Il viaggio della vita: Giappone.

Eccomi di nuovo quì. Come avrete immaginato tutti ho ancora moooolto da raccontare e inizio con il viaggio che sognavo da ragazzo e che sono riuscito a concretizzare nel 2012: andare in Giappone.

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Chi conosce un pò il paese del Sol Levante saprà delle sue immense meraviglie e contraddizioni, delle diverse sfaccettature che compongono una società molto diversa dalla nostra ma anche molto curiosa verso gli “occidentali”. Se siete italiani verrete sempre bene accolti perchè i giapponesi adorano il “bello” e sono portati per l’estetica e la perfezione (in special modo gli adulti, i giovani credo siano un pò più ribelli e individualisti in una società che tende all’ordine e armonia sociale della collettività, sacrificando i bisogni del singolo).
Detto questo, prenotato con largo anticipo un volo aereo per Tokyo, io e Pierpaolo siamo partiti con un volo Aeroflot il 3 ottobre per il Giappone. Facendo scalo a Mosca, dopo una breve sosta, abbiamo cambiato volo e con un aereo più grande (e più comodo) siamo arrivati in mattinata all’aeroporto di Tokyo Narita, abbastanza “stonati” dal fuso orario (in Giappone siamo  8 ore indietro rispetto al fuso orario italiano, in caso di ora solare 7 ore…).

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Prima cosa sul Giappone: scordatevi il “caos” e la disorganizzazione “italiani”, in Giappone è tutto organizzato nei minimi particolari, basta comprendere questa organizzazione. Noi abbiamo cambiato euro in yen all’aeroporto di Narita con un ottimo tasso di cambio (all’epoca un euro valeva circa 143 yen), MAI cambiare euro in yen all’aeroporto di Fiumicino o in altri aeroporti italiani, dire che vi “fregano” è dire poco…se ricordo bene il tasso di cambio a Fiumicino era intorno ai 110 yen per un euro. Per “sicurezza” mio fratello aveva “ordinato” degli yen in banca, pagandoli salati aggiungerei io. In Giappone è possibile cambiare soldi negli aeroporti o negli uffici di cambio sparsi in città, oltre che prelevare dagli ATM e uffici postali sparsi dappertutto con una semplice carta MAESTRO, una VISA o una Postepay, occhio alle commissioni però, ma se effettuate un singolo prelievo non credo che andrete in fallimento. Io ne ho effettuati due in tutto (uno su bancoposta e uno su postepay, perchè la prima volta avevo prelevato poco e non avevo “compreso” bene il sistema, ma tranquilli ci sono ATM in inglese, basta verificare), oltre ad aver cambiato circa 1000 € in yen).
Comunque, risolto il problema soldi, dopo esserci rifocillati con qualche bottiglietta di tè e un paio di snak dalle molteplici macchinette sparse in aeroporto, abbiamo finito di consultare la nostra mappa della metropolitana di Tokyo con le sue 13 linee e siamo saliti con biglietto acquistato in una macchinetta automatica sulla linea che ci avrebbe portati nella zona di Asakusa (detta comunemente Asaksa…), quartiere nella zona nord di Tokyo, che pare sia molto famoso fra i turisti e in cui era ubicato il nostro ostello. Dopo un cambio di linea a metà strada da Narita, in circa un oretta abbiamo raggiunto la nostra fermata Asakusa Bashi. L’ostello che avevamo prenotato oggi ha cambiato nome, ma all’epoca si chiamava Kahosan Tokyo Ninja. Dopo un pò di giretti a vuoto,trascinando i nostri trolley, abbiamo chiesto ad un poliziotto e in pochi minuti l’ostello si è presentato davanti a noi. A Tokyo gli alloggi sono cari quindi non stupitevi se per una cameretta di 2 metri per 3 metri con una semplice scrivania e una sedia in un  ostello, pulitissimo  ma senza colazione, dovrete pagare l’equivalente di € 35 a persona in letto a castello…

