano una barriera all’afflusso di merci e persone. Ancora oggi le zoneinterne sono le meno sviluppate ma anche le più belle e ospitali di questa terra posta fra Marche, Molise, Lazio e Umbria.

IMG_20150501_111304.jpgL’Abruzzo si ama o si odia, ad una costa fortemente antropizzata specie nella parte nord, si contrappone un’interno spopolato, costituito da piccoli borghi, spesso abitati solo da anziani, che si ravvivano esclusivamente in estate e durante le vacanze natalizie, come il Borgo di Roccacaramanico, a una ventina di chilometri da dove lavoro io, oppure il piccolo paese abbandonato e in rovina di Corvara, nell’aquilano.

DSCF4211.JPGQueste zone sono anche famose per gli eremi fondati da Pietro da Morrone e per la forte religiosità che li caratterizza. Costruiti in luoghi spesso inaccessibili o selvaggi, Santo Spirito a Majella, San Barolomeo in Legio o San Giovanni all’Orfento sono ogni anno meta di migliaia di turisti, pellegrini e curiosi.
Non mancano sapori e ricette squisite fatte di ingredienti semplici, alimenti poveri o simbolo di “festa”, basati su una economia agro-pastorale che a prezzo di grandi fatiche e sacrifici ha strappato alla madre terra pascoli e campi, frutteti e boschi.

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Tutto questo è l’Abruzzo è ancora di più, ma è tardi e mi limito a tratteggiarvi questi luoghi, sperando che un giorno passiate di quì e possiate ammirare la Majella o il Gran Sasso con il suo caratteristico profilo, gustare il miele di Tornareccio e il Pecorino di Farindola, assaggiare il Montepulciano d’Abruzzo o un Trebbiano aspro e sincero con un piatto di “brodetto” alla vastese o della pasta fatta in casa, assieme alle “pizzelle”, dolci ferratelle morbide o dure che le donne della nostra infanzia facevano in grandi quantità in occasione di festività e matrimoni, accompagnandole con Ratafia, un liquore di amarene e marmellata d’uva. E come non menzionare le “pallotte cace e’ ove” fatte di pane raffermo, uova, prezzemolo, aglio e pecorino romano oppure un povero “rigatino” che un tempo venivano fatte con gli avanzi di pane e fritte in olio d’oliva e poi “ricalate” in un sugo semplice con cipolla e peperone, costituivano un cibo semplice per alleviare la fame.

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In questi mesi si sono avvicendati tanti visitatori, ospiti e conoscenti nel vecchio carcere trasformato decenni fa in affittacamere. Da quì partivano alla volta della “porta della Majella”: la strada provinciale che sul lato occidentale porta fino a Caramanico e alla Riserva integrale della Valle dell’Orfento, e più su fino a Passo San Leonardo e alle cime della Majelletta e del Monte Amaro. Il Monte Morrone custodisce questi luoghi ed è oramai famoso per i devastanti incendi che ne hanno distrutto i versanti, così come sulle pendici del Gran Sasso si ricorda soprattutto la località di Rigopiano, fra maestose faggete e scorci incantevoli teatro del dramma del terremoto. La natura quì sa essere dura e non perdona, ma è anche capaci di slanci di generosità immensi, rigenerandosi ad ogni incendio o terremoto e rinnovando il ciclo della vita che tutti possiamo ammirare: all’inverno subentra la primavera, poi l’estate e quindi l’autunno, fino ai pochi mesi freddi che ci riportano nell’inverno della nostra esistenza fatto di freddo e neve ma anche di paesaggi meravigliosi e fiabeschi, per poi ricominciare e così via…

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Un saluto dal mio Abruzzo 🙂

Erasmus mon amour: Sevilla.

Scusate la lunga assenza, ma il estate si “lavora” e più o meno in base agli arrivi e devo “accogliere” ospiti e viaggiatori…Comunque, parlerò di qualcosa che tutti conosceranno e che ha a che fare con il viaggio e il cambiamento in generale oltre alla “scoperta” di nuovi orizzonti e prospettive di vite: quel “Progetto Erasmus” che ha fatto viaggiare e studiare, conoscendo un altro paese europeo milioni di studenti italiani e stranieri.

