Giappone: Il viaggio della vita. Kyoto e dintorni.

L’antica Capitale del Giappone ci si presenta di colpo davanti, appena scesi dallo Shinkansen abbiamo trovato agevolmente la linea metropolitana che ci avrebbe portati nei pressi del nostro ostello. Niente a che vedere con il caos e l’intricata rete di Tokyo.
Come al solito abbiamo impiegato un pò a trovare l’ostello, in Giappone poi le vie non hanno i numeri civici, e non possedevamo le “meraviglie” più avanzate della tecnologia gps o altro nel 2012…solo una cartina del centro e l’indirizzo scritto della prenotazione…Comunque la strada su cui si affacciava l’ostello era abbastanza conosciuta come “electric street” e dopo il check-in e una doccia veloce, abbiamo curiosato nei dintorni, accorgendoci subito di un fatto: a Kyoto i giapponesi sono meno formali e frettolosi, se ti vedono in difficoltà e che sei uno straniero, prendono l’iniziativa per chiederti “dove devi andare” e da che paese provieni. Un signore ha insistito per aiutarci a tutti i costi a orientarci sulla mappa che avevamo con noi e non ci ha lasciati andare finchè non abbiamo fatto il “punto” esatto. Abbiamo pranzato nel solito ristorantino con macchinetta per ordinare e al tramonto siamo rientrati in ostello: si tratta di una struttura con 2 spazi comuni (uno al piano terra in zona reception e uno in zona pranzo-cucina. Le camere sono leggermente più grandi e vivibili ma sempre di cubicoli con un letto a castello si tratta, vista la non grande differenza di prezzo noi abbiamo sempre prenotato questa formula, perchè un posto letto in una camerata affollata ad un prezzo di poco inferiore non ci sembrava questo grande vantaggio in termini di risparmio e preferivamo avere una stanza in cui potersi rifugiare o riposare ogni volta che ne avevamo bisogno.

Kyoto ha una grande importanza perchè è stata l’antica capitale del Paese per più di un millennio (precisamente dal 794 al 1868) ed è nota come “la città dei mille templi”. Essendo stata quasi interamente risparmiata dalla seconda guerra mondiale, è considerata un fonte fondamentale di siti storici e della cultura giapponese e per questo inserita nei siti protetti dall’UNESCO.
Ci accorgiamo subito che in ostello è difficile socializzare, anche fra occidentali, perchè le persone hanno la “malsana” abitudine di socializzare e vivere perennemente su portatili e cellulari sempre collegati alla rete internet…così decido di concentrarmi sui posti da visitare l’indomani.

Iniziamo con la visita del nostro primo tempio buddista (gli altri templi fin’ora da noi visitati erano tutti shintoisti): si tratta di uno dei 5 templi Monzek di Tenday, situati a Kyoto in una cornice incantevole fatta di giardini e alberi magnifici.
La struttura si compone di varie camere suddivise da paraventi riccamente dipinti. Il pavimento è ricoperto di tatami e si può entrare nell’edificio ovviamente scalzi, mentre il giardino esterno è visitabile una volta recuperate le proprie calzature. Ci rilassiamo per un pò in questo luogo di pace e tranquillità fino all’ora di pranzo.

Alle 14.00 abbiamo la visita al Palazzo Imperiale per la cui visita c’è una lunga lista di attesa e che ho dovuto prenotare dall’Italia con mesi di anticipo per poter trovare due biglietti di ingresso.
La visita inizia in perfetto orario e assieme ad altre 70 persone la guida in inglese ci fa fare un giro completo di circa un’ora intorno al palazzo (non visitabile internamente se non in minima parte) e dei variegati giardini imperiali.


Il palazzo imperiale, risparmiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale come tutta Kyoto risale al 1855, perchè la struttura originale fu distrutta da vari incendi che dalla sua costruzione nel 794 d.C e perciò è molto cambiata nei secoli, per via dell’evoluzione dello stile architettonico che nell’800 era quello del periodo Heian.
All’uscita compro dei dolci di mochi (pasta di riso dolce glutinoso modellata in forma di dolcetto), da riportare in Italia e di ritorno all’ostello incrociamo la strada del mercato dove Pierpaolo tornerà per acquistare un “obi” (cintura) del suo kimono preso in un negozio di Tokyo.
Per cena troviamo un ristorante “koreano” dove i menù sono ovviamente in giapponese ma riusciamo ad ordinare carne everdure da cucinare direttamente sulla griglia disposta sul tavolo, il costo della cena è ovviamente alto (5398 yen che all’epoca corrispondevano a una cinquantina di euro) ma siamo soddisfatti, se non fosse per l’abitudine dei giapponesi di fumare nei ristoranti (non vi sono divieti o stanze separate per fumatori) sarebbe tutto perfetto.
Per altre attrazioni come il famosissimo Castello Nijo
eretto a partire dal 1626 da uno dei membri della famosa dinastia Tokugawa e molto conosciuto e amato dai giapponesi, ad esempio invece non ho trovato in pratica neanche un posto disponibile fino alla fine dell’anno, e il castello è anche in ristrutturazione, ma i giapponesi vanno matti per la loro storia e prenotano anche con un anno di anticipo questi luoghi, perciò ricordate: se organizzate un viaggio in Giappone e intendete visitare palazzi e luoghi storici dove è necessario acquistare un biglietto, di verificare la disponibilità con largo anticipo….

Dopo una cena a base di prodotti pronti e un bento, abbiamo fatto un giro notturno lungo la “Electric street”, scoprendo che le strade erano letteralmente invase da giovani ragazzi e ragazze in tiro come se fosse sabato sera da noi. Trattandosi anche di una serata “estiva” nonostante fossimo quasi a metà ottobre abbiamo subito notato in giro una atmosfera rilassata, perfino con qualche eccezione alle ferree regole, come il bere birra per strada, seduti sui gradini dei marciapiedi, cosa impensabile a Tokyo.
Raggiunta la strada che attraversava il fiume, abbiamo osservato lo scorrere lento del Kamo, data la siccità vi era poca acqua nel letto del fiume e dopo una lunga camminata siamo tornati lentamente verso il nostro alloggio, stanchi e un pò indifferenti.
La cucina aperta sulla sala comune è piccola e sempre affollata, il wii-fii non funziona un granchè e accaparrarsi una delle postazioni internet è una impresa, nei giorni successivi vedremo di utilizzarla quando possibile.

