Viaggio in Iran: 5 parte.

Il nostro “tour” fino a Persepolis si rivela un’ottima cosa: raggiungiamo prima Pasagarde, una località archeologica nota principalmente per la tomba di Ciro il Grande, e sotto il sole cocente ci avviamo anche verso i resti che punteggiano la zona come una “torre” di epoca zohorastriana, di cui non si conosce bene la funzione e quel che resta del grandioso Palazzo di Ciro, oggi ridotto a qualche colonna spezzata e a marmi circondati da spazi aridi ma squadrati (testimonianza dei verdi giardini dell’Imperatore, oggi solo un lontano ricordo nella pianura pietrosa).

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Sono solo le 10.00 di mattina e il sole picchia, per fortuna abbiamo con noi acqua e frutta, Il nostro autista non si ferma un attimo e ci porta prima fino alle tombe scavate nella roccia di alcuni grandi imperatori del passato come Serse, Astatarse I e Dario, questi manufatti sono accompagnati da gradiosi bassorilievi che illustrano la potenza dell’Impero Persiano e alcune gesta, fra cui la sottomissione di vari monarchi al potente Impero Achemenide e a quello Persiano, ma dopo mezz’ora di foto siamo di nuovo inauto per giungere fino all’attrazione “Clou” che si trova a circa 6 km in linea d’aria e attira milioni di visitatori ogni anno: Persepolis.

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Le rovine dell’antica città sono circondate da una recinzione a maglie metalliche, su cui si affaccia una pineta usata dagli iraniani per picnic e banchetti, mentre un parcheggio copre un’altra zona. Si accede al sito archeologico dopo aver attraversato una specie di parco turistico fornito di negozi di souvenir dozzinali, chioschi di gelati e l’unica area ristoro che serve pizza iraniana e poche altre cibarie. Il caldo è opprimente e ci fermiamo all’ombra della zona ristoro per mangiare una pizza e dissetarci prima di entrare nel sito archeologico enorme.

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Compriamo altre bottiglie d’acqua per la visita e attraversiamo la zona assolata fino al controllo biglietti, inerpicandoci poi per la scalinata di pietra del palazzo di Serse.
Essendo venerdì di preghiera i dintorni al di fuori del sito e la pineta soprattutto sono pieni di iraniani che fanno picnic con tutta la famiglia, bevono tè o fanno passeggiate fra gli alberi. Attraversiamo la sala delle colonne fino al salone del trono e osserviamo da lontano il tesauro, chiuso al pubblico ma ben visibile, poi ci dirigiamo sotto la calura delle 12.00 fino alla tomba dell’Imperatore Astasarse II che domina il complesso, per poi fare una sosta, scendendo lungo la scarpata scoscesa, nel museo edificato recuperando i resti del palazzo, individuato come l’Arem di Serse. Questo edificio contiene una serie di reperti rinvenuti in loco e malgrado sia spartano e non molto grande, offre una gradevole ombra che è bene accetta date la temperatura torrida all’esterno. Dopo un’ampio giro nella sala del trono e su per la scalinata, facciamo un pò di foto al tesauro adagiato con le sue linee rigorose e asciutte un po discosto e ci avviamo verso l’uscita, sono ormai quasi le 13.00 e ci attendono ancora varie ore di viaggio.

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Il nostro autista ci recupera al volo e partiamo alla volta di Shiraz,dove giungiamo verso le quattro di pomeriggio: purtroppo alla reception del hotel che Alì aveva prenotato scopriamo che la nostra camera è occupata fino all’indomani e il giovane receptionist, invero molto educato e premuroso si affanna a chiederci chi ha fatto la prenotazione per noi e riesce anche a parlare con il nostro “tour-operator” spiegando di non aver ricevuto la prenotazione e chiedendo anche ai suoi superiori che si scusano si per il disguido…
Alla fine stanchi e accaldati veniamo accompagnati dal giovane in un altro hotel-ostello che ha dei posti liberi, dove resteremo per le 2 notti che avevamo preventivato a Shiraz. Purtroppo dei soldi che avevo dato ad Alì per la prenotazione dell’hotel rivedrò solo una parte…
L’ostello non è male: veniamo sistemati in una stanza da 8 posti letto con bagno in comune.  Dopo una doccia e un pò di riposo nel tranquillo cortile interno partiamo alla scoperta della città di Shiraz.

IMG_20180420_141941.jpgLa città si presenta ai nostri occhi molto “rilassata” e turistica nella parte centrale, costituita da un corso pedonale in cui per fortuna non vediamo il traffico caotico tipico dell’Iran e un bazar estremamente diversificato e costituito da vari bazar più piccoli, pieno di oggetti, tappeti, spezie e tessuti vari, dove compro un cappello per proteggermi dal sole e gironzoliamo, curiosando fra i negozi che si affacciano sulla via pedonale e all’interno del bazar, per i futuri acquisti.

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A piedi arriviamo fino ad un palazzo che ospita ben 5 ristoranti per tutte le tasche, dove consumiamo un ottima cena sul solito baldacchino, in una sala enorme, allietata anche da musica dal vivo. Il locale è frequentatissimo sia da turisti che iraniani e l’indomani torneremo per pranzare nell’edificio, ma in un altro ristorante. entrambe le esperienze si riveleranno notevoli per il livello della cucina e del servizio, ovviamente un pò più costosi della media dei ristoranti che abbiamo frequentato fino ad ora, ma ne vale la pena: il dizi che ci servono quì è molto meglio di quello di Kashan (carne di montone bollita lentamente con patate, legumi, pomodori e spezie, molto gustosa e calorica, che ci ristora pienamente assieme a delle enormi insalate con noci, olio, limone, pistacchi e spezie che non riusciamo neanche a finire data la generosità della porzione) e dato che ovviamente non esistono alcolici, sorseggiamo dell’acqua di rose con miele, ghiaccio e cannella.

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Torniamo in ostello a tarda notte, percorrendo strade semi-deserte e poco illuminate ma tranquille e sicure, il rischio maggiore sono i canali di scolo che cingono i marciapiedi e che si possono attraversare solo tramite passerelle di cemento, un paio di volte rischio di finirci dentro perchè nel buio della notte poco illuminato, non riesco a scorgere in tempo le passerelle, rischiando di finire nei canali in cemento, ma per il resto non ci sono problemi.
L’indomani mattina dopo la classica colazione iraniana (formaggio feta, pane persiano e marmellata di carote, burro, cetrioli e pomodori freschi, accompagnato da tè bollente con latte) andiamo alla scoperta della fortezza di Shiraz, vista il giorno prima dall’esterno, poi facciamo un secondo giro nel bazar, e per pranzare scegliamo un ristorante tradizionale, molto ben descritto sulla guida e poco lontano, dove servono un ricco buffet, che si rivela in realtà un pò “caro” per gli standard iraniani, forse anche per l’extra dovuto ad una lattina di “malto” analcolico che scelgo di prendere per sorseggiare qualcosa di differente da acqua, succhi o tè, ma che in realtà si rivela semplicemente dolciastra. Per cena compriamo del nun (pane persiano), succo, pomodori e frutta fresca che consumiamo in ostello.