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Come “studente Erasmus” sono partito un pò “stagionato”, nel senso che a 29 anni, senza un lavoro, una prospettiva lavorativa futura, oltre a solo qualche collaborazione occasionale, mi ero iscritto di nuovo all’università per prendermi una seconda Laurea, dato il tanto tempo libero che mi trovavo a “gestire”. L’intenzione era specializzarsi in “Archeologia e cultura del Mondo Antico e Medioevale” dato che provenivo da una vecchia Laurea in Conservazione dei Beni Culturali: ovviamente si tratta di Lauree “umanistiche” che danno “miriadi di opportunità di lavoro in Italia”…direte voi, in effetti ci sono più archeologi disoccupati che ingegneri nel Bel Paese pieno di opere d’arte, beni culturali, parchi archeologici e rovine antiche, ma questa è un’altra storia…

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Comunque dopo un anno decisi di “tentare” L’Erasmus, destinazione ovviamente Spagna, e per la precisione Siviglia, in Andalusia; avendo una media voti “alta” e un buon numero di esami superati, feci domanda e nonostante i posti disponibili fossero solo 4, immaginando che ci sarebbe stata “folla” e sarei stato superato in graduatoria da qualcuno più meritevole, mi ritrovai pochi giorni dopo con la comunicazione di accettazione della mia domanda in mano. Andai così a seguire il corso di orientamento e lingua spagnola in mezzo a ragazzini di 20-22 anni in previsione della mia permanenza in Spagna. Per farla breve la preparazione mi prese tutta l’estate del 2009 poi partii a settembre, senza sapere lo spagnolo, un pò inquieto ma con grande interesse per quello che avrei trovato in quella città che è Siviglia.

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Le prime impressioni furono molto positive: chi conosce Siviglia, saprà bene che è una città del sud della Spagna, molto calda e turistica, ma anche caratteristica e ricca di vita e cultura. Dopo un paio di giorni in hotel, riuscii a trovare un appartamento “compartito” con altre 3 ragazze lavoratrici: una peruviana, una guatemalteca e una rumena.
In un certo senso, per la mia conoscenza dello spagnolo, ciò fu la mia salvezza: a differenza di TUTTI gli altri studenti italiani che frequentai e incontrai nella mia permanenza di 6 mesi, i quali tendevano a prendere casa assieme, finendo per parlare italiano in casa, e fare i “turisti” per la città, io praticai subito la lingua in modo diretto e continuativo con le mie companeras de piso, anche per molte ore al giorno, specialmente uscivo con una di loro, la ragazza guatemalteca, che mi aiutava ad approfondire l’idioma e mi fu di grande aiuto. Heidi sarebbe rimasta una mia grandissima amica e in seguito l’ho rivista quando ho fatto di nuovo un “giro” in Andalusia. A lei sono legato da una profonda amicizia, e anche quando lei cambio casa per il costo della pigione, continuai a frequentarla di tanto in tanto.

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La città in autunno era stupenda:  girai Siviglia in lungo e in largo, perdendomi fra i “barrios” del centro storico o passeggiando per il lungo-fiume, inoltre andavo a “Clases de espanol” e ai corsi universitari nella Sede Centrale della Universidad de Sevilla spostandomi in autobus e attraversando tutto il centro urbano, dato che vi erano varie facoltà sparse per la città, mentre la sede centrale de la “Universidad de Sevilla” si trovava all’interno di un maestoso edificio: si trattava di una antica fabbrica monumentale di tabacco, posta proprio nel Centro Storico, a due passi dall’Avenida de La Costitution e dalla Cattedrale dove sono state poste le spoglie di quel Cristoforo Colombo che fece “grande” Siviglia con i commerci aperti dalle sue spedizioni nel Nuovo Mondo. Feci amicizia anche con qualche ragazzo spagnolo dei corsi che seguivo, nel frattempo il mio idioma migliorava sempre di più e continuavo a girare instancabilmente la città in bicicletta (finchè non me la rubarono davanti al Centro Commerciale di Nervion Plaza…) e poi a piedi e in autobus…