Il mese di ottobre è definito in giapponese “Kamma dsuki e significa “il mese senza dei”; il giorno successivo abbiamo in programma di visitare il tempio del “Dio Volpe” ad Inari, una piccola località adiacente a Kyoto che raggiungiamo comodamente dopo due fermate con la linea JR locale.
Il tempio si rivela molto grande e giunti alla piattaforma dove era in atto una funzione, abbiamo proseguito sulla destra, dove in un padiglione appartato due “sacerdotesse” officiavano un rito su richiesta di un fedele. Essendo il Dio Volpe una divinità legata al commercio e al denaro, spesso invocato per richiedere fortuna e prosperità in ambito commerciale e negli affare, notiamo che il denaro intorno al tempio scorre a fiumi, anche nella stessa Inari: fra offerte, acquisti di biglietti o tavolette in legno, talismani e chincaglierie varie, il flusso costante di yen permette certamente di mantenere in buono stato le migliaia di torji dipinti di arancione che attraversiamo nella nostra ascensione al tempio.

Fra caldo e umidità la salita si rivela un pò faticosa ma spettacolare e dopo un oretta, giunti in cima, scendiamo con calma, superando le varie “zone ristoro” dove qualunque cosa costa in maniera esagerata, superando santuari e altari carichi di stecche di incenso che spandono il loro aroma. Alla fine compro uno yukata ad una bancarella che si trova all’ingresso del percorso per il tempio, dove il prezzo sembra più ragionevole. Lo yukata è un indumento da casa giapponese tipicamente estivo e molto comodo e informale, assolutamente non adatto cerimonie ed eventi formali di solito indossato dopo il bagno e infatti il termine significa letteralmente “abito da bagno”. Si tratta di una corta “tunica” che si chiude con lacci e un paio di braghe corte, il tutto di solito è in cotone e ha degli “spacchi” sotto le ascelle per favorire la traspirazione.

Per i giorni che ci restano a Kyoto abbiamo intenzione di andare alla vicina cittadina di Nara, mentre la enorme e viva città di Osaka dovrà aspettare un altro viaggio per via delle distanze e del poco tempo a disposizione. In serata acquistiamo con qualche giorno di anticipo il biglietto per tornare a Tokyo fra qualche giorno con un “night bus”, si tratta di una valida ed economica alternativa ai treni veloci del Giappone, anche se non si rivelerà ugualmente comodo, ma questa è un’altra storia e per non tediarvi ve la racconterò nella prossima puntata…

Giappone il viaggio della vita. Terza parte.

Finalmente dopo i primi 5 giorni a Tokyo, ci spostiamo verso il Fujii con un autobus. Dopo un tragitto di alcune ore scendiamo alla stazione dei treni di Kawaguchiko: un piccolo centro abitato adagiato lungo le sponde del lago omonimo che fronteggia il versante nord del maestoso Monte Fujii.
Abbiamo prenotato tre notti in un ostello della città e un paio di membri dello staff ci vengono a prendere gratuitamente con un Van nel piazzale della stazione per portarci fino alla struttura, insieme a noi sale anche una coppia di giovani turisti francesi.
L’ostello ad una prima impressione si rivela molto gradevole e più spazioso di quello di Tokyo.


Dovendo aspettare le 15.00 per entrare in stanza, lasciamo le valigie in reception e ci facciamo un giretto nel centro abitato, fino all’ufficio postale, dove faccio pratica con lo sportello automatizzato per ritirare un pò di yen dopo un paio di errori. Kawaguchiko si rivela una tranquilla cittadina di provincia, più fredda data l’altitudine e la vicinanza con la montagna. L’ambiente naturale è abbastanza conservato e scopriamo una rete di sentieri che porta fin sopra il Fujii oppure si dirama nei dintorni.
La camera che ci viene assegnata è una tipica camera giapponese con 6 tatami (la tradizionale pavimentazione giapponese composta da pannelli rettangolari modulari, costruiti con un telaio di legno o altri materiali rivestito da paglia intrecciata e pressata), un tatami corrisponde a poco più di un metro e mezzo quadrato, cioè lo spazio occupato da una persona sdraiata, quindi l’ambiente è spazioso per due persone, c’è anche una finestra da cui osservare il giardino adiacente ad un Onsen (gli onsen sono stazioni termali con vasche all’aperto in genere o al chiuso, molto apprezzati dai giapponesi per rilassarsi e staccare dal tran tran quotidiano. Per entrarci bisogna prima lavarsi accuratamente nei bagni interni e poi si può accedere alle vasche solitamente alimentate da acqua calda termale di origine vulcanica).

La nostra camera dispone solo di un mobiletto basso su cui è poggiato un piccolo televisore e un tavolino basso, mentre in un ampio armadio a muro sono riposti i futon per la notte, si tratta letteralmente di materassi arrotolati tradizionali della cultura giapponese, costituiti interamente in cotone, rigido, sottile e arrotolabile.
Dopo una cena a base di Ramen preparata dal sottoscritto con quello che abbiamo acquistato in un fornitissimo supermarket poco distante ci rilassiamo nella sala comune, pianificando il giro da fare l’indomani e poi leggiamo qualche manga…uno degli hobby preferiti dei giapponesi.

Il Fujii ci occhieggia tra le nuvole che lo coprono a tratti, mentre il sole autunnale inizia la sua discesa sempre più rapida verso il tramonto. Le giornate si accorciano sempre di più e in giro l’autunno è in pieno svolgimento, con i colori bellissimi e cangianti di foglie e alberi che scuriscono sempre di più, passando dal giallo, al rosso e infine il marrone della caducità.
La mattina dopo una colazione veloce facciamo una camminata lungo il lago di Kawaguchie raggiungiamo una teleferica che ci porta comodamente fino in cima al piccolo Monte Teijo, dopo aver ammirato la vista del Fuji, torniamo verso l’ostello; Pierpaolo rimane in struttura mentre a piedi io raggiungo il Museo del Kimono di un artista chiamato Itchiku Tsujiganana, morto nel 2003 e creatore di una serie di rappresentazioni pittoriche su kimono (l’indumento tradizionale giapponese, nonché il costume nazionaledel Paese del Sol levante) incentrate sulla raffigurazione del Monte Fuji o di elementi fantastici come draghi, oppure i quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco) o la natura.
Il museo si rivela un pò costosetto (1300 yen…circa 9 euro), ma per me ne è valsa la pena, peccato che sia vietato fare foto così non posso che portar via con me i ricordi delle opere esposte. Mi fermo un pò a meditare nel piccolo giardino interno dotato di stagno e cascata.

