Viaggio tra i Saharawi (Prima parte).

Nel febbraio del 2006, assieme a mio padre, sono stato ospite, assieme ad altri italiani, del popolo Saharawi in un campo profughi nel deserto algerino.
Per chi non conosce i Saharawi si tratta di una popolazione costituita da gruppi tribali araboberberi tradizionalmente residenti nelle zone del Sahara Occidentale  che, già nel corso della dominazione della Spagna, avevano cominciato negli anni trenta a reclamare la loro indipendenza, in seguito si sono scontrati con il Marocco, e, scacciati dai territori del Sahara occidentale che abitavano, si sono rifugiati in Algeria, nel deserto dell’Hammada, diventando profughi che vivono ormai da più di 30 anni in una serie di campi in territorio algerino.
Partiti dall’aeroporto di Pisa con una associazione del Comune di Sesto Fiorentino verso le 21.00 di sera, a bordo di un aereo carico di aiuti umanitari variegati, fra i quali medicinali, cibo, pannelli solari e perfino copertoni per jeep, abbiamo fatto uno scalo tecnico all’aeroporto di Orano, per poi continuare fino al piccolo aeroporto militare di Tindouf, in pieno deserto algerino.
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L’arrivo era previsto per l’una di notte, l’aereo era carico di toscani, molti anziani, ma combattivi e allegri, alcuni avevano effettuato questo viaggio già sei volte.
All’arrivo nell’aeroporto di Tindouf, dopo controlli veloci, siamo stati suddivisi fra varie jeep, e dopo una attesa estenuante, ci siamo immersi nel deserto, privo di strade in una corsa notturna fino al “nostro” campo: per le 4.00 eravamo arrivati al campo di Auserd e ospitati da varie famiglie saharawi: tutti gentilissimi e contenti di vederci, dopo una accoglienza calorosa ci hanno portati nella tenda dove avremmo “abitato” per vari giorni.
Dopo qualche ora di sonno, vinti dalla stanchezza, nonostante il freddo del deserto, ci siamo alzati verso le 9.00.
Salutati dalla donna che ci ospitava e i suoi 3 figli: Muth, Amid e Bashir, dopo colazione, abbiamo seguito il cugino in giro per il campo.
Durante la nostra camminata fra le case di fango e le tende abbiamo constatato i danni causati da un nubifragio abbattutosi a Gennaio sui rifugi eretti in questo deserto di norma arido.
L’arrivo di un camion carico di tende dell’ONU ha sollevato grida di giubilo e saluti: molti abitanti del campo avevano perso la casa e per lo meno avrebbero potuto trasferirsi in una tenda con i loro pochi averi.

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Nel solo campo dove alloggiamo noi ci sono fra le 7000-8000 persone (gli uomini sono quasi tutti assenti, perchè lavorano fuori dal campo o sono posizionati al fronte, dove controllano le mosse dell’esercito marocchino). Il nostro “barrjo” di Auserd ha ben 450 bambini tra gli 0 e 3 anni che vanno a scuola, abbiamo visitato l’ospedale del campo e parlato con il medico (un giovane laureato che ha studiato a Cuba per 13 anni),  ci ha illustrato la cronica mancanza di medicinali e le patologie più comuni fra gli abitanti del campo: alcuni bambini hanno contratto la poliomelite, a causa di una partita di vaccini scaduti “donati” dall’occidente….
Il medico si chiamava Moamed Armin ed era il fratello della nostra padrona di casa.
La nostra padrona di casa si chiama Zara Najat e ci attende nella notte in serata, quando torniamo da una assemblea dei saharawi del campo, dove si è discusso di aiuti umanitari, raccolta fondi, sprechi e indipendenza dal Marocco senza dimenticare la comunicazione sulla causa saharawi, ancora troppo sconosciuta in Occidente, che potrebbe essere “publicizzata” maggiormente con i nuovi mezzi di informazione messi a disposizione dalla rete, compresi i social network emergenti all’epoca.
Purtroppo la Comunità Internazionale al di là di un pò di aiuti, non ha interesse a propugnare l’indipendenza saharawi e molti paesi occidentali sono schierati con il Marocco per via di accordi commerciali e interessi economici.
Abbiamo visitato la scuola della zona, crollata in parte in seguito all’alluvione, che ospitava 700 alunni circa ed era gestita da 31 dipendenti. I saharawi tengono molto all’istruzione e hanno ripreso a fare lezione ai bambini anche sotto le tende. Le donne hanno gli stessi diritti degli uomini, e al di là del velo che indossano, amministrano praticamente il campo, con un consiglio e una polizia femminile, affiancata a quella maschile. Le donne sono circa l’80% della popolazione e assieme ai bambini che ci seguono sempre, costituiscono la maggioranza degli abitanti del campo.
Nei primi giorni ci viene illustrato il funzionamento del campo e ci muoviamo per il deserto grazie alle jeep del “Protocollo”: per strada si vedono spesso capre rachitiche che si nutrono di cartone e sono uno dei pochi “beni” che posseggono i saharawi, oltre a qualche cammello e per chi traffica con merci e beni di prima necessità, qualche jeep.
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Dopo un paio di giorni nel campo ci siamo abituati alla vita in tenda, al freddo notturno, a giocare con i bambini di Zara che condividono con noi la tenda: i pasti comuni si tengono in tenda e accettiamo qualunque cosa ci viene “servita”: dalla carne di cammello, al latte di capra, cuscus con verdure, riso o pane arabo con un pò di carne.
Una mattina a colazione evitiamo di mangiare i vasetti di yogurt che Zara ci serve, perchè, scopriamo che li ha comprati espressamente per noi ospiti, e ci accontentiamo di te zuccherato, latte di capra e biscotti, lasciando il resto ai bambini.
Il denaro è scarso e per il 90% la popolazione saharawi vive di aiuti umanitari da parte dell’Occidente distratto e opulento che neanche prende posizione sulla richiesta di indipendenza saharawi, ma questa è un’altra storia e la racconterò nel prossimo post….

 

Autore: Luca Colantonio

Traveler for passion, I like go around the world o visit the Europe whitout problems. Discover and live in different places is more important for me, that stay in the same place for all your life, because we have few time to make esperience firts the end...

One thought on “Viaggio tra i Saharawi (Prima parte).”

  1. interessante questo reportage, ci fa comprendere da un punto di vista umanitario come vive molta gente in quei luoghi spesso dimenticati. Osservare il mondo da altre prospettive ci permette di aprire la nostra mente, troppo spesso chiusa verso rigidi concetti. 😉

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