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La domenica dopo aver perso la mattinata a cercare la stazione degli autobus, dove fare i biglietti per la nostra ultima destinazione: Kerman. Per pranzo torniamo al ristorante multi-piano denominato Haft Khan, per mangiare al primo piano, dove ci serviamo abbondantemente al buffet molto curato e ricchissimo di specialità culinarie iraniane come pomodori al forno, agnello, riso con pistacchio, timballo di riso al forno, verdure crude e cotte ,dug fresco (bevanda a base di yogurt, acqua frizzante, menta e sale, molto dissetante) e una miriade di dolci. Consumiamo tutto questo dopo aver fatto un tour de force di varie ore che ci ha portato ad arrivare a piedi fino al Parco di Afez, il famosissimo e leggendario poeta originario di Shiraz, di cui si dice tutti gli iraniani conoscano almeno alcuni versi. Per conoscere un pò le poesie del famoso poeta, compro nel book shop del parco una sua vecchia traduzione del libro di versi denominato “Canzoniere” e lo sfoglio per un pò, leggendone alcune parti. Il testo si apre alla maniera persiana, sfogliandolo e leggendo da sinistra a destra e ha anche i versi stampati in parsi a fronte della traduzione italiana. Per entrare in tutti questi siti e giardini, ovviamente si paga un biglietto, così per risparmiare qualcosa, evitiamo un altro parco adiacente, sempre a pagamento, dove si trova la tomba di un poeta più recente di Afez e torniamo a cenare nell’ostello con quello che abbiamo comprato il giorno prima, rilassandoci nel cortile che mantiene distanti smog e traffico della città.

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Prima della sera torniamo verso il centro è  facciamo un ultimo giro in cerca di spezie e tè da acquistare. Per l’occasione Pierpaolo compra anche dell’ibisco da infusione e petali di rose, senza dimenticare arancini essiccati per infusione e cannella in stecche, poi torniamo in ostello per passarci l’ultima notte.
Per domani dobbiamo prendere un autobus verso le 5.30. Lasceremo Shiraz per l’ultima destinazione del nostro viaggio, ma questa è un’altra storia e la racconterò nella prossima parte…

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Viaggio in Iran, quarta parte.

Dopo una lunga pausa dettata da motivi di lavoro e altro torno a scrivere di Iran: nella parte precedente avevo parlato della partenza da Isfahan, con il solito autobus siamo arrivati il 19 aprile a Yazd e abbiamo alloggiato in una camera del Silk Road Hotels (una istituzione qui a Yazd); il sole batte impietoso sul nostro capo mentre trasportiamo le nostre valigie fino ad una dependance del Silk Road, aperto un pesante portone in legno e metallo con un chiavistello brunito, ci viene assegnata una camera con bagno per le prossime due notti, affacciata sul solito cortile persiano (privo di fontana) silenzioso e assolato.
Il nostro Host (lo chiameremo Alì Reza…nome molto comune in Iran) ci invita a passare nel cortile coperto del Silk Road Hotel, dove è ubicato il ristorante, per darci un pò di informazioni e mi chiede subito se voglio partecipare ad un tour (In Iran tutti vi chiederanno se volete partecipare ad un tour, dipende sempre dal prezzo e dalla qualità, di norma quelli organizzati dalle  agenzie accreditate sono i migliori anche se un po costosi). Dopo una iniziale titubanza decidiamo di dargli una risposta per l’indomani e andiamo a fare un giro per la città.

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Yazd si rivela molto turistica, troppo….il centro storico è strapieno di caffetterie, agenzie, hotel e case tradizionali, le scritte in inglese qui la fanno da padrone e soprattutto è tutto lindo e pulito, nuovo, troppo nuovo, il Bazar è una successione di vetrine con merci e artigianato esposto a prezzi due o tre volte più alti che negli altri bazar che ho visto fino ad ora, e i prezzi sono perfino in euro, sembra di stare in un posto “finto” non in Iran, per fortuna che lasciando il centro e allontanandosi un pò si torna a sentire il traffico, lo smog e le cartacce per terra, al limite della zona “turistica” trovo perfino appoggiati contro un muro alcuni contenitori colorati per la raccolta differenziata, e che dire della Moschea e-Jame (la moschea della congregazione corrispondente grosso modo alle nostre cattedrali, ve n’è una in ogni città iraniana grande o piccola)? L’esterno è riccamente decorato e di notte viene illuminata da una serie di luci blu molto suggestive, ma l’ingresso è a pagamento, perciò evitiamo…

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Lasciamo l’asetticità della zona turistica di Yazd e verso sera ci immergiamo nella polvere della strada, nei richiami dei commercianti lungo l’arteria principale della città, negli odori di spezie e dolci, kabab, pane persiano, fumi di scarico e frutta troppo matura utilizzata per i più disparati centrifugati che servono dappertutto per combattere la calura, come i numerosi chioschi di gelato o granite appollaiati lungo il marciapiede ingombro di famiglie che passeggiano, coppie o ragazze sole, turisti e militari in licenza, bambini urlanti con fratellini o sorelline: questo è l’Iran e quasi mi rinfranca, lasciandomi alle spalle il brutto “sogno” della zona commerciale per turisti poco distante dal nostro albergo.
Ci fermiamo in un negozietto scalcinato e compriamo alcune spezie, tè verde e ennè (quest’ultimo per mia cugina che lo ha chiesto insistentemente), poi torniamo al Silk Road Hotel dove consumiamo una cena frugale e poi andiamo a nanna.

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L’indomani mattina abbiamo appuntamento con la nostra “guida” per un tour nei dintorni della città che ci costerà appena 20 euro a testa: a bordo della classica vecchia sepa bianca, il nostro autista ci  conduce in circa 5 ore fino al villaggio di mattoni in fango di Kharanagh che ci “rapisce” con le sue architetture turrite e la campagna circostante, visitiamo anche il vicino caravanserraglio, dove turisti francesi appassionati di pittura a cavalletto, alloggiano in camere spartane senza bagno affacciate sul cortile interno ristrutturato in mattoni. Proseguiamo fino ad un tempio zorastriano in cima ad un monte roccioso che si rivela una mezza delusione: ispirato ad una leggenda della principessa Nikbanuh che avrebbe fatto scaturire l’acqua da una roccia, quando era ormai allo stremo dopo essere fuggita dai propri nemici, di tale mito resta solo una saletta pavimentata al cui centro si erge un braciere con incenso e candele che ardono e da una parete di roccia l’acqua della storia sgocciola sul pavimento allagando l’ambiente…