Nel pomeriggio dopo il pranzo, ci muoviamo verso le 16.00 con le biciclette dell’ostello messe gratuitamente a disposizione degli ospiti e tentiamo di arrivare al Lago Saito, uno dei 5 laghi del Fuji, seguendo la pista ciclabile che però ad un certo punto si interrompe, costringendoci a tornare indietro mentre il sole tramonta, fermandoci solo sulla sponda del lago per ammirare il sole che si tuffa dietro il Monte Fuji e poi, mentre aumentano sia l’umidità che il freddo, torniamo all’ostello verso le 18.00 dopo aver osservato per un po i pescatori che attendono pazientemente le loro prede lungo le sponde.

Dopo la nostra ultima cena ci ritiriamo per la notte, l’indomani lasceremo l’ostello per tornare a Tokyo e prendere il treno veloce fino all’antica capitale imperiale di Kyoto. Alla fine mi sveglio molto presto e vado a fare un giretto nell’ostello, prima che Pierpaolo si svegli, poi torno a letto (dormire per terra è un pò difficile se non si è abituati ai futon sottili e ai tatami un pò duretti…) e dopo le sette ci alziamo con calma e prepariamo i bagagli, facendo colazione lentamente in attesa delle 9.45 quando la navetta dell’ostello che ci ha presi all’andata porta gli ospiti in partenza fino alla stazione dei treni. L’autobus per Tokyo parte alle 11.10 e arriva in leggerissimo ritardo per poi caricarci efficientemente e lasciarci davanti alla stazione della metropolitana in perfetto orario; di nuovo nel caos della metropoli, dobbiamo fare un lungo giro con la JR line (una delle linee della metropolitana, in questo caso si tratta di una linea “circolare” che permette di attraversare tutta la città per chi sa dove scendere…) che ci permette di raggiungere la stazione di Shinagawa e dopo aver trovato i tornelli che fanno accedere agli shinkansen (la rete di treni ad alta velocità del Giappone), riusciamo ad accedere sulle banchine con le nostre valigie, dopo aver chiarito un piccolo “disguido” (di norma i giapponesi viaggiano “leggeri” o con pochissimo bagaglio, spedendo i bagagli pesanti a parte, solo gli occidentali di norma caricano le valigie sugli shinkansen…)e aspettiamo il nostro treno veloce: un “Tozei” che parte alle 13.07. Non avendo riservato il posto a sedere, sapendo che ci sono sempre posti liberi nelle carrozze apposite e riservare il posto costa di più ed è inutile, una volta giunto il nostro treno, saliamo a bordo e mentre questo parte dopo pochi minuti, raggiungiamo le carrozze di testa dove sono disponibili i posti liberi per tutti i passeggeri.

Mentre il Tozei ci porta velocemente e comodamente verso Kyoto, osserviamo il paesaggio fatto di campagne coltivate, risaie e centri abitati. Il vagone è insonorizzato e nonostante la grande velocità è molto confortevole; con noi abbiamo portato alcuni onigiri ed evitiamo di comprare i bento costosi venduti a bordo da una inserviente che passa ogni tanto, facendo l’inchino ai passeggeri.
Dopo poco più di due ore il treno inizia a rallentare e ci deposita in perfetto orario sulla banchina della Stazione Centrale di Kyoto, l’antica città imperiale che ci attende con le sue meraviglie e dimensioni più “umane” rispetto alla Tokyo tentacolare, senza contare l’indole della sua popolazione, riservata come tutti i giapponesi ma più spigliati e curiosi nei confronti degli stranieri, ma questa è un’altra storia…

Giappone il viaggio della vita. 2° parte.

Continua il nostro viaggio in Giappone: nonostante la pioggia serale, la mattina del terzo giorno a Tokyo abbiamo preso la metro per Shinjuku, quartiere commerciale ricco di negozi, night club, sale di packinko e discoteche o love hotel.
Il quartiere in realtà non ha molto da vedere, ma li si trova la stazione degli Shinkansen, i treni veloci che collegano tutto il Giappone e avevamo intenzione di prenotare due posti per spostarci a Kyoto velocemente.
Avendo poi prenotato a Kawaguchi-ko, una località che si affaccia sulla parete nord del Monte Fuji, dobbiamo trovare un autobus per raggiungere la località sul lago di Kawaguchi.
Per raggiungere Shinjuku, abbiamo dovuto attraversare una parte del quartiere di Shibuya, dopo essere usciti dalla metropolitana e immergendoci nel traffico cittadino, attraversando il famoso incrocio più trafficato del mondo e ci siamo rifugiati nel Parco di Shibuya, lo Yoyogi Park, visitando il santuario shintoista di Meiji-jingu.


Qui, in una atmosfera più tranquilla e meno affollata abbiamo sostato per un oretta circa osservando due matrimoni con corteo e cerimonia in abiti tradizionali che ci ha regalato emozioni indescrivibili e anche varie foto “rubate” per un evento che non ci aspettavamo di vedere.
Una volta usciti dal parco, superando il Meiji Jingu abbiamo trovato un caos indescrivibile di persone, automobili, merci e negozi di tutti i tipi, e ci siamo dovuti orientare, sbagliando strada 3 volte, solo per capire dov’era la biglietteria della JR Line (la linea ferroviaria giapponese che collega Kyoto e Osaka con Tokyo), ricevendo l’aiuto di una giovane coppia di giapponesi che ci ha visto in difficoltà, altrimenti avremmo girato a vuoto per ore. Dopo aver pagato due biglietti per lo Shinkansen dell’11 ottobre fino a Kyoto, abbiamo pranzato in un “Ramen Restaurant” siamo andati alla ricerca della Stazione degli autobus dove in un ufficio al primo piano il personale cortese e giovane che parlava anche inglese ci ha rilasciato i biglietti richiesti (e ho anche ricevuto l’appellativo di Luca San…) e ci siamo avviati verso la metropolitana per trovare un pò di pace in ostello.


Il giorno successivo a Tokyo sempre in metropolitana abbiamo raggiunto il Parco di Kitanomaru per visitare i resti del Palazzo Imperiale , anticamente denominato castello di Edo, ancora oggi e circondato dal fossato originale.
Quando l’abbiamo visitato pioveva leggermente e nonostante fosse ottobre, ciò ha alleviato la calura che si era accumulata nei giorni precedenti. Per entrare abbiamo attraversato un fossato e porte imponenti aperte nella cinta muraria, intervallata da antiche torri di guardia.


