Viaggio tra i Saharawi (terza e ultima parte).

Il nostro viaggio fra i campi profughi saharawi continua, e una mattina passiamo accanto agli uffici del “Protocollo”dove in pratica ha sede il governo saharawi in esilio o RASD: il complesso di bassi edifici in territorio algerino ospita gli uffici amministrativi e l’assemblea legislativa. Ovviamente i Saharawi come nazione non hanno un seggio all’ONU, perchè non riconosciuti, grazie alle pressioni del Marocco e agli appoggi della Francia alla politica marocchina… Mentre questo popolo vive con neanche 5.000.000 di dollari di aiuti all’anno, i marocchini guadagnano almeno un miliardo di dollari all’anno grazie al commercio di fosfati e pesce che “raccolgono” letteralmente nei territori contesi in cui dovrebbe sorgere la nazione Saharawi.
Tutte queste informazioni e altro ci vengono date dal Presidente dell’Ordine dei giuristi saharawi che ci accoglie al nostro arrivo in un edificio vicino al complesso amministrativo.
In seguito io e una ragazza italiana, che stava preparando una tesi di laurea sui saharawi, abbiamo intervistato in una stanzetta Abba Salek: Segretario dei giuristi saharawi. Nonostante parli solo francese ed arabo riusciamo a comprenderci e ci confessa le sue preoccupazioni riguardo la passività dell’ONU, che non fa rispettare le risoluzioni e non protegge veramente la popolazione con la missione MINURZO. Basterebbe applicare a suo avviso il diritto internazionale per le richieste saharawi, ma purtroppo ciò no avviene…
Abba ci racconta anche di essere separato dalla sua famiglia, rimasta bloccata nel Sael occupato, a cui spera di potersi ricongiungere un giorno con il raggiungimento dell’indipendenza.

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Ci spostiamo di nuovo nella località di Rabuni dove passiamo la giornata nella sala riunioni che funge anche da biblioteca: riceviamo ulteriori informazioni su morti, torture, repressione marocchina nei territori occupati del Sael. E’ ormai passata l’ora di pranzo da un pezzo ma si continua ad ascoltare, gli animi e i corpi ritemprati da acqua succo d’arancia (con aggiunta di vitamina C in polvere) e caffè offertici al rinfresco nell’edificio. La giornata si conclude con il nostro ritorno nel primo pomeriggio alla tenda dove alloggiamo
Dopo un pranzo a base di cuscus con carne e verdure andiamo al dispensario del campo, dove eravamo stati il primo giorno, per lasciare ad Amed, fratello di Zara (la nostra padrona di casa) medicinali inviati dal comune di Follonicae il resto della cancelleria rimasta, portata da noi: verranno distribuiti in seguito fra tutte le famiglie del campo che ne hanno necessità.
Nel cortile interno sono stati scaricati un mucchio di aiuti umanitari fra i più disparati che vanno dalla farina ai biscotti proteici. Si è anche alzato il vento e la sabbia non più bagnata ci investe a folate depositandosi dappertutto, sui nostri vestiti, in bocca o negli occhi. I bambini che ci hanno seguito, ci sfiniscono con le loro richieste continue di foto o di essere presi in braccio, ma la giornata non è ancora finita….dobbiamo andare dal Governatore del campo.
Di nuovo ci spostiamo con le jeep in mezzo alla polvere del deserto che ricopre tutto, per l’occasione, visto che facciamo una sosta al mercato del campo, compro 3 metri di stoffa nera per crearmi un “turbante” che mi protegga il volto e la bocca dalla sabbia e dal sole. Il venditore mi taglia la stoffa e con la sigaretta accesa fra i denti mi drappeggia la stoffa intorno alla testa, imparo rapidamente a disfare e rifare il turbante e mi congedo, pagando circa 2 euro, ma il costo sarebbe di solo 1 euro e alla fine l’uomo rifiuta il denaro non avendo il resto da darmi.