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Dopo quest’erta salita e il pagamento del biglietto, la discesa ci accoglie premurosa fino all’auto in attesa; il nostro autista Moammed ci porta fino al Castello di Meybod (detto Castello di Narin), una antichissima costruzione in fango, che pare sia la più antica costruzione in mattoni di fango oggi esistente. La struttura è imponente e domina la periferia di Yazd, poco distante visitiamo una ghiacciaia e un caravanserraglio perfettamente restaurati, trovo addirittura dei bagni alla “occidentale” perfettamente funzionati e puliti che il custode mi apre premurosamente. Torniamo al Silk Road Hotel stanchi e affamati ma appagati: il nostro tour operator ci offre il pranzo (chelo bollito, comunemente detto da noi basmati al vapore, badmejan o melanzane fritte in padella e cotte in sugo con aggiunta di formaggio, manzo in salsa e olive per aperitivo, completano tutto alcune fette di cocomero fresco e l’immancabile tè di cui ci serviamo a profusione dalle varie teiere poste sopra alcuni samovar cilindrici disposti su un tavolo all’ingresso del cortile coperto.

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Alì ci convince a fare un tour domani fino a Persepoli, che ci permetterà di raggiungere Shiraz, dove prenota per noi telefonicamente un altro hotel, ci fidiamo e ringraziamo e nel pomeriggio, dopo un pò di riposo facciamo un ultimo giretto per il centro “turistico” di Yazd. Nel pomeriggio inoltrato prendiamo un tè con la nostra guida nell’ Alì Baba Hotel (l’originario Silk Road Hotel, che poi si è ingrandito, inglobando varie strutture ricettive poco lontane, compresa quella dove alloggiamo), definendo gli ultimi dettagli e concordando il pagamento dell’hotel e del tour fino a Persepolis, che ci porterà attraverso Pasagarde e altre località fino all’antica città, (si dice, distrutta da Alessandro Magno che sarebbe stato invidioso della sua grandezza) al modico costo di € 50 a testa, mentre l’hotel per tre notti viene fissato a 135 € totali.

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La camera in cui alloggiamo ha avuto un “problema” al wc che si è intasato, nonostante non avessimo buttato carta igienica nel water, e siamo riusciti a risolvere l’occlusione solo nel pomeriggio, utilizzando nel frattempo i bagni comuni che si trovano adiacenti al nostro cortile. In Iran ho notato che i servizi igienici si possono intasare facilmente, forse a causa dei tubi di scarico più stretti dei nostri o perché vi è poca pressione, perciò vi do un consiglio semiserio: non buttate mai carta igienica o altro nei wc e procuratevi del disgorgante se lo trovate (noi abbiamo provato tutto quello che c’era a portata di mano, dal detersivo al sapone liquido, all’acqua bollente), per il resto la serata procede serena e tranquilla nell’afa della città sonnolenta adagiata in mezzo al deserto.
Siccome il menù del Silk Road non comprende una grande varietà di piatti e abbiamo praticamente assaggiato tutto, la sera per cena, ordiniamo gli “spaghetti con ragù” che non sono di semola di grano duro ma vengono fatti con uova e farina rendendoli molto simili alla nostra pasta all’uovo, diciamo che il risultato e passabile e dopo cena possiamo ritirarci per la notte
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Purtroppo al nostro arrivo a Shiraz avremo una “amara sorpresa” che non sono ancora riuscito a chiarire del tutto, ma questa è un’altra storia e non ci resta che andare a dormire in attesa di partire l’indomani in auto direzione Shiraz.
Per ora ci resta da sognare e fantasticare sulle meraviglie del deserto che abbiamo visto e sulle antiche rovine, caravanserragli lungo le strade polverose e montagne rocciose e così aride che punteggiano il paesaggio dell’Iran Centrale: zone caratteristiche di questo paese, vestigia e leggende di un antico passato che si snoda fra l’Impero Achemenide, quello Sasanide e il più conosciuto Impero Persiano, conquistato da Alessandro Magno, fino al suo declino, passando per il dominio dei Parti, fieri avversari dell’Impero Romano al tramonto, per poi perdersi fra la conquista araba e in seguito fra le varie dinastie moderne, da quella Quajara al breve “dominio” dei Pavlavi in questo paese da “mille e una notte”, pieno di contrasti e sfumature, in cui anche una disavventura si trasformerà in un’avventura inaspettata.

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Iran, terza parte: Esfahan e il centro del paese.

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Isfahan ci si presenta un tutta la sua magnificenza: città cosmopolita e ricca (il suo bazar complesso ed esteso per 5 km ne è un esempio), commerciale e artistica, mi conquista subito. Mi conquista la sua lunga piazza rettangolare denominata Naqsh-e Jahan Imam Square, famosa per le sue fontane a piscina e per la vista impareggiabile sulle cupole della Maje-e Imam (la moschea del Imam, attualmente in restauro) che non perdiamo l’occasione di visitare la mattina dopo il nostro arrivo in città.
Alloggiamo per 3 notti in un apart-hotel sobrio ma ampio e funzionale, non molto distante dal centro della città. La sera facciamo il nostro primo giro della piazza e ammiriamo il tramonto e i giochi d’acqua delle fontane. Nel Gran Bazar si trova di tutto, anche ristoranti e pranziamo in uno di questi, che diventerà il nostro preferito: il Parsh Restaurant. Il proprietario parla un pò di inglese e tenta di spiegarci il menù che è scritto solo in persiano.
Gentilezza e curiosità ci circondano, anche quando andiamo in cerca di un ufficio di cambio e scopriamo che nessuno di quelli “ufficiali” effettua il cambio di euro, così dopo un pò decidiamo di evitare i cambiavalute clandestini che cercano di abbordarci per strada e andiamo alla Bank Melly of Iran, dove dopo varie peripezie per farci comprendere, riusciamo a trovare lo sportello giusto per gli stranieri e a cambiare 500 euro in rials: al cambio attuale mio fratello riceve circa 26.000.000 di rials più spiccioli, poi torniamo a fare un giro per la piazza, ammirando la vista impareggiabile sulle cupole della Majed-e Imam e sulla Porta di Qeysarjeh, oltre che sulla cupola dorata della Masjed e-Sheikh Lotfollah, che aimè non visiteremo.

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Proseguiamo il nostro giro per il Bazar in cerca di qualcosa da comprare: alla fine optiamo per 2 pietre dure turchesi che vediamo nella vetrina di una piccola bottega seminascosta fra le strade del Bazar e i vari negozi che si alternano, in corrispondenza della parte centrale della Imam Square.
I bazari, i commercianti del Bazar, sono persone di poche parole, e non “assalgono” i clienti per vendere loro qualcosa, anche nella parte più turistica del Bazar si limitano ad osservare i potenziali clienti che passano e al massimo a far declamare le loro merci da qualche giovane aiutante. Senza trattare alla fine ci accordiamo per il prezzo dell’anziano artigiano, che non parla una parola di inglese e ci ringrazia in farsi, dopo averci mostrato la cifra in toman che io prontamente converto in Rials aggiungendo uno zero ai 480.000 sulla calcolatrice…Fate un pò i conti e capirete quanto abbiamo speso….