Il Nijubashi è un elegante ponte a due archi che conduce all’ingresso principale aperto al pubblico in alcune occasioni. Il Giardino Orientale che abbiamo visitato (Higashi Gyoen) ospita i resti del vecchio castello di Edo, distrutto dai bombardamenti americani durante la seconda guerra mondiale. Diverse varietà di fiori abbelliscono il giardino in ogni stagione, offrendo al visitatore un’atmosfera di relax ideale, contornata da lanterne, giardini, prati e laghetti, perfino un ponticello in legno. Tutti gli elementi che abbiamo visto erano posti in una certa posizione per motivi estetici e di “equilibrio” che a noi occidentali sfuggono.


Lungo il percorso di visita erano disposte a intervalli regolari anche stanze coperte per il ristoro, bagni pulitissimi (in Giappone i bagni sono sempre pulitissimi tranne forse quelli di strada, ma ciò dipende dalla frequenza dell’uso a cui il servizio di pulizia giornaliero non riesce a fare fronte… comunque scordatevi gli standard “occidentali dei bagni pubblici), e le onnipresenti macchinette automatiche che presentano una gamma sconfinata di prodotti caldi e freddi, snack, bevande e quant’altro.
Nel giardino del Palazzo Imperiale abbiamo anche visto un piccolo museo gratuito che esponeva alcune stampe giapponesi strepitose della Scuola Maruyama, il cui tema preponderante erano la famiglia imperiale oppure animali resi con qualità pittoriche di altissimo realismo e qualità eccelsa.


Dopo la visita abbiamo preso la metro per raggiungere Tsukiji Market famoso per la vendita giornaliera del pesce e costituito da un enorme capannone industriale senza molto appeal, quasi deserto e chiuso perchè era domenica.
Intorno al mercato erano sparsi decine di ristorantini di sushi fresco dove gruppi di giapponesi in fila disciplinata aspettavano il loro turno per entrare e farsi servire.
Alla fine abbiamo fatto anche un giro per la zona commerciale e dopo essermi fatto mettere in lista al Ristorante Sushi Zammay abbiamo aspettato circa 45 minuti prima che chiamassero il mio nome e alla fine “Luca San” è stato declamato ripetutamente nella strada piena di turisti giapponesi, curiosi, qualche occidentale e svariate bancarelle e negozietti di alimenti tipici, dove avevamo acquistato patate dolci sotto vuoto, fagioli dolci e un preparato per il ramen, mentre ingannavamo l’attesa. Abbiamo anche trovato il tè matcha in polvere in vendita a un buon prezzo Il ristorante si è rivelato ottimo sia nel servizio che nella qualità del pesce conservato in vetrine refrigerate esposte lungo il bancone dove ci siamo seduti.

Una volta scelto il nostro sushi i signori dall’altra parte del bancone hanno realizzato per noi un “capolavoro” di sapore, colore e armonia estetica, tipicamente giapponese, servendoci il sushi freschissimo su vassoi in ceramica accompagnato da tè matcha bollente in tazza.
Dopo pranzo gironzolando per il quartiere abbiamo anche scoperto un tempio shintoista dov’era esposta una mostra di foto sul disastro impressionante di Fukushima. Davanti all’altare un sacerdote officiava una funzione per alcuni fedeli radunati.
Per concludere la giornata abbiamo preso la metropolitana per tornare ad Asakusa e dopo un pò di riposo ci siamo messi a vagabondare per la zona della Nakamise-Dori Street, la via commerciale dove abbiamo dato un’occhiata per gli acquisti futuri prima di tornare in Italia. Essendo domenica, verso sera la zona era animata di izakata (birrerie giapponesi), bancarelle di cibo, birrerie all’aperto su panche e tavoli e una marea di giapponesi mezzi ubriachi che festeggiavano e si rilassavano nel giorno di riposo. Alla fine dopo una spesa veloce in un supermarket e in un negozio di bento siamo tornati al nostro ostello per cenare nella sala comune un pò affollata. Bevuto un pò di shoku (distillato di riso) a cena prima di andare a nanna, l’indomani ci restava l’ultima giornata prima di partire per la zona del Fujii, così abbiamo passato la giornata in relax, a preparare i bagagli e ci siamo fatti un giro solo nel quartiere di Asakusa che ci piace sempre di più per la sua vitalità e allegria, stando attenti ovviamente alle bancarelle e izakata all’aperto che vendono birra e cibo cotto al momento, dato che sono spesso gestiti da cinesi, che riguardo ai prezzi non hanno la stessa “onestà” dei giapponesi e ti possono far pagare uno sproposito un modesto pasto a base di spiedini di carne, qualche ciotola di riso e un boccale di birra alla spina, ma questa è un’altra storia….alla prossima!


Il viaggio della vita: Giappone.

Eccomi di nuovo quì. Come avrete immaginato tutti ho ancora moooolto da raccontare e inizio con il viaggio che sognavo da ragazzo e che sono riuscito a concretizzare nel 2012: andare in Giappone.

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Chi conosce un pò il paese del Sol Levante saprà delle sue immense meraviglie e contraddizioni, delle diverse sfaccettature che compongono una società molto diversa dalla nostra ma anche molto curiosa verso gli “occidentali”. Se siete italiani verrete sempre bene accolti perchè i giapponesi adorano il “bello” e sono portati per l’estetica e la perfezione (in special modo gli adulti, i giovani credo siano un pò più ribelli e individualisti in una società che tende all’ordine e armonia sociale della collettività, sacrificando i bisogni del singolo).
Detto questo, prenotato con largo anticipo un volo aereo per Tokyo, io e Pierpaolo siamo partiti con un volo Aeroflot il 3 ottobre per il Giappone. Facendo scalo a Mosca, dopo una breve sosta, abbiamo cambiato volo e con un aereo più grande (e più comodo) siamo arrivati in mattinata all’aeroporto di Tokyo Narita, abbastanza “stonati” dal fuso orario (in Giappone siamo  8 ore indietro rispetto al fuso orario italiano, in caso di ora solare 7 ore…).