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Nell’appartamento ci furono “cambiamenti”, una delle coinquiline, la rumena, era “scappata” via nei primi giorni della mia permanenza, una notte, senza pagare l’affitto arretrato al padrone di casa, pochi giorni dopo il mio arrivo, prima di novembre, andò via anche la mia amica guatemalteca Heidi e rimasi con con Maribel, la signora peruviana e un nuovo coinquilino trovato dal “duegno” dell’appartamento: si trattava di un giovane “sevillano” doc un pò sbruffone e infantile su cui sorvolerò perchè non c’è molto da dire sul suo conto…
Arrivo dicembre e strano a credersi arrivo anche una ventata di freddo gelido, inusuale per una città come Siviglia, anche perchè dovete sapere che nelle case non ci sono termosifoni e i sivigliani  e gli andalusi in generale usano stufette portatili ad aria calda e termosifoni elettrici a ruote. Io avevo solo una ventolina elettrica e nessun vestito pesante, dopo qualche giorno di “sofferenza” comprai in un grande magazzino un giaccone sintetico per proteggermi dal freddo, mi procurai anche qualche pantalone jeans pesantee in seguito scarponi invernali. In dicembre sulla città cadde perfino della neve, passai la vigilia di Natale con la mia amica guatemalteca e le sue coinquiline nel loro appartamentino in un barrio in periferia, fra musica latino-americana e balli, oltre a cibo tipico dei loro paesi d’origine.

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Il giorno di Natale sotto una pioggia battente lo passai a casa della figlia di un amico di famiglia, che era finita a Siviglia da un annetto in cerca di lavoro e faceva la “carpintera”, il Capodanno invece lo passai con i miei genitori, che erano venuti a trovarmi, in piazza, dietro l’Aiutamento della città (L’edificio del Municipio), per poi tornare a casa a piedi come al solito, dato che gli autobus erano tutti fermi per la festività.

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Durante i miei vagabondaggi per la città, in autunno, avevo già visto quasi tutti i musei, il Real Alcazar (antica residenza reale dei Reali di Spagna usata ancora in estate da Re e famiglia reale…) e la “Galeria des Bellas Artes”, avevo partecipato a qualche “boteillon” (il riunirsi fra giovani per strada, in un luogo designato e bere quello che ci si porta da casa, chiacchierando), poi con l’arrivo delle piogge, in una regione di solito arida e secca, mi trovai a dover passare il tempo in posti chiusi, fra cinema e bar, dove si servono tapas “povere” e “cerveza” andalusa chiamata “Cruz Campo” che gli andalusi non mancano mai di lodare, anche se in realtà è una birra leggera e con poco corpo, molto dissetante che tende però a gonfiare lo stomaco e a fare troppa schiuma…

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L’anno che arrivo, il 2010, mi porto 3 mesi in cui il tempo tornò ad essere mite e mi permise di girare la regione, senza trascurare i corsi universitari e la “Clases de espanol”, io e Goffredo, un’altro giovane italiano originario della Liguria eravamo probabilmente i migliori allievi della nostra “Profesora” di spagnolo, così in Gennaio, dopo l’esame di 1° livello superato brillantemente, ci iscrivemmo entrambi al secondo livello di lingua, anche se sapevo che avrei potuto frequentare il corso al massimo fino alla fine di marzo, quando scaduto il mio periodo Erasmus di 6 mesi non sarei rimasto ulteriormente, curiosamente in Italia si prospettava la possibilità di entrare in una società dove lavorare in ambito “turistico-ricettivo” nella gestione di un ostello assieme a mio padre perchè una socia intendeva andarsene e altrimenti si sarebbe dovuta chiudere l’attività…

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Continuai nei miei vagabondaggi, da solo o assieme ad alcuni studenti italiani Erasmus come me, a volte un ragazzo tedesco in Erasmus, Benjamin, mi accompagnava in queste “gite” come ad esempio durante il Carnevale di Cadice: porto di mare famoso proprio per questa festività in cui il caos della ricorrenza si mischiò anche in quella occasione con fiumi di birra, costumi colorati e variegati (io mi ero vestito da “platano canario…immaginate un pò voi…). A Cadice però ero già stato in settembre per fare il bagno, buscandomi una bronchite per via dell’acqua fredda e dell’aria condizionata in treno.
Poi andai da solo a Jerez de la Frontera, cittadina famosa per il suo sherry apprezzato come aperitivo soprattutto dagli inglesi ed esportato dagli spagnoli in tutto il mondo, oltre al il vino bianco “secco” che si vende in gran quantità e si consuma nelle notti afose e calde. Non mancai di visitare assieme ad un gruppo di giovani studenti italiani anche Cordoba e la sua famosa “Mesquita” araba trasformata poi in chiesa cristiana con la “Reconquista”.