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Torniamo in hotel perchè rischia di piovere e usciamo solo per imbucare le cartoline in una cassetta per la posta di fronte all’ufficio postale centrale, che troviamo casualmente, quindi raggiungiamo il Palazzo Chehel Sotun (il palazzo del Sultano Abbas I che spostò la capitale a Isfahan nel XVI secolo.
Non ci facciamo mancare neanche la visita nello sfarzoso Palazzo Alì Qapu, con la sua terrazza sorretta da sottili colonne, affacciata sulla piazza e le sale riccamente decorate che lo adornano.
Con i nostri giri intorno alla zona centrale di Isfahan, finiamo per arrivare all’ora di cena affamati e assetati, così optiamo per un Fast-food “iraniano” che serve amburgher di pecora, manzo o kebab e wurstel di pollo e pecora, verdure e “pizza iraniana” (che preferiamo evitare…).
Quando siamo giunti all’Hotel, il primo giorno, i gestori gentilissimi, mi hanno chiesto in un ottimo inglese le ragioni del nostro viaggio in Iran e cosa ne pensavano i miei amici di questa scelta: ho risposto loro che i miei amici non sapevano del viaggio e che non l’avrebbero compreso, troppo imbevuti di luoghi comuni e superficialità. In definitiva a loro non interessava vedere un paese come l’Iran, una cultura e in sostanza una cultura così diversa eppure piena di similitudini con il nostro mondo “occidentale”. Ovviamente mentre ci facevano queste domande e discorrevamo, ci hanno offerto un buon tè caldo e fatto accomodare. In Iran vi offriranno sempre un tè quando si intrattengono con voi per un pò, prima di darvi le chiavi della camera oppure prima di farvi pagare il conto o discutere di affari, fa parte dei doveri dell’ospitalità persiana.
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Il giorno successivo facciamo l’ennesimo giro per la piazza e mi capita un divertente episodio: mentre ci riposiamo su una panchina, un bambino mi si avvicina e, dimentico di madre e fratellini, mi offre il suo “bastani”: gelato (ovviamente al pistacchio), ai miei ripetuti rifiuti, sale sulla panchina per farmelo assaggiare, avvicinandolo al mio viso e quasi impiastricciandomi la faccia, per fortuna la madre si è accorta di aver “perso” uno dei figlioletti e torna rapida indietro a recuperarlo, prendendolo in braccio e scusandosi per il disturbo.
Purtroppo il giorno successivo piove a dirotto così ci dirigiamo sotto la pioggia verso i ponti di Isfahan, attraversando il fiume in secca per poi dirigerci a La Jolfa: il quartiere armeno piccolo e ben tenuto. Durante il tragitto ci fermiamo a visitare un museo privato di strumenti musicali (il museo più caro e più piccolo che visiteremo), per poi raggiungere a tentoni La Jolfa e la Cattedrale della Comunità cristiana (che preferiamo evitare essendo a pagamento…), ma restiamo comunque nel piccolo quartiere armeno, dove pranziamo in un ottimo ristorante, per poi fare ritorno mestamente a piedi fino all’apart-hotel.

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Purtroppo l’indomani partiremo per Yazd, oasi poco distante adagiata nel deserto, ma se non fosse per la pioggia dell’ultimo giorno Isfahan ci è rimasta nel cuore, con la sua moltitudine di persone affaccendate nel bazar, piena di turisti ma non così turistica, ricca di moschee (la più famosa la Jame-e Mosque, moschea della congregazione che in sostanza corrisponde alle nostre cattedrali, dato che ve n’è una in ogni centro abitato, non riuscirò a vederla, nonostante la mia uscita pomeridiana per cercare di raggiungerla nonostante chiuda l’ingresso al pubblico alle 18.00), piena di vita e di traffico ma soleggiata e ventosa, con i suoi viali alberati e il fiume Zayande senza contare il Gran Bazar…e i palazzi storici dello Shah Abbas il Grande e le altre dinastie che si sono avvicendate in questa bellissima città d’arte e commerci. Dopo una cena “italiana” a base di spaghetti comprati in un alimentari assieme ad aglio e olio, yogurt, uova e verdure varie, andiamo a nanna. Domani ci aspetta una nuova tappa nel nostro viaggio primaverile.

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Iran: Da Teheran a Kashan, la città delle rose.