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Prima cosa sul Giappone: scordatevi il “caos” e la disorganizzazione “italiani”, in Giappone è tutto organizzato nei minimi particolari, basta comprendere questa organizzazione. Noi abbiamo cambiato euro in yen all’aeroporto di Narita con un ottimo tasso di cambio (all’epoca un euro valeva circa 143 yen), MAI cambiare euro in yen all’aeroporto di Fiumicino o in altri aeroporti italiani, dire che vi “fregano” è dire poco…se ricordo bene il tasso di cambio a Fiumicino era intorno ai 110 yen per un euro. Per “sicurezza” mio fratello aveva “ordinato” degli yen in banca, pagandoli salati aggiungerei io. In Giappone è possibile cambiare soldi negli aeroporti o negli uffici di cambio sparsi in città, oltre che prelevare dagli ATM e uffici postali sparsi dappertutto con una semplice carta MAESTRO, una VISA o una Postepay, occhio alle commissioni però, ma se effettuate un singolo prelievo non credo che andrete in fallimento. Io ne ho effettuati due in tutto (uno su bancoposta e uno su postepay, perchè la prima volta avevo prelevato poco e non avevo “compreso” bene il sistema, ma tranquilli ci sono ATM in inglese, basta verificare), oltre ad aver cambiato circa 1000 € in yen).
Comunque, risolto il problema soldi, dopo esserci rifocillati con qualche bottiglietta di tè e un paio di snak dalle molteplici macchinette sparse in aeroporto, abbiamo finito di consultare la nostra mappa della metropolitana di Tokyo con le sue 13 linee e siamo saliti con biglietto acquistato in una macchinetta automatica sulla linea che ci avrebbe portati nella zona di Asakusa (detta comunemente Asaksa…), quartiere nella zona nord di Tokyo, che pare sia molto famoso fra i turisti e in cui era ubicato il nostro ostello. Dopo un cambio di linea a metà strada da Narita, in circa un oretta abbiamo raggiunto la nostra fermata Asakusa Bashi. L’ostello che avevamo prenotato oggi ha cambiato nome, ma all’epoca si chiamava Kahosan Tokyo Ninja. Dopo un pò di giretti a vuoto,trascinando i nostri trolley, abbiamo chiesto ad un poliziotto e in pochi minuti l’ostello si è presentato davanti a noi. A Tokyo gli alloggi sono cari quindi non stupitevi se per una cameretta di 2 metri per 3 metri con una semplice scrivania e una sedia in un  ostello, pulitissimo  ma senza colazione, dovrete pagare l’equivalente di € 35 a persona in letto a castello…

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Nel seminterrato c’era comunque  una bella cucina attrezzata e dopo aver poggiato i bagagli ed esserci riposati una mezz’oretta, siamo usciti alla scoperta del quartiere prima che facesse buio. L’impressione è stata di essere in un quartiere iper-abitato parte di una città tentacolare in qui è facile “perdersi” se non si ha una meta precisa e non si impara a leggere la mappa della metropolitana.
Dopo la prima “esplorazione”, siamo tornati in ostello, salutando il giovane receptionist che ci aveva accolto, per poi uscire di nuovo diretti ad un 24h Ramen, una tavola calda in cui servivano Ramen e altre pietanze tipiche della cucina giapponese. In questi locali non esiste la cassa dove pagare o il menù, bisogna avvicinarsi ad una macchinetta con tasti e una immagine per ogni tasto che indica il tipo di cibo e relativo prezzo, selezionare ciò che si preferisce e inserire yen in banconote o monete fino a raggiungere l’importo corrispondente, pigiare il tasto relativo alla cibaria scelta e ritirare lo scontrino da presentare al bancone dove solerti inservienti, con un inchino prenderanno la vostra ordinazione e in pochi minuti vi porteranno su un vassoio ciò che avete ordinato, tè verde freddo in brocche e più comunemente acqua con ghiaccio sono disponibili su ogni tavolo dove gli avventori si accomodano per consumare il cibo. Sembra “facile” ma noi per capire che dovevamo fare lo scontrino ad una macchinetta nei pressi della porta di ingresso, ci abbiamo messo una mezz’oretta dopo varie richieste agli inservienti che ci indirizzavano verso l’ingresso a gesti. Ovviamente in futuro noi ci riservavamo di provare anche il sushi giapponese ma questa è un’altra storia….

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Risolto questo piccolo quiz sul come ordinare, abbiamo consumato il nostro pasto a base di ramen, riso e carne di maiale con qualche verdura di contorno (per chi non lo sapesse il ramen è un piatto a base di tagliatelle di frumento servite con brodo di carne e guarnizioni di carne o verdure nella ciotola), e poi ci siamo riavviati verso l’ostello. Malgrado l’opulenza e armonia sociale attraversando le strade semideserte e un sottopassaggio abbiamo potuto constatare il grande numero di persone senza casa che vivevano per strada, dato il costo di una stanza in una megalopoli come Tokyo. Fra quelle persone ci sono anche semplici impiegati che hanno un lavoro ma non possono permettersi con il proprio stipendio nemmeno un capsule hotel per la notte (parlo di vere e proprie “bare” allineate su una parete, in cui si può pernottare pagando una cifra molto bassa e che comprendono di norma doccia e bagno a parte, oltre a vari “servizi” come televisore, lettore DVD, console, wii-fii, condizionatore ecc).

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Al ritorno in ostello abbiamo “beccato” un temporale e siamo andati a dormire presto perchè per via del jat lag e del fuso orario differente cascavamo letteralmente dal sonno.
Ritiratici nel nostro cubicolo lungo circa 2 metri (la lunghezza del letto a castello più un pò di spazio per infilare le valigie) e largo un metro e mezzo, abbiamo preso sonno nonostante il rumore del traffico onnipresente. L’indomani mattina, dopo una colazione veloce con tè e qualche dolcetto comprato la sera prima in uno dei tanti negozietti aperti 24 ore su 24, abbiamo preso la linea di metro che portava fino al quartiere di Ueno, famoso soprattutto per l’omonimo parco .
Definibile come un quartiere popolare, Ueno si articola intorno al parco ed alla stazione omonima. Il parco è stato aperto nel 1973 poi nel 1924 è stato “donato” alla municipalità di Tokyo dall’Imperatore Taisho, da questogesto deriva il suo nome Ueno-Onshi Koen, o “parco di Ueno, regalo imperiale”. Ospita numerosi musei, templi e santuarie uno zoo, ma noi ci siamo limitati a vedere il parco, e la zona commerciale di Ameyoko-dori,piena di negozietti, sushi-bar, chioschi di ramen, venditori di qualunque articolo, bancarelle di spiedini di frutta,carne o pesce e in sostanza qualunque cosa commerciabile in Giappone.