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Il mio periodo di permanenza volgeva al termine: superai brillantemente i due esami universitari con voti altissimi che non mi sarei aspettato, e ormai parlavo uno spagnolo fluente e conoscevo qualche parola gergale di andaluso, ma restavano solo pochi giorni, poi avrei dovuto lasciare l’appartamento, mentre la primavera e la “feria de april” si approssimavano in città.
Feci un ultimo “viaggio” fino a Madrid, via Autobus, con l’intenzione di vedere il Museo del Prado e tornare la sera, ma la distanza era tanta alla fine visitai solo genericamente la Capitale trovando i madrilegni molto diversi dagli andalusi: più sofisticati e aristocratici, anche se con una ottima “dizione” nella loro lingua spagnola. Mi feci strada far le strade di Madrid e il suo Parco, salendo le sue vie dritte che si inerpicavano su per la collina fino al Parlamento Spagnolo e in nottata tornai a Siviglia distrutto per il lungo viaggio.
Pochi giorni dopo salivo sull’aereo che mi avrebbe riportato in Italia dopo 6 mesi e poco più: in questa città andalusa caotica e un pò “ladrona” popolata da gitani, stranieri, andalusi, spagnoli, turisti e una miriade di studenti, una città caotica ma popolare e conveniente: in questo posto lasciavo un pugno di amici che avrei rivisto ancora in seguito, nei miei ricordi rimanevano un sacco di posti visitati come l’Alameda des Ercules o la Colonia Romana di Italica con il suo anfiteatro e soprattutto, colori, sensazioni, gusti e sapori di tapas e vino andaluso, cerveza e profumi di fiori dei giardini curatissimi nei patii della città, un giorno, alcuni anni dopo, sarei tornato per rivedere i luoghi che avevo lasciato, ma questa è un’altra storia….

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Viaggio in Iran: ultima parte.

Come già spiegato nell’ultima parte, da Kerman, nel sud dell’Iran intendiamo tornare a Teheran via Autobus (durata del viaggio: 14 ore….) contando sulla comodità dei VIP Bus Iraniani che hanno alcuni confort in più rispetto a quelli standard, come sedili reclinabili quasi totalmente, poggia piedi, cuscino oltre a bevande e snack lungo il viaggio.
La tempesta di sabbia poi tramutatasi in pioggia violenta e vento ci segue con una pioggia costante mentre lasciamo il Belucistan e superiamo i vari posti di blocco che punteggiano il deserto: partiti alle 18.30 dopo una attesa di qualche ora nel terminal bus, ci addormentiamo nonostante la musica tradizionale iraniana molto deprimente e melensa che ci accompagna, faremo varie soste per andare al bagno nella stazioni di sosta lungo la strada, e più avanti in piena notte, la musica lascerà il posto a un film iraniana “terribile”: una sorta di soap-opera “comica” inguardabile per i nostri gusti “occidentali” anche perchè non capiamo una parola tranne le situazioni “comiche” che fanno sganasciare dalle risate delle signore sedute nei sedili davanti ai nostri.