Dopo i primi giorni a Teheran, partiamo in direzione Kashan: una città a 3 ore e mezzo di autobus dalla capitale, situata nella provincia di Isfahan.
Il biglietto per l’autobus l’avevamo comprato il giorno prima ed era tutto in farsi, perciò ho chiesto delucidazioni a Fatima, la nostra receptionist preferita, che ci ha accolti in mattinata con un “Buongiorno, come stai?” e mi ha confermato che l’autobus parte oggi e che il biglietto vale per qualunque corsa durante tutta la giornata.
Con le valigie al seguito attraversiamo Teheran con la linea 1 della metro fino al Terminal sud degli autobus, denominato Terminal-e-Jonub, e appena usciti dalla stazione della metropolitana, varie persone ci chiedono dove siamo diretti, appena varchiamo i cancelli del Terminal Bus, finché un signore ci prende in custodia, portandoci fino al nostro autobus (qui funziona così), mostriamo il biglietto all’addetto, che carica i nostri bagagli e ci fa salire celermente a bordo, anche se passerà un altra mezz’oretta prima che lasciamo la stazione degli autobus: il mezzo super comodo è della categoria VIP e con un piccolo supplemento di 100.000 rials (intorno ai 2 euro), ci vengono assegnate due poltrone quasi completamente reclinabili, con schermo video incorporato nel sedile di fronte, succo e merendine distribuite dall’inserviente e acqua a volontà.
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Al nostro arrivo a Kashan notiamo che la città è vivace e ricca di università; città grande ma non inquinata o caotica come Teheran, anche grazie al suo bazar e ai suoi commerci ha una grande importanza lungo la via che porta a sud dell’Iran ed è famosa per l’acqua di rose.
L’autista ci fa scendere al volo e un anziano tassista si offre subito di portarci fino alla Nogli House: la nostra guest house che ci ospiterà per 3 notti qui a Kashan. L’autista fa un ampio giro cercando di offrirci qualche tour nel deserto, poi ci lascia nella piazza adiacente la guest house e dopo avermi chiesto 500.000 rials per la corsa si “pente” e me ne restituisce 300.000…L’Iran è anche questo, estrema ospitalità e rispetto da parte di tutti, anche da parte dei tassisti “furfanti” che cercano sempre di “arrotondare” con qualche rial in più e senza tassametro, quando si tratta di stranieri.
Una signora di passaggio ci chiede quale hotel cerchiamo e ci conduce fino alla Nogli House, dove dopo una rapida registrazione prendiamo possesso della nostra camera tripla,  e dopo una doccia veloce ci addentriamo nel centro storico di Kashan.
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La città è abituata ai turisti e vive di turismo, gruppi di stranieri si aggirano per il suo centro storico e raggiungiamo la vecchia MoscheaMasjed-e-Agha Bozorg: ormai in disuso, l’edificio è però ben conservato e riccamente decorato, mentre la scuola coranica situata vicino alla struttura è ancora in attività. Mentre torniamo verso la Nogli House un bambino mi saluta vivacemente e ricambio il saluto con gentilezza. Scopriamo che la nostra guest house ha anche varie “dependance” sparse nel centro storico, mentre quella che ci ospita ha un giardino persiano “classico” con fontanella e pozza per i pesci rossi, attorniata da aiuole rigogliose ornate di alberelli e roseti.
Dopo pranzo a base di zuppa di carne, fagioli e riso basmati al vapore,riposiamo brevemente e nel pomeriggio usciamo alla ricerca delle case tradizionali di Kashan di cui la città e ricca, orientandoci grazie ad una mappa che ci hanno dato in reception.
Le “case storiche” sono antiche residenze private oggi trasformate in musei all’aperto e ne visitiamo subito una: l’Abbasi House, che si presenta a noi ricca di decorazioni e con il suo giardino persiano curato e molto più grande di quello della casa dove alloggiamo.
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Per cena usufruiamo sempre del ristorante della guest house che tende a riempirsi velocemente e gustiamo di nuovo le “badmejan” (melanzane tritate con lenticchie e formaggio feta sciolto sopra) accompagnate da dug (il latte acido con acqua di rose, menta e sale ottimo per dissetarsi), oltre a verdure fermentate sotto aceto, pane persiano e ovviamente acqua.
L’indomani mattina dopo una abbondante colazione, ci serviamo più volte dal samovar comune di tè che allunghiamo con l’acqua bollente e  poi usciamo di nuovo alla volta del centro storico di Kashan e del suo bazar, oggi in parte chiuso in quando venerdì, giorno di preghiera per i musulmani. Acquistiamo una bottiglia di acqua di rose, del tè verde e zucchero cristallizzato “colorato” con curcuma o zafferano, inoltre trovo cartoline e francobolli da imbucare per spedirli in Italia, ma nonostante i miei sforzi non riuscirò a trovare cassette della posta o uffici postali dove imbucare le cartoline.
Nella zona del bazar compriamo anche della cannella in stecche, limoncini secchi e un succo di “crespino” salato (bacche rosse scambiate da noi per melograno) ma molto dissetante che diluiamo con acqua, per poi tornare sempre a piedi alla nostra guest house. La città non è grande e il centro storico ricco di edifici in terra cruda, hotel e guest house è facile da girare, l’indomani mattina intendiamo raggiungere in taxi il giardino persiano del Bag-e-Fin ma resterò fortemente deluso: dopo colazione andiamo in una delle tante piazze cittadine dove i tassisti sostano in attesa di clienti e contrattiamo un pò per un viaggio di andata e ritorno accordandoci per 300.000 rials andate e ritorno fino a Kashan. Dopo aver pagato l’ingresso, ci aggiriamo un pò nel giardino, designato Patrimonio dell” Unesco ma in realtà molto spoglio e privo di ricche aiuole, seguendo alal fine le spiegazioni di una giovane guida iraniana che si offre di illustrarci il luogo per circa 500.000 rials (alla fine della visita la giovane chiederà a noi di essere pagata in dollari, ma non avendoli e non sapendo l’esatto equivalente in euro di 20 dollari, accetta alla fine di essere pagata in rials.
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La città è piena di turisti iraniani per via della “Festa delle rose” e anche il bazar aperto in questo sabato si rivela in tutta la sua vita, così tornati in taxi a Kashan, ci facciamo lasciare nei pressi e attraversiamo tutto il mercato, indugiando fra banchi di spezie e samovar di tutte le dimensioni in esposizione, venditori di dolciumi e perfino il negozio di un “bazari” listata a lutto, dove ci offrono deliziosi datteri ripieni di noci per commemorare il defunto. Alla fine scegliamo una pasticceria e acquistiamo vari dolciumi (fra i quali i famosi torroni di kashan), mentre aspettiamo che ci impacchettino tutto, ci viene offerto un tè con miele, poi torniamo in guest house per lasciare il nostro “carico” di dolci e torniamo all’Abbasi House per provare il ristorante (abbastanza turistico ma accettabile), dove nonostante il pienone riusciamo a trovare un posto per mangiare il dizi (famoso stufato di carne di montone e legumi, che va schiacciato con un pestello, dopo averne sorbito il sugo di cottura, e poi raccolto con il pane persiano per mangiarlo), con il solito accompagnamento di riso bollito e dug per rinfrescarci dalal giornata assolata. Il conto è estremamente conveniente e mi sorge il sospetto che abbiano sbagliato a calcolare il totale.
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L’indomani ripartiremo, direzione Isfahan, nell’attesa preparo la valigia e faccio un ultimo giro fra gli edifici in terra cruda del centro storico, scattando fotografie. Come il giorno precedente cade una leggera pioggerella che ci rinfresca e da sollievo dalla calura.
Dopo una cena frugale, esco nel fresco della serata, aggirandomi ancora per i vicolie le strade della città, ricca di botteghe artigiane, caffetterie e negozi di dolci. Il caos di Teheran e il traffico sono lontani, confinati alle arterie principali di Kashan, oasi nel deserto, città carovaniera sonnecchiante ma ricca di commerci. Mi dispiace lasciare la Nogli house dove i giovani camerieri si danno da fare a pranzo e a cena per servirci le pietanze a base di vegetali e il riso al vapore guarnito con crespino e curcuma.
Domani dovremo attraversare l’Iran centrale e ci toccheranno almeno 5 ore di autobus, ma non vediamo l’ora di continuare il nostro viaggio lungo la via della seta che attraversa questo paese così ricco di storia e aspetti inusuali, che da occidentali poco conosciamo. Un paese che non smette di stupirci, nell’attesa di vedere le molteplici meraviglie che si celano a Isfahan, Yazd, Shiraz e fino al profondo Belucistan e alla sua capitale, Kerman, per poi tornare indietro lungo la stessa strada alla capitale Teheran adagiata davanti ai Monti Erbuzh, ma questa è un’altra storia che vi racconterò a breve…
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VIAGGIO IN IRAN: I primi giorni.

L’Iran è un paese che mi ha sempre affascinato per la sua storia e cultura: un passato millenario fatto di Imperi che si sono succeduti, popoli e culture che hanno coesistito per secoli, fino all’odierna Persia.
Fino agli anni ’70 infatti il paese era conosciuto come Persia, e i suoi abitanti, i persiani ne hanno occupato l’attuale territorio per più tempo che qualsiasi altro popolo sulla terra.