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Nel parco di Ueno abbiamo visitato solo lo Shitamachi Museum: una interessante e dettagliata ricostruzione del periodo Meiji che va dal 23 ottobre 1868 al 30 luglio 1912 (per capirci qualcosa il Giappone divide la sua storia in ere o epoche con denominazioni legate ai propri governanti o dinastie, attualmente ci troviamo nell’epoca Heisei iniziata nel 1989, con l’ascesa al trono dell’Imperatore Akihito al posto del padre Hirohito, l’Imperatore del periodo Shōwa. L’epoca Heisei significa letteralmente “pace ovunque”).
Durante la visita del museo abbiamo potuto usufruire delle spiegazioni di un anziano che si è offerto di farci da guida gratuitamente(in Giappone è molto comune che gli anziani una volta in pensione, si dedichino a varie mansioni per la comunità, come la cura delle aiuole e dei giardini scolastici, la pulizia di marciapiedi, il custode, la guida ecc). Uscendo dal museo la bigliettaia ci ha anche regalato due trottole origami, poi siamo tornati verso la stazione di Ueno che è uno dei principali snodi ferroviari della città.
In stazione abbiamo acquistato i nostri primi “bento”: si tratta di norma dicontenitori di plastica usa e getta contenenti pasti pronti di solito a base di riso, pesce, sushi, spaghetti di soia o qualunque altra pietanza preparata in precedenza e poi messa all’interno di vassoi contenitori con coperchio. I giapponesi sono soliti portarsi dietro da casa contenitori personali (famosissimi quelli dei bambini decorati con Hello Kitty o quelli laccati e in legno di alto valore artistico, ma i più comuni sono in plastica) con il pasto di mezzogiorno. I nostri bento erano a base di sushi e li abbiamo consumati nel parco, nonostante i divieti scritti ovunque che anche gli stessi giapponesi ignoravano con tranquillità.

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Prima di allontanarci da Ueno non abbiamo mancato di osservare lo Stagno di Shinobazu, ricco di ninfee e il Santuario di Toshogu oltre al Tempio di Jomyoin e il Tempio di Kan’ei-ji, simile ad una torre, tutti distribuiti intorno al Parco di Ueno o all’interno del parco. L’impatto con buddismo e shintoismo, principali religioni praticate dai giapponesi sono stati molto forti e anche io non ho potuto evitare, spinto da un impulso inarrestabile di comprare dei bastoncini di incenso da bruciare in un braciere con alle spalle lo stagno di Shinobazu per chiedere la buona sorte.

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Per tornare indietro abbiamo preso la Ginza line (linea gialla) fino ad Asakusa per poi scendere e proseguire a piedi fino ad Asakusa Bashi, purtroppo abbiamo sbagliato direzione ma per caso abbiamo incrociato il mercato della Nakamise Shopping Street (segnalata sulla nostra vetusta ma efficace guida), dove abbiamo potuto gironzolare osservando yukata (vesti leggere simili a kimono corti con braghe, utilizzati per dormire o per stare in casa), geta (tradizionali “ciabatte” giapponesi con la “zeppa” in legno molto alta e ogni tipo di abbigliamento tradizionale e non,dalle divise scolastiche maschili o femminili ai kimono, magliette, ventagli e cibarie varie.

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In sostanza i primi due giorni abbiamo visto i dintorni e ci siamo resi conto della vastità di Tokyo e del tempo necessario per spostarsi da un punto all’altro, nei prossimi post cercherò di trasmettervi ciò che abbiamo visto a Tokyo, e poi nei nostri spostamenti verso il Monte Fuji, e poi Kyoto, l’antica Capitale Imperiale, come la cittadina di Nara in passato anch’essa capitale di una delle tante dinastie imperiali della storia nipponica…

Buon Natale….

Mi raccomando fate i “buoni” solo a Natale.
Ci avviamo alla fine dell’anno e niente, volevo solo scrivere un breve pensiero per voi tutte/i. Mi chiedo come sarà il 2019, per me probabilmente di pausa, dopo tanto viaggiare bisogna fermarsi ogni tanto, o non sai più dove ti trovi o di che paese fai parte…

Per mia ammissione, non mi sono mai sentito solo “italiano”, non sono certamente un nazionalista, anzi, sono sempre stato il primo a criticare il mio paese, e a rimarcarne anche i pregi fra i tanti difetti…

Resto sicuramente più legato al Mondo che volevo e voglio continuare a scoprire e conoscere, senza fermarmi, uscendo da una nazione che mi sta stretta e che si vedo “cambiare” ma lentamente, preferendo allora guardarmi intorno, perchè c’è vastità da percorrere, e non basterebbe una vita, credo, a farlo.
Come persona credo di essere ancor più me stesso quando sono fuori dalla sicurezza e routine dell’Italia, in un paese che non conosco, con regole sue, usanze e costumi, idee diverse che compenetrano le tue, e allora impari prima a “provare” poi a giudicare…

E impari anche ad andare sempre avanti….

Buone feste a tutti e ancora Buon Natale 🙂

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ULTIMO VIAGGIO DELL’ANNO: VIETNAM DEL SUD.

Scusate l’assenza, come al solito ero in viaggio…e a volte mi stupisco io stesso.
Quest’anno con pochi soldi e un pò di attenzione, nonostante non abbia lavorato tanto, ho viaggiato 4 volte…L’ultimo volo acquistato per Saigon ( Ho Chi-Min City come è stata ribattezzata dopo il 1975…) è stato un pò un “colpo di testa” legato alla mia voglia di tornare a fare il volontario in un campo di lavoro internazionale come in India nel 2016 (lo so devo ancora scrivere dell’India e della mia prima esperienza di volontariato internazionale, ma ci sarà tempo e conto di farlo entro questo inverno).

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Comunque vi ringrazio del seguito e in due parole vi dico per ora che:

  1. Il campo di lavoro in Vietnam è stata una esperienza incredibile
  2. Sono queste le cose che ti cambiano, almeno il sottoscritto è cambiato in 15 giorni di campo e in quelli passati a zonzo nel sud del Vietnam, nel delta e a Saigon.
  3. Il popolo vietnamita con i suoi pregi e difetti è fantastico per il sottoscritto
  4. Tornerò in Vietnam, non so se il prossimo anno o fra un paio, ma lo farò, e quando dico una cosa, la faccio…non prendo mai impegni a cuor leggero.