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Nel seminterrato c’era comunque  una bella cucina attrezzata e dopo aver poggiato i bagagli ed esserci riposati una mezz’oretta, siamo usciti alla scoperta del quartiere prima che facesse buio. L’impressione è stata di essere in un quartiere iper-abitato parte di una città tentacolare in qui è facile “perdersi” se non si ha una meta precisa e non si impara a leggere la mappa della metropolitana.
Dopo la prima “esplorazione”, siamo tornati in ostello, salutando il giovane receptionist che ci aveva accolto, per poi uscire di nuovo diretti ad un 24h Ramen, una tavola calda in cui servivano Ramen e altre pietanze tipiche della cucina giapponese. In questi locali non esiste la cassa dove pagare o il menù, bisogna avvicinarsi ad una macchinetta con tasti e una immagine per ogni tasto che indica il tipo di cibo e relativo prezzo, selezionare ciò che si preferisce e inserire yen in banconote o monete fino a raggiungere l’importo corrispondente, pigiare il tasto relativo alla cibaria scelta e ritirare lo scontrino da presentare al bancone dove solerti inservienti, con un inchino prenderanno la vostra ordinazione e in pochi minuti vi porteranno su un vassoio ciò che avete ordinato, tè verde freddo in brocche e più comunemente acqua con ghiaccio sono disponibili su ogni tavolo dove gli avventori si accomodano per consumare il cibo. Sembra “facile” ma noi per capire che dovevamo fare lo scontrino ad una macchinetta nei pressi della porta di ingresso, ci abbiamo messo una mezz’oretta dopo varie richieste agli inservienti che ci indirizzavano verso l’ingresso a gesti. Ovviamente in futuro noi ci riservavamo di provare anche il sushi giapponese ma questa è un’altra storia….

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Risolto questo piccolo quiz sul come ordinare, abbiamo consumato il nostro pasto a base di ramen, riso e carne di maiale con qualche verdura di contorno (per chi non lo sapesse il ramen è un piatto a base di tagliatelle di frumento servite con brodo di carne e guarnizioni di carne o verdure nella ciotola), e poi ci siamo riavviati verso l’ostello. Malgrado l’opulenza e armonia sociale attraversando le strade semideserte e un sottopassaggio abbiamo potuto constatare il grande numero di persone senza casa che vivevano per strada, dato il costo di una stanza in una megalopoli come Tokyo. Fra quelle persone ci sono anche semplici impiegati che hanno un lavoro ma non possono permettersi con il proprio stipendio nemmeno un capsule hotel per la notte (parlo di vere e proprie “bare” allineate su una parete, in cui si può pernottare pagando una cifra molto bassa e che comprendono di norma doccia e bagno a parte, oltre a vari “servizi” come televisore, lettore DVD, console, wii-fii, condizionatore ecc).

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Al ritorno in ostello abbiamo “beccato” un temporale e siamo andati a dormire presto perchè per via del jat lag e del fuso orario differente cascavamo letteralmente dal sonno.
Ritiratici nel nostro cubicolo lungo circa 2 metri (la lunghezza del letto a castello più un pò di spazio per infilare le valigie) e largo un metro e mezzo, abbiamo preso sonno nonostante il rumore del traffico onnipresente. L’indomani mattina, dopo una colazione veloce con tè e qualche dolcetto comprato la sera prima in uno dei tanti negozietti aperti 24 ore su 24, abbiamo preso la linea di metro che portava fino al quartiere di Ueno, famoso soprattutto per l’omonimo parco .
Definibile come un quartiere popolare, Ueno si articola intorno al parco ed alla stazione omonima. Il parco è stato aperto nel 1973 poi nel 1924 è stato “donato” alla municipalità di Tokyo dall’Imperatore Taisho, da questogesto deriva il suo nome Ueno-Onshi Koen, o “parco di Ueno, regalo imperiale”. Ospita numerosi musei, templi e santuarie uno zoo, ma noi ci siamo limitati a vedere il parco, e la zona commerciale di Ameyoko-dori,piena di negozietti, sushi-bar, chioschi di ramen, venditori di qualunque articolo, bancarelle di spiedini di frutta,carne o pesce e in sostanza qualunque cosa commerciabile in Giappone.