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Ad un posto di blocco sale un giovanissimo soldato che chiede i documenti solo a noi e ci fa brevi domande su dove siamo diretti e dove alloggiamo, per il resto il viaggio procede senza problemi e arriviamo a Teheran senza problemi verso le 7.00 di mattina. Lo smog della città e il suo traffico tentacolare ci accolgono senza complimenti. Purtroppo l’autobus ci “molla” non al Terminal degli arrivi ma lungo la strada a scorrimento veloce, ad una fermata, per poi proseguire presumibilmente oltre. Non avendo idea di dove siamo, se non che ci troviamo nella zona nord di Teheran, facciamo un chilometro circa a piedi, seguendo il marciapiedi, prima di trovare un taxi scalcinato e dare all’autista l’indirizzo del nostro hotel. L’anziano tassista inforca gli occhiali e legge più volte l’indirizzo sul nostro foglio, chiedendo anche informazioni via cellulare a qualche collega, leggendo ogni tanto il nome della via scritto anche in farsi, fino a trovare la strada dell’albergo: il Sasan Hotel che si rivela una mezza “topaia” con una camera vecchia e polverosa ma poco costosa e ci permette di fare il check-in anticipato verso le 10.00 di mattina.

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Dopo un breve riposo, nonostante la stanchezza del viaggio di 14 ore, ci dirigiamo prima verso il Museo del Cinema Iraniano, prendendo un taxi che ci porta nella zona nord di Teheran molto glamour e ricca di negozi e centri commerciali. Il Museo si rivela una grande esposizione di tutto il Cinema Iraniano dagli albori della Settima Arte ai giorni nostri, anche se il nostro Regista preferito Jafar Panahi, è un pò nascosto alla fine della mostra, presumibilmente anche a causa delle sue vicissitudini “politiche-giudiziarie” (Panahi non può lasciare il paese ne lavorare e vive praticamente agli arresti domiciliari sottoposto a controlli e censura.

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Facciamo qualche foto e poi ci prendiamo una pausa nel caffè costoso all’esterno del museo: oggi è il nostro compleanno e paradossalmente ad un tavolo vicino al nostro due amiche festeggiano una ragazza coetanea con una torta e tante candeline: evidentemente anche lei è nata il 26 aprile.
Dopo aver mangiato un ottimo hamburger, ci inerpichiamo verso il complesso museale Sa’d Abad: l’antica residenza dei Pavlavi, oggi aperta al pubblico per mostrare le immense ricchezze e il lusso sfrenato in cui vivevano lo Sha e la sua famiglia prima della Rivoluzione del ’79.
Non è permesso fare foto all’interno degli edifici, ed essendo il complesso molto grande ma anche mal messo, preferiamo fare un biglietto parziale solo per alcuni degli edifici, dato che altrimenti spenderemmo un patrimonio. Rubo qualche foto di nascosto, come del resto fanno molte giovani iraniane. Ci colpiscono sicuramente gli arredi della sala da pranzo della residenza reale e la sontuosità delle camere da letto, ma all’esterno alcuni edifici sono molto rovinati o necessitano di restauri, perciò sono chiusi al pubblico, inoltre alle 18.00 chiudono tutto il complesso, perciò dobbiamo affrettarci, vedendo anche parte del parco enorme in cui si trovano i vari edifici, prima di raggiungere l’uscita a piedi, dato che le navette gratuite sono tutte piene.

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Per tornare in hotel prendiamo la metropolitana, per poi scendere ad una fermata abbastanza distante da Sariati Street, la via su al cui angolo si affaccia il nostro hotel, siamo praticamente “distrutti” dal troppo camminare e ci siamo anche persi un paio di volte, così usciamo solo per l’ora di cena, vagando lungo la lunghissima arteria in cerca di un ristorante e osservando i vari cinema lungo la strada (è in corso il Phars Internazional Festival), fino a scendere alcune rampe di scale sotto una insegna luminosa che indica un “Kabab Traditional Restaurant” dove nonostante la signora che ci serve e la sua famiglia che cucina, non capiscano una parola di inglese o il nostro cattivo farsi per indicarle le pietanze più comuni che dovrebbero avere sul menù scritto solo in persiano, riusciamo a consumare una cena semplice ma gustosa fatta di kebab di pollo, riso, verdure e insalata a buffet e l’immancabile dug da sorseggiare, assieme all’acqua ovviamente…Dopo 20 giorni ci inizia a mancare una bella birra alcolico di malto, ma ci accontentiamo dell’acqua e del dug. Dopo cena torniamo in hotel, ormai ci restano solo un paio di giorni prima della partenza quindi ho intenzione di massimizzare gli spostamenti per vedere tutto ciò che mi ero lasciato da vedere a Teheran, purtroppo non sarà possibile vedere tutto ma c’è sempre un’altra volta….