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Ho incontrato persone bellissime e alcune meno (parlo anche di stranieri come me…), fatto esperienze “turistiche” e mangiato con i vietnamiti seduti in una lurida cucina o dopo qualche ora di lavoro in un orto, diviso tutto quello che avevo con stranieri o “locali”, e “comunicato” letteralmente a gesti, dove non c’era la possibilità di usare l’inglese, o appreso molto sulla vita, storia e credo su quello che pensa il popolo vietnamiti, di noi occidentali “ingombranti” e un pò prevenuti, chiassosi, che arriviamo con diverse sensibilità e approcci in un paese martoriato in passato che si è ormai risollevato e guarda molto al futuro, con i suoi giovani modaioli, il viet-pop e il “partito comunista vietnamita” che occhieggia i suoi cittadini, mantenendo l’armonia sociale, ma anche abbracciando il “libero mercato” con tutto quello che ne consegue…Ho visto una intera nazione esultare per una vittoria calcistica in amichevole, e riversarsi in strada, con bandiere e trombe, manco avessero vinto la Coppa d’Asia. Ho visto un traffico infernale e giovani donne in minigonna sedute con grazia su una delle tante motorette che percorrono a sciami continua Saigon, contribuendo al suo traffico pazzesco. Ho salutato anziani o donne di mezza età che mi guardavano con sospetto incedendo ancora per la strada vestiti con blusa e pantaloni e l’immancabile cappello, senza contare le strette di mano e i saluti, i templi buddisti e lo smarrimento degli “occidentali” nel Museo della Guerra, quando vedevano gli orrori provocati dall’intervento armato prima francese e poi statunitense in Vietnam…qualche lacrima è rotolata e qualche certezza si è sgretolata…

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Ho visto miseria e sporcizia ma anche tanta dignità, le foto davanti agli alberi di natale con neve finta a 34° e umidità del 94% e gli ambienti asettici e enormi dei centri commerciali con l’aria condizionata a 10°; ho visto gente che mangiava per strada una ciotola di Pò in mezzo al traffico e allo smog e ristoranti esclusivi dalle cui vetrine, uomini d’affari e occidentali attempati guardavano il caos cittadini dietro ad una vetrina, nel confort del climatizzatore e delle lucine di natale, birre in lattine scolate per strada e negozi sempre aperti, una umanità di quasi cento milioni di persone che va avanti verso il futuro, lasciandosi alle spalle un passato complesso, che però non intendono dimenticare.

Ho visto tutto questo senza mai giudicare i primi giorni, cercando di capire, chiedendo e facendomi una idea, apprezzando pregi e difetti di questo popolo meraviglioso, con la più grande concentrazione di etnie, di qui quella viet è maggioritaria, con vari “attriti” mai sopiti con le altre minoranze. Un popolo attraversato da aspettative, sogni, speranze, rabbia e protesta da parte degli “ultimi” verso i “primi”, un popolo in definitiva stupendo, in mezzo a cui ci saranno anche ladri e sfruttatori, o persone da dimenticare, come in tutti i posti, ma che ti guarda ancora con curiosità, e se può ti aiuta, senza fregarti, un popolo e una nazione che hanno ancora una lunga strada da percorrere, non so se verso la modernizzazione, il capitalismo selvaggio, il turismo sostenibile o la distruzione dell’ecosistema naturale fra i più variegati al mondo, ma non credo che mi sia bastato per comprenderli appieno.
C’è ancora tanto da scoprire e da dire…

Buone feste 😉

Spagna mon Amour: Da Salamanca al Portogallo.

Continuiamo la narrazione di questo viaggio “classico” nella Penisola Iberica: Parto letteralmente all’alba, lasciando il mio alloggio, ed esco come un “ladro” per le strade deserte, sperando di non fare troppo rumore.
Per fortuna posso approfittare dell’apertura anticipata, per vedere la Cattedrale e scattare qualche foto, poi devo correre fino alla stazione degli autobus per non perdere l’autobus diretto a Porto.

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Del viaggio fino alla frontiera non ho quasi ricordi, sprofondato in un sonno profondo, mi risveglio praticamente in terra lusitana e dopo un oretta sono a Porto: sbarco con il mio bagaglio leggero dall’autobus, e un pò spaesato provo ad orientarmi in una giornata bellissima, fatta di sole e cielo terso.
Dopo aver fatto un chilometro a piedi trovo qualcuno a cui chiedere informazioni, sperando che comprendano lo spagnolo, riesco a farmi indicare la via: sono sulla buona strada.
Continuo ad avanzare giungendo presto alla parte “storica” di Porto, fatta di vicoletti e salite ripide, quiete e silenzio e intorno case aggrappate l’una all’altra in un modo incredibile che tradisce la stratificazione storica di questa città.
Finalmente trovo l’ostello, la ragazza che mi accoglie è molto gentile e simpatica, mi lascia anche una mini guida di portoghese, poi mi mostra la camerata dove alloggerò per 3 giorni.

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Decisamente Porto mi affascina, mi perdo subito per i suoi vicoli e osservo dalla teleferica la zona delle “Bodegas” dove si produce il famoso vino dolce, peccato che quando chiedo informazioni per effettuare una visita (a pagamento ovviamente), mi dicono che è prevista solo per gruppi….un pò contrariato per questa limitazione mi dirigo di nuovo all’ostello.
La prima sera assisterò ad una rappresentazione di Fado, effettuata da una coppia di ragazzi veramente bravi: lui accompagna con la chitarra questa giovane che ha una voce profonda e piena, ma anche dolce e struggente. Mi rendo conto che i portoghesi sono molto romantici, introspettivi e riservati, diversi dagli spagnoli, ma ugualmente interessanti e che la saudade portoghese non è una “leggenda” ma pura realtà, a volte li vedi tristi e persi con la testa nelle profondità dell’animo umano, ma sono capaci di grandi slanci di buonumore e allegria.

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Faccio anche amicizia in ostello: non ricordo come accade, ma tutto parte da un signore di origini italiane che vive in Belgio e con cui scambio qualche parola in inglese, per poi passare allo spagnolo e infine “ma sei italiano anche tu?” discorrere un pò nella nostra lingua, nell’ostello ci sono anche due giovani francesi e due australiane, e dopo cena, noi “giovani” decidiamo di andare in discoteca…
La seconda serata scorre via in questa specie di Discoteca, attorniati da giovani portoghesi (alcuni veramente giovanissimi, come mi fanno notare spesso le mie accompagnatrici), che si lanciano in balli e acrobazie di ogni genere. Devo dire che è qualcosa di “inusuale” per me dato che non sono di norma un “discotecaro”, ma ascolto tutti i tipi di musica che mi “prendono”.  Alla fine anche per non stare addossato ad un angolo a guardare gli altri ballare, mi lancio in pista e mi lascio andare alla musica, che sia tecno, disco o qualche hit locale.
Balliamo per un oretta, senza pensare, senza bere nulla (abbiamo già bevuto qualche bicchiere di vino prima di uscire…). Non succede niente: si balla e ci si “sfoga” al ritmo delle più diverse canzoni e hit del momento. Poi tutti in spiaggia a vedere il mare, siamo stanchi e accaldati, qualcuno del gruppo vuole andare a bere, altri a fare il bagno addirittura…Per me è tempo di tornare in ostello; non abbiamo coprifuoco, ma ho paura di perdermi nelle strade che non conosco ancora bene di notte, comunque alla fine il gruppo si divide, è passata la mezzanotte da un pezzo e impieghiamo più di un ora io e le due australiane a ritrovare la strada per l’ostello.

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Inutile dire che mi sveglio tardi l’indomani, della colazione per gli ospiti rimane poco, così passo il resto della giornata a visitare la città e a comprare qualche cibaria, mi resta ancora una notte quì, ma l’indomani si parte: destinazione Lisbona. Saluto calorosamente i miei compagni di ostello e le nostre strade si dividono: chi torna a casa, chi va verso la Spagna, chi resta altri giorni, il mio viaggio invece continua.
In treno raggiungo finalmente Lisbona: la Capitale mi appare subito magnifica e rutilante, viva e piena di vita. Ho 5 giorni da vivere qui e poi dovrò tornare indietro: saranno 5 giorni molto intensi, persi fra l’Alfama, il quartiere antico della città con i suoi vicoli e i tram che si inerpicano per le viuzze lastricate, poi salgo fino al Castello di Sao George (Ingresso a pagamento) che domina la città, per poi arrivare sulla zona centrale, utilizzare l’elevador de Santa Justa.

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Alloggio in un ostello appena inaugurato, ex sede della Ambasciata Svizzera e trasformato in una struttura con ampi saloni/dormitori, un bar e un ristorante, oltre ad una cucina non ancora attrezzata all’ultimo piano. I lavori fervono ancora e si sente odore di smalti e legno, ma la struttura mi piace molto e i giovani che la gestiscono sono gentili e professionali, il prezzo poi è ottimo. Sono a due passi la la Placa Rossio con le sue fontane, da li a piedi si può arrivare alla spettacolare Praça do Comércio che si affaccia direttamente sul Fiume Tago.

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Le giornate scorrono fra lunghe camminate a cercare scorci, mangiate di baccalà in ristorantini caratteristici e non mancano i miei itinerari con i famosissimi tram gialli: ho fatto un abbonamento a tempo il primo giorno, e ne approfitto per muovermi da un punto all’altro della città, il terzo giorno, scaduto il pass, ho praticamente visto tutto quello che volevo, mi resta il Monastero Dos Jeronimos con l’annesso museo e poi il centro storico con lo spettacolare Convento Do Carmo, per capire di cosa sto parlando basta guardare le foto: quando si trova aperta la struttura, pagando il biglietto si accede ad una struttura basilicale di chiara impronta gotica-medioevale di cui in seguito al terremoto del 1755 del tetto non vi è più traccia.

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Gironzolo per il “cortile” interno osservando il contrasto fra cielo e pietra della chiesa, intorno lapidi e resti, scendo nei sepolcri e nella cripta, in luoghi molto suggestivi che non avrei immaginato di incontrare, dove sono conservati ancora corpi e ossami di epoche passate per poi riemergere alla luce del sole che mi rinfranca.

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L’ultimo giorno pranzo nel ristorante dell’ostello e bevo qualche bicchierino di Porto “rosso”, ce ne sono tante varietà e ho comprato una bottiglia, sperando di finirla prima di tornare a Barcellona e prendere l’aereo. Il viaggio infatti volge al termine: saluto con rimpianto Lisbona, i suoi tram, il Tago che la veglia e la sua storia, le persone cortesi e malinconiche e la sera successiva, salgo sul treno notturno che mi riporterà in Spagna.
L’intenzione è fare in notturna la strada fino a Madrid e poi muovermi verso Barcellona, dove fermarmi in ostello per una notte prima di riprendere l’aereo il giorno dopo.

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Alla frontiera sono profondamente assopito, ma incredibilmente ci sono controlli e mi svegliano chiedendomi un documento, mostro la mia carta d’identità e si scusano per l’interruzione, pochi minuti più tardi la polizia spagnola farà scendere dal treno un gruppetto di persone, presumibilmente clandestini proveniente dal sud-est asiatico che cercano di entrare in Spagna dal Portogallo, portando con loro alcune buste di plastica e qualche borsa. L’ultima immagine che mi resta impressa di questi sfortunati è quella delle loro sagome acquattate sulla banchina della stazione e circondate da uomini in divisa e in borghese che parlano alle ricetrasmittenti e verificano i documenti di alcuni di loro, mentre il treno si allontana sotto le luci crude della Stazione.

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La notte si stinge gradualmente in alba e posso ammirare i paesaggi dell Estremadura e poi della Spagna Centrale, fino a Madrid, dove cerco una coincidenza per Barcellona: l’unico treno disponibile è un “AVE” (alta velocità) via Saragozza, con cambio in quella città, che mi permetterebbe di arrivare in serata. Così pago il prezzo più alto e mi godo le 2 ore fino a Saragozza, mangiando poi un bocadillo nella stazione in attesa della coincidenza. Un altro paio d’ore mi permettono di giungere a Barcellona.

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La città è esattamente come l’ho lasciata: caotica e piena di turisti, così giro per la Rambla du Mar e osservo il porto, mangio qualcosa in una tapaseria, godendomi l’ultima serata prima della partenza. Provo a finirmi la bottiglia di porto liquoroso comprata a Lisbona, ma bere da soli non è lo stesso che bere in compagnia…così l’indomani dovrò vedere la bottiglia finire nel contenitore della “basura”, mentre spiego ai controllori di sicurezza le ragioni un pò romantiche per cui avevo con me quella bottiglia di così grande qualità.
L’imbarco è abbastanza lento, ma in due ore scarse atterro a Pescara, dove un autobus mi riporta a casa. Un altro viaggio è terminato ma vi sono ancora tante storie da raccontare….

Un saluto sincero a tutte le persone conosciute in questo viaggio.

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