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Nel parco di Ueno abbiamo visitato solo lo Shitamachi Museum: una interessante e dettagliata ricostruzione del periodo Meiji che va dal 23 ottobre 1868 al 30 luglio 1912 (per capirci qualcosa il Giappone divide la sua storia in ere o epoche con denominazioni legate ai propri governanti o dinastie, attualmente ci troviamo nell’epoca Heisei iniziata nel 1989, con l’ascesa al trono dell’Imperatore Akihito al posto del padre Hirohito, l’Imperatore del periodo Shōwa. L’epoca Heisei significa letteralmente “pace ovunque”).
Durante la visita del museo abbiamo potuto usufruire delle spiegazioni di un anziano che si è offerto di farci da guida gratuitamente(in Giappone è molto comune che gli anziani una volta in pensione, si dedichino a varie mansioni per la comunità, come la cura delle aiuole e dei giardini scolastici, la pulizia di marciapiedi, il custode, la guida ecc). Uscendo dal museo la bigliettaia ci ha anche regalato due trottole origami, poi siamo tornati verso la stazione di Ueno che è uno dei principali snodi ferroviari della città.
In stazione abbiamo acquistato i nostri primi “bento”: si tratta di norma dicontenitori di plastica usa e getta contenenti pasti pronti di solito a base di riso, pesce, sushi, spaghetti di soia o qualunque altra pietanza preparata in precedenza e poi messa all’interno di vassoi contenitori con coperchio. I giapponesi sono soliti portarsi dietro da casa contenitori personali (famosissimi quelli dei bambini decorati con Hello Kitty o quelli laccati e in legno di alto valore artistico, ma i più comuni sono in plastica) con il pasto di mezzogiorno. I nostri bento erano a base di sushi e li abbiamo consumati nel parco, nonostante i divieti scritti ovunque che anche gli stessi giapponesi ignoravano con tranquillità.

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Prima di allontanarci da Ueno non abbiamo mancato di osservare lo Stagno di Shinobazu, ricco di ninfee e il Santuario di Toshogu oltre al Tempio di Jomyoin e il Tempio di Kan’ei-ji, simile ad una torre, tutti distribuiti intorno al Parco di Ueno o all’interno del parco. L’impatto con buddismo e shintoismo, principali religioni praticate dai giapponesi sono stati molto forti e anche io non ho potuto evitare, spinto da un impulso inarrestabile di comprare dei bastoncini di incenso da bruciare in un braciere con alle spalle lo stagno di Shinobazu per chiedere la buona sorte.

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Per tornare indietro abbiamo preso la Ginza line (linea gialla) fino ad Asakusa per poi scendere e proseguire a piedi fino ad Asakusa Bashi, purtroppo abbiamo sbagliato direzione ma per caso abbiamo incrociato il mercato della Nakamise Shopping Street (segnalata sulla nostra vetusta ma efficace guida), dove abbiamo potuto gironzolare osservando yukata (vesti leggere simili a kimono corti con braghe, utilizzati per dormire o per stare in casa), geta (tradizionali “ciabatte” giapponesi con la “zeppa” in legno molto alta e ogni tipo di abbigliamento tradizionale e non,dalle divise scolastiche maschili o femminili ai kimono, magliette, ventagli e cibarie varie.

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In sostanza i primi due giorni abbiamo visto i dintorni e ci siamo resi conto della vastità di Tokyo e del tempo necessario per spostarsi da un punto all’altro, nei prossimi post cercherò di trasmettervi ciò che abbiamo visto a Tokyo, e poi nei nostri spostamenti verso il Monte Fuji, e poi Kyoto, l’antica Capitale Imperiale, come la cittadina di Nara in passato anch’essa capitale di una delle tante dinastie imperiali della storia nipponica…

Autore: Luca Colantonio

Traveler for passion, I like go around the world o visit the Europe whitout problems. Discover and live in different places is more important for me, that stay in the same place for all your life, because we have few time to make esperience firts the end...

One thought on “Il viaggio della vita: Giappone.”

  1. un Paese molto diverso dal nostro, dove probabilmente abituarsi non è proprio facile, ma sicuramente bello da un punto di vista turistico, come dimostrano le belle foto che ci hai fatto vedere di questo entusiasmante viaggio.
    Aspetto il seguito…😉

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