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Dal Governatore, alla fine, ci dicono che andremo l’indomani, perchè siamo in ritardo (nel deserto non ci sono strade e la durata dei percorsi è molto variabile…), così rientriamo alla nostra tenda, stanchi e affamati. Dopo la cena a base di spaghetti con sugo di carne, arance, pane e tè verde a fine pasto, vengo accompagnato da una delle bambine di Zara in un’altra tenda, a trovare dei conoscenti. Si tratta di una tenda bianca son il simbolo del UNHCR facente parte del lotto inviato dopo il nubifragio, più piccola e leggera di quella verde oliva in qui dormiamo. Mi viene offerto il tè come se fossi uno di famiglia, ringrazio e sorbisco il tè bollente, poi saluto, e torno con la mia fida guida alla nostra tenda nel buio gelido della notte spazzato dal vento del deserto. In un’altra tenda erano in corso altri balli e canti così ci siamo lasciati condurre li nonostante la stanchezza e siamo rimasti li fino a l’una circa: mi hanno applicato l’ennè sulle dita della mano sinistra e anche mio padre si è prestato, ad una ragazza gli hanno “pittato” anche i piedi, pare che questo ennè durerà per mesi…
L’indomani mattina dopo colazione a base di biscotti proteici, frutta, latte di capra e frutta, ci avviamo verso il centro del campo, molte ragazze saharawi si esercitano per la festa di addio dell’indomani 23 febbraio. All’inizio le giovani sono intimidite dal nostro ingresso nel salone da ballo, dove ci hanno invitato ad entrare per via del vento incessante che soffia nel cortile all’esterno, poi si concentrano sui loro passi di danza, coordinate da un uomo.
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Finalmente incontriamo il Governatore che stringe la mano a tutti e inizia un lungo monologo con cui ci informa della situazione politica, delle ultime novità e infine si mette a disposizione per le nostre domande. Verso la fine mi distraggo un pò, dato che si parla di argomenti già trattati ampiamente come l’autodeterminazione del popolo saharawi, si parla anche della pianificazione e gestione dello sviluppo dei campi profughi, dei problemi del popolo, per finire appellandosi a noi perchè diffondiamo questo messaggio di richiesta di aiuto da parte del popolo saharawi, spiegandoci anche l’ordinamento politico della Repubblica Saharawi e i rapporti con l’Algeria che ospita il popolo saharawi in esilio, dandoci molteplici informazioni.
La conferenza stampa è terminata verso pranzo, quindi ci è stato lasciato il pomeriggio libero per visitare le dune di sabbia del deserto dell’Hammada: ci siamo spinti in una zona e lasciate le bici, abbiamo potuto passare un oretta camminando sulle dune o inerpicandoci, le uniche cose che abbiamo incontrato sono state i resti di una capra presumibilmente smarrita e alcune pietre in circolo. Verso il tramonto siamo risaliti sulel jeep alla volta delle nostre tende.
Il 23 febbraio, anniversario della proclamazione di indipendenza del Fronte Polisario, dopo la colazione e alcune foto ricordo con Zara i suoi figli e la nipote, abbiamo lasciato a lei in pratica tutto quello che avevamo portato con noi, dalle ciabatte ad un maglione, dai fermenti lattici per la flora batterica alle salviette detergenti da usare in assenza di acqua per lavarsi, compresi taccuino, penne e 50 euro per le necessità della famiglia.
Poi siamo andati in jeep fino allo spiazzo della sfilata, proprio di fronte agli uffici del Protocollo. Qui di fronte ad una serie di tende montate per proteggersi dal sole, su tappeti e sedie di plastica si sono assiepate le persone che assistevano come noi alla sfilata: un servizio d’ordine molto efficiente munito solo di bastoni di legno, ha controllato la sfilata, le uniche armi in vista erano vecchi fucili di alcuni reparti formati da combattenti anziani della prima guerra del 1976 contro Marocco e Niger.
Davanti a noi hanno sfilato le classi di bambini delle varie scuole, poi le ragazze saharawi danzanti, altre gettando dolciumi e datteri alla folla, poi le donne in nero con i ritratti dei loro parenti scomparsi nelle carceri marocchine. Ovunque ci voltassimo erano piantate nella sabbia del deserto bandiere saharawi, mentre una musica ritmica e ipnotica inframezzava gli annunci di uno speaker che in arabo annunciava i vari spezzoni di corteo.

