Giappone: Ultima parte.

Dopo il giro ad Inari per visitare il tempio del Dio Volpe alla sommità di una collina raggiungibile da un sentiero di torii arancioni, torniamo a Kyoto in un quarto d’ora con il trenino dell’andata.
In città ci rimaneva da vedere il Manga Museum che però si è rivelato un pò deludente per le dimensioni modeste (ce lo immaginavamo immenso ma interessante nell’esposizione permanente che spiega anche in inglese le origini del mezzo grafico più diffuso e antico in questo arcipelago di isole chiamato Giappone. Alcuni “disegni arcaici di manga risalgono addirittura all’età arcaica e si tratta di incisioni rupestri ovviamente in bianco e nero.

Pierpaolo insiste per passare nella Nishiky Street e nella adiacente zona del mercato, per mangiare qualcosa e troviamo un locale tipicamente giapponese denominato “neko Cafè”: in Giappone tenere animali in casa è severamente vietato se si abita in condominio, come il 90% della popolazione, così sono spuntati dei locali simili a bar che hanno una ampia scelta di felini da accarezzare e coccolare, con tariffe orarie (1000 yen per una mezz’oretta con un gatto, oppure 1300 yen per un’ora intera) che di solito permettono anche di acquistare “extra” come snack oppure una bevanda e perfino croccantini per i felini. Queste strutture permettono di scegliere uno o più gatti con cui passare del tempo, giocare o sfamarli.
E’ severamente vietato fare foto a questi locali, perciò possiamo solo osservare da fuori la vita degli animali e dei clienti “umani” che vengono qui per avere un pò, di calore animale, poi andiamo a cercare un posto dove mangiare qualcosa.
Alla fine siamo finiti in un ristorante della catena Ichiran: si tratta di una tipologia di ristorante che se non si conosce prima di entrare sarà un pò arduo “comprendere”…
In pratica varcata la soglia abbiamo percorso un corridoio di legno e ci siamo accomodati in un paio di loculi con un menù fisso in giapponese e inglese. Purtroppo non avevamo compreso che ognuno di noi doveva ordinare per se nel proprio loculo e poi consumare, così alla fine ci hanno portato una porzione di noodles in brodo di carne per due ciotole (ho chiesto io la seconda vuota ovviamente…), che ci siamo divisa mestamente.

https://www.theloophk.com/hong-kong-restaurant/ichiran/

Per comprendere molti usi del Giappone o ci si documenta prima o ci si butta, in tutti i casi nessuno vi tratterà male, al massimo cercheranno di aiutarvi se capiscono le vostre difficoltà. Alla fine usciti dal Ichiran abbiamo ripiegato su qualche onigiri di riso, comprato in un “Kombine market” aperto anche la notte e siamo tornati in ostello nella sera fresca dopo la calura del giorno.

In ostello abbiamo pianificato cosa vedere l’indomani, essendo domenica, e mentre passavamo del tempo nella sala comune, la quiete della variegata umanità presente (anglosassoni, cinesi, qualche giapponese e italiani, francesi, tedeschi…) è stata turbata da uno sparuto scarafaggio uscito da chissà dove. A Kyoto ci restavano in teoria 3 giorni, visto che avevamo un giorno in più grazie al night bus per Tokyo che ci avrebbe riportato indietro durante la notte.
La mattina seguente, ci siamo diretti sulle colline che sovrastano Kyoto, per visitare un tempio scintoista affollatissimo per via del giorno domenicale, ci siamo cimentati nel far suonare la campana del tempio e poi, essendo permesso a differenza dei templi buddisti, abbiamo scattato anche varie foto.
Altri riti molto seguiti nel tempio erano il sollevamento di una pesante sbarra di ferro con un anello di metallo in cima, che bisogna far risuonare o altri oggetti pesanti da sollevare…
Dopo aver bruciato dell’incenso come offerta in un braciere abbiamo fatto un mezzo chilometro in discesa tornando in mezzo alla animata e confortevole Kyoto.


Lungo il percorso abbiamo acquistato qualche souvenir e preso qualche leccornia da mangiare camminando nella zona del mercato: spiedini di pesce e pasta di moky acquistati ad una bancarella e poi ritorno in ostello.
Il Kahosan Kyoto Hostel gemello di quello di Tokyo, si è rivelato sempre più affollato, impossibile ad esempio utilizzare la cucina comune, monopolizzata da un gruppo di ragazze cinesi che in cambio di alloggio gratis fanno da “inservienti” e controllano la sala comune, la mattina seguente, nonostante ci fossimo alzati presto per andare a Nara, Pierpaolo si è dovuto fare la colazione in piedi e io ho rimediato un posto al desk di un computer…
Dopo colazione abbiamo preso un treno regionale per raggiungere Nara, anch’essa antica capitale imperiale prima che la stessa fosse spostata nella vicina Kyoto.

Da quel passato grandioso ma breve Nara ha guadagnato un grande livello culturale e letterario (è sede di importanti università e templi), ma ciò che la distingue è il grande parco in cui pascolano “cervi sacri”, in verità abbastanza invadenti con i visitatori da cui cercano di ottenere cibo in continuazione.
Ci siamo riposati un un padiglione affacciato su un laghetto, poi nel pomeriggio, dopo aver acquistato alcuni dolcetti di moky, siamo tornati a Kyoto con l’espresso delle 16.00.