 

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http://www.operationworld.org/country/iran/owtext.html

Siamo sbarcati all’Aeroporto Imam Khomeini intorno alle 4.00 di mattina, da un volo Emirates proveniente da Dubai, dove avevamo fatto un breve scalo notturno, dopo la partenza da Fiumicino. L’aeroporto si trova a circa 35 km a sud ovest di Teheran e dopo i tranquilli controlli dei passaporti e del visto, abbiamo indugiato nell’area arrivi.
Miofratello ha cambiato un pò di euro nell’unica banca presente (cambiate sempre lo stretto necessario per il taxi e qualche spesa nei primi giorni, ci sono posti migliori per il cambio a Teheran, in Ferdosi Street), poi abbiamo consumato qualcosa nella caffetteria dell’aeroporto, per ammazzare il tempo, e abbiamo perso un altra ora a chiacchierare con i tassisti abusivi che cercavano clienti da portare in città.
Il fuso orario è di 3 ore e mezzo rispetto all’UTC (Tempo Coordinato Universale) del Meridiano di Greenwich, quindi ci troviamo due ore avanti rispetto all’Italia.
Usciti dal Terminal, i tassisti iraniani si fanno subito sotto per offrire i loro servigi: scegliamo un tassista anziano che ci porta alla sua vecchia auto verde “VIP Service” (in Iran in generale non vi aspettate di trovare auto nuove fiammanti, a causa dell’embargo, molti tassisti guidano ancora delle vecchie Peima, piccole e male in arnese (solitamente bianche), ma vi porteranno ovunque vogliate.
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Raggiungiamo Teheran in una mezzora: la città è ancora addormentata e dopo avergli dato l’indirizzo del Markazi Hotel un paio di volte, il tassista ci deposita davanti all’ingresso che pare ancora chiuso. Per la corsa paghiamo 1.000.000 di rials, che corrispondono attualmente a poco meno di 20 €…
In Iran tutti però usano dire i prezzi in toman,una valuta che non esiste e all’inizio sembra difficile, ma basta aggiungere uno zero e tutti i conti tornano. Il tassista ci da il prezzo in rials, ma avrebbe potuto dire “500.000 tomans” e in tal caso bastava aggiungere uno zero.
L’accoglienza in hotel è inaspettata per gli standard “occidentali”: innanzitutto, dopo averci registrato e scherzato con noi, Fatima la premurosa “capa” dell’hotel ci invita a fare colazione in sala, anche se in teoria avremmo diritto alla colazione in struttura dal giorno dopo. Il receptionist effettua per noi il check-in molto anticipato, senza problemi (teoricamente potevamo entrare in stanza dalle 14.00, ma in Iran se la camera è pronta te la danno subito) e ci chiede da dove veniamo, alla notizia che siamo italiani ci sorride allegramente e ci ricorda di scendere per approfittare della colazione prima delle 10.00. Così dopo esserci rinfrescati un pò, per le 8.00 scendiamo e facciamo una abbondante colazione iraniana a base di succo di arancia, burro, dolci, tè, pane iraniano (Nun), marmellata di carote, formaggio feta e qualche fetta di cetriolo e pomodoro. Ringraziamo per la colazione e andiamo riposare (in effetti caschiamo dal sonno), crollando in un sonno profondo nei letti fino a mezzogiorno.
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La città nel frattempo si risveglia e quando usciamo per fare un giro, stentiamo a riconoscere la strada: un tripudio di luci, negozi di materiale elettrico (scopriamo di trovarci nella “electric street” di Teheran), e cerchiamo di orizzontarci in una metropoli di più di otto milioni di abitanti. Alla fine  andiamo piedi fino alla zona del Bazar, verso sud, sbagliando più volte strada. Se girate per Teheran a piedi, stampatevi un pò di mappe o utilizzate il gps con il cellulare per orientarvi. Noi alla fine raggiungiamo Piazza Imam Khomeini e troviamo la metropolitana, dove prendiamo la linea 1 (in metro si va con un biglietto singolo, perchè non riusciamo a fare l’abbonamento e le macchinette automatiche sono tutte rotte), per tornare indietro e in un paio di fermate raggiungiamo Enghelab Street, che interseca Ferdosi: quest’ultima è la via dei cambiavalute di Teheran. Dopo una mezza giornata “vagando” senza mappa alla ricerca di Ferdosi Street, ci fermiamo in un chiosco a mangiare dei deliziosi kabab di fegato, con cipolla cruda, peperoncini freschi e pomodori tagliati accompagnati da un pò di pane persiano (ne esistono quattro varianti, ma questo lo racconterò un altra volta…).
Scopriamo di aver sbagliato direzione quando siamo usciti dalla metro, non avendo punti di riferimento, così torniamo indietro a piedi e raggiunta Ferdosi street, trovo un cambiavalute aperto (sono quasi le quattro di pomeriggio ormai) e cambio i miei 1000 euro ad un cambio vantaggioso di 1€ a 60.000 rials.
Cerco di suddividere le mazzette da 500.000 rials e farle entrare nei vari portafogli che ho con me, poi torniamo in metro fino alla fermata nei pressi dell’hotel e ci riposiamo fino a sera.

Come prima giornata non c’è male: ci siamo persi ben due volte, ma abbiamo imparato ad usare la metropolitana e usiamo la Guida Lonely Planet che abbiamo portato con noi per trovare un ristorante “tradizionale” iraniano dove cenare: la scelta cade sul Khayam Traditional Restaurant, nei pressi del Bazar e della fermata omonima della Metropolitana. Si mangia seduti su dei letti rialzati detti “tahkts”, levandosi ovviamente le scarpe e incrociando le gambe sui tappeti e cuscini che li ricoprono.
Noi ordiniamo ovviamente del kabab di montone e vitello con una montagna di riso colorato in cima dalla curcuma, un piccolo panetto di burro per insaporirlo e una insalata con salsa come contorno. Ovviamente gli alcolici scordateveli in Iran, così ordiniamo due bicchieroni di succo d’arancia fresco appena spremuto e bottigliette d’acqua. il pranzo è luculliano, perchè ci portano il riso più tardi, quando ci siamo già rimpinzati di pane persiano insalata e carne. Per noi è una impresa finire tutto. Ci chiedono se vogliamo fumare un qalyan con tabacco profumato (narghile iraniano), ma decliniamo, sarà per un altra volta, abbiamo bisogno di fare una camminata per smaltire il cibo, così ci aggiriamo per i dintorni del bazar chiuso, dove si ammucchiano rifiuti e resti di cibo. Gli spazzini non sono ancora passati, ma l’indomani sarà tutto pulito, come se tutti questi rifiuti non fossero mai esistiti.