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La mattina del 27 aprile la passiamo, dopo colazione a fare una escursione fino a Ferdousy Street, per vedere il Museo Nazionale dell’Iran e il Museo dell’Islam: essendo venerdì di preghiera, le strade sono vuote ma i musei e luoghi e attrazioni pubbliche sono pieni di turisti e iraniani con famiglia al seguito che visitano questi posti, facendo scampagnate e accampandosi con tappeti, bevande, frutta fresca e cibarie in qualunque posto libero nei piccoli parchi di Teheran o negli spiazzi erbosi ombreggiati dagli alberi, nonostante il cielo nuvoloso che minaccia pioggia.
I due musei sono “notevoli” per degli stranieri come noi: inizio finalmente a comprendere quanto può essere profonda e stratificata la cultura persiana, influenzata da molteplici popoli e religioni, fino all’attuale religione islamica che ha portato anche una fioritura culturale paragonabile al nostro rinascimento, per ricchezza di stili, architetture e manufatti di tutti i generi, di cui i tappeti persiani sono solo uno dei molteplici aspetti. Nel Museo dell’Islam possiamo ammirare i vari periodi e stili, con manufatti pregiatissimi, libri (principalmente Corano con copertine intarsiate e tappetio arazzi), senza contare perfino parti architettoniche di moschee come il Mirhab: si tratta di una nicchia inserita nel muro della moschea orientato verso la qibla, che sarebbe’ la direzione della Mecca. Ma puo’ esistere anche fuori delle moschee, soprattutto nei luoghi sacri per far capire alla gente dove sarebbe la Mecca. Di solito in piccole dimensioni, il mihrab e’ sormontato da una semicupola decorata di piccole nicchiette. Esso forma la parte piu’ sacra della moschea da qui l’Imam conduce la preghiera.

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Nel museo troviamo mirhab riccamente decorati e perfino portali e archi a sesto acuto o porte in legno fittamente decorate con i più svariati materiali preziosi, ceramiche, pietre e manufatti in oro e pietre preziose.
Ci fermiamo per bere un caffè alla turca (ottimo) e una fetta di torta alle noci nel caffè del museo, per poi pranzare con qualcosa comprato alle bancarelle di “street-food” presenti nella via adiacente al museo. La folla è aumentata e la strada è piena di auto costrette ad andare a passo d’uomo per via dei pedoni che attraversano la strada.
Ci allontaniamo per tornare con la metro all’hotel e riposarci un pò in previsione di una uscita serale per Darband.

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Il Monte Darband è una sorta di località turistica e di intrattenimento per tutti gli iraniani di Teheran: si tratta di una serie di locali che si adagiano lungo la stradina che sale fino al monte. Per raggiungere la località, troviamo un passaggio su un “taxi condiviso” (presumibilmente abusivo) guidato da un giovane che appena gli chiediamo di andare a Darband ci fa accomodare, dopo aver fatto salire una coppia di giovani iraniani (facendo in modo ovviamente che il giovane fidanzato sia fra me e la ragazza, mentre Pierpaolo si accomoda al fianco dell’autista) e poi partiamo in salita per una dedalo di vicoli e stradine nella zona residenziale che ci porta a pochi chilometri da Darband, purtroppo la strada si riempie velocemente di auto cariche come la nostra, tutte dirette verso la nostra stessa mete e per fare 500 metri alla fine impieghiamo 20 minuti, andando avanti a strappi. Alla fine imitiamo i giovani che danno all’autista improvvisato 10.000 rials e scendono abbastanza contrariati.

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Camminando velocemente e facendo lo slalom fra le auto in fila in attesa di avanzare e i marciapiedi pieni di persone, localini illuminati, sedie e tavolini, giungiamo alla piazzetta principale, dove le auto si fermano, scaricano i loro passeggeri e tornano indietro, e ci inoltriamo lungo il sentiero scavato nella roccia verso il monte. Ai nostri lati sfilano una serie di sale sa tè, ristoranti di medio o alto livello, strutture simili a castelli, ville sfarzose e quant’altro, assieme ad una miriade di bancarelle che vendono, gelatine di frutta in fogli, noci in salamoia, bacche di gelso bianche e nere, dolciumi, olive verdi, patatine fritte e croccanti, frutta fresca, cocomeri tagliati a fette, bottigliette d’acqua, tè bollente in samovar enormi da cui fuoriesce vapore. A tutto ciò va aggiunto il selciato perennemente bagnato dagli inservienti dei ristoranti che richiamano i potenziali clienti, spruzzando acqua a volontà sulle pietre e le soglie dei locali,con il rischio di farti scivolare se non stai attento a camminare.