Dopo una doccia e un tè verde, abbiamo fatto un giretto per Kyoto, lungo in quartiere di Gyon, in cerca delle famose “Geishe” a cui scattare qualche foto, cortigiane intrattenitrici, famose per il loro talento nella danza o nel suonare strumenti.
Purtroppo non abbiamo avuto fortuna così dopo cena siamo tornati in ostello: la sala comune era occupata da un corso di cucina giapponese e ci siamo ritirati per prepararci a lasciare l’ostello domani, con calma e passare l’ultima giornata a Kyoto, prima di tornare a Tokyo nella notte.
L’autobus notturno che partiva alle 23.30 ci ha lasciato tutto il giorno: abbiamo lasciato l’ostello alle 11.00 e ci siamo diretti subito in stazione, depositando i nostri bagagli in due cassette a tempo, per poi dirigerci al Tojii temple alto e slanciato, affacciato su un laghetto su cui le sfumature dell’autunno lasciavano tonalità cangianti.
Abbiamo consumato il pranzo in un ristorante della zona Stazione e poi abbiamo fatto un altro giretto, rifugiandoci in una caffetteria e poi dopo una cena frugale, in attesa della partenza, abbiamo assistito ad uno spettacolo di zampilli d’acqua nella fontana sovrastata dalla Tower Hotel di Kyoto.
Alla fine eccetto che per alcune coppiette e alcuni homeless che si ritiravano nel piccolo parco pubblico per passarvi la notte, non eravamo rimasti in molti.


Alle 23.30 in punto il nostro autobus notturno ha fatto una breve sosta e ci ha caricati velocemente assieme ai bagagli.
Non essendo molto comodo, non abbiamo praticamente dormito:il viaggio è durato circa 8 ore e dopo due soste in aree di servizio attrezzate abbiamo raggiunto alle prime luci del giorno Tokyo.
Come al solito abbiamo sbagliato metropolitana e così dopo un oretta e vari giri a vuoto, abbiamo raggiunto di nuovo la zona di Asakusa e il nostro precedente ostello dove avevo prenotato una notte prima della partenza.
La giornata è passata fra acquisti, riposo e una lunga sosta nel Parco di Asakusa, dove Pierpaolo ha sostenuto una lunga conversazione con un anziano giapponese (per lo più parlava lui e noi ascoltavamo il suo inglese elementare) sui più disparati argomenti: da Zaccheroni, allenatore italiano della squadra di calcio Giapponese, al serio problema del gioco d’azzardo che affligge una grossa percentuale di popolazione, comprese molte casalinghe che passano il loro tempo a giocare a pachinko (specie di macchinette in cui bisogna vincere sferette d’acciaio convertibili in premi non in denaro), ricordandoci anche che Tokyo è una “particolarità” e come metropoli troppo popolata e impersonale non può essere considerata Giappone.
Alla fine il signore si è alzato, congedandosi con un inchino e si è allontanato zoppicando curvo per la vecchiaia; un incontro che mi è rimasto impresso e che non dimenticherò.

Dopo un bel sonno pomeridiano, abbiamo cenato per l’ultima volta nella zona di Ueno, mentre una pioggia sempre più fitta cadeva sulla città trasfigurandola in una copia della Los Angeles di Blade Runner.
Trovata una locanda a gestione familiare che serviva “tonkatsu” (carne di maiale impanata e fritta con contorno di verdure e riso al vapore, di solito con una salsa di soia in accompagnamento.), sashimi e altre specialità, abbiamo ordinato due tonkatsu e poi via sotto la pioggia sempre più forte fino all’ostello per la nostra ultima notte in Giappone.
Questo paese rimasto nel cuore per tutte le sue sfaccettature e particolarità, che si rivela accogliente e allo stesso tempo riservato, efficiente e assolutamente sicuro (in pratica la criminalità per noi occidentali non esiste, anche per una questione culturale di rispetto degli stranieri e della loro sicurezza e percezione del paese) non cessa di stupire e far riflettere e tornerò un giorno per vedere il nord e il sud di un arcipelago dove il sole sorge. Un paese di tradizioni e modernità, iper-tecnologico e affollato ma anche ricco di solitudine e alienazione, dove milioni di persone vivono gomito a gomito in cubicoli di 20 metri quadri o meno e prendono la metropolitana stipati come sardine da appositi inservienti in guanti bianchi…
Un paese di templi buddisti e idol osannate da fans sfegatati, con una cucina molto elaborata e variegata, la cui specialità è il pesce, dove si può stringere amicizie eterne e il concetto di “onore” ha ancora una forza che a noi sono ormai sconosciute.
Alla prossima.

2 pensieri riguardo “Giappone: Ultima parte.

  1. bellissime immagini che aiutano a capire bene la bellezza del luogo che avere visto, ottima narrazione di viaggio. 😉

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    1. Grazie come sempre Max 🙂 Troppo generoso.

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