DSCF2508.JPGL’Iran è ultra sicuro e ne ho la riprova questa sera, di notte non c’è molta gente in giro e forse l’illuminazione è un pò ridotta rispetto a quella delle nostre città, ma non c’è nulla da temere. Nessuno fa caso a chi cammina di notte per la strada, certo non aspettatevi party per la strada o folle di giovani che bevono e fumano: tutte le persone di sesso femminile (anche le bambine a seconda che la famiglia di appartenenza sia molto conservatrice o meno) portano l’ijab, che è un foulard drappeggiato intorno alla testa, in modo da non mostrare i capelli, ma l’hijab tende a “scivolare” indietro quindi si possono vedere ciocche di capelli e intere capigliature, senza che nessuno si scandalizzi per questo (inoltre molte donne indossano hijab colorati e ampiamente decorati, di seta o broccato, che sono uno spettacolo per gli occhi, senza contare tailleur di colore chiaro e pantaloni dello stesso colore).
Il chador invece è un velo nero, spesso sintetico che copre la testa e che ci si può drappeggiare intorno al corpo, per dissimulare ciò che si indossa sotto. Molte donne indossano una giacca (preferibilmente scura e di poliestere o panno pesante) e pantaloni, ma non disdegnano i tacchi, gioielli, e trucco, senza dimenticare le unghie lunghe e laccate, oltre che curatissime. Le giovani ovviamente sono vestite più alla “moda” e aggirano i dettami della morale islamica con inventiva e audacia: il giorno successivo noto una ragazza con i jeans strappati che cela sotto un chador nero, quando le passano accanto degli estranei, non deve far altro che avvolgersi nel chador.
Di Basij (l’odiata milizia deputata in passato a controllare il rispetto dell’ hijab e della morale islamica da parte della popolazione) non ne vedremo in giro, tranne che qualcuno di quelli addetti al traffico, sempre a cavallo di moto e con una divisa militare.
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Il giorno successivo andiamo al Palazzo Golestan che ci impressiona in parte (alcune parti sono in restauro e ci sono molti gruppi guidati che imperversano dappertutto), ci fermiamo a sorseggiare un tè nella locale sala da tè e poi andiamo a mangiare un boccone in Ferdosi Street (trippa di pecora bollita con zampette, spruzzata di limone e sale), e cerchiamo riparo dallo smog, spostandoci in metropolitana fino alla Azadi Tower, per acquistare in anticipo due biglietti d’autobus per la cittadina di Kashan al Terminal locale, dove andremo fra un paio di giorni. Dopo essere riuscito a farmi capire nel caos del Terminal Bus El-Jonub (scritte per le destinazioni tutte in farsi ovviamente) e a trovare lo sportello giusto dove acquistare i biglietti, prendiamo la metropolitana ritornando in centro, e cerchiamo riparo dal traffico e smog (i veri problemi dell’Iran, altro che terrorismo) in hotel.
La guida degli iraniani è molto “sportiva” e non rispettano assolutamente il codice della strada, anche quando attraversiamo sulle strisce e con il rosso, perciò tendiamo sempre a fare lo slalom nel traffico, anticipando automobili e moto che si infilano dappertutto, all’inizio sembra una situazione infernale, ma dopo un giorno ci abbiamo già fatto l’abitudine. Una assicurazione sanitaria comunque è obbligatoria per entrare nel paese, e se verrete investiti, potrete usufruire delle migliori cure in un ospedale o clinica privata.
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Il terzo e ultimo giorno a Teheran, lo passiamo nella Teheran nord: la zona “bene” della capitale, dove si concentrano gallerie d’arte e alcuni musei, fra cui il Reza Abbasi Museum che ci impressiona notevolmente con la sua collezione di reperti antichi e moderni delle varie dinastie che si sono avvicendate in Iran. Facciamo una breve tappa davanti all’ex ambasciata USA per fotografare i suoi murales, ormai occupata permanentemente da una base dei Guardiani della Rivoluzione e chiusa al pubblico tranne che in un breve periodo a febbraio. Proseguiamo in metro fino a Piazza Imam Komeini e da li raggiungiamo l’Ervan Museum che si rivela un “pugno” allo stomaco per noi: la prigione politica della SAVAC, la polizia segreta della Sha Reza Pavlavi è illustrata con manichini in cera e ricostruzioni delle torture comminate a uomini e donne, giovani e ragazzi, durante gli anni del suo regno, fino alla propria fuga nel 1979. Ci addentriamo nel complesso scortati da una guida che in un inglese scolastico ci illustra le efferatezze dei torturatori al servizio dello Sha, testimonianze video di alcune delle vittime completano il quadro, assieme alle celle, dove a soggiornato anche l’attuale Imam Khamenei e molti attuali politici iraniani.
L’esperienza per me è particolarmente profonda (una ragazza che era nel nostro gruppetto verso la fine non riesce a trattenere le lacrime), e alla fine ci danno un succo di frutta e un biscotto ringraziandoci per la visita. Usciamo da quell’edificio lugubre in cui furono incarcerati più di 70.000 iraniani (e ne sono morti fra indicibili torture più di 7000…sia uomini che donne) e torniamo lungo il corridoio d’ingresso costellato di targhette con i nomi dei “martiri” fino all’uscita liberatoria che ci accoglie.
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Dopo la visita nel lager, torniamo in hotel per preparare le valigie e chiedere delucidazioni sul biglietto che ho acquistato per Kashan. Fatima ci conferma che è tutto a posto. Facciamo un ultimo giretto in serata nella zona delle ambasciate, per mangiare qualcosa e ci prepariamo a lasciare Teheran, ma torneremo quì fra un paio di settimane, prima del nostro volo per l’Italia, per approfondire meglio la conoscenza con la città
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Scusate la “sparizione” ma ero in Iran…

Salve a tutti, come va? Vi sono mancato?

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Mentre prendo l’autobus a Fiumicino per tornare a casa vi ragguaglio sulla mia assenza: sono stato in Iran assieme al mio fido fratello e li facebook è bloccato, così come Worpress e altre cose…ma è stato un viaggio bellissimo e cercherò di raccontarvi ciò che ho visto e vissuto al più presto.