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L’umidità relativa è sempre più alta perchè la stradina illuminata e piena di locali è costeggiata da un torrente spumeggiante, alla fine ci fermiamo prima in una sal da tè con takht su cui sedersi a gambe incrociate e fumarci un narghile, bevendo un tè caldo iraniano. Siccome l’umidità saliva dal torrente e dal selciato bagnato, non abbiamo ordinato nulla da mangiare e dopo aver fumato per una mezz’oretta, finito il tè, abbiamo pagato (appena 220.000 rials) e ci siamo diretti a scegliere un posto dove mangiare tornando indietro: la scelta è caduta su un ristorante con la scritta all’ingresso che in spagnolo declamava “bienvenudos” e in altre lingue invitava ad entrare. Molto professionale, il personale del ristorante in ciabatte ci ha mostrato la carne pronta per essere arrostita sulla brace viva: non semplici kebab di carne tritata di vitello o agnello, ma vere e proprie costolette “scottadito” di agnello infilzate su degli enormi spiedi piatti, alternate a pezzi di peperone e pomodori, quello in foto è invece il “classico kabab” di vitello o agnello macinato.

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Dopo averci mostrato la carne il nostro giovane cameriere ci ha trovato un tavolo e in mezz’ora abbiamo gustato il “re dei kabab” con riso al vapore, pane persiano e fiumi di tè chai, versati da un piccolo samovar posto al nostro tavolo.
Sazi e satolli siamo scesi a piedi da Darband (inutile prendere un taxi collettivo, la strada in discesa era intasata) tentando di raggiungere la metropolitana, ma vista l’ora tarda e trovando la stazione della metro chiusa, abbiamo  preso un taxi che ci ha riportati all’albergo dopo le 23.30, sempre con la solita “guida sportiva” iraniana e le scorciatoie improvvisate per accorciare la strada.

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Il nostro viaggio si conclude il giorno successivo: dopo un giro al mattino per il Bazar di Teheran, dove in un paio di ore abbiamo acquistato varie spezie, tè chai con latte in polvere aggiunto e zucchero (scelta di Pierpaolo….), pistacchi freschi, bacche di cardamomo, curcuma intera, fiori di ibisco e altro tè con cardamomo in polvere, siamo tornati in hotel per riposare un pò e il pomeriggio l’ho passato a preparare la valigia.
L’ultima cena l’abbiamo consumata in camera con quello che avevamo comprato in un supermarket, poi ho fatto un ultimo giretto serale per comprare un pò di frutta e vedere per l’ultima volta la Teheran Nord che rispetto alla zona centrale e sud è sicuramente più vivibile e tranquilla, specie nella zona residenziale.

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La mattina, finita la preparazione dei bagagli dopo la colazione, siamo scesi verso le 11.00 per il check-out. Per raggiungere l’aeroporto internazionale avevamo pianificato di raggiungere la vicina stazione della metro e usarla per arrivare, cambiando linea lungo il tragitto, fino all’aeroporto che era segnalato come fermata finale, in pratica abbiamo scoperto che le ultime due fermate fino all’Imam Khomeini Airport non sono mai state completate…
Per risolvere la situazione, scesi alla fermata finale corrispondente al Mausoleo di Khomeini, abbiamo preso un taxi fino all’aeroporto, che si è rivelato distante un altra dozzina di chilometri, e verso le due di pomeriggio eravamo entrati nel Terminal.
Dopo il primo controllo di sicurezza molto superficiale, abbiamo dovuto aspettare un pò nella zona “duti free” invero molto ristretta, senza riuscire a cambiare i rials in euro, essendo l’unico sportello di cambio sprovvisto, così ho riportato con me ben sedici milioni di rials che attualmente dovrebbero equivalere a 322 euro circa. Avrei voluto comprare del caviale iraniano (costo di 250 grammi ben 6.000.000 di rials…), ma alla fine mi sono accontentato di acquistare marmellata di datteri per i miei zii, acqua di rose (non della stessa qualità di quella di Kashan…) e abbiamo mangiato qualcosa nell’unico fast food del terminal.

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L’imbarco era previsto per le 19.10 e una volta saliti sull’aereo, abbiamo potuto berci la tanto agognata birra durante la cena serale. Le mie impressioni sull’Iran sono ambivalenti ma prevalentemente positive: il paese è sicuramente caotico e c’è un traffico “pazzesco” per gli standard occidentali, la popolazione è in linea generale gentile e curiosa allo stesso tempo, specialmente nelle zone rurali e meno turistiche; la sicurezza è altissima e i furti sono praticamente inesistenti, la gente spesso ti aiuta, e molti iraniani sono ottimi meccanici e hanno una passione smodata per tutto ciò che concerne le automobili e la meccanica, senza contare che hanno una capacità innata nel commercio.
I prezzi si stanno alzando, complice anche l’inflazione e ci sono problemi per approvigionarsi di contante locale, c’è anche molta disorganizzazione e molto spesso gli uomini iraniani non sono molto “utili”,mentre le donne sono più organizzate e preparate, oltre che più istruite, rivelandosi la vera “forza” del paese. Peccato per l’inquinamento atmosferico in città come Teheran, inoltre l’invadenza del clero religioso all’interno della società alla lunga si rivela soffocante, specialmente per le donne, assoggettate a regole di comportamento e di abbigliamento veramente restrittive.
Ho avvertito, nonostante ciò una certa perdita di potere da parte del clero, specie nelle grandi città e i Bajii (la milizia preposta al controllo della morale islamica, composta in prevalenza da giovanissimi disoccupati provenienti dagli strati più arretrati della popolazione) è praticamente assente per le strade. Inoltre ho notato a Darband sempre più giovani coppie “occidentalizzate” che sfoggiano vestiti lussuosi, anche molto vistosi, come gli hijab delle giovani iraniane, spesso non costituiti da un semplice panno nero, ma riccamente decorati e portati con negligenza, come un capo di abbigliamento qualsiasi. Permane una grossa solidarietà sociale che noi ci possiamo scordare nel nostro mondo: ad esempio il rispetto per gli anziani, ma le stesse donne possono girare tranquillamente, anche da sole senza essere disturbate o figurarsi “aggredite”, anche nel cuore della notte. C’è sicuramente una criminalità organizzata, ma non è visibile nelle strade e soprattutto anche se ci sono zone più depresse di altre nell’Iran attuale, la gente ha una grande dignità e anche nella povertà vive in modo fiero, certo la violazione dell’accordo per la fine dell’embargo da parte USA non aiuta molto un paese con un forte tasso di disoccupazione e molto dipendente dall’esportazione di gas e petrolio, inoltre se gli investimenti occidentali nel paese dovessero essere annullati in seguito alla prosecuzione delle sanzioni, la vedo dura per un paese di oltre settantacinque milioni di abitanti che ha grandi aspettative specialmente nei confronti dell’Europa e in realtà è molto più occidentale e aperto di quando immaginiamo. Le minacce israeliane e saudite e la guerra in Yemen e Siria non aiutano, eppure il paese dimostra di saper tessere alleanze sempre più strette e sfaccettate (in primis con i russi che infatti sono molto ben visti, spesso infatti siamo stati scambiati per turisti russi),unite alle capacità diplomatiche dei persiani ne fanno un attore della regione sempre più influente e forte, che porteranno anche dei cambiamenti in politica interna e nell’establisment religioso, arricchitosi enormemente con commerci e traffici vari, rispetto al resto della popolazione, che costringerà di certo l’Iran futuro a trovare altri equilibri sviluppandosi verso direzioni sempre diverse che osserverò con attenzione per il futuro.
Comunque tornerò quanto prima. anche da solo per scoprire ancora questo paese così diverso e mutevole, eppure aperto e che non finisce di stupire.

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