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Verso le 12.30 di colpo è tutto finito, la gente si è alzata di colpo e si è avviata verso delle tende o tendali approntati in mezzo alla sabbia. Stanchi e un pò storditi, dopo esserci ripresi un po all’ombra delle tende, bevendo un po d’acqua, abbiamo declinato l’offerta di assistere ad una partita di calcio Italia vs Saharawi e mentre alcuni più o meno giovani italiani si preparavano al calcio d’inizio con i loro coetanei saharawi (che li avrebbero stracciati….), ci siamo fatti riaccompagnare da Rosita e Ibraim, due dei figli di Zara, nella nostra tenda, che non era distante, dopo aver mandato via il nostro autista, ringraziandolo per la sua disponibilità.
Dopo un tè verde caldo con foglie di menta e zucchero, sorseggiato lentamente nella tenda, mentre Aiat la figlia più piccola di Zara giocava tranquillamente intorno a noi è arrivato il momento dell’ultimo pranzo insieme.
Dopo pranzo abbiamo ingannato l’attesa della partenza chiacchierando con Zara e i suoi famigliari in un misto di spagnolo, arabo e inglese, poi ci hanno caricato sulle jeep del Protocollo per andare ad incontrare il Presidente della Repubblica Saharawi (Per la cronaca abbiamo saputo che la partita Italia – Saharawi è finita 0 a 3 nonostante gli italiani fossero in 15 contro 11 e avessero in porta un giovane saharawi).

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Arrivati alla sede del Presidente Abdel Asis siamo stati accolti calorosamente, l’incontro è durato svariate ore, erano presenti anche alcuni rappresentanti delle istituzioni provinciali di Firenze e della Regione toscana, senza contare quelli di Firenze e Sesto Fiorentino. Abbiamo passato il pomeriggio nella sala congressi della Presidenza a Rabuni, munita perfino di aria condizionata, con tavoli e sedie dove ci siamo accomodati, servendoci abbondantemente di acqua,bibite, dolci, pistacchi e mandorle alla fine del discorso presidenziale. Dopo un pò di foto di rito con il Presidente, saluti e attese varie, la nostra jeep è stata “trattenuta” ulteriormente a causa della pretesa di due “sfigati” cronisti freelancer italiani che volevano fare, anche a costo di rimanere nel deserto, un collegamento satellitare dalla sede della TV saharawi, nonostante entro le 19.30 ci fosse stato ricordato di andare all’aeroporto di Tindouf per l’imbarco.
Finalmente dopo una litigata siamo riusciti a farli salire verso le 19.30 passate in macchina e a precipitarci verso l’aeroporto. Visto che ormai avevamo fatto tardi siamo ripassati al Centro Culturale del Campo per “salutare”. Così sono iniziati i saluti velati di malinconia con i nostri accompagnatori, senza lacrime ma con una parola ripetuta spessa nei commiati: “Embeze”, che significa “Ciao”, e ho salutato la bellissima Tsara, sempre sorridente, Namna e le loro amiche, il nostro accompagnatore è passato provvidenzialmente a “recuperarci” e ci siamo fiondati verso l’aeroporto.
Data l’assenza di strade siamo arrivati tardi, verso le 22.00 all’aeroporto, fra gli ultimi del convoglio per fortuna c’era stato un rallentamento e non saremmo partiti prima di mezzanotte.

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Superati i tripli controlli delle autorità algerine all’aeroporto, ho iniziato subito a sentire la nostalgia del campo e di chi ci aveva accolto come se fossimo di famiglia da sempre, pur avendoci conosciuti appena una manciata di giorni prima, ho anche perso il cellulare in tenda mentre giocavo con i bambini, ma le cose materiali si possono sostituire, non così i rapporti umani. Sapevo che non li avrei più incontrati, perciò specialmente i bambini hanno sentito il distacco, quasi come un trauma, diventando inquieti e scostanti quando l’ultimo giorno hanno capito che saremmo partiti, ma dovevamo tornare alle nostre vite. Così passati i controlli al metal detector e caricati i bagagli in stiva, ci siamo accomodati in cabina e siamo decollati nel pieno della notte, a bordo di un aereo della Air Algery diretti verso l’Italia e l’aeroporto di Pisa dove saremmo atterrati all’alba, concludendo un altro viaggio sempre più in profondità in questo vasto mondo che ci circonda e che è così vario e sempre prodigo di sorprese, bellezza, bruttezza, vita, speranza, disperazione ma anche futuro.

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Autore: Luca Colantonio

Traveler for passion, I like go around the world o visit the Europe whitout problems. Discover and live in different places is more important for me, that stay in the same place for all your life, because we have few time to make esperience firts the end...

3 pensieri riguardo “Viaggio tra i Saharawi (terza e ultima parte).”

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