Intanto un po di foto dell’Iran scattate dal sottoscritto 😉
Alla prossima…

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Messico 2008: Seconda Parte

Il nostro viaggio in Messico continua, destinazione Metepek: Il 26 luglio siamo partiti da Città del Messico dopo aver visitato la Scuola Paidos, (facente parte della rete FREINET, che propone un metodo pedagogico alternativo ad alunni di elementari e medie/superiori, attualmente purtroppo chiusa); i nostri accompagnatori messicani ci hanno fatti salire sul pullman che ci avrebbe trasportati fino al Centro Cultural de Metepek, dove era stato organizzato il 27° Campo Internazionale della RIDEF.
Dopo ore e ore a bordo di un autobus malandato ma funzionante, l’autista ci ha scaricato nello spiazzo del Centro e abbiamo preso possesso delle nostre camere: tutte doppie con bagno in comune con un altra camera doppia adiacente. La cena internazionale si è tenuta nel ristorante del Centro: attorniati da giapponesi, messicani, brasiliani, spagnoli, finlandesi, svedesi, argentini, francesi, tedeschi, svizzeri, austriaci e italiani abbiamo consumato le pietanze portate da tutto il mondo (noi avevamo portato un Parrozzo e delle pizzelle abruzzesi….), e appena finito il pasto sono iniziate le danze, addirittura con dei mariachi e un cantante improvvisato (pare fosse il proprietario del Ristorante….).
Il villaggio di Metepek è veramente minuscolo, abbiamo visto la scuola dove si terranno molti dei laboratori della RIDEF; oltre ad uno sportello automatico per ritirare denaro, una chiesa, 4 botteghe, un affittacamere e un mercato settimanale non c’è veramente molto altro da descrivere. In compenso il paesaggio intorno è stupendo sormontato dal Vulcano Popocatépetl, che con i suoi oltre 5000 metri di altezza non passa inosservato…

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I laboratori si sono susseguiti per vari giorni: io mi ero segnato a quello “Video-Ridef” che era pensato per farci “documentare” le varie attività del campo, con riprese video e montaggio, e grazie al nostro responsabile messicano Ricardo, siamo riusciti perfino ad ideare un mediometraggio di sintesi, nonostante le difficoltà tecniche di “montaggio” fra i diversi formati delle riprese video fatte con videocamere varie. Con il pomeriggio libero, io e un altro ospite del campo, Sirio, un signore di Roma anche lui al seguito della sorella insegnante, abbiamo preso un autobus fino ad Atlixco, villaggio più grande di Metepek, e poi abbiamo proseguito fino alla stupenda città di Puebla: ricca di storia e antiche dimore come la Casa di Alfenique, la Cappella del Rosario o la “Via delle pasticcerie” (Puebla è famosa per i suoi dolci artigianali).

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In una tienda per la strada, dopo una breve contrattazione, ho comprato un poncho di lana spessa e pesante per mio fratello, che mi aveva chiesto espressamente di trovargli questo capo di abbigliamento oltre a stivali e cappello….
Siamo tornati tranquillamente in serata per non perderci la seconda “noche intercultural”  dove non si è fatto che ballare (i messicani adorano il ballo, specialmente le donne), e anche io sono stato costretto a cimentarmi, cercando di non rendermi troppo ridicolo.
Gli ultimi giorni di campo si sono srotolati fra le interminabili riunioni dei delegati FIMEM, per il rinnovo delle cariche sociali, laboratori di tessitura e la presentazione dei risultati relativi ai vari workshop, illustrati da vari insegnanti di tutti i paesi partecipanti.
Il 1° Agosto, dopo una escursione mattutina verso il vulcano, che ci ha permesso di raggiungere le pendici per fare foto e video, ho accompagnato mia madre ed un’altra signora italiana fino ad Atlixco, per fare un giro nel mercato locale, ricchissimo di colori e odori, fissato come sono con i semi e piante locali, abbiamo anche acquistato alcune varietà di mais locale, peperoncini piccanti e frutta.

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Il giorno successivo ormai non restava che la festa di addio, con cena internazionale e balli a cui questa volta mi sono sottratto, troppo stanco per le scarpinate degli ultimi giorni. Il 3 agosto non ci restava che ripartire alla volta del DEFE (Districto Federal), per raggiungere Città del Messico e passare gli ultimi giorni prima del volo per l’Italia.
I messicani sono stati veramente superbi: arrivati verso sera alla Scuola Paidos, dove ci attendevano i genitori di vari alunni, una gentile signore, madre di una scolara di nome Sopie, ci ha ospitato per due giorni nella sua casa.

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La loro ospitalità e generosità ci hanno profondamente colpito, quasi fossimo ormai membri di famiglia, accolti e accuditi, dopo cena abbiamo pernottato rispettivamente io nella camera della figlia più grande Ximena, che studiava all’università (e che avrei conosciuto il giorno della partenza) e mia madre nella cameretta di Sopie. Abbiamo passato quei due giorni in giro per la città, con la sorella di “Pati” (la nostra padrona di casa che di nome fa Patrizia e che ringrazio ancora sentitamente a distanza di tanti anni) che ci faceva da cicerona per mercati e parchi, vie poco conosciute e “attrazioni”.

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Sempre attenta alla nostra sicurezza Diana, la nostra “custode” ci ha parlato dell’insicurezza che regna in città, della necessità di tenere sempre le sicure delle portiere abbassate in macchina e della povertà imperante nel paese. La mattina del giorno della partenza, sempre guidati dalla sorella di Patrizia, abbiamo fatto un memorabile giro per il mercato artigianale di Coyoacan, con Diana e Sopie di scorta, comprando tutto quello che intendevamo riportare a casa e anche qualcosa in più per amici e parenti, concludendo la giornata, mangiando in un conveniente ristorante locale, dove, come segno di riconoscenza abbiamo offerto il pranzo ai nostri angeli custodi, godendoci l’atmosfera del posto e prendendocela comoda, come fanno solitamente i messicani durante i pasti.
Nel pomeriggio abbiamo visitato vari luoghi sconosciuti come un antico convento,che abbiamo potuto ammirare esternamente, essendo un lunedì, senza dimenticare la Cattedrale di Coyoacan e altri edifici in tipico stile messicano, fino a che verso le 17.30, tornati a casa, dopo un veloce controllo delle valigie, seguiti dalla famiglia al completo, siamo saliti sul taxi, chiamato per noi da Sopie, diretti verso l’Aeroporto Benito Juarez, dove saremmo giunti dopo una quarantina di minuti di traffico convulso per imbarcarci sul volo notturno per Roma Fiumicino. Abbiamo lasciato il nostro indirizzo a Patrizia e un invito sincero a venirci a trovare in Italia, quando avessero potuto, perchè ci avrebbe fatto molto piacere; ma da allora tranne qualche breve mail negli anni subito precedenti, abbiamo perso i contatti da anni.

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Dopo una piccola disavventura con il visto di ingresso smarrito, ci siamo imbarcati per il volo che avrebbe fatto scalo a Madrid, come all’andata e ci avrebbe riportati a casa. Un altro viaggio si andava così concludendo, lasciandoci una moltitudine di sensazioni sul Messico e le genti che lo abitano: indios, meticci e discendenti di quei conquistadores spagnoli che conquistarono il paese, distruggendo una civiltà ma non cancellandone le vestigia, che sono ovunque, nei dialetti locali, negli occhi degli abitanti, nella storia triste e tragica dei messicani, fatta di tantissime battaglie, tante sconfitte, umiliazioni e problemi che si trascinano ancora in questo paese che non posso fare a meno di amare e sognare ancora, e in cui sarei tornato un